Storia dei Giustiniani di Genova 
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(di Enrico Giustiniani)


"O dura schiatta dei Giustiniani, nova sovranità della Maona libera,
dinastia di popolani magnifici, di re senza corona,
che profuman di mastice la bianca scìa o la segnan d'una rossa zona,
quando nell'isola Andriolo Banca orna templi, deduce carmi, venera Omero, èduca lauri, schiavi affranca!
Navi d'Italia, ecco l'Egeo. Chi viene da Lesbo? chi da Coo?
Navi d'Italia, l'Ombre cantano come le sirene."


GABRIELE D'ANNUNZIO,
Canzone dei Dardanelli, Libro Quarto delle Laudi del cielo
del mare della terra e degli eroi,"MEROPE"

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stemma dei Giustiniani (Palazzo Giustiniani – Bassano Romano)



La Famiglia Giustiniani nasce a Genova nel 1347 come “società per azioni” (la prima documentata nella storia) per lo sfruttamento per conto della Repubblica Genovese dell’Isola di Chios nell'Egeo nord orientale.
Ben presto i “Maonesi”, che assunsero tutti il nome di Giustiniani, divennero una sorta di Sovrani dell’isola pur mantenendo il loro status di "Nobilis Civis Januae", nobili “cittadini” Genovesi.
Il popolo di Chios chiamava i Giustiniani con i titoli di Signori, Principi, Sovrani; i documenti e gli scrittori li dicono “Dynastae” alla greca e così li chiama anche la Sacra Rota non più tardi del 14 giugno 1839 (“Vincentius ex Nobilissima Ianuensi familia Justinianorum dynastarum olim Chij in mari Aegeo”). E “dynastes” dal greco è princeps, regulus: signore, barone, principe e re. Il dominio fu ininterrotto fino al 1566 con la conquista dell’isola da parte degli Ottomani. Alcuni Giustiniani tornarono a Genova, altri a Roma e nel sud Italia, altri restarono a Chios o in Grecia altri in Turchia.
A Roma la famiglia, grazie a Vincenzo Giustiniani, marchese e principe di Bassano aumentò di gloria e di fama. Vincenzo si può considerare il primo grande collezionista della storia, scopritore del grande pittore Caravaggio. I fasti della prestigiosa collezione Giustiniani, ora dispersa in musei e collezioni private, sono stati celebrati in una mostra proprio a Palazzo Giustiniani (ora di proprietà del Senato della Repubblica) a Roma nel 2001. Alla sua morte nel 1631, senza eredi diretti, il Marchese Vincenzo lascia titolo e beni ad un suo nipote: Andrea Cassano Banca Giustiniani, futuro Principe di Bassano ed istituisce un articolato fedecommesso testamentario in cui ricomprende, per una parte, praticamente tutti i discendenti Giustiniani che possano vantare una parentela con quelli di Chios, anche se non direttamente con il Marchese Vincenzo.
La vicenda giudiziaria dell’eredità contesa si protrasse fino al 1958 dove il Tribunale di Genova accertò ben 288 discendenti divisi in 12 stirpi tra gli intervenuti e la definiva divisione della residua eredità. Dunque, chi poteva dimostrare la discendenza dai Giustiniani di Chios, avrebbe dovuto intervenire nel processo per far valere i suoi eventuali diritti. Chi non l’ha fatto, per mancanza di documentazione o semplicemente per ignoranza, non potrà vantare i diritti sull’eredità.
Pur decorati di innumerevoli dignità i Giustiniani sono oggi conosciuti come marchesi e patrizi genovesi e non come nobili “cittadini” Genovesi e principi di Chio, titoli che, avrebbero più autenticamente espresso il valore storico e il ruolo incarnato da questa famiglia nel corso dei secoli, e sarebbero stati, dunque, maggiormente corrispondenti all’ideale nobiliare inteso non quale privilegio fine a se stesso o fatto meramente onorifico ma quale espressione di Tradizione e dell’operato socio-politico-economico di un ceto dirigente del quale i Giustiniani furono autorevole parte.
Nel sito, la storia della Famiglia Giustiniani di Genova. In particolare del mio ramo di Roccapassa, della sua discendenza e della vicenda giudiziaria dell’eredità contesa e i motivi per i quali tutti i Giustiniani che ritengano di poter dimostrare, o supporre, di discendere dai Giustiniani di Chios, possano considerarsi, anche non avendo partecipato al giudizio del 1958, anche se non primogeniti del loro ramo, sia uomini che donne, Principi di Chios, parenti .... e soci.

PREMESSA METODOLOGICA

Perché cercare chi ci ha preceduto nel tempo? Quale vana gloria ci spinge? Già il poeta Giovenale nella sua “ottava satira” avvertiva sulla pericolosa ambizione dei vivi di ricercare nel proprio passato antenati famosi, quando ormai nulla più li lega a loro: “Stemmata quid faciunt? Quid prodest, Pontile, longo. Sanguine censeri, pictosque ostendere vultus. Maiorum, et stantes in curribus AEmilianos … Quis fructus generis tabula iactare capaci. Fumosos equitum cum Dictatore magistros. Si coram Lepidis male vivitur?” (traducibile come: “Gran lignaggio a che vale? Esser d’antico sangue famoso, e porre in mostra i pinti volti degli avi, o Pontico, che giova?... Qual pro, che in ampia tavola si vanti d’equestri affumicati Condottieri la lunga schiera al Dittator vicina, se male in faccia ai Lepidi si vive?”).
Una risposta ci viene dallo storico ligure Stefano Agostino Della Cella vissuto alla fine del XVIII secolo: ciò che guida nella ricerca genealogica è ricercare le virtù degli antichi genovesi, “l’intrepidezza ed il coraggio – che avevano reso potente la città, e sul loro stile di vita indefessamente faticoso, sobrio e frugale”, del quale hanno “orrore e vergogna i moderni a farsi imitatori”. Ricerca quindi come esempio e stimolo per i contemporanei. Risposta alla legittimizzazione del posto occupato da un individuo in una configurazione parentale o all’interno di un tessuto economico sociale.
Ricostruire, tassello per tassello, il grande mosaico genealogico di una famiglia, è come fare un affascinante viaggio. Svolgere una ricerca genealogica non vuol dire andare alla ricerca di ascendenti illustri, ma ricostruire le origini del proprio ceppo familiare risalendo all'indietro nelle generazioni e nei secoli a seconda delle fonti disponibili.
La ricerca genealogica è una forma di memoria collettiva espressa nell’idioma della parentela.

Su questo sito la storia della famiglia Giustiniani. La storia, quella a noi più vicina che ci appartiene non deve andar dimenticata. “Chi non ha memoria non ha futuro”. Il tramandarsi queste conoscenze, ci rende in qualche modo immortali e fa vivere nella memoria dei vivi, coloro che sarebbero presto dimenticati. Ricordiamo che tutto quello che siamo lo dobbiamo spesso a coloro che ci hanno preceduto.
Mi auguro comunque che agli occhi del lettore questo lavoro non sembri “autocelebrativo”, ma soltanto un minuzioso ed “imperfetto” racconto storico a disposizione di tutti su internet e gratis, così come l’obiettivo dell’autore. Proprio per questo motivo ho preferito non farne oggetto di un libro che non avrebbe portato ne soldi ne onori all’autore e soprattutto non sarebbe stato letto che da pochi parenti ed amici.
Sul finire dello stesso secolo si riporta in una cronaca che “vi sono infiniti Spinoli che zappano in quelle montagne, né li fa nobili il domandarsi Spinoli, ma l’esser scritto nel libro della nobiltà” , ribadendo quanto fosse dubbio il concetto di una nobiltà di sangue preteso dai “vecchi” nobili, ancor più se argomentato sulla pura condivisione del cognome. Gli storici Dalla Cella e Garibaldi considerano nobile chi si è distinto per il “valore militare” , l’attaccamento alla patria e il “giusto ardente zelo della libertà” , più di chi abbia acquisito un titolo senza dare prova di possedere tali valori; come si può affermare delle famiglie che vengono “in altre regioni servilmente innalzate a fumosi titoli”. E’ infatti “di gran lunga più nobile… la difesa e l’amore della libertà propria”, piuttosto che la forsennata vendita del proprio sangue ad un vile interesse, o la malnata ubbidienza alla ingiusta e talor tirannica ambizione di un regnante” (Stefano Agostino Della Cella: “Famiglie di Genova”, ms in 3 tomi 1782-1784).
Viene così riaffermata l’idea di una nobiltà di ascendenza comunale non feudale, come più volte ribadita nella storia genovese. Concetto anche ripreso da altri storici più avanti, come il notaio chiavarese Angelo Della Cella, che giudica “chimerico questo vocabolo di nobiltà solo riferibile per lo più ai ricchi… né so figurarmi per nobile se non colui che difese e governò con disinteresse e plauso la propria Patria”.
.... (continua in: La ricerca genealogia in ambito ligure tratto in parte dal lavoro di Massimo Angelini: “La cultura genealogica in area ligure nel XVIII secolo – introduzione ai repertori della famiglie” , pubblicata negli “Atti della Società ligure di Storia Patria”, n.s. XXXV (1995), I, pp. 189-212).
Dello stesso autore segnalo anche: L’invenzione epigrafica delle origini famigliari

Quello che segue è ciò che ho potuto raccogliere attraverso le indagini mie di alcuni famigliari, dalle ricerche presso la Biblioteca Nazionale Centrale "Vittorio Emanuele II", al biblioteca Casanatense e l'Archivio di Stato di Roma, da vari altri contributi e da internet.
Questa è la bibliografia che ritengo essenziale:
Bibliografia sui Giustiniani e fonti citate
Documentazione sulla famiglia Giustiniani presente negli Archivi di Stato Italiani
Presso L'Archivio di Stato di Roma (Corso Rinascimento, n. 40) è consultabile il Fondo della famiglia Giustiniani (sezione famiglie - inventario 35) con preziosi manoscritti e reperti documentali dalla metà del XVI secolo fino alla fine del XIX secolo.
Documentazione sulla famiglia Giustiniani presente nelle ricerca bibliografica online dell’ICCU - Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le Informazioni Bibliografiche (vedi anche Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le Informazioni Bibliografiche - ICCU )
Documentazione sulla famiglia Giustiniani presente nell’OPAC del Polo SBN della Biblioteca nazionale centrale di Roma (BncR)
Banca dati GABRIEL (in inglese, risultati in italiano) Il sistema di ricerca bibliografica su un network di biblioteche europee.
Elenco delle Biblioteche pubbliche statali.


LE ORIGINI DELLA FAMIGLIA GIUSTINIANI


Facilmente si associa il cognome Giustiniani a quello dell’imperatore romano d’Oriente Giustiniano, autore del famoso corpo legislativo. Pur se antiche tradizioni, non suffragate da prova storica, farebbero risalire i Giustiniani alla gens Anicia romana, è solo una leggenda, ancorché accolta da tutti i cronisti e storiografi che si occuparono di questa famiglia, quella che vede i due casati Giustiniani di Genova e di Venezia discendere dai figli di Giustino II, nipoti di Giustiniano imperatore Romano d’oriente, Marco e Angelo (Altri studiosi parlano di un terzo fratello, Pietro, che si sarebbe stabilito in Lombardia (per altri a Firenze, per la presenza in città di un ramo Giustiniani poi estinto) futuro capostipite di molte nobilissime famiglie, quali gli Acciaioli, i Visconti, i Torriani e i Della Torre), vissuti verso il 720 d.C. ed esiliati dall’imperatore Leone III l’Isaurico da Costantinopoli per non costituire minaccia al suo debole regime.
Curioso anche il fatto che, allora come oggi, i Giustiniani di Genova e di Venezia si sentissero in un certo modo consanguinei, nonostante le due Serenissime Repubbliche nel corso della storia fossero più nemiche che amiche. La leggenda narra che Angelo sposò la nipote del doge Marcello Tegalliano e fu il capostipite dei Giustiniani di Venezia, mentre Marco, rifugiatosi a Genova nel 722 d.C., sposò Beatrice figlia di Ludovico Cibo-Seniz, guerriero di Liutprando re dei Longobardi conquistatore di Ravenna. Da Marco sarebbe nato Giovanni Pietro, che sotto le insegne pontificie difese il Papa da Astolfo re dei Longobardi nel 754 e sposò Laura Savelli figlia di Flavio barone romano. Dalla loro unione nacque Marco II e così via fino alla nascita dell’albergo Giustiniani. Un dettaglio di questa discendenza fu pubblicato dal Principe Onorato Giustiniani Arangi.
Una leggenda alimentata dal fatto che, soprattutto nel Medioevo e nel Rinascimento, fu consuetudine delle famiglie patrizie, specie se di recente fortuna, accreditare le proprie origini con genealogie che partendo dall’assonanza dei nomi, finivano per agganciarsi a personaggi illustri della storia antica. Famose le false ricostruzioni storiche e i falsi diplomi antichi del cinquecentista Alfonso Ceccarelli, medico ed erudito, nato a Bavagna nel 1533 morto per condanna a morte a Castel Sant'Angelo (Roma) nel 1583, dopo aver realizzato la sua ultima contraffazione: quella della “donazione di Costantino”. Genealogia quindi mercenaria, intesa come elaborazione e celebrazione di un mito delle origini famigliari, praticata talvolta con manifesta disinvoltura più che con rigorosa analisi storica. Esempi si rinvengono anche ai giorni nostri. Le presenze della famiglia Giustiniani prima della costituzione della Maona nel XIV secolo, sono state comunque individuate in diverse località dell’area mediterranea. Nel II secolo a.C., le nobili e ricche famiglie romane cominciano a costruire le loro suntuose ville fuori dai limitati spazi cittadini, stabilendosi in grandi tenute autonome. Si riducono i villaggi e il territorio risulta sempre più occupato da grandi proprietà private. Così può essere successo per la Gens Anicia che, all’atto delle invasioni barbariche, abbia cercato scampo in territori, come le isole, rimasti indenni dalle invasioni. E’ certo che a partire dal IX-X secolo il nome Giustiniani era noto in tutto il Mediterraneo
L’origine dei Giustiniani di Genova è da ricondursi al 14 novembre 1362 quando a Genova fu fondata la Maona (la “nuova” ), una società commerciale “anonima” per lo sfruttamento d’alcuni possedimenti Genovesi nel Dodecaneso, tra 12 notabili di Genova che assunsero tutti il cognome di Giustiniani perdendo il loro.
L’origine non è quindi legata ad una singola stirpe, ma a più famiglie aggregate in una sorta di società di persone, come se fossero nati da un padre comune, perché comune è la loro terra. Essi formano una ”Campagna” (dal Breve della Campagna di Genova del 1157: “Compagniam de pecunia non faciam cum aliquo habitante ultra Vultabium et Savignonem et Montem altum, neque ultra Varaginem” dalle “Leges Genuenses” ) .
La decisione di unire più famiglie in un clan e prendere il nome di quella più importante che disponesse di un luogo di riunione (palazzo o dimora) non era nuova a Genova e anticipava la nascita degli "alberghi" che in seguito divenne la normale aggregazione anche politica. Nel caso particolare della Maona Giustiniani, questo sistema permetteva di superare anche il problema economico, di definire delle quote (le "carature") di partecipazione per cui era stata costituita.
Il numero originario delle quote era di “12 e 2/3”, ogni “azione” (duodeno) era divisa in 3 (Karatti grossi) divisi a loro volta in 24 altre parti (Karatti piccoli), per un totale di 38 karatti grossi e 304 piccoli. Tutti titoli negoziabili e trasmissibili agli eredi.
Il numero complessivo dei partecipanti alla maona Giustiniani nel 1566 era di oltre 600.
Specie nei primi anni della Maona le quote vennero più volte compravendute. In allegato un atto del notaio Paulus Savina del 19 maggio 1381, che testimonia possessori e titolarietà.
Sull'etimologia della Maona di Chios molto si è discusso, possiamo in ogni modo sintetizzarne il fine con le parole dello storico Genovese Teofilo Ossian De Negri: la Maona fu ".... una delega sulla carta di funzioni Statali ad un’associazione armatoriale e commerciale privata..." La “Maona” Giustiniani è la prima società “per azioni” documentata dalla storia. Il nome “Maona” è d’origine incerta, s’ipotizza dalla voce genovese “mobba” equivalente ad unione, o anche dal nome di una nave o anche dall’arabo “maounach” traducibile in “società mercantile” o "associazione per lo sforzo comune" o anche “assistenza” , “indennizzo” , proprio perché la prima spedizione della Maona agli effetti di diritto venne concepita come una “compera” , ovvero era come se gli armatori avessero effettuato un prestito alla Stato garantito dalle future conquiste anziché da aliquote di proventi fiscali come consuetudine fino ad allora. L’investitura doveva essere un risarcimento del compenso in denaro non concesso, una sostituzione provvisoria del debito pubblico.
“La delega su carta di funzioni statali a un’associazione amatoriale e commerciale privata e altri elementi comuni fanno si che la Maona Giustiniani si possa considerare sotto alcuni aspetti il più remoto precursore della famosa Compagnia delle Indie” (Roberto S. Lopez).
“Maona” potrebbe anche derivare dalla corruzione dialettale Genovese della parola “Madonna”, dall’insegna votiva che si trova all’esterno del Palazzo Giustiniani di Genova dal lato della strada detta “Il testone dei Giustiniani”. Madonna ritratta con due Santi, protettrice di quello che in seguito si chiamò Albergo Giustiniani, o anche dal greco maomai , “agogno”, “aspiro” e per una Società di commercio l’aspirazione principale è proprio quella di “aspirare” al guadagno.
Il nome “Giustiniani” (ma la notizia non è certa) deriverebbe invece dalla prima sede della Maona, nel Palazzo Giustiniani di Genova già posseduto dall’omonima famiglia di Venezia che a quell’epoca aveva buoni rapporti commerciali con la Repubblica Genovese.
Palazzo che, troneggia ancora nella contrada Giustiniani, fregiato dello stemma della famiglia e da parecchi trofei vinti nella guerra di Chioggia contro gli stessi Veneziani.
Tali “società” erano delle vere e proprie Signorie con tanto di eserciti, soldati e autonomia tributaria ed a volte la loro politica era perfino in contrasto con quella della stessa Repubblica che le aveva originate.
La struttura della Maona comunque, non avendo azioni "nominative" non creava problemi legate ad ambizioni "dinastiche". La partecipazione anonima consentiva poi il trasferimento delle quote di partecipazione senza particolari difficoltà, cosa che avvenne di frequente nei primi tempi.
Già esisteva, prima di questa “società”, una precedente Maona (la “vecchia”) fondata il 27 febbraio 1347 mediante un accordo sottoscritto tra i Maonesi e la Repubblica (L'accordo tra la Maona e la Repubblica Genovese ), per lo stesso scopo: lo sfruttamento commerciale dell’isola di Chios, che nel 1359 prese il nome di “Giustiniani”, che per tutto il tempo della Repubblica Genovese fu una delle famiglia più in vista. Ben sei Dogi portarono il loro cognome.
L’importanza e la forza della famiglia è testimoniata anche dal fatto che anche dopo aver lasciato Chios, anche se stabiliti in altre città, venissero sempre considerati come i Giustiniani di Genova, anche la Sacra Rota non più tardi del 14 giugno 1839 appella Il marchese Vincenzo Giustiniani come: “Vincentius ex Nobilissima Ianuensi familia Justinianorum dynastarum olim Chij in mari Aegeo” .
La storia dei Giustiniani è da ricondursi, nelle sue origini, con le colonie genovesi nell’Egeo orientale, ora appartenenti alla Grecia: le isole di Chios (Hios o Chios), Samo (Samos), Enussa (Inousses), Icaria (Ikaria) Co (Kos), Lesbo (Lesvos), Santa Panagia e dei due insediamenti in Asia Minore di Focea Vecchia e Focea Nuova, appartenenti ora alla Turchia.
Su queste isole i Giustiniani esercitarono il loro dominio per circa 220 anni dal 1347 anno di fondazione della Maona vecchia, al 1566, anno della definitiva conquista Turca dell’arcipelago. In questi antichi possedimenti, sono ancora visibili le geometrie delle viuzze molto simili ai "carrugi" Genovesi, le torri d’avvistamento lungo la costa ed i resti di alcune delle 15 antiche fortezze su cui troneggiano ancora i fregi dello stemma dei Giustiniani. Purtroppo ben poca cosa è rimasto ai giorni nostri dei bei palazzi (”Archonticà”) , sia per il saccheggio dei Turchi nel 1566, sia per gli effetti devastanti di un terremoto che avvenne nelle isole Greche agli inizi del XX secolo.


NASCITA DELLA MAONA GIUSTINIANI


STORIA DELL’ISOLA DI SCIO PRIMA DEI GIUSTINIANI La prima colonizzazione Genovese di Chios nel XIII secolo. L'ascesa della famiglia Zaccaria.

Il declino della potenza genovese si manifesta nel XIV secolo, attraverso due eventi che da principio sembravano rilanciarla nel novero delle grandi potenze: l’instaurazione del governo popolare e l’inizio dell’attività delle Maone.
Nell’insufficienza e nel subbuglio del potere centrale, nascono nuove associazioni private volontarie per la tutela di particolari interessi politici ed economici, i cosiddetti “alberghi” dei nobili e i “conestagi” popolari, che sono simili alle consorterie che trecento anni prima avevano portato alla nascita del comune.
L’avventura di Chios comincia al momento dell’elezione del suo primo Doge nel 1339, Simone Boccanegra, dei “popolari”, discendente del primo capitano del popolo, costretto a lasciare Genova su azione dei “nobili”.
Il 25 dicembre 1344 subito dopo la rinuncia del Boccanegra, viene eletto Doge Giovanni da Murta. Egli si adoperò per pacificare la città con spirito equo ed onesto, dovette armare una piccola flotta di tre galere ed un corpo militare per domare la rivolta in alcune località della Riviera ed in un secondo tempo 12 galere sconfiggendo di nuovo i “nobili” arroccati a Ventimiglia.
Con l’aiuto dei Grimaldi, i “nobili” stavano approntando una nuova flotta di 34 galere per attaccare direttamente Genova. Nel 1345, più o meno in concomitanza della perdita dei possedimenti di Chios e Focea nel Dodecaneso, il doge Giovanni De Murta indice un concorso per formare un armata di navigli per espugnare Roccabruna e Monaco divenuti il covo dei fuoriusciti avversari della Repubblica.
In quei tempi Genova riversa in una profonda crisi finanziaria. Il Doge, sostenuto dal popolo decise di resistere, ma viste le ridotte disponibilità di cassa, affidò la costruzione della flotta a privati cittadini, il cui credito sarebbe stato garantito o con titoli del debito pubblico oppure con concessioni territoriali o finanziarie.
Ciascun partecipante doveva armare una nave e versare somma di 20.000 lire a titolo di prestito a Genova. Di contro la Repubblica s’impegnava a restituire il prestito concedendo i bottini di guerra a titolo di risarcimento di questa spedizione. Parteciparono al concorso 7 “nobili” e 37 “popolani”, di cui solo 29 di loro riuscirono ad armare una nave (altri dicono 25). Questo gruppo si costituì attorno alla famiglia Giustiniani. La flotta fu armata da ben 6.000 uomini di cui 1.500 balestrieri. Il migliore armamento dell’epoca, visto che nelle flotte erano anche presenti i fabbri che garantivano una costante fornitura di frecce. Un cronista dell’epoca nota che tutti gli armati erano vestiti dello stesso panno, costituendo quindi una formazione militare regolare.
Il comando fu affidato, il 19 gennaio 1346, al popolano Simone Vignoso con il titolo di Precettore o di comandante in capo della flotta.
La flotta era pronta ad essere utilizzata contro gli avversari della Repubblica, ma gli stessi intimoriti dalla poderosa flotta si rifugiarono a Marsiglia sotto la protezione del Re di Francia. Decisione non fortunata in quanto gli stessi furono invitati a partecipare alla guerra contro gli inglesi che li annientarono a Crecy.
La flotta si trovò quindi disoccupata ancor prima di cominciare, anche se a questo punto, si era già accumulato un credito per il suo allestimento ed il suo mantenimento. Viste le necessità della Repubblica di tutelare i suoi possedimenti in medio oriente, la flotta fu inviata nel maggio dello stesso anno nel levante, per difendere gli interessi commerciali Genovesi di Crimea a Caffa, tra cui i suoi ex possedimenti di Focea Vecchia e Focea Nuova, governati dagli Zaccaria con il titolo di Re dell’Asia Minore che erano stati ripresi dall’Imperatore Andronico II nel 1325. A queste si aggiunse anche l’isola di Chios, non posseduta dai Zaccaria ma di cui ne avevano il titolo di Principi.
Sugli stessi territori gravava poi la minaccia Mongola di Jani-beg e le mire espansionistiche della Repubblica di Venezia.
L’eventuale conquista di questi territori, avrebbe poi permesso di saldare il debito contratto con i Giustiniani per l’allestimento della flotta con una concessione ventennale sugli stessi attraverso “tutti i comodi e le utilità di tutti i luoghi e le terre che sarebbero state acquistate dall’ammiraglio, dai capitani e dagli uomini delle galee” per l’intera somma dovuta loro come compenso pari a 203.000 lire genovine. Doveva essere quindi un rapporto di carattere feudale, una investitura provvisoria delle conquiste future.
La partenza per l’oriente, aumentata di 4 galere, avvenne il 24 aprile 1346. Prima di arrivare nell’Egeo la flotta Genovese fu impegnata per la difesa della città di Terracina dall’assedio del Conte di Fondi. La città non era in grado di resistere e si era offerta in sovranità perpetua a Genova. Le soverchianti forte Genovesi permisero una facile vittoria. Per la conquista fu riconosciuto ai Giustiniani un ulteriore credito valutato 3.600 fiorini d’oro. I dettagli di questo episodio sono narrati da Fabrizio Apollonj Ghetti sulla “Maona Giustiniani” nel volume “Destini di tre secoli”. La flotta proseguì verso Negroponte nell’Eubea dove Simone Vignoso ebbe notizia che la flotta Veneziana capitanata dal Delfino di Vienne si apprestava a conquistare i territori obiettivo della spedizione.
Nel 1344 venti galee armate dal Papa, dal Re di Cipro, dai Cavalieri di Malta e da Venezia, aveva conquistato Smirne contro i Turchi Selgiuchidi sotto il comando di Martino Zaccaria ex Principe di Chios. Nel 1346, morto lo Zaccaria, Venezia aveva spedito un'altra squadra nell’Egeo al comando di Umberto II delfino di Vienna allo scopo di consolidare la conquista di Smirne e soccorre Caffa. Umberto II cercò in tutti i modi di convincere l’imperatrice Anna di Savoia vedova di Andronico III morto nel 1341, che faceva parte della spedizione, di cedergli Chios come base delle operazioni.
Umberto II cercò anche di corrompere il Vignoso ma ottenne soltanto l’effetto contrario tanto che il Vignoso si affrettò a far rotta verso Chios.
Dopo un inutile intervento diplomatico con i Greci che cercavano di mantenersi indipendenti, entrò nel porto di Chios il 16 giugno del 1346 ed occupò l’isola in tre giorni. Ne assunse il pieno controllo il 12 settembre dopo ben tre mesi di eroica resistenza della capitale, quattro giorni dopo, riconquista Focea Vecchia. Il governatore Greco dell'isola Colajanni Cibo (Ziffo) firma la capitolazione dell'isola a Simone Vignoso (atto di capitolazione di chios 12 settembre 1346)
Il 20 dello stesso mese Focea Nuova con un corpo di spedizione comandato da Pietro Recanelli Giustiniani.
Mentre si appresta a riconquistare Tenedo e Lesbo, il Vignoso deve tornare a Chios minacciata dagli imperiali. Il 9 novembre 1346, torna a Genova acclamato dalla folla. Il doge non avendo risorse per ripagare il debito contratto con i nuovi ammiragli, cede ai 29 armatori (“Mahonenses”), il 27 febbraio 1347, la giurisdizione civile e delle imposte di Chios (“dominum”) e il monopolio del commercio del mastice per 20 anni.
La difesa e l’amministrazione delle colonie furono affidate esclusivamente ai Maonesi, il Comune si riservò solo l’alta sovranità. La giurisdizione civile e militare, la proprietà dei tre capoluoghi (Chios e le due Focee) col diritto di nominarvi i podestà e i castellani, sempre d’accordo con i Maonesi.
Questa è la prima formazione della Maona (detta poi la “vecchia”) che nel 1359 assunse il nome di Giustiniani per dare un suono esplicito al consorzio famigliare da loro creato.
Le Maone nate come istituzioni private al servizio dello Stato, non potevano sempre avere una politica in linea con quella governativa. Alla pari delle future compagnie coloniali Spagnole ed Inglesi dovevano tener d’occhio la buona gestione ancor prima che la grandezza dello Stato. Un sistema che aveva degli indubbi vantaggi anche per Genova sul fronte diplomatico, nel poter disconoscere le azioni dei privati in caso di bisogno.
Durante l’assedio di Chios infatti, l’imperatrice Anna di Savoia aveva mandato l’ammiraglio Italiano Facciolati con poche navi Greche ad assalire i mercantili genovesi a Galata non potendo fronteggiare l’armata del Vignoso. Grazie all’insurrezione della città, la stessa Imperatrice fu costretta a pagare un indennizzo. L’anno successivo nel 1348, il nuovo imperatore Giovanni Cantacuzeno chiese al comune la restituzione di Chios e Focea, il Doge, astutamente emanò un provvedimento ma ben consapevole che la Maona non gli avrebbe ubbidito. Il Dodecaneso infestato dai pirati, è ora minacciato dai mongoli. Genova cerca la protezione imperiale, senza troppo penalizzare i suoi traffici. Impone un dazio alla Maona a favore dell’imperatore che la obbliga ad innalzare la bandiera imperiale. In realtà tale provvedimento rimarrà, di fatto, inapplicato.
Con l’aiuto del Genovese Giovanni Cybo, gli imperiali muovono per riprendersi il possesso dell’isola. Il Cantacuzeno favorito dalla popolazione riesce a riprendere le due Focee, ma fallisce la presa di Chios. Poco dopo i Maonesi riconquistano le due Focee per opera del condottiero Andrea Petrila. Qualche anno dopo recuperarono anche Samo, Icaria, Enussa e Santa Panaria. Nel Gennaio del 1350, muore il doge Giovanni da Murta per un epidemia di peste, diffusasi in Europa proprio a partire da Caffa in Crimea. La popolazione Europea viene decimata con una mortalità nelle città tra il 40% ed il 60%. Nello stesso anno scoppia una nuova guerra tra Genova e Venezia.
Nel settembre dello stesso anno trentacinque galee venete attaccano al largo di Chios quattordici galee genovesi comandate da Nicolò Dè Maineri, distruggendone dieci. Le restanti quattro, unite ad altre quattro comandate da Filippo D’Oria, riescono il 10 ottobre a distruggere 20 galee venete e ad espugnare il castello di Caristo, tornando a Chios cariche di bottino.
Venezia avida di vendetta, manda un altra flotta a riconquistare l’isola, ma la situazione politica muta rapidamente per l’incombente minaccia Ottomana. Il conflitto tra Genova e Venezia si ricompone, tanto che troviamo la Maona alleata con Venezia nella nuova lega contro i Turchi del luglio 1352.
A seguito di tutte queste vicissitudini la vecchia Maona non riuscì più ad essere efficacemente operativa a seguito di defezioni e vendite delle quote. La Repubblica Genovese non essendo ancora in grado di saldare il suo debito cercò un compromesso tra i vecchi creditori e i nuovi aventi diritto. L’8 marzo 1362 (il contratto della nuova Maona e la Repubblica Genovese ) fu stabilito che si formasse una nuova “società” cui sarebbe andato il governo e lo sfruttamento commerciale di Chios per dodici anni fino al 14 febbraio 1374 e che la “vecchia” Maona fosse liquidata dalla medesima mediante il pagamento del debito residuo vantato con la Repubblica nel 1347. Tale contratto aveva validità fino a quando a Genova fosse rimasto il governo popolare. La Repubblica si riservò il diritto di risolvere il contratto anticipatamente, fino al 27 febbraio 1367, con il pagamento del debito delle 203.000 lire genovine ai Giustiniani.
Il 14 novembre 1362 nasce la “nuova” Maona dei Giustiniani sotto la direzione di Pasquale Forneto e Giovanni Oliviero. I soci fondatori erano dodici: Nicolò de Caneto de Lavagna, Giovanni Campi, Francesco Arangio, Nicolò di S.Teodoro, Gabriele Adorno, Paolo Banca, Tommaso Longo, Andriolo Campi, Raffaello de Forneto, Luchino Negro, Pietro Oliverio e Francesco Garibaldi. I soci si uniscono in “albergo” abbandonando il loro cognome, escluso Gabriele Adorno. Gli Adorno lo tramutarono in Pinelli, nel 1528, con la riforma degli “alberghi” famigliari assunsero poi quello di Giustiniani. A questi dodici si aggiunge successivamente un tredicesimo: Pietro di S.Teodoro.
Tra varie vicissitudini, si ritireranno per vari motivi parecchi “azionisti”, anche se mantennero il nome di Giustiniani.
Già nel 1362, due quote furono acquistate da Pietro Recanelli Giustiniani che succedette a Simone Vignosi nella reggenza di Chios e ben presto divenne l’anima della nuova Maona. Pietro Recanelli era già una personalità molto in vista nella Genova di allora, a lui si fa discendere lo stipite Genovese dei Giustiniani, aveva sposato Margherita, figlia del Doge Gabriele Adorno. Nel 1350 a capo di una spedizione armata aveva ritolto Focea ai Greci. Si distinse a Smirne come luogotenente del Papa nel periodo 1361-1365, ammiraglio della Repubblica nei tumulti dei D’Oria nel 1365-1366.


LA STORIA DEI GIUSTINIANI DI SCIO DAL 1363 AL 1566


L’8 giugno 1363, l’imperatore Bizantino Giovanni V Peleologo rinuncia definitivamente al suo potere sulle isole e cede ai Giustiniani i diritti su Chios, Samo, Enussa, Santa Panagia e Focea che era diventato uno degli empori più fiorenti dell’Asia Minore, conferendo ai Giustiniani i titoli di Re e di Despota, alla greca, riconfermando ai “nobiles viros” Giovanni Oliviero, Raffaele de Forneto e Pietro Recanelli il possesso nelle forme e nei modi con cui l’avevano avuto gli Zaccaria, cioè «secundum rationem stirpis: videlicet ut eam transmittant in filios ex eorum lumbis procreatos veros heredes et successores; vel etiam in alios, quos ipsi voluerint».. Tale concessione fu poi rinnovata per altri quattro anni il 14 giugno 1367 a Tommaso Giustiniani.
Questo è il testo della “Bolla Aurea”, tutt’ora conservata, quale si rapporta de verbo ad verbum, che concede ai Giustiniani il possesso dell’isola di Chio ed il titolo di Principi:
BOLLA AUREA “Cum apparuerint Nobiles Viri genuenses Dominus Io: Oliverius, Dominus Raphael de Forneto, et Dominus Petrus Recanellus recti, et boni erga nostrum imperium, et ostenderint benevolentiam, prebuerintque; fidelitatem erga dictum nostrum Imperium, qualem dederunt ea de causa. Voluti quoque maiestas nostra, atque decrevit eos beneficio afficere, dareque ipsis Insulam chii, quocirca cum prelibati Viri Nobiles requisiverint, ut in huius donationis robur et testimonium ipsis concederetur bulla aurea Imperialis declarans raram, et firman tandem gratiam, et beneficium Maiestatis nostrae, ac in super declararet infrascriptam constitutionem, et concordiam, quam horum causa Maiestas nostra cum ipsis constituit et sancivit: huic supplicationi, et precibus dictorum Dominorum Maiestas nostra prompte annuens hanc bullam auream, et mandatum eis concessit, et elargitur, cuius tenore placet suae Maiestati; costituit, ordinat, et beneficio affict prelibatos Nobiles Viros, et eis donat ipsam Insulam Chii cum civitate, et Castris ommibus, quae in ea sunt, et omni eius habitatione, et districtu, ut eam videlicet ut eam transmittant in filosea corum lumbis procreatos veros heredes, et successores, vel etiam in alios, quos ipsi voluerint; coeterum debebunt prelibati Viri a presenti tempore, et in posterum singulis annis adferre, et numerare in a Deo custoditum vestiarium Imperii nostra praexcelsa Urbe Constantinopoli de mense May, vel Iunij uno quoque anno perpera quingenta; Itaque vi, et vigore presentis bullae aureae, et mandati Imperii nostri habebunt, et possidebunt prelibati Viri ipsam Insulam Chij cum eius Civitate, et omnibus Castris, et omni habitatione, et districtus secundum rationem stirpis et generis cum facultate cam transmittendi in suos filos, et erede, vel etiam alios, quos voluerint, quocirca, et ipsi Nobiles viri, vel etiam alij Genuenses in subsequentes annos lucri facient, accipient fructus, et reditus ab ipsa Insula Chij provenientes, et suos facient, absque eo, quod alici omnino teneantur reddere rationem: ad haec si fortem cotigeriti, ut Majestas nostra, aut aliquis ex foelicis memorie Imperatoribus, progenitoribus nostris auteam donaverit per bullam auream, seu mandatum aliquibus Grecis, vel Genuensibus, vel onmino aliis aliqua iura, et reditus eiusdem Insulae Chij, sit eiusmodi donatio irrita, et omino cassa, et inanis. In quorum firmissimum robur facta est prelibatis Nobilibus Viris presene bulla aurea, et mandatum Imperialis Maiestatis nostrae concessa septima presentis mensis Junij nunc currentis Octavae Indictionis sexies, millesimo trecentesimo sexagesimo tertio. Ionnes in Cristo fidelis Imperator, et moderator Romeorum Paleologus.”
Questa conferma era stata necessaria, perché qualche anno prima nel 1348 l’imperatore Giovanni Cantacuzeno aveva richiesto l’isola di Chios ai Genovesi, i quali l’anno prima, esattamente il 12 febbraio 1347, l’avevano ceduta in dominio utile con le isole di Samo, Nicaria, Demussa e Santa Panagia ai Giustiniani, ed avevano ad essi concesso anche il privilegio di batter moneta “quod posset dictus potestas (Syu) nomine comunis Ianuae cudi et cudi facere in insula Syi monetam argenti de liga”. Privilegio rinnovato il 15 settembre 1439, il quale esclude ogni dubbio circa la sovranità piena ed intera dei Giustiniani sull’isola. L’ultima moneta coniata a Chios porta le iniziali di “V.I.” (Vincentius Iustinianus) ed è del 1562.
Non potendo rimborsare il credito, il dominio della Maona Giustiniani fu protratto dalla Repubblica di Genova, in momenti diversi fino al 21 novembre 1418.
Il governo dei Giustiniani, non fu in ogni modo sempre continuo. Durante la guerra con Venezia nel 1379, Focea Vecchia fu momentaneamente conquistata dai Veneti.
Nella metà del XIV secolo il centro dell’Asia minore sfugge al controllo dei Mongoli e si affacciava sulle coste Turche un nuovo terribile nemico: gli Ottomani, ostili e diffidenti nei confronti dei Genovesi.
L’instabilità politica di Genova facilitò l’ascesa e le pretese delle colonie e delle maone utilizzate da Genova anche per scopi diversi da quelli di sfruttamento coloniale, come nel 1378, quando sotto il peso dei costi della guerra di Chioggia, il comune utilizzò la Maona per coprire l’operazione diinfeudazione della Corsica a sei cittadini chiamati promiscuamente “Mahonenses, Feudatarii, Apaltatores” che poi si ridussero al solo Leonello Lomellino nel 1405. Dall’inizio del XV secolo, le Maone non hanno più come scopo la conquista di nuove territori, ma la conservazione di quelli già posseduti.
Genova controlla il Mar Nero attraverso Galata e l’isola di Tenedo ma per le medesime ragioni commerciali devono ogni volta confrontarsi con i Veneziani e con gli imperatori Bizantini. Proprio in questo momento emerge la figura di Francesco Gattiluso, che sposando la sorella di Giovanni Paleologo ottiene l’isola di Lesbo come dote. Qualche anno prima nel 1386 la grande città di Enos si aggregò spontaneamente ai domini del Gattiluso e ben presto di aggiunse l’appalto di Focea vecchia (anche se sotto il dominio formale dei Giustiniani), e più tardi tutte le altre Sporadi settentrionali: Taso, Lemno, Imbro e Samotracia. I Gattiluso hanno il grande pregio diplomatico di assimilarsi ai costumi Greci, sono vassalli di Bisanzio, parenti della casa imperiale e adottano per i loro figli nomi greci.
Nel 1380 i giannizzeri di Murad I e Rajasid I avevano tolto alla Maona l’isola di Samo. Vista la pressante potenza Turca, Focea Vecchia e Focea Nuova dovettero aprire le loro porte agli Ottomani.
Nel 1403 l’egemonia del medio oriente passò nuovamente ai Mongoli, con l’ascesa del suo condottiero “Temur lo zoppo” detto il “Tamerlano” che riuscì a riunire gli smembrati regni mongoli. Nel 1402 ad Angora inflisse una dura sconfitta agli ottomani. Tutta l’Asia minore fu spazzata più che dai Mongoli dal terrore degli stessi. Il Tamerlano morì poco dopo nel 1405 e così, come rapidamente era cominciato il suo dominio, così terminò rapidamente, ed gli Ottomani ripresero l’egemonia dell’Egeo.
La Maona si garantì ancora una certa indipendenza pagando un forte tributo agli Ottomani di circa 4.000 ducati. Una consuetudine normalmente seguita con altri popoli dell’Asia per assicurarsi la loro benevolenza.
Nel quattrocento, cambiano le modalità di gestione delle colonie, non più direttamente controllate dal Governo di Genova, ma per lo più dalla Casa di San Giorgio che rileva i debiti del comune nei confronti di gran parte delle Maone e degli amministratori delle colonie. Così fu per Famagosta, per la Corsica e per molte altre colonie del Mar Nero.
Con la caduta del Governo “popolare” a Genova, approfittando di un articolo della convenzione stipulata con la Repubblica, i Maonesi si ribellarono ai rappresentanti del Re di Francia che avevano assunto la Signoria di Genova. Venuti meno gli antichi patti, il 21 dicembre 1408 la Maona proclama l’indipendenza, ma il nuovo governo filo-Francese, la riconquista quasi subito il 18 giugno 1409 con una spedizione comandata da Corrado D’Oria. Il condottiero cercò un compromesso con i Giustiniani per impossessarsi del controllo personale dell’isola, pretendendo per la “libertà” dei soci della “Maona”, le quote dei maggiori azionisti. Mediante un abile opera diplomatica, il conflitto fu ricondotto e la “ribellione” presto dimenticata, anche per l’estremo valore della Maona nella difesa degli interessi commerciali di Genova da pirati e Ottomani. Genova inviò a Chios una piccola flotta per dimostrare la sua sovranità, ma non ce ne fu bisogno, in virtù di un nuovo compromesso il quale limitò ulteriormente l'autorità della Repubblica sulla Maona.
Questo fu l’ultimo atto di autorità della Repubblica sui suoi possedimenti di Oltremare, che da allora ebbero una autonomia praticamente illimitata, frutto più dalla debolezza della madrepatria piuttosto che dalla forza delle colonie, una soluzione che finì per nuocere a tutti.
A partire dal XV secolo, quasi tutte le colonie videro lentamente inaridirsi le fonti di ricchezza economica. L’inizio della decadenza, non impedì comunque a Pera, Chios e Famagosta di abbellirsi e di abbagliare i forestieri di passaggio con la bellezza dei loro palazzi. Ciriaco d’Ancona, umanista-mercante percorse tutto l’Egeo a scoprire i monumenti della Grecia classica. Andriolo Banca, grazie al suo sapere divenne amico di Eugenio IV e cantò in versi la guerra contro Venezia del 1431.
La Maona riuscì ugualmente a mantenere una certa prosperità nei commerci e nel controllo dell’arcipelago, con abili giochi di alleanze con gli Stati concorrenti: Venezia e il Regno di Rodi, contro il pericolo comune degli Ottomani.
Giovanni Adorno Giustiniani, figlio del Doge Giorgio e successivamente Percivalle Pallavicini sono a Costantinopoli come ambasciatori alla corte Ottomana di Maometto I. I Gattiluso e i Giustiniani nel 1416 prendono parte ad una spedizione vittoriosa dello stesso Maometto I contro il Principe Selgiuchide di Smirne.
Ma non sempre le forze latine sono compatte di fronte il comune nemico. Non di rado assistiamo ad alleanze miste come quelle genovese-turca come in passato quelle con gli Egiziani, non frutto di un disegno politico statale ma piuttosto frutto dell’iniziativa dei singoli per tornaconto personale, più che per guadagno territoriale per riduzione del pesante tributo imposto per continuare a commerciare in quelle terre.
Questa alleanze “personali” portarono alle estreme conseguenze nel 1444, quando durante la crociata di Papa Eugenio IV, legni privati genovesi, al soldo degli Ottomani, permisero di sconfiggere i cristiani a Varna il 10 novembre, dopo l’iniziale vittoria di Nish. Il sabotaggio della crociata acuì il disagio dell’Europa nei confronti dei Genovesi.
L’errata ed innaturale alleanza con i nemici di fede e di razza fu causa altrettanto grave quanto la corruzione dei funzionari coloniali e la decadenza economica delle colonie. I Turchi erano ben altri avversari che gli Egiziani di inizio millennio. Finchè il Sultano era disposto a far vivere le colonie pagando un tributo era un sacrificio che le Genovesi e Veneziani potevano sopportare, se paragonato al costo di una guerra e alla rovina dei traffici durante i combattimenti.
E’ in questo periodo che gli Ottomani lavorano al potenziamento della loro flotta, che fino ad allora era assolutamente insufficiente come mezzi e come preparazione marinara rispetto ai remi Italiani. Ad uscire da questa inferiorità, paradossalmente, furono aiutati proprio dai stessi tecnici e militari delle due repubbliche Genovese e Veneziana, che abbandonarono le loro patrie per contribuire, per denaro, al progresso bellico degli Ottomani.
Con la pressione degli Ottomani dopo il 1420, i Giustiniani videro progressivamente calare i proventi della produzione locale del mastice del vino e della seta. Il gettito dell’imposta portuale calò da lire genovine 1.942,10 nel 1408, 1.700 lire genovine nel 1424.
Quanto a Focea, lo smercio del suo allume fu reso sempre più problematico per la crescente concorrenza dei minerali estratti da tutti i paesi Turchi, per opera di un recente cartello dei Gattiluso, che aveva appaltato molte nuove miniere di allume in Asia ed in Europa, tra cui quelle di Ipsala sulla Màriza che incanalavano i loro prodotti per l’esportazione lungo il fiume Enos. Questa circostanza, e la costante prosperità agricola delle isole fecero si che i Gattiluso fossero forse i soli esenti dalla crisi tra i Genovesi dell’Egeo.
Il disastro di Varna tolse alla cristianità le ultime velleità di difesa delle roccaforti latine in oriente ed anticipò di qualche anno la caduta di Bisanzio.
Alla battaglia di Costantinopoli, che ebbe il suo epilogo il 29 maggio 1453, ci si arrivò dopo un anno di assedio da parte dei turchi, da quando cioè, il 14 aprile 1452, il sultano Maometto II fece iniziare i lavori per la costruzione di una fortezza militare sulla sponda europea del Bosforo, a pochi chilometri da Costantinopoli.
Il sogno di Maometto II era quello di conquistare la città per farne la capitale dell'impero ottomano. Anche suo padre, Murad II, aveva tentato in passato la conquista, ma venne respinto. Quando l'imperatore Costantino XI succedette nel 1448 a suo fratello Giovanni VIII, Costantinopoli era una città quasi in rovina, abbandonata da metà della popolazione, con scarsi commerci a garantirle la sopravvivenza. Era considerata imprendibile, dato che era circondata da alte e spesse mura, e fino all'avvento di Maometto II aveva saputo respingere molti tentativi di invasione. Quando ancor prima del 1453 la situazione si fece seria, Costantino XI si rivolse all'Occidente perché si assumesse l'onere e l'onore di difendere la capitale d'Oriente. Egli offriva, in cambio di truppe e di navi, l'unione delle due Chiese, l'orientale e l'occidentale, che però non convinse i principi della cristianità, sempre divisi da discordie tra di loro.
Nel marzo del 1453 Maometto II pensò di essere pronto. Intorno a Costantinopoli aveva concentrato un esercito di circa centoventimila uomini. Inoltre poteva contare su centoquarantacinque navi e su potenti artiglierie.
Pur continuando a essere grande dal punto di vista storico, da quello politico Costantinopoli non lo era più. Invece per Maometto fu grande sia in un senso che nell'altro. Gli parve che la città imperiale fosse la quintessenza della vita. Possedere Costantinopoli significava essere padrone del mon do civilizzato, oltre che farne parte: da tempo immemorabile il suo aureo splendore ingolosiva i nomadi.
Il sultano dei turchi credeva che il titolo di imperatore dei romani fosse legato al possesso di Costantinopoli e sperava che conquistandola avrebbe acquisito legittimità agli occhi degli europei, poiché sapeva che essi lo consideravano un barbaro. Non solo desiderava impadronirsi di una celebre metropoli, ma ambiva al «riconoscimento sociale», prova ne sia il suo tentativo di negare l'ascendenza turca e di millantarne una comnena.
Venezia, che considerava Costantinopoli un'enorme azienda commerciale, non sapeva se aiutare o no la città minacciata. Da un lato temeva per i possedimenti che aveva sul Corno d'Oro, dall'altro però non voleva guastare i favorevoli rapporti commerciali instaurati con gli Ottomani. Genova, che abitava nel quartiere di Pera, reagì in maniera altrettanto indecisa. Pur lasciando ai propri mercanti piena libertà di schierarsi prò o contro i turchi, ordinò contemporaneamente al podestà di Galata di trovare con Maometto un accomodamento che garantisse l'in violabilità dei beni genovesi. I ragusani, presenti a Costantino poli da quando i latini erano stati scacciati, avrebbero appoggiato Bisanzio soltanto se si fosse costituita una grande coalizione cristiana contro i turchi.
Neppure Inghilterra e Francia sarebbero potuti venire in soccorso, in quanto ambedue erano appena uscite dalla guerra dei cento anni.
Il Papa, che aveva invano scongiurato Federico III di aiutare la città minacciata, dovette alla fine contentarsi di inviare sul Bosforo un legato con qualche centinaio di armati. Risultato: l’Europa piantò in asso Costantinopoli, il mondo cristiano aveva cancellato dalla memoria la sua antica capitale. L'occidente aveva ben altro a cui pensare. La città sul Bosforo dovette fare ricorso alle sue poche forze militari.
Nel porto di Costantinopoli c'erano navi veneziane, ai cui capitani non reggeva il cuore di abbandonare la città minacciata; quindi misero gli equipaggi al servizio dei bizantini. Da Genova, all'ultimo momento, era giunto con 700 mercenari il celebre capitano di ventura Giovanni Giustiniani Longo, che voleva provare il brivido dell'assedio, ricordato anche nelle memorie di Lord Byron nell’ottocento. In tutto c'erano quindi 2000 stranieri.
Da parte sua Costantinopoli aveva meno di cinquemila Soldati. Veramente poco per difendere ventidue chilometri di mura dall'assalto di centoventimila musulmani. Per essere precisi, poteva contare su 4973 uomini abili alla guerra, un'inezia, se si pensa al milione circa di abitanti che aveva ai tempi di maggior splendore. Anche la flotta era assai malridotta: c’erano otto navi Veneziane, cinque Genovesi, una di Ancona, una di Barcellona e una di Marsiglia ed altre dieci più piccole bizantine, per un totale di 26 navi che restarono per tutto l'assedio ormeggiate al porto. Armi e munizioni: poche colubrine, scarse quantità di polvere e qualche antiquatissima catapulta.
Un piccolo contributo dall'Europa quella delle libere repubbliche, in uno scontro tra civiltà libertà contro bestialità e oppressione, la libertà del mediterraneo morì praticamente con Costantinopoli.
L’estrema difesa di Costantinopoli restituisce parzialmente l’onore a Genova. Sulle mura combattono Greci, Latini, Veneziani e Genovesi. Tra essi citiamo: Maurizio Cattaneo che forzò temerariamente gli Stretti ed il Corno d’Oro per portare soccorso a Costantinopoli con le sue tre navi e Giovanni Guglielmo Giustiniani Longo Giustiniani, il miglior condottiero della città, che non tardò ad assumere il comando supremo delle operazioni. L’ex corsaro fu l’anima della difesa saldo come un diamante al fuoco scrisse il cronista Greco Calcocondila, ma pur provenendo da Chios, combatteva per proprio conto e non per i Maonesi, con la promessa del Ducato di Cipro.
Il 29 maggio 1453 cade Costantinopoli, sempre rimasta indenne nella cerchia delle sue mura poderose, nonostante i ripetuti assalti avvenuti in precedenza. In quella terribile notte Giovanni Giustiniani Longo si adoperò senza posa a far chiudere le brecce nelle mura. Vicino alla Porta di San Romano, dove la muraglia era completamente in rovina, egli innalzò per mezzi di fasci di arbusti un nuovo vallo, dietro al quale si trincerò in un fosso. Giustiniani, era una vera torre nella battaglia e perciò un bersaglio costante dell'astio dei suoi avversari. La fama del suo coraggio si dice essere arrivata fino al sultano, il quale cercò invano di corromperlo. Ma di fronte alla pietosa condizione delle mura, che crollavano da tutte le parti, tutta la prudenza e la risolutezza del genovese e dei suoi aiutanti fu vana.
Resta memore la disputa di Giustiniani durante la battaglia con Lucas Notaras il Grande Duca sotto l' Imperatore Costantino Paleologo per una frase che il Giustiniani disse, sembra  in dialetto veneziano, arrabbiatissimo al Duca impugnando un coltello: ''O traditor -scrive Zorzo Dolfino-et che me tien che adesso non te scanna cum questo pugnal!'', per il fatto che Notaras ritardava apposta il rifornimento dei cannoni richiesti al punto più cruciale della battaglia. La frase drammatica è riportata anche nell'opera della Storia nazionale Greca ( Istoria tu Elliniku Ethnus) dello storico greco Paparigopoulos nell'edizione del 1932. Per l'intervento dell' Imperatore stesso la disputa si spense.
Proprio mentre il coraggio stava già tornando tra le file dei cristiani, si diffuse la spaventosa notizia che il Giustiniani fosse stato ferito. Poco dopo corse voce che l'eroe genovese avesse abbandonato la sua posizione e, con i mercenari, fosse fuggito a Galata. Quando vide scorrere il suo sangue Giustiniani perse di colpo tutto il coraggio. Lo splendido cavaliere rinascimentale, il generoso avventuriero, parve rendersi conto per la prima volta di essere anch'egli un mortale, e tale scoperta lo annientò. Si fece portar via su una lettiga, seguito da quasi tutti gli italiani, forzando il blocco degli assalitori. Tentativo inutile in quanto morì due giorni dopo essere arrivato a Chios. L’elogio funebre di Giovanni Longo Giustiniani fu fatto da Maometto II che disse di lui che da solo valeva più dell’intera flotta greca. Nonostante che la figura ancora resti controversa per questa repentina non spiegabile fuga, Giovanni Giustiniani Longo (Ioannis Iustinianis) è ancora oggi considerato un eroe dell'ellenismo ed a lui sono dedicate strade e scuole in tutta la Grecia
La fermezza eroica dei restanti difensori, comandati dal balì veneziano Gerolamo Minotto, non bastarono a fermare l’assalto.
Costantinopoli fu saccheggiata per tre giorni, i maggiorenti della città furono tutti decapitati tra di essi Maurizio Cattaneo e Girolamo Minotto. Altri genovesi parteciparono alla difesa tra essi citiamo: Antonio Bocciardo, Gerolamo Interiano, Lodisio Gattiluso, Francesco Salvatici, Leonardo di Langasco, Giovanni del Carretto e Giovanni De Fornari.
La caduta di Costantinopoli suscitò una grande impressione in tutto il mondo cristiano più per il turbamento degli equilibri politici e la probabile interruzione delle correnti commerciali, piuttosto che per gli effetti religiosi sulle popolazioni.

La Battaglia di Costantinopoli
Le crociate tra oriente e occidente

Dopo Costantinopoli cadde incruentamente anche Pera con un atto di sottomissione che non impedì distruzioni e saccheggi da parte degli Ottomani.
La Maona cercò in ogni modo di mantenere la sua indipendenza, pattuendo un salatissimo tributo da pagare al Sultano di 40.000 ducati d’oro, che fortunatamente si Accontentò poi della metà.
L’impero Ottomano con la conquista di Costantinopoli si era ormai rafforzato in tutta la zona del Mar Nero ed in buona parte dell’Egeo dove agivano le fiorenti colonie Genovesi e Veneziane. Nonostante che ai tempi delle Repubbliche marinare non ci fosse buon sangue tra le due rivali non erano rari i momenti in cui erano intensi i commerci tra le due, ne abbiamo una testimonianza proprio a Chios da parte del veneziano Gio Rolando Villani, giurista letterato e mercante nato a Pontermoli agli inzii del XVI secolo. Suo padre lo chiama a Chio ed egli stesso ci racconta il viaggio nelle cronache che poi scriverà. Parte da Pontremoli nel marzo 1529 per Venezia, qui s'imbarca su una delle navi dei Giustiniani di Genova. Viaggia lungo l’adriatico dall'Istria fino a Durazzo, sfugge alle navi turche, percorre le coste della Grecia e gli arcipelaghi dell'Egeo; alla descrizione aggiunge rilievi urbanistici ricordando le vicende degli eroi omerici. Vede Atene e Samo, e finalmente giunge a Chios il 3 luglio del 1529, dove trova il padre onorato amministratore della giustizia. Il vecchio Villani spinge il figlio verso i commerci approfittando dell'aiuto che gli può venire dagli stessi Giustiniani, i quali prestano subito del denaro al giovane e lo affidano a un loro agente che gli insegni il mestiere. Lo vediamo allora vendere stoffe a Tiro in Asia e a Lamek. Compie altri viaggi a Smirne, Lesbo, a Costantinopoli, nel Mar Nero, da qui si spinge lungo il Danubio fino alla Valacchia acquistando e vendendo merci. Torna a Chio il 27 luglio del 1531 ma trovando il padre morto, decide di tornare in patria.
Nel frattempo a Chios la vita proseguiva piuttosto tranquillamente anche perché le lotte intestine in Italia non interessavano le colonie d’oltremare anche perchè non c’era da aspettarsi nessun aiuto in caso di pericolo. La convenzione con i Giustiniani per lo sfruttamento di Chios fu rinnovata ancora in tempi diversi dalla Repubblica Genovese fino al 15 giugno 1542, per poi divenire un diritto perpetuo nel 1527, mediante il pagamento annuo a Genova di un tributo di 2.800 lire (l’antico canone pattuito già nel 1385). Per la solenne occasione furono iscritti nel libro d’oro della Repubblica tutti i Maonesi Giustiniani vivi all’epoca.
Gli Ottomani, tuttavia, continuarono a cercare a tutti i costi di prendere il definitivo controllo sulle isole, mirando a scacciare tutti i cristiani dall’Egeo.
Con il pretesto di spalleggiare militarmente la pretesa creditizia del nobile Genovese Francesco Drapperio, nei confronti della Maona per una partita di Allume (vedi anche i siti: Cronologia della storia dell’Allume e sulle alluminiere di Tolfa ) non pagata, nella primavera del 1455, una poderosa flotta Ottomana attracca a largo di Chios.
L’ammiraglio turco Hansabeg vista la buona fortificazione dell’isola, valutò che non era il caso di rischiare un attacco.
Prima di ripartire un soldato turco della spedizione, sorpreso a profanare una Chiesa, fu ucciso e nella scaramuccia che seguì, una galea turca fu affondata.
Hansabeg, per ritorsione, si limitò a distruggere i vigneti e i giardini dell’isola e a prendere in ostaggio a Rodi gli ambasciatori della Maona Nestore e Quilico De Furnetto.
La Repubblica Genovese impegnata nella guerra con Alfonso d’Aragona, non potendo ben aiutare le sue lontane colonie si limitò ad armare due Galee con 800 uomini al comando di Pietro Giustiniani ed ad invocare l’aiuto del Papa e del Re d’Inghilterra Enrico VI.
La vendetta turca non tardò ad arrivare, nell’autunno 1455. Venti trireme turche comandate da Junusberg, muovono verso Chios, nonostante che una tempesta ne disperde la maggior parte, i Turchi conquistano senza combattere Focea Nuova, governata a quel tempo da Paride Giustiniani, che gli si consegna spontaneamente. Questo non impedì il saccheggio del porto, la profanazione delle Chiese e la messa in schiavitù di buona parte della popolazione.
Domenico Gattiluso fu costretto a cedere Taso ed aumentare il suo tributo al sultano per Lesbo ormai rimasta con Chios gli unici possedimenti genovesi nell’Egeo.
Maometto II continuò la cacciata dei Latini lungo le coste del Mar Nero, occupando Salmastri, Sinope e Trebisonda tra il 1459 ed il 1462.
Il 24 dicembre 1455 i Turchi occupano l’isola di Lesbo che poi prenderanno definitivamente il 16 novembre 1462. L’ultimo dei Gattiluso, Niccolò II fu fatto prigioniero e strangolato a Costantinopoli. Il fatto di aver resistito alla ferocia Ottomana per quindici giorni provocò un devastante saccheggio. Nello stesso anno Kalidsh Ali, satrapo del sultano occupa Samo. Nel 1456 il tributo (“kharag’”) è portato gradualmente da 6.000 a 14.000 monete d’oro, oltre ad un indennizzo di 10.000 monete d’oro per la perdita della galea per i fatti della primavera del 1455. Non era raro comunque che altri tributi una tantum venissero estorti con i pretesti più vari.
Nel 1463 Giovanni Antonio Longo è a Costantinopoli per trattare una pace duratura con gli Ottomani, ma ciò non impedì continui soprusi e scontri con gli stessi fino al 1477. Nel novembre 1471 scoppia una nuova guerra con Venezia. Una flotta di trenta navi Veneziane con alla testa Andrea Mocenigo e Dolfino Venier e Scaramuzza da Pavia stringono d’assedio Chios, mentre i Genovesi cercarono di rifarsi sui Veneti di Tana. Venezia per l’occasione seppe trovare validi alleati come il turcomanno Uzun-Hassan allora padrone della Persia. Genova, governata dal Visconti, chiese anche aiuto al Sultano Turco Murad II per la difesa di Chios, contro la “gens superbissima Venetorum”. Cosa che per fortuna non fu necessaria in quanto la Maona riuscì a difendersi da sola. Una squadretta Genovese ingaggiò i Veneziani nelle loro colonie nelle Cicladi e a Caristo nell’isola di Negroponte.
La Maona dispone nella fortezza di Chios assediata di solo 300 armati capitanati da Leonardo di Montaldo, ma resiste stoicamente ai ripetuti attacchi delle soverchianti forze nemiche. Nel giorno di Natale 1471 attirando il nemico nel porto difeso solo da mercantili, lo aggira sferrando un poderoso e vittorioso attacco contro i Veneti, colti di sorpresa. L’assedio a Chios fu tolto il 17 gennaio 1472. In aprile, Andrea De Marini sconfigge definitivamente i Veneziani nel Dodecaneso. Mocenigo e Venier di ritorno a Venezia sono giustiziati per aver mal condotto l’assedio alla fortezza di Chios. Nello stesso anno, la definitiva pace tra Genova e Venezia, anche perché il nemico comune Ottomano si faceva sempre più pressante nei possedimenti delle Repubbliche nell’Egeo.
Nel 1473 cade la colonia di Caffa sul Mar nero. Nel 1481 i Giustiniani abbandonano l’isola di Samo e lasciano Nicaria ai Cavalieri di S.Giovanni, cui già prima avevano lasciato Cos. Queste isole prive di porti e quasi deserte, erano già di scarso interesse sia per i Giustiniani che per gli Ottomani. Nel 1482 muore Maometto II, scatenando una lotta per la successione. Una flotta composta da navi napoletane, pontificie e genovesi comandate da Paolo Fregoso e stipendiate dal Papa ligure Sisto IV Della Rovere, espulsero i turchi da Otranto. Poteva essere l’occasione per rilanciarci nella riconquista dei possedimenti perduti in oriente ma anche questa volta le discordie degli italiani ne vanificarono il progetto.
Ci fu una nuova minaccia Ottomana all’isola di Chios nel 1495, ma grazie alla difesa di 300 scelti comandati da Tommaso Giustiniani non ci fu battaglia. Continua fu l’azione diplomatica dei Maonesi, gli ambasciatori di Francesco I di Francia in oriente (Barone S. Blancard e Barone D’Arman) passano più volte a Chios, così come il Principe di Lussemburgo nel 1552.
Nonostante i continui sforzi finanziari e diplomatici per difendersi dagli Ottomani, fu paradossalmente la stessa Repubblica di Genova ad accelerare la disfatta della Maona, temendo il crescente potere dei Giustiniani. Il 2 Marzo 1558, è a Costantinopoli un plenipotenziario del Doge, Francesco de Franchi Torturino, per negoziare i diritti dello sfruttamento di Chios agli Ottomani e la restituzione del debito residuo di 152.250 lire genovine ai Maonesi. L’opera diplomatica dei Giustiniani che ne seguì, valse soltanto a ritardare la loro fine.
Con il pretesto di un riscatto per il rapimento di un genovese non pagato (il “messo” della Maona era fuggito con i soldi), il Visir spinse il Sultano ad accelerare la conquista di Chios. Ora restava solo l'isola ai Giustiniani definita dai Veneziani “l’occhio destro di Genova”. A quel tempo l’isola aveva una popolazione molto più numerosa di oggi pari a 120.000 abitanti su una superficie di nemmeno mille chilometri quadrati con una densità eccezionale per l’epoca.
Era dal 1564 che i maonesi non pagavano al Sultano il tributo promesso ad Amurat II nel 1435, nell’anno in cui si era impadronito di Focea vecchia e Focea nuova.
Il 14 aprile 1566 una flotta imponente di ottanta galee comandate da Kapudanpascià Pialì (o “Paoli” come da altre fonti) arriva al porto di Chios che riesce in sostanza ad occupare senza combattere con un sottile tradimento. Gli Ottomani chiesero infatti l’approdo al passaggio come amici, ma appena approdati, richiamarono il capo della Maona, il podestà Vincenzo Giustiniani, il vescovo Timoteo Giustiniani e i 12 governatori e li fecero imprigionare. Ciò non impedì che l’isola subisse un violento saccheggio, le Chiese furono tutte distrutte o convertite in Moschee, ben presto tutto ciò di bello, funzionale e utile a Chios fu depredato o devastato. Vincenzo Giustiniani con gli altri 12 governatori e gli altri Giustiniani più in vista furono portati a Costantinopoli. I più giovani sotto i 12 anni furono chiusi in un convento intitolato a S. Giovanni Battista. Ventuno giovinetti tra i 12 e i 16 anni furono separati dai genitori, costretti ad abiurare la fede cattolica ed ad arruolarsi nel corpo dei giannizzeri. Quei bambini, martiri cristiani ricordano i Santi Innocenti dell'inno di Prudenzio, o certi delicati passi di S. Cipriano dedicati ai bambini confessori e martiri.
Tre di loro si piegarono alle volontà Ottomane, furono circoncisi, ma poi riuscirono a fuggire a Genova, riabbracciando la fede avita. Gli altri 18 furono uccisi dopo atroci torture il 6 settembre 1566. Questi ultimi furono canonizzati dalla Chiesa. Un dipinto che fregia il palazzo dei dogi a Genova ne glorifica il martirio.
L'immagine a destra si riferisce al modello preliminare olio su tela (116.8 x 82.6 cm) di Giovanbattista Tiepolo (Venezia 1727–1804) per un soffitto del Palazzo Ducale di Genova, conservato al Metropolitan Museum of arts di New York nel fondo John Stewart Kennedy 1913, il cui originale è andato poi distrutto in un incendio. Il Tiepolo ebbe l’incarico dalla famiglia nel 1784 e completò l’opera l’anno seguente. Nella parte superiore della scala centrale Jacopo Giustiniani è inginocchiato davanti alla personificazione della Repubblica Genovese. Gli stemmi dei Giustiniani e di Genova sono visibili sulle due bandiere. Una figura femminile in vestito greco posta nell’angolo di sinistra rappresenta l'isola di Chios; il rotolo che tiene nelle mani ha le iniziali V.I. e 1562, in riferimento a Vincenzo Giustiniani Garibaldi podestà dal 1562 al 1566 (anno della conquista turca dell’isola). Le figure in vestito orientale nella parte di destra potrebbero alludere alle conquista turca dell’isola nel 1566 o alle imprese commerciali dei Giustiniani nell’Asia minore e nelle isole dell'arcipelago Greco.
Gloria genovese e sacra; poco conosciuta. Le cannucce infocate conficcate nelle dita dei piedi e delle mani, le percosse brutali, il piccino che tiene stretto stretto il pugno, perché non si creda che voglia alzare l'indice (che era il segno della resa, della volontà di farsi maomettano), e lo stringe così forte, che né da vivo né da morto gli si poté mai disserrare, quel piccolo, cristiano pugno. Erano i fanciulli di più vivido ingegno e di più alta estrazione sociale, il Solimano voleva farne dei paggi del suo Serraglio, e li fece portare da Chio a Costantinopoli: sarebbero diventati certo ministri, governatori, pascià (come accadeva); ma prima dovevano convertirsi ad Allah. E quei piccini preferirono Cristo:"O decem et octo lustiniani" "sanguinea stola exornati!"."Stringe a pugno la destra per non poter perdere / ciò che porta nelle mani: porta l'anima nelle mani" ("Comprimit in pugnum dextram, ne perdere possit/ quod gerit in manibus: fert animam manibus"). Gli informatori di Pio V non hanno potuto, da Costantinopoli, riferire tutto sui fanciulli Giustiniani, ma un episodio che sa di miracolo, sì. E il grande Papa si commuove e ringrazia Dio per il severo e dolce dono del martirio e della perseveranza di uno di quei bambini: grazia altissima, Il Cardinale Gambara dirà :"ll Santissimo nostro Signore disse (in Concistoro,ai Cardinali,il 6 Settembre 1566) che un giovinetto di tredici anni,della famiglia Giustiniani(...) né da allettamenti né da terrore poté essere indotto a convertirsi alla religione dei Turchi. Ché anzi, minacciandogli il Pascià la morte, o col farlo precipitare ipso facto dalla finestra o col trafiggerlo colla spada, non solo non provò spavento ma espresse invece il desiderio grande del martirio, dicendo che non potevano fargli nessun dono maggiore che mutare nella morte la vita, per la fede di Cristo. Fu gettato allora nel carcere, e qui, dopo che ebbe riversato tutte le sue preghiere ai piedi di Dio, perché si degnasse di concedergli la corona del martirio, tre giorni dopo, intatto e senza veruna offesa, fu trovato morto. Di questo Santi volle far partecipi i Reverendi Cardinali, perché fossero grati a Dio, che anche ai nostri tempi donava grazie di questo genere. Tempi forti, di lotta e fede vera. I "duodeviginti lustinianae gentis Pueri",di cui fu scritto, con suggestiva, sonante, antitesi nella Cappella del Palazzo Ducale genovese, nell'epigrafe acclusa all'affresco di Giovan Battista Carlone:". . le loro grandi anime, per ritrovarle, sotto le percosse intrepidamente persero"".. .magnas animas, ut invenirent, constantissime perdiderunt” (traduzione dal latino di Aldo Bartarelli).
La caduta di Chios fu un immenso dolore per il Papa S. Pio V che, nel comunicare la notizia ai Cardinali del Concistoro, interruppe le sue parole con uno scoppio di pianto.
I capi della Maona furono internati a Caffa in Crimea, dove molti morirono. I superstiti, furono liberati dal Sultano Selim nel 1567 e gli fu concesso di tornare a Chios o in Italia per intercessione di Carlo IX re di Francia, su preghiera del Papa S.Pio V, per mezzo del suo ambasciatore De Guanterie de Grandchamp.
Dall'opera di P.P. Argenti "Chius Vincta" alcuni estratti in inglese (Extracts from printed books ) sulla sorte dei diciotto fanciulli Giustiniani e la liberazione dei supersisti a Caffa.
La cittadella di Chios fu presidiata e l’isola occupata con il divieto ai residenti di abbandonarla, pena la morte, mantenendogli però anche alcuni dei privilegi concessi in precedenza dai Maonesi.
Si spiega così come ancora nel 1594, sia i Giustiniani che rimasero che quelli che tornarono a Chios riuscirono comunque a mantenere un certo lignaggio, anno in cui per gli inasprimenti dell’amministrazione, i più furono costretti ad andarsene. Risulta comunque che ancora oggi ci siano famiglie che portano l’antico cognome dei Giustiniani o sue varianti Greche.
Ci fu ancora un vescovo di Chios nel secolo scorso: Ignazio nel 1830 ed un altro con lo stesso nome nel 1879, con sede a Nasso dove un certo Giovanni Giustiniani possedeva ancora nel 1670 vasti possedimenti. (Diocesi di Chios)
I più dei sopravvissuti tornarono a Genova con la vana speranza di vedersi riconosciuto un indennizzo per la perdita dell’isola di 152.250 lire Genovine nel caso di perdita della colonia, più altre 70.000 lire genovine per altre indennità ed il rimborso con gli interessi di 600 luoghi (60.000 lire) che i Giustiniani avevano depositato presso il Banco di S.Giorgio a Genova come garanzia per il censo annuo dovuto alla Repubblica.
Tutti i richiami che i Giustiniani fecero fino al 1805 per farsi riconoscere il debito, furono inutili. Le speranze finirono definitivamente quando il Banco di S. Giorgio fu chiuso nel 1815.
Gli antichi domini dei Giustiniani nel Dodecaneso, sotto il gioco Ottomano, andarono molto presto in rovina. Chios fu ridotta ad un covo di ladri e di pirati. I pochi latini rimasti furono incarcerati. La maggior parte della popolazione rimasta era per lo più plebea. Di tutte le Chiese dell’isola rimasero solo la cappella dei Domenicani e il convento dei Francescani.
Molti Giustiniani di Chios si distinsero anche al di fuori del Dodecaneso. Nicolò Banca nel 1393 è console a Costantinopoli, Ottobono Campi è capitano di ventura nella guerra di Ventimiglia, Francesco Campi è ambasciatore presso l’imperatore Sigismondo, dal quale è nominato conte palatino per il casato dei Giustiniani il 15 maggio 1413, come Gabriele Recanelli l’8 dicembre 1417. Antonio Longo nel 1390 è ambasciatore e plenipotenziario della Repubblica e paciere nella disputa tra guelfi e ghibellini. Pietro Giustiniani, Ammiraglio della flotta dei Cavalieri di Malta e Gran Priore dell’Ordine durante la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 (….”Uluj Alì, con il vento in poppa, aggredì da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell'Ordine. La Capitana venne circondata da sette galee. Uluj Alì catturò il vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero Giustiniani, che era stato ferito sette volte, e prese a rimorchio la Capitana.…” attraverso il racconto di un marinaio della nave cristiana "San Teodoro", narrato da Gianni Granzotto nel libro: "La battaglia di Lepanto").
La maggior parte dei rami discendenti di questa nobile famiglia, dopo il 1566 anno della conquista Ottomana di Chios si sono estinti nel corso dei secoli.
Genova con la caduta di Chios sparisce dal novero delle potenze coloniali, continuando il declino coloniale cominciato nel 1475, ma invece che la decadenza ritrova una inaspettata prosperità. Non nel campo politico ma nel campo imprenditoriale. Nel XVI secolo le navi ed i marinari liguri si possono paragonare ai Greci del XIX secolo che si incontrano in tutti i mari e in tutti i porti stranieri più facilmente di quelli a casa loro. Con grande incremento dell’attività mercantile Genova seppe affermarsi fin da subito nella nuova attività destinata ad affermarsi nei secoli a venire: le banche.
Le colonie commerciali perdono la funzione di teste di ponte verso un mondo che ormai ha acquistato sicurezza e sviluppo spontaneo, dove i latini sono visti ora come concorrenti piuttosto che come collaboratori. I Veneziani mantennero i loro possedimenti nel levante più a lungo dei Genovesi soprattutto per la maggior presenza dei coloni veneti, al contrario di Genova che non riuscì mai a facilitare grosse emigrazioni verso le colonie.


Un eccezionale testo sulla storia di Chios fu la "Istoria di Scio" scritta nell'anno 1586 scritta da Hieronimo Giustiniani (maonese - o dei Signori di quelle et Isole circonvicine e paese adiacente nell'Asia Minore), un eccezionale documento d'epoca con una descrizione puntuale e dettagliata della geografia dell'isola, Qui sono riproposti alcuni capitali come riportati nell'opera di P.P. Argenti: Introduzione - Libro primo - Libro secondo - della descrizione, et historia dell'isola di Scio - Libro terzo - Libro quarto - Libro quinto - Libro sesto - Libro settimo - Libro ottavo


“L’ochio drito de la cità nostra de Zenoa” Il problema della difesa di Chio negli ultimi anni del dominio Genovese. di Enrico Basso tratto dal sito dell'Associazione di studi storici militari
Fonti e problemi della storia del commercio mediterraneo nei secoli XI-XIV di Marco Tangheroni tratto dal Portale di Archeologia Mediovale dell'Università di Siena
LA VITA AMMINISTRATIVA DEI GIUSTINIANI A SCIO L'organizzazione della colonia di Chios e i nomi di tutti i podestà Genovesi.
Nuclei famigliari da Genova a Chio nel quattrocento
Il questo link uno studio di Laura Balletto su come i Giustiniani seppero interessare allo sviluppo dei commerci di Chios anche i nativi isolani, che si sentirono così gradualmente, per così dire, genovesizzati, anche attraverso vincoli familiari. Oltre a tutto ciò, l’isola di Chios divenne ben presto meta d’un notevole afflusso immigratorio, che vide arrivare in loco non solo gente proveniente da Genova e dalla Liguria, ma altresì da altre regioni italiane ed anche extra italiane. Ed uno degli elementi che caratterizzò questa immigrazione – e che storicamente appare fra i più importanti ed interessanti – è rappresentato dall’afflusso nell’isola di Chio di più membri di un medesimo gruppo familiare, i quali talvolta, dopo un certo tempo, rientrarono in patria e talvolta, invece, restarono colà vita natural durante, vi defunsero e vi vennero sepolti. Gli esempi che, circa questo fenomeno, si possono trarre dalla lettura di anche soltanto una parte dei numerosissimi atti notarili pervenutici, redatti da notai genovesi e/o liguri nell’isola di Chios nel Quattrocento, sono molti e si riferiscono ai più diversi livelli della scala sociale.
Dall'opera di P.P. Argenti "Chius Vincta" alcuni estratti in inglese (Rapporti tra Maona, Bizantini e Turchi ) sui rapporti tra: la Maona di Chios fino al 1500 con i Bizantini e l'Impero Ottomano, le condizioni dell'isola di Chios prima dell'occupazione Turca del 1566 e sulla conquista Turca del 1566.
Gli orizzonti aperti. Profili del mercante medievale , a cura di G. Airaldi, Torino 1997 © degli autori e dell'editore. (Indice. - Gabriella Airaldi, Introduzione. Per la storia dell’idea di Europa: economia di mercato e capitalismo. - Jacques Le Goff, Nel Medioevo: tempo della Chiesa e tempo del mercante. - Roberto S. Lopez, Le influenze orientali e il risveglio economico dell’Occidente. - Eliyahu Ashtor, Gli ebrei nel commercio mediterraneo nell’alto medioevo (secc. X-XI). - Abraham L. Udovitch, Banchieri senza banche: commercio, attività bancarie e società nel mondo islamico del Medioevo. - Nicolas Oikonomides, L’uomo d’affari. - Armando Sapori, La cultura del mercante medievale italiano. - David Abulafia, Gli italiani fuori d’Italia. - Gabriella Airaldi, Modelli coloniali e modelli culturali dal Mediterraneo all’Atlantico. - Jacques Heers, Il ruolo dei capitali internazionali nei viaggi di scoperta nei secoli XV e XVI. - Gabriella Airaldi, L’eco della scoperta dell’America: uomini d’affari italiani, qualità e rapidità dell’informazione)
LE MONETE A CHIOS AL TEMPO DEI GIUSTINIANI (Si ringrazia in particolar modo il Prof. Andreas Mazarakis per il suo contributo alla stesura di questo paragrafo)
MONNAIS INEDITES DE CHIO di P. Lambros, Parigi 1877 (testo in francese)
LEVANTINE HERITAGE diversi contributi in inglese sulla storia delle famiglie levantine
Il sito di Christopher Long interessante la sezione storica dedicata a Chios
XIAKA di Alexander Vlastos, “The History of the Island of Chios from its earliest times down to its destruction, by the Turks in 1822” (in inglese)
Storia di Chios in greco moderno


LA DISCENDENZA DEI GIUSTINIANI DI GENOVA
DAL 1566 AI GIORNI NOSTRI


Con la fine del dominio della Maona a Chios nel 1566 e la liberazione dei superstiti internati in Crimea dai Turchi alcuni Giustiniani ritornarono a Chios altri in Italia o in Grecia. Le famiglie originarie della Maona del 1362 restarono quasi tutte fino al 1566, anno della fine della dominazione Genovese su Chios, ed erano: Caneto de Lavagna (usciti nel 1369), Campi, Arangio (usciti nel 1413), S.Teodoro (usciti nel 1369), Adorno, Banca, Longo, De Forneto, Negro, Oliverio e Garibaldi. Cui si aggiunsero al posto dei Caneto e degli Arangio nel 1369, Rocca, Fregosi, Recanelli e Forneti. Nel tempo molte altre famiglie furono iscritte alla Maona e presero il cognome di Giustiniani: Castro, Pagano, Moneglia, Ciprocci, Mari, Paterio, Maruffo, Ughetti. Altre ne fecero parte per brevi periodi.
I rami Giustiniani che tornarono a Roma furono quelli dei Banca e i Negro che ottennero con molta facilità di entrare nella corte Pontificia per occuparvi un posto degno delle glorie passate. A ciò contribuì senza dubbio l’alta posizione di Vincenzo Negro Giustiniani (Chios 1519-Roma 1582) che aveva preso i voti contro il parere dei genitori. Entrato nell’ordine dei Domenicani vi aveva percorso una brillante carriera, nel 1558 a soli 38 anni, ne era generale, nonché qualche anno dopo tra i più autorevoli partecipanti al Concilio di Trento. Creato cardinale da Pio V, alcune fonti lo danno anche fra i papabile del conclave del 1572 che vide l’elezione di Gregorio XIII Boncompagni (L.Cardella, Memorie storiche dè cardinali della Santa Romana Chiesa, Roma, 1973 pp 146-48). Quando morì venne sepolto in Santa Maria sopra Minerva, dove aveva già fondato una cappella, dedicandola a S.Vincenzo dè Ferrari (Basilica di Santa Maria alla Minerva alcune foto della Cappella Giustiniani sul sito dell'Australian National University e alche su Cappella Giustiniani ).
Il primo cardinale della famiglia Vincenzo Giustiniani, era fratelo di Giuseppe e zio dell’omonimo Vincenzo (1564-1638) futuro collezionista e di Benedetto (1554-1621), l’altro cardinale. Quando nel 1566, Giuseppe Giustiniani, futuro acquirente del palazzo, fu costretto ad abbandonare l’isola di Chio, si rivolse appunto a Vincenzo, suo cognato, giacché fratello della moglie Geronima. Giuseppe, sottoposto a vessazioni e soprusi da parte dei turchi, dopo le tappe di un esilio che è poi un fuga, prima a Malta, poi a Messina, quindi a Napoli ed infine a Civitavecchia, venne a Roma, con grandi ricchezze e con cinque figli: due maschi, Benedetto e Vincenzo e tre femmine: Angelica (ritratta a qui a destra. Sulla tovaglia, lo stemma bipartito della famiglia Giustiniani e Monaldeschi - Pittore genovese del XVII secolo - collezione privata), Virginia e Caterina, che maritò nobilmente e con molta dote: la prima a casa Bandini, la seconda a casa Monaldeschi, la terza in casa Massimi.
A Roma, tramite l’aiuto del cognato, fu introdotto con la sua attività negli affitti o nei negozi camerali riuscendo ad aumentare prodigiosamente le sue sostanze. L’esperienza di più generazioni dedite al commercio e ai cambi, saldamente acquisita da Giuseppe, non poteva passare inosservata nella dinamica Roma di Gregorio XIII. Dove dimorassero i Giustiniani fino a quel periodo non è chiaro, ciò fino al 1590 quando acquistarono il palazzo, forse nel vicino palazzo di S.Salvatore alle Coppelle posseduto dal cognato Giorgio Giustiniani. Nel 1590 acquistò il palazzo che a Roma porta ancora il nome della famiglia e di due ville situate, una nella zona di Porta Flaminia in Roma non più esistente il cui portale e stato impiantato all’ingresso di Villa Lazzaroni sempre a Roma (su cui capeggia l’iscrizione di Giuseppe Giustiniani) e un’altra al Laterano che è considerata uno dei gioielli dell’architettura Romana (Villa Giustiniani). Inoltre acquisisce i latifondi di Bassano. Giuseppe Giustiniani si occupa anche di beneficenza con copiosi lasciti ad opere di bene tra cui a “Società dei XII APOSTOLI”, ancora attiva oggi, ed altre anch’esse presenti, con la particolare raccomandazione di assitere i profughi di Chios con varie attività, tra cui alcune considerate oggi anacronistiche come la dote alle “zitelle sciote illibate” (in particolare il Ministero dell'interno: Riconoscimento della personalita' giuridica di diritto privato della fondazione "Opere pie dotalizie raggruppate Giustiniani, Falconi e Marcolini del Pio istituto di Dotazione del SS.mo Rosario", in Roma GU n. 275 serie generale parte prima del 24.11.98)
Benedetto figlio maggiore, studiò legge a Perugia, poi a Padova e a Genova e, in pochi anni entrò a far parte dell’amministrazione pontificia. Sisto V lo nominò nel 1585 Tesoriere generale e il 17 dicembre 1586 a soli 32 anni Cardinale. e nel 1586 fu fatto cardinale da Sisto V. Svolse un ruolo significativo nella politica ecclesiastica di quegli anni; si ricorda in particolare la sua opera per il riavvicinamento del re di Francia Enrico IV di Borbone alla Chiesa cattolica. Dal 1606 al 1611 fu Legato pontificio a Bologna, assolvendo la propria carica con grande fermezza e rigore, come attestano le fonti contemporanee e come dimostra il Bando generale promulgato a Bologna nel 1608. La sua passione per l’arte fu tale al punto da far sostituire di nascosto il S. Sebastiano del Francia nella Chiesa di S. Maria della Misericordia a Bologna con una copia, testimoniata, in particolare, dagli scritti del bolognese Carlo Cesare Malvasia, il quale ci parla dell’amore del cardinale per la pittura "tenebrosa" e ci descrive il suo carattere "ritroso e severo" e impulsivo. Della sua abilità di inserirsi nel tessuto politico e sociale dell'epoca è testimonianza una sua biografia anonima che lo definisce così: "è officioso et efficace per l'amici. Ha molta solertia et è gran captatore di benevolenza con i grandi, perché gli lusinga et si mostra tenace de’ loro interessi, et sa facilmente interessarli conche s'ha guadagnata la confidenza del Papa…". Il cardinale Benedetto fu ritratto da Caravaggio, in un dipinto finora sconosciuto menzionato nell'inventario della sua collezione. Il secondo figlio di Giuseppe Giustiniani, Vincenzo I (Chios 1564 – Roma 1637), ereditò dal padre il feudo di Bassano, della Diocesi di Sutri, acquistato il 12 giugno 1595 e da Paolo V il 22 novembre del 1605 elevato a titolo di Marchesato, è l’isitutotore del fedecommesso. Uomo educato alle arti. Dimostrò un grande eclettismo e una grande passione per le scienze. Accorto collezionista dotato di fine intuito si accostò alle correnti più innovative della pittura del suo tempo, sostenendo nel suo ruolo di mecenate la diffusione del realismo di matrice caravaggesca e dimostrando in più occasioni un'apertura alle novità che pochi suoi contemporanei seppero condividere. Al contempo, Vincenzo coltivò una viva passione per l'antico, accumulando una straordinaria quantità di sculture e bassorilievi che letteralmente invasero tutti gli spazi delle sue residenze. La natura eclettica dei suoi interessi è dimostrata dall' inventario della sua biblioteca, nel quale sono elencati volumi di storia, di filosofia, ma anche di astrologia, medicina e divinazione. La sua passione per le arti e le scienze lo portò a scrivere una serie di saggi che verranno pubblicati postumi con il titolo di ”Discorsi sulle arti e sui mestieri” (recentemente ripubblicati nelle edizioni Città del Silenzio con una prefazione di Lauro Magnani) . Essi denotano una grande conoscenza della pittura, della scultura, della musica e delle costruzioni civili. Questi sono di fondamentale importanza, non soltanto per la comprensione del suo gusto artistico ma anche per le molte informazioni che se ne possono trarre. Nel 1606 Vincenzo intraprese un viaggio nel Nord Europa che, passando per la Germania, lo condusse fino in Inghilterra e quindi, sulla via del ritorno, in Francia. Le tappe del suo itinerario, i luoghi e gli incontri che lo colpirono maggiormente, sono riportati nel diario che ne dà il resoconto.
Almayden parlando del Marchese Vincenzo I Giustiniani e delle sue doti di sapiente, mecenate e viaggiatore, lo descrive così: "cavaliere di virtù e meriti incomparabili, noti a tutto il mondo … Non vidi mai tale ingegno al mondo …. Di tutto s’intendeva, di tutto discorreva, anche delle scienze più recondite; e con essere affabile aveva ridotto in casa sua una conversatione di cavalieri et uomini letterati …. Fece mobilissimo viaggio in tutta Europa, il quale pose in carta e diresse a me” (pubblicato da un Cod. Ottoboniano della Vaticana).
Il Casato Giustiniani, fu decorato con il titolo di nobile. Con il conferimento di “marchese” a Vincenzo Giustiniani, il casato acquisiva anche questo prestigioso titolo. La giurisdizione del Marchesato si estendeva sulla "marca", ovvero paese di confine, i Marchesi avevano ai loro ordini un buon numero di armati per difendere i territori contenuti nella "marca"; furono perciò chiamati "Custodes limitum", poi Marchiones, Marchisii, ed infine Marchesi. Il titolo di Marchese era già all’epoca puramente onorifico e gentilizio.
La ragione per cui viene ricordata la famiglia Giustiniani di Roma non è solo per l’aver realizzato in pochissimo tempo cospicue ricchezze ed essere stati i primi mecenati dell’arte, ma soprattutto per il fatto di essersi dedicati a finanziare iniziative benefiche già esistenti in favore dei meno fortunati della Famiglia e dei poveri in generale e tra questi specialmente dei profughi da Chios. Alcune iniziative esistono ancora alla data di oggi e continuano la loro attività. Vincenzo Giustiniani, all'età di 67 anni si trovò senza eredi legittimi, in quanto i tre figli avuti dalla moglie Eugenia Spinola, Giovanni Girolamo, Girolama e Porzia erano morti in tenera età, non avendo nipoti Giustiniani, essendo il cardinale Benedetto il suo unico fratello maschio legittimo, decise di nominare, il 22 gennaio 1631, con testamento olografo, erede universale Andrea Giustiniani, figlio di Cassano Giustiniani Banca, il quale dall’isola di Chios si era trasferito a Messina. Probabilmente in quanto discendente del cardinale Vincenzo Giustiniani, fratello i sua madre, al quale la sua famiglia era riconoscente per l'aiuto ricevuto al momento del trasferimento da Scio a Roma. Pochi anni dopo la morte di Vincenzo I, avvenuta nel 1638, Andrea potè, per interessamento di Orazio Giustiniani, allora vescovo di Montaldo, sposare Donna Maria Pamphili, figlia di Donna Olimpia e nipote del del Cardinale Gio Batta Panfilio futuro Innocenzo X. Il vescovo di Montaldo, trasferito da poco a Nocera (1645), ebbe in compenso da Papa Innocenzo X Pamphili l’onore del Cardinalato nel Concistoro e Bibliotecario di Santa Chiesa; mentre Andrea, fino ad allora Marchese di Bassano di Sutri per eredità di Vincenzo Giustiniani, era nominato Principe il 21 novembre 1645, annoverato tra i Principi assistenti al soglio pontificio. Anche l’Amayden descrive la personalità di Andrea Cassano Giustiniani come “è cortesissimo ed istruito di tutte le scienze, come posso attestare più di ogni altro, per la continua familiarità tenuta seco, al tempo del Marchese Vincenzo”
Nell’ampio preambolo della Bolla con la quale Innocenzo X concede tale titolo ad Andrea Giustiniani, si illustrano le gesta di numerosi membri della famiglia, ricordando come prima dell’arrivo a Costantinopoli già fosse, tra le case nobili di Genova, chiara ed illustre: «unde oculos in illustrem et antiquam Iustinianorum familiam, que pridem Constantinopolim profecta, in civitatem Ianuensem consedit, inique inter reliquas nobiles familias clara atque illustris habetur, convertentes, eam que a nobis cumulatissime ornetur dignissima comperimus».
Grande fu lo splendore che tale innalzamento riceveva la famiglia Giustiniani di Chios e di Roma, sia in onori civili che ecclesiastici, sino a toccare il Soglio Papale con il Cardinale Orazio, e lo avrebbe ottenuto senza dubbio, due secoli dopo, con il Cardinale Giacomo, nato a Roma il 29 dicembre 1769, dal Principe D. Benedetto e dalla Contessa Cecilia Meoni, se la sera del 6 gennaio del 1831, ventiduesimo giorno del Conclave dopo la morte di Pio VII, il Cardinale Spagnolo Marco y Catalan non avesse ricevuto dall’ambasciatore di Spagna, Labrador, l’esclusiva formale di quella corte per il Cardinale Giacomo Giustiniani, sul coi nome si erano accumulati molti voti. Egli sopportò l’ingiusta esclusione del Governo di Spagna, ma non gli fu concesso di ritirarsi in tranquilla solitudine, poiché Gregorio XVI, eletto in sua vece, lo elevò ai più alti gradi, e morì il 24 febbraio 1843, ricoprendo la carica di Camerlengo del Sacro Collegio. Ad Andrea Cassano Giustiniani gli successe Carlo Benedetto I, fatto principe di Bassano nel 1737, poi Giovanbattista Vincenzo II che morì nel 1754, poi Girolamo (1714-1757) che sposò nel 1754 Anna Maria Ruspoli, poi in settima generazione Benedetto II. Alla sua morte erano già morti due dei suoi figli maschi Lorenzo e Vincenzo III. La grandezza della famiglia Giustiniani durata per tanti secoli si spegneva allorché l’Europa usciva dalle guerre Napoleoniche. I tempi difficili della prima repubblica romana (1798) avevano costretto Benedetto ed i figli Vincenzo, Lorenzo e Giacomo Tommaso a cedere per alloggio ai “cittadini” francesi a Roma e ai militari, sia la villa di San Giovanni che parte del palazzo. Vincenzo, il sesto Principe Giustiniani, dissipate le ingenti ricchezze ereditate dagli avi e ridotto il fedecommesso istituito da Vincenzo I il 22 gennaio 1631, quando ormai erano numerosi i suoi numerosi creditori, si spegneva il 13 novembre 1826 senza eredi maschi. Il terzo figlio di Benedetto e fratello di Vincenzo III, Giacomo Tommaso, non poteva ereditare, essendo il cardinale di Albano (nominato il 2 ottobre 1826). La sua morte il 4 febbraio 1843, estinse il ramo dei Giustiniani-Banca. Egli nominò come leggittimo erede al titolo ed ai beni Leone (o Leonardo) Giustiniani-Negro, ottavo nella serie dei principi di Bassano. La nipote Cecilia, figlia dell’ultimo Vincenzo, morto il 13 novembre 1826, con la quale si era estinta la linea retta primogeniale del principe Andrea, erede del fedecommesso. Cecilia Giustiniani sposò Carlo Bandini, padre di Sigismondo Bandini Giustiniani. Morto Leonardo Giustiniani e tutti i suoi fratelli senza prole, ed estinguendo anche il ramo dei Giustiniani-Negro, il titolo del Principe di Bassano passò al ramo dei Recanelli-Giustiniani di Genova con il marchese Alessandro Giustiniani, discendente diretto in 13 grado del grande Pietro Recanelli-Giustiniani e figlio del già marchese Pantaleo, morto il 17 febbraio 1867. Il ramo Recanelli fu senza dubbio con quello Romano del marchese Vincenzo Giustiniani il più fecondo di uomini che si distinsero nelle arti e nella nobiltà. Gabriele figlio di Pietro Recanelli Giustiniani, fu creato Conte Palatino l'8 dicembre 1417 dall'imperatore Sigismondo. Giannettino, da Luigi XIII re di Francia fu nominato Marchese e rappresentante di Francia a Genova nel 1640, 1643 e 1657; Andrea fu consigliere dell'imperatore Carlo V; Vincenzo fu amico intimo di Enrico II Re di Francia; Alessandro medico e latinista famoso del XVI secolo e traduttore di parecchi scritti di Aristotele e Ippocrate; Francesco, nipote del precedente, fu famoso botanico e matematico. L’eredità del fedecommesso di Vincenzo Giustiniani, ramo diretto dei Giustiniani, si estingue quindi nel XIX secolo e confluisce nel ramo Bandini. Pur rafforzando l’asse ereditario attraverso le doti dai buoni matrimoni contratti (Gonzaga, Boncompagni Ludovisi, Ruspoli, Grillo, Mondragone e con gli inglesi conti di Newburg), già sul finire del ‘700 la situazione economica della famiglia era enormemente peggiorata al punto che Vincenzo, figlio di Benedetto, sposato a Nicoletta Grillo di Mondragone, nel giro di meno di dieci anni aveva ottenuto da Pio VI (1775-1799) e Pio VII (1800-1823) tre chirografari che lo autorizzavano il primo a contrarre debiti per 75.000 scudi (in data 20 giugno1796), il secondo a vendere una delle tenute del patrimonio (in data 28 agosto 1800) e, infine, il terzo a vincolare la somma di 100.000 scudi (in data 28 agosto1803). Con ciò tuttavia non obbligò tutto il patrimonio diretto primogenitale bensì l’antico asse trasversale disposto nel fedecommesso del 1631. I tre chirografari papali si rilevarono una trappola quando Cecilia, unica erede di Vincenzo e di tutto l’asse Giustiniani di Roma nel 1815 dovrà procurarsi dote per andare in sposa al nobile Carlo Bandini di Macerata. Nelle obiezioni esposte nella supplica, emerge l’omessa dichiarazione di Vincenzo, al momento del primo chirografario nel Giugno 1796, di essere già padre di Cecilia, nata in febbraio di quello stesso anno. Difatti se la nascita fosse avvenuta dopo la concessione del Papa “avrebbe ascoltata la sua richiesta di dote”, è per questa ragione che, nel 1815, fidanzata al Bandini, impetra una “dote congrua di paraggio” oscillante sui 50-70.000 scudi da trarre sopra i beni del fedecommesso, affinché restassero separate le concessioni pontificie e le disgrazie domestiche. Donna Cecilia concluderà così la sua discendenza diretta sposando il Bandini e trasmetterà a suo figlio Sigismondo i suoi titoli di del ducato di Mondragone eredito dai Grillo e la contea di Newburg, ereditata dalla nonna, confluendo il tutto nel ramo dei Giustiniani Bandini. Estinta la prima linea retta, Banca-Giustiniani e Negro-Giustiniani, dei partecipanti al fedecommesso e al principato, sorsero lunghe contese che per oltre un secolo hanno occupato i Tribunali Pontifici, del Regno d’Italia ed infine della Repubblica.
Con la morte di Vincenzo VI si disperde definitivamente anche la collezione Giustiniani che per un paio di secoli è stata la più importante nella Capitale (1.867 sculture antiche e 638 dipinti, in seguito divenuti 820: compresi ben 15 Caravaggio), dopo una prima dispersione, ha visto la sua fine definitiva sancita proprio dai debiti e dalle tassazioni, che la famiglia proprietaria non poteva onorare per la mancanza di fondi liquidi. Era la collezione iniziata nel Seicento dai due fratelli Giustiniani, il marchese Vincenzo e il cardinale Benedetto, nel loro palazzo, attualmente sede della Presidenza del Senato, di cui nessun “grand-tourista” ometteva comunque la visita: «Non vi è palazzo in Roma che abbia tante statue come di questo Prencipe», scriveva Pietro Rossini nel 1693; e nella sua guida, «la più diffusa in Europa in quel periodo, tradotta in varie lingue e pubblicata in grandi tirature», Joseph Jérôme Lefrançois de Lalande, quello che si stupiva perché a Venezia i libri si vendevano «come le noci», dedica ben 13 pagine alla descrizione del palazzo e di quanto conteneva. Tuttavia, nonostante quanto prescriveva nel proprio testamento il marchese Vincenzo una prima parte è alienata già attorno al 1720: sculture antiche cedute al cardinale Alessandro Albani, e a Thomas VIII duca di Pembroke a Wilton House.
Ma il grosso va disperso tra la fine del settecento e i primi decenni dell’Ottocento. Soltanto Federico Guglielmo III re di Prussia acquista, in una volta sola, ben 157 dipinti. Per dirne una, nel 1808, con la mediazione di Dominique-Vivant Denon, allora direttore del Musée Napoleon, il Suonatore di liuto di Caravaggio, ora all’Ermitage di San Pietroburgo, è acquistato dallo zar Alessandro I. I Giustiniani, le cui rendite erano già notevolmente diminuite, come molti patrizi romani sborsano duemila scudi d’imposta per armare la truppa pontificia di Pio VI; da Papa Braschi ottengono ipoteche (7.000 scudi) sulle loro proprietà, che ben presto però spendono per far fronte alle tasse del governo repubblicano. Tra le cause «dell’irreversibile declino», ci sono anche «le pesantissime tasse imposte dai francesi durante gli anni della loro dominazione a Roma»; e l’ultima parte di quella formidabile raccolta che trova la sua pessima fine, è il massimo lotto delle sculture.
Giovanni Torlonia, «scaltro cambiavalute di origine francese», è tra i pochi, in quei frangenti, a possedere una notevole liquidità; alcune delle più prestigiose casate romane (Orsini, Borghese, Bolognetti, Braschi Onesti, Chigi) devono far ricorso proprio al banco Torlonia, «vendendo o ipotecando i propri beni, le opere d’arte per prime». Così, cedono arte ai Torlonia anche nomi prestigiosi: Colonna, Santacroce, Altieri, Crescenzi Bonelli, Soderini, Valenti Gonzaga. Il banchiere ingiunge ai Giustiniani di ripianare i debiti contratti, e l’ultimo discendente del marchese Vincenzo, suo omonimo, perde quel che gli restava della collezione: 270 sculture, di cui 115 rilevate appunto dal Torlonia. Anche se non la Minerva osannata da Goethe, che dall’Ottocento è in Vaticano; né l’immensa Testa di Costantino, che dal Novecento è al Metropolitan. Poi, un altro Torlonia s’incaricherà di trasformare le 77 sale del museo di famiglia in 99 miniappartamenti, e così quelle sculture risultano ora invisibili a chiunque da quasi mezzo secolo.
I Giustiniani comunque non si diffusero solo a Roma e Genova. Quelli rimasti a Scio fino al 1566, posteriormente alla formazione degli alberghi del 1528, che tornarono in Grecia o in Italia, furono aggregati all’albergo dei Giustiniani, già Recanelli, che si trovava a Genova, poterono in seguito riprendere il primitivo cognome. Quelli rimasti a Scio continuarono a dirsi Giustiniani. Fra tali famiglie vi era anche un ramo dei Giustiniani Recanelli che si stabilì a Roma (come riferisce l’Amayden), oltre quello che si stabilì a Genova. In oriente sopravvivono ancora alcuni rami Giustinini a Smirne, il marchese (dal 1891) Edmondo Giustiniani de Forneto figlio di Nicolò nato a Scio il 1798. Un ramo collaterale spento nel XVIII secolo aveva formato una sede a Nasso (Grecia), dove un certo Giovanni Giustiniani aveva nel 1670 vasti possedimenti. I rami dei Campi e dei Longo si diffusero a Genova, Ancona e Foligno. Lo stemma primitivo dei Giustiniani di Scio è un castello a tre torri di cui la centrale più alta, bianco in campo rosso, l’arma è come il labaro Romano. Nel 1413 l’imperatore Sigismondo concesse di aggiungere l’aquila nera imperiale monocipite rivolta verso destra incoronata di corona d’oro, in campo d’oro. Ancora oggi questo stemma è visibile sui palazzi decadenti di Scio e nella contrada dei Giustiniani di Genova.

NOTIZIE ARALDICHE E VICISSITUDINI STORICHE DELLE FAMIGLIE DI ORIGINE GENOVESE A CHIOS DOPO IL 1566
I Genovesi d'Oltremare i primi coloni moderni di Michel Balard – IL SECOLO XIX – 29/4/2001
STORIA DELLA CITTA’ DI GENOVA DALLE SUE ORIGINI ALLA FINE DELLA REPUBBLICA MARINARA
LINEE GUIDA DELLA STORIA GENOVESE 1339-1528
Presso la Libreria Bozzi di Genova si può travere un ricco assortimento di testi sulla storia della Città e Ligure
LA BATTAGLIA DI LEPANTO 7 OTTOBRE 1571 (Pietro Giustiniani, Venenziano, Ammiraglio della flotta dei Cavalieri di Malta e Gran Priore dell’Ordine).
STORIA DI GENOVA, DEL REGNO DI SPAGNA IN ITALIA DAL 1600 AL 1750
Memorie di Genova (1624 - 1647) di Agostino Schiaffino a cura e con introduzione di Carlo Cabella in Prima edizione nei "Quaderni di Storia e Letteratura": Settembre 1996. Opera completa.
IL REGNO VENEZIANO DI MOREA E L’ULTIMA GUERRA CRISTIANA CONTRO I TURCHI A SCIO DEL 1695
Pirati e pirateria nel Mediterraneo medievale: il caso di Giuliano Gattilusio di Enrico Basso. Stampa in Praktika Synedriou “Oi Gatelouzoi tìs Lesbou”, 9-11 septembríou 1994, Mytilini, a cura di A. Mazarakis, Atene 1996 (“Mesaionikà Tetradia”, 1), pp. 343-371 © dell’autore - Distribuito in formato digitale da “Reti Medievali”
Histore de la République de Gênes di Émile Vincens, un testo in francese del 1843, scaricabile gratuitamente su internet

Associazione Culturale Bisanzio    Reti Mediovali                                          


ARMA DEL CASATO: Di rosso al mastio d’argento esagonale, merlato alla guelfa, torricellato di tre pezzi, quella di mezzo più elevata e più tozza, aperto e finestrato nel campo; col capo d’oro carico di un’aquila coronata del campo di nero uscente dalla partizione (Conte Alessandro Franchi Verney, Armista delle famiglie nobili e titolate della monarchia Sabauda, Torino 1853, vol 4, S. XII: I Giustiniani di Genova). L’aquila nera imperiale rivolta a destra e coronata d’oro del blasone, fu aggiunta nel 1413, quando l’Imperatore Sigismondo, per i meriti di Francesco Campi Giustiniani, ambasciatore, nominato dallo stesso conte Palatino.

Stemma della famiglia Giustiniani e cognomi aggregati nel suo albergo
contenuta nell’albo di Vittorio Gropallo e Luciano Lenzi sul “Patriziato Genovese e le famiglie nobili di Sarzana”, edito da Sturli nel 1992. L’edizione originale era il libro che Agostino Fransone scrisse nel 1636.
I “cognomina” delle famiglie nobili “aggregate” all’albero dei Giustiniani come riportate nella tavola XXVII erano 43 (come si legge nello stemma sopra riportato da destra in alto, in senso orario, prima il giro interno, poi il giro esterno): Longhi, Arangi, Campi, Oliviero, Rocca, Maruffa, Negro, Pagana, Ughetto, Castello, Reccanello, Moneglia, Fornetto, Garibaldo, Bancha, S. Theodoro, Sestri, Vegetti, Rebuffi, Mongiardina, Argiroffo, Leonardo, Boniventa, Silvarezza, Ponte, Cavatorta, Ciocchia, Figalla, Vallarana, Corsa, Bona, Massona, Murchia, Arena, Roccatagliata, Prato, Briandata, Prandi, Novara, Vallebona, Bonfante, Passana e Moneglia.

C. Hopf nella sua “Storia dei Giustiniani di Genova”, riporta come il motto dei Giustiniani di Scio: “SI JE PUIS, SUPREMA REQUIRO”. anche se non ho trovato prove documentali dove sia riportato.
Nella "sala del Parnaso" nella Villa Giustiniani a Bassano Romano dove si trovano gli affreschi di Genova e Chios per testimoniare le origini della famiglia sono riportati quattro motti latini due relativi all'aquila dello stemma IUSTA SUM ET CUM IUSTIS MANEO e “IUPPITER ME MISIT CUM IUSTIS“ ad evocare la virtù della "giustizia" (Imperatore Giustiniano - il famoso codice di leggi - famiglia Giustiniani) e due relativi al castello“SIC ANIMO IN ADVERTIS“ e GLORIA ET DIVITIE IN DOMO EIUS“ ad evocare la virtù della "fortitudine". Allegorie della "giustizia" e della "fortitudine" sono anche presenti nell'affresco nella stessa Villa di Bassano nella sala dei Cesari (la foto che vedete proprio ad inizio sito).
Ricordo infine che oltre al cognome Giustiniani potrebbero essere riconducibili alla stessa casata i cognomi: Giustinian, Zustinian o Ziustinian (specie in Veneto); Giustiniano, Giustignani, Justiniano, Justiniani; Iustinianis, Justinijanovic (in Slovenia e Jugoslavia), Gioustinianis o Goustianis (in Grecia) o anche in Greco: IOUSTINIANHE o anche GIUSTINIANI

LA VICENDA GIUDIZIARIA DELL'EREDITA' GIUSTINIANI

Terminata la restaurazione post- Napoleonica, Vincenzo, VI Principe Giustiniani, dissipate le ingenti ricchezze ereditate dagli avi, e ridotto il fedecommesso, istituito da Vincenzo I con testamento del 22 gennaio 1631, oggetto di lunghi litigi da parte dei suoi numerosi creditori, moriva a Roma il 13 novembre 1826 senza eredi maschi.
Da quella data si apre un lungo contenzioso giudiziario tra gli aventi diritto che si chiude nel 1958.
Curioso evidenziare che la maggior parte dei legittimi eredi discendenti diritti dei Principi di Chios, ignorano completamente di essere eredi della prestigiosa famiglia.
Il giudizio tribunalizio sulla base della documentazione presentata dai convenuti ha determinato in maniera definitiva gli eredi, escludendo qualsiasi altro pretendente.
Ciò non esclude che i non convenuti che non sapevano della causa in corso o coloro che non hanno potuto presentare una documentazione completa non siano da considerare discendenti della gloriosa famiglia Giustiniani.

Alberi Genealogici dei Giustiniani-Negro e Giustiniani-Banca
Ramo Giustiniani-Banca fino a Vincenzo I Giustiniani primo Marchese di Bassano istitutore del fedecommesso. Estinto questo ramo, primo erede maschio: Andrea Cassano dei Giustiniani-Banca, e così via via fino a Cecilia Giustiniani Bandini figlia di Vincenzo VI ultimo Marchese di Bassano, qui il ramo Giustiniani di Roma si estingue ed il titolo passa ai Giustiniani-Recanelli di Genova. Grazie alle recenti ricerche presso l’Archivio di Stato di Roma è stato possibile correggere l’errore degli studiosi precedenti che attribuivano il cardinale Vincenzo e sua sorella Gerolama (madre di Vincenzo primo marchese di Bassano) al ramo Recanelli. Analizzando gli schemi genealogici dell’Asr si è potuto verificare la comune appartenenza ai Giustiniani di Banca sia al principe Andrea Cassano sia del Cardinale Vincenzo e di sua sorella Gerolama. Equivoco forse dovuto al fatto che nel 1857 fu nominato erede del fedecommeso Giustiniani, Pantaleo Vincenzo Giustiniani Recanelli e, poichè l’ultima linea chiamata alla successione era quella materna, si pensò che Gerolama appartenesse ai Giustiniani Recanelli.
Genealogie tratte dall'archivio storico della famiglia Giustiniani Bandini presso la fondazione Camillo Gaetani di Roma.
Dal sito: www.sardimpex.com, a cura di Davide Shamà e Andrea Dominici Battelli, sono riportati alcuni alberi genealogici di dinastie Giustiniani di Genova: Giustiniani De Banca e successione Bandini, Giustiniani Arangio Conti di Nicaria, Giustiniani Campi, Giustiniani Campi Ciprocci, Giustiniani de Castro, Giustiniani Fornetto, Giustiniani Garibaldo, Giustiniani Longhi e Ughetti, Giustiniani Mari Moneglia, Giustiniani Negri, Giustiniani Oliverio, Giustiniani da Pagana, Giustiniani Recanelli, Giustiniani Rocca, Giustiniani, Marchesi di Caprarica.

Alcuni ritratti dei Marchesi Giustiniani tratte da “Iustinianæ- Chios 1346-1884”, Siros 1900, Biblioteca A.Korais”
LA VICENDA GIUDIZIARIA DEI GIUSTINIANI DALL’ISTITUZIONE DEL FEDECOMMESSO FINO AL 1958
LA QUESTIONE DI DIRITTO DELL’EREDITA’ CONTESA


PERCHE’ TUTTI I GIUSTINIANI CHE POSSONO PROVARE DI ESSERE
PARENTI DI QUELLI CHIOS POSSONO DICHIARARSI EREDI E PRINCIPI DI CHIOS

Al di la del simbolico valore, caso curioso ma sostenibile, il titolo di Principe di Chio spetta a tutti i discendenti (che lo possano provare) da quei tredici Maonesi del 1373 che lo ebbero per primi (Nicolò de Caneto de Lavagna, Giovanni Campi, Francesco Arangio, Nicolò di S.Teodoro, Gabriele Adorno, Paolo Banca, Tommaso Longo, Andriolo Campi, Raffaello de Forneto, Luchino Negro, Pietro Oliverio e Francesco Garibaldi e Pietro di S.Teodoro).
Questo titolo spetta a quanti parteciparono al domino di Chios, che è quanto a dire a tutti i Maonesi; tanto è vero che essi potevano, caso veramente raro se non unico, trasmetterlo ad altri, che non fossero neppure loro parenti, purchè partecipassero al governo di Chios, ciò ricollegabile alla stessa natura di “società per azioni” della Maona Giustiniani.
Tutti i soci avevano uguali diritti, perché comuni sono i doveri. Tutti sono padroni di Chios anche se il guadagno e pro rata in base alle quote, è per questo che il titolo di Principe, concesso ai tredici Maonesi, si trasmetteva a tutti i figli, purchè legittimi, senza restrizioni della primogenitura, perché nessuna legge ha giammai escluso dal commercio i figli ultrogeniti. Il fregiarsi di tale titolo di Principe di Chios è anche del tutto indipendente dal fatto di essere partecipanti o meno al fedecommesso ed essere quindi eredi del Marchese Vincenzo Giustiniani in quanto anche lo stesso Marchese ed i suoi discendenti come alla stregua degli altri discendenti dei tredici Maonesi originari e successivi aventi diritto sono tutti aventi diritto. Sarebbe impossibile concepire una Società Commerciale che portasse con se oltre beni e servizi anche titoli nobiliari, ma non per questo si possono togliere i diritti acquisiti, essendo pacifico che “le questioni relative ai titoli nobiliari debbano essere considerate e decise alla stregua di quel che sarebbe stato, se la feudalità vera e reale mai non avesse cessato di esistere” (Corte d’appello di Napoli del 9 febbraio 1903 – Marulli-Sezza)

IL TESTAMENTO DI VINCENZO GIUSTINIANI (le vicende documentali)
Il "libro d'oro" della nobiltà Genovese
Giustiniani ascritti nell'Albo d'oro della nobiltà Genovese
Giustiniani ascritti nell'Albo d'oro della nobiltà Genovese nel 1797 tratto da "Il Patriziato Genovese" discendenza degli ascritti al Libro d'oro del Marchese Carlo Sertorio - Genova 1967 Giorgio di Stefano Editore (presente nella Biblioteca Vittorio Emanuele II di Roma)
discendenze Giustiniani olim Campi, Giustiniani olim Longhi, Giustiniani olim Recanelli, Giustiniani olim De Forneto
... Furono anche le imposte a dilapidare il patrimonio dei Giustiniani


LA SENTENZA DEL 21 AGOSTO 1958 (firmata il 30 giugno 1958)

La sentenza il Tribunale di Genova, sezione prima, Presidente Giulio Gallesio Piuma, mette fine alla lunga vicenda dell'eredità di Vincenzo Giustiniani.
Sulla base della predetta sentenza venne disposta la vendita dei beni caduti nell’asse ereditario ed il ricavato venne ripartito tra tutti gli aventi diritto: 288 discendenti divisi in 12 stirpi. Il procedimento, sia per l’accertamento degli eredi che per la ripartizione del ricavato, è ormai definito.

PRO MEMORIA DEL TRIBUNALE DI GENOVA

“Il 27 dicembre 1638 moriva in Roma il Marchese Vincenzo Giustiniani, dopo aver disposto delle sue sostanze con testamento olografo il 22 gennaio 1631, con il quale istituiva come erede universale il suo congiunto Andrea Giustiniani, con sostituzione fidecommissoria a favore del di costui figlio primogenito, e dopo di esso dei suoi discendenti, sempre in via di primogenitura e, in mancanza di questi, di membri di altre linee della famiglia Giustiniani in ordine determinato. Con laboriosa procedura la Corte d’appello di Genova, con sentenza 5 dicembre 1950 / 19 maggio 1951 così decise:
”Teneto fermo il sequestro giudiziario di che trattasi, già convalidato dalla sentenza 19/5/1929, confermata , sul punto, della sentenza 27/29 agosto 1930 di questa Corte, dichiara che il patrimonio della Famiglia Giustiniani formando oggetto del sequestro giudiziario di cui sopra, costituisce una comunione famigliare, in accoglimento della istanza di divisione avanzata dinanzi al Tribunale. Dispone la divisione del patrimo