Storia dei Giustiniani di Genova
PREMESSA METODOLOGICA
Perché cercare chi ci ha preceduto nel tempo? Quale vana gloria ci
spinge? Già il poeta Giovenale nella sua ottava satira avvertiva sulla
pericolosa ambizione dei vivi di ricercare nel proprio passato antenati famosi, quando
ormai nulla più li lega a loro: Stemmata quid faciunt? Quid prodest, Pontile,
longo. Sanguine censeri, pictosque ostendere vultus. Maiorum, et stantes in curribus
AEmilianos
Quis fructus generis tabula iactare capaci. Fumosos equitum cum
Dictatore magistros. Si coram Lepidis male vivitur? (traducibile come:
Gran lignaggio a che vale? Esser dantico sangue famoso, e porre in mostra i
pinti volti degli avi, o Pontico, che giova?... Qual pro, che in ampia tavola si vanti
dequestri affumicati Condottieri la lunga schiera al Dittator vicina, se male in
faccia ai Lepidi si vive?).
Una risposta ci viene dallo storico ligure Stefano Agostino Della Cella vissuto alla fine
del XVIII secolo: ciò che guida nella ricerca genealogica è ricercare le virtù degli
antichi genovesi, lintrepidezza ed il coraggio che avevano reso
potente la città, e sul loro stile di vita indefessamente faticoso, sobrio e
frugale, del quale hanno orrore e vergogna i moderni a farsi
imitatori. Ricerca quindi come esempio e stimolo per i contemporanei. Risposta
alla legittimizzazione del posto occupato da un individuo in una configurazione parentale
o allinterno di un tessuto economico sociale.
Ricostruire, tassello per tassello, il grande mosaico genealogico di una famiglia, è come
fare un affascinante viaggio. Svolgere una ricerca genealogica non vuol dire andare alla
ricerca di ascendenti illustri, ma ricostruire le origini del proprio ceppo familiare
risalendo all'indietro nelle generazioni e nei secoli a seconda delle fonti disponibili.
La ricerca genealogica è una forma di memoria collettiva espressa nellidioma della
parentela.
Su questo sito la storia della famiglia Giustiniani. La storia, quella a noi più vicina
che ci appartiene non deve andar dimenticata. Chi non ha memoria non ha
futuro. Il tramandarsi queste conoscenze, ci rende in qualche modo immortali e fa
vivere nella memoria dei vivi, coloro che sarebbero presto dimenticati. Ricordiamo che
tutto quello che siamo lo dobbiamo spesso a coloro che ci hanno preceduto.
Mi auguro comunque che agli occhi del lettore questo lavoro non sembri
autocelebrativo, ma soltanto un minuzioso ed imperfetto racconto
storico a disposizione di tutti su internet e gratis, così come lobiettivo
dellautore. Proprio per questo motivo ho preferito non farne oggetto di un libro che
non avrebbe portato ne soldi ne onori allautore e soprattutto non sarebbe stato
letto che da pochi parenti ed amici.
Sul finire dello stesso secolo si riporta in una cronaca che vi sono infiniti
Spinoli che zappano in quelle montagne, né li fa nobili il domandarsi Spinoli, ma
lesser scritto nel libro della nobiltà , ribadendo quanto fosse dubbio il
concetto di una nobiltà di sangue preteso dai vecchi nobili, ancor più se
argomentato sulla pura condivisione del cognome. Gli storici Dalla Cella e Garibaldi
considerano nobile chi si è distinto per il valore militare ,
lattaccamento alla patria e il giusto ardente zelo della libertà ,
più di chi abbia acquisito un titolo senza dare prova di possedere tali valori; come si
può affermare delle famiglie che vengono in altre regioni servilmente innalzate
a fumosi titoli. E infatti di gran lunga più nobile
la
difesa e lamore della libertà propria, piuttosto che la forsennata vendita
del proprio sangue ad un vile interesse, o la malnata ubbidienza alla ingiusta e talor
tirannica ambizione di un regnante (Stefano Agostino Della Cella: Famiglie
di Genova, ms in 3 tomi 1782-1784).
Viene così riaffermata lidea di una nobiltà di ascendenza comunale non feudale,
come più volte ribadita nella storia genovese. Concetto anche ripreso da altri storici
più avanti, come il notaio chiavarese Angelo Della Cella, che giudica chimerico
questo vocabolo di nobiltà solo riferibile per lo più ai ricchi
né so figurarmi
per nobile se non colui che difese e governò con disinteresse e plauso la propria
Patria.
.... (continua in: La ricerca
genealogia in ambito ligure tratto in parte dal lavoro di Massimo Angelini: La cultura genealogica in
area ligure nel XVIII secolo introduzione ai repertori della famiglie ,
pubblicata negli Atti della Società ligure di Storia Patria, n.s. XXXV
(1995), I, pp. 189-212).
Dello stesso autore segnalo anche: Linvenzione
epigrafica delle origini famigliari
Quello che segue è ciò che ho potuto raccogliere attraverso le indagini mie di alcuni
famigliari, dalle ricerche presso la Biblioteca Nazionale Centrale "Vittorio Emanuele
II", al biblioteca Casanatense e l'Archivio di Stato di Roma, da vari altri
contributi e da internet.
Questa è la bibliografia che ritengo essenziale:
Bibliografia sui Giustiniani e
fonti citate
Documentazione sulla famiglia
Giustiniani presente negli Archivi di Stato Italiani
Presso L'Archivio di Stato di Roma (Corso Rinascimento, n. 40) è consultabile il Fondo
della famiglia Giustiniani (sezione famiglie - inventario 35) con preziosi manoscritti e
reperti documentali dalla metà del XVI secolo fino alla fine del XIX secolo.
Documentazione sulla
famiglia Giustiniani presente nelle ricerca bibliografica online dellICCU -
Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le Informazioni
Bibliografiche (vedi anche Istituto Centrale per il
Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le Informazioni Bibliografiche - ICCU )
Documentazione
sulla famiglia Giustiniani presente nellOPAC del Polo SBN della Biblioteca nazionale
centrale di Roma (BncR)
Banca dati GABRIEL (in inglese, risultati in italiano)
Il sistema di ricerca bibliografica su un network di biblioteche europee.
Elenco delle Biblioteche pubbliche statali.
LE ORIGINI DELLA FAMIGLIA GIUSTINIANI
Facilmente si associa il cognome Giustiniani a quello dellimperatore romano
dOriente Giustiniano, autore del famoso corpo legislativo. Pur se antiche
tradizioni, non suffragate da prova storica, farebbero risalire i Giustiniani alla gens
Anicia romana, è solo una leggenda, ancorché accolta da tutti i cronisti e storiografi
che si occuparono di questa famiglia, quella che vede i due casati Giustiniani di Genova e
di Venezia discendere dai figli di Giustino II, nipoti di Giustiniano imperatore Romano
doriente, Marco e Angelo (Altri studiosi parlano di un terzo fratello, Pietro, che
si sarebbe stabilito in Lombardia (per altri a Firenze, per la presenza in città di un
ramo Giustiniani poi estinto) futuro capostipite di molte nobilissime famiglie, quali gli
Acciaioli, i Visconti, i Torriani e i Della Torre), vissuti verso il 720 d.C. ed esiliati
dallimperatore Leone III lIsaurico da Costantinopoli per non costituire
minaccia al suo debole regime.
Curioso anche il fatto che, allora come oggi, i Giustiniani di Genova e di Venezia si
sentissero in un certo modo consanguinei, nonostante le due Serenissime Repubbliche nel
corso della storia fossero più nemiche che amiche. La leggenda narra che Angelo sposò la
nipote del doge Marcello Tegalliano e fu il capostipite dei Giustiniani di Venezia, mentre
Marco, rifugiatosi a Genova nel 722 d.C., sposò Beatrice figlia di Ludovico Cibo-Seniz,
guerriero di Liutprando re dei Longobardi conquistatore di Ravenna. Da Marco sarebbe nato
Giovanni Pietro, che sotto le insegne pontificie difese il Papa da Astolfo re dei
Longobardi nel 754 e sposò Laura Savelli figlia di Flavio barone romano. Dalla loro
unione nacque Marco II e così via fino alla nascita dellalbergo Giustiniani. Un
dettaglio di questa discendenza fu pubblicato dal Principe Onorato Giustiniani Arangi.
Una leggenda alimentata dal fatto che, soprattutto nel Medioevo e nel Rinascimento, fu
consuetudine delle famiglie patrizie, specie se di recente fortuna, accreditare le proprie
origini con genealogie che partendo dallassonanza dei nomi, finivano per agganciarsi
a personaggi illustri della storia antica. Famose le false ricostruzioni storiche e i
falsi diplomi antichi del cinquecentista Alfonso Ceccarelli, medico ed erudito, nato a
Bavagna nel 1533 morto per condanna a morte a Castel Sant'Angelo (Roma) nel 1583, dopo
aver realizzato la sua ultima contraffazione: quella della donazione di
Costantino. Genealogia quindi mercenaria, intesa come elaborazione e celebrazione di
un mito delle origini famigliari, praticata talvolta con manifesta disinvoltura più che
con rigorosa analisi storica. Esempi si rinvengono anche ai giorni nostri. Le presenze
della famiglia Giustiniani prima della costituzione della Maona nel XIV secolo, sono state
comunque individuate in diverse località dellarea mediterranea. Nel II secolo a.C.,
le nobili e ricche famiglie romane cominciano a costruire le loro suntuose ville fuori dai
limitati spazi cittadini, stabilendosi in grandi tenute autonome. Si riducono i villaggi e
il territorio risulta sempre più occupato da grandi proprietà private. Così può essere
successo per la Gens Anicia che, allatto delle invasioni barbariche, abbia
cercato scampo in territori, come le isole, rimasti indenni dalle invasioni. E certo
che a partire dal IX-X secolo il nome Giustiniani era noto in tutto il Mediterraneo
Lorigine dei Giustiniani di Genova è da ricondursi al 14 novembre 1362 quando a
Genova fu fondata la Maona (la nuova ), una società commerciale anonima
per lo sfruttamento dalcuni possedimenti Genovesi nel Dodecaneso, tra 12
notabili di Genova che assunsero tutti il cognome di Giustiniani perdendo il loro.
Lorigine non è quindi legata ad una singola stirpe, ma a più famiglie aggregate in
una sorta di società di persone, come se fossero nati da un padre comune, perché comune
è la loro terra. Essi formano una Campagna (dal Breve della Campagna di
Genova del 1157: Compagniam de pecunia non faciam cum aliquo habitante ultra
Vultabium et Savignonem et Montem altum, neque ultra Varaginem dalle Leges
Genuenses ) .
La decisione di unire più famiglie in un clan e prendere il nome di quella più
importante che disponesse di un luogo di riunione (palazzo o dimora) non era nuova a
Genova e anticipava la nascita degli "alberghi" che in seguito divenne la
normale aggregazione anche politica. Nel caso particolare della Maona Giustiniani, questo
sistema permetteva di superare anche il problema economico, di definire delle quote (le "carature")
di partecipazione per cui era stata costituita.
Il numero originario delle quote era di 12 e 2/3, ogni azione
(duodeno) era divisa in 3 (Karatti grossi) divisi a loro volta in 24 altre parti (Karatti
piccoli), per un totale di 38 karatti grossi e 304 piccoli. Tutti titoli negoziabili e
trasmissibili agli eredi.
Il numero complessivo dei partecipanti alla maona Giustiniani nel 1566 era di oltre 600.
Specie nei primi anni della Maona le quote vennero più volte compravendute. In allegato
un atto del notaio Paulus Savina
del 19 maggio 1381, che testimonia possessori e titolarietà.
Sull'etimologia della Maona di Chios molto si è discusso, possiamo in ogni modo
sintetizzarne il fine con le parole dello storico Genovese Teofilo Ossian De Negri: la
Maona fu ".... una delega sulla carta di funzioni Statali ad unassociazione
armatoriale e commerciale privata..." La Maona Giustiniani è la
prima società per azioni documentata dalla storia. Il nome Maona
è dorigine incerta, sipotizza dalla voce genovese mobba equivalente
ad unione, o anche dal nome di una nave o anche dallarabo maounach traducibile
in società mercantile o "associazione per lo sforzo
comune" o anche assistenza , indennizzo ,
proprio perché la prima spedizione della Maona agli effetti di diritto venne concepita
come una compera , ovvero era come se gli armatori avessero effettuato
un prestito alla Stato garantito dalle future conquiste anziché da aliquote di proventi
fiscali come consuetudine fino ad allora. Linvestitura doveva essere un risarcimento
del compenso in denaro non concesso, una sostituzione provvisoria del debito pubblico.
La delega su carta di funzioni statali a unassociazione amatoriale e
commerciale privata e altri elementi comuni fanno si che la Maona Giustiniani si possa
considerare sotto alcuni aspetti il più remoto precursore della famosa Compagnia delle
Indie (Roberto S. Lopez).
Maona potrebbe anche derivare dalla corruzione dialettale Genovese della
parola Madonna, dallinsegna votiva che si trova allesterno del
Palazzo Giustiniani di Genova dal lato della strada detta Il testone dei
Giustiniani. Madonna ritratta con due Santi, protettrice di quello che in seguito si
chiamò Albergo Giustiniani, o anche dal greco maomai ,
agogno, aspiro e per una Società di commercio
laspirazione principale è proprio quella di aspirare al guadagno.
Il nome Giustiniani (ma la notizia non è certa) deriverebbe invece dalla
prima sede della Maona, nel Palazzo Giustiniani di Genova già posseduto dallomonima
famiglia di Venezia che a quellepoca aveva buoni rapporti commerciali con la
Repubblica Genovese.
Palazzo che, troneggia ancora nella contrada Giustiniani, fregiato dello stemma della
famiglia e da parecchi trofei vinti nella guerra di Chioggia contro gli stessi Veneziani.
Tali società erano delle vere e proprie Signorie con tanto di eserciti,
soldati e autonomia tributaria ed a volte la loro politica era perfino in contrasto con
quella della stessa Repubblica che le aveva originate.
La struttura della Maona comunque, non avendo azioni "nominative" non creava
problemi legate ad ambizioni "dinastiche". La partecipazione anonima consentiva
poi il trasferimento delle quote di partecipazione senza particolari difficoltà, cosa che
avvenne di frequente nei primi tempi.
Già esisteva, prima di questa società, una precedente Maona (la
vecchia) fondata il 27
febbraio 1347 mediante un accordo sottoscritto tra i Maonesi e la Repubblica (L'accordo tra la Maona e la
Repubblica Genovese ), per lo stesso scopo: lo sfruttamento commerciale
dellisola di Chios, che nel 1359 prese il nome di Giustiniani, che per
tutto il tempo della Repubblica Genovese fu una delle famiglia più in vista. Ben sei Dogi
portarono il loro cognome.
Limportanza e la forza della famiglia è testimoniata anche dal fatto che anche dopo
aver lasciato Chios, anche se stabiliti in altre città, venissero sempre considerati come
i Giustiniani di Genova, anche la Sacra Rota non più tardi del 14 giugno 1839 appella Il
marchese Vincenzo Giustiniani come: Vincentius ex Nobilissima Ianuensi familia
Justinianorum dynastarum olim Chij in mari Aegeo .
La storia dei Giustiniani è da ricondursi, nelle sue origini, con le colonie genovesi
nellEgeo orientale, ora appartenenti alla Grecia: le isole di Chios (Hios o Chios),
Samo (Samos), Enussa (Inousses), Icaria (Ikaria) Co (Kos), Lesbo (Lesvos), Santa Panagia e
dei due insediamenti in Asia Minore di Focea Vecchia e Focea Nuova, appartenenti ora alla
Turchia.
Su queste isole i Giustiniani esercitarono il loro dominio per circa 220 anni dal 1347
anno di fondazione della Maona vecchia, al 1566, anno della definitiva conquista Turca
dellarcipelago. In questi antichi possedimenti, sono ancora visibili le geometrie
delle viuzze molto simili ai "carrugi" Genovesi, le torri
davvistamento lungo la costa ed i resti di alcune delle 15 antiche fortezze su cui
troneggiano ancora i fregi dello stemma dei Giustiniani. Purtroppo ben poca cosa è
rimasto ai giorni nostri dei bei palazzi (Archonticà) , sia per il
saccheggio dei Turchi nel 1566, sia per gli effetti devastanti di un terremoto che avvenne
nelle isole Greche agli inizi del XX secolo.
NASCITA DELLA MAONA GIUSTINIANI
STORIA DELLISOLA DI SCIO PRIMA DEI
GIUSTINIANI La prima colonizzazione Genovese di Chios nel XIII secolo. L'ascesa della
famiglia Zaccaria.
Il declino della potenza genovese si manifesta nel XIV secolo, attraverso due eventi che
da principio sembravano rilanciarla nel novero delle grandi potenze: linstaurazione
del governo popolare e linizio dellattività delle Maone.
Nellinsufficienza e nel subbuglio del potere centrale, nascono nuove associazioni
private volontarie per la tutela di particolari interessi politici ed economici, i
cosiddetti alberghi dei nobili e i conestagi popolari, che sono
simili alle consorterie che trecento anni prima avevano portato alla nascita del comune.
Lavventura di Chios comincia al momento dellelezione del suo primo Doge nel
1339, Simone Boccanegra, dei popolari, discendente del primo capitano del
popolo, costretto a lasciare Genova su azione dei nobili.
Il 25 dicembre 1344 subito dopo la rinuncia del Boccanegra, viene eletto Doge Giovanni da
Murta. Egli si adoperò per pacificare la città con spirito equo ed onesto, dovette
armare una piccola flotta di tre galere ed un corpo militare per domare la rivolta in
alcune località della Riviera ed in un secondo tempo 12 galere sconfiggendo di nuovo i
nobili arroccati a Ventimiglia.
Con laiuto dei Grimaldi, i nobili stavano approntando una nuova flotta
di 34 galere per attaccare direttamente Genova. Nel 1345, più o meno in concomitanza
della perdita dei possedimenti di Chios e Focea nel Dodecaneso, il doge Giovanni De Murta
indice un concorso per formare un armata di navigli per espugnare Roccabruna e Monaco
divenuti il covo dei fuoriusciti avversari della Repubblica.
In quei tempi Genova riversa in una profonda crisi finanziaria. Il Doge, sostenuto dal
popolo decise di resistere, ma viste le ridotte disponibilità di cassa, affidò la
costruzione della flotta a privati cittadini, il cui credito sarebbe stato garantito o con
titoli del debito pubblico oppure con concessioni territoriali o finanziarie.
Ciascun partecipante doveva armare una nave e versare somma di 20.000 lire a titolo di
prestito a Genova. Di contro la Repubblica simpegnava a restituire il prestito
concedendo i bottini di guerra a titolo di risarcimento di questa spedizione.
Parteciparono al concorso 7 nobili e 37 popolani, di cui solo 29
di loro riuscirono ad armare una nave (altri dicono 25). Questo gruppo si costituì
attorno alla famiglia Giustiniani. La flotta fu armata da ben 6.000 uomini di cui 1.500
balestrieri. Il migliore armamento dellepoca, visto che nelle flotte erano anche
presenti i fabbri che garantivano una costante fornitura di frecce. Un cronista
dellepoca nota che tutti gli armati erano vestiti dello stesso panno, costituendo
quindi una formazione militare regolare.
Il comando fu affidato, il 19 gennaio 1346, al popolano Simone Vignoso con il titolo di
Precettore o di comandante in capo della flotta.
La flotta era pronta ad essere utilizzata contro gli avversari della Repubblica, ma gli
stessi intimoriti dalla poderosa flotta si rifugiarono a Marsiglia sotto la protezione del
Re di Francia. Decisione non fortunata in quanto gli stessi furono invitati a partecipare
alla guerra contro gli inglesi che li annientarono a Crecy.
La flotta si trovò quindi disoccupata ancor prima di cominciare, anche se a questo punto,
si era già accumulato un credito per il suo allestimento ed il suo mantenimento. Viste le
necessità della Repubblica di tutelare i suoi possedimenti in medio oriente, la flotta fu
inviata nel maggio dello stesso anno nel levante, per difendere gli interessi commerciali
Genovesi di Crimea a Caffa, tra cui i suoi ex possedimenti di Focea Vecchia e Focea Nuova,
governati dagli Zaccaria con il titolo di Re dellAsia Minore che erano stati ripresi
dallImperatore Andronico
II nel 1325. A queste si aggiunse anche lisola di Chios, non posseduta dai
Zaccaria ma di cui ne avevano il titolo di Principi.
Sugli stessi territori gravava poi la minaccia Mongola di Jani-beg e le mire
espansionistiche della Repubblica di Venezia.
Leventuale conquista di questi territori, avrebbe poi permesso di saldare il debito
contratto con i Giustiniani per lallestimento della flotta con una concessione
ventennale sugli stessi attraverso tutti i comodi e le utilità di tutti i luoghi e
le terre che sarebbero state acquistate dallammiraglio, dai capitani e dagli uomini
delle galee per lintera somma dovuta loro come compenso pari a 203.000 lire
genovine. Doveva essere quindi un rapporto di carattere feudale, una investitura
provvisoria delle conquiste future.
La partenza per loriente, aumentata di 4 galere, avvenne il 24 aprile 1346. Prima di
arrivare nellEgeo la flotta Genovese fu impegnata per la difesa della città di
Terracina dallassedio del Conte di Fondi. La città non era in grado di resistere e
si era offerta in sovranità perpetua a Genova. Le soverchianti forte Genovesi permisero
una facile vittoria. Per la conquista fu riconosciuto ai Giustiniani un ulteriore credito
valutato 3.600 fiorini doro. I dettagli di questo episodio sono narrati da Fabrizio
Apollonj Ghetti sulla Maona Giustiniani nel volume Destini di tre
secoli. La flotta proseguì verso Negroponte nellEubea dove Simone Vignoso
ebbe notizia che la flotta Veneziana capitanata dal Delfino di Vienne si apprestava a
conquistare i territori obiettivo della spedizione.
Nel 1344 venti galee armate dal Papa, dal Re di Cipro, dai Cavalieri di Malta e da
Venezia, aveva conquistato Smirne contro i Turchi Selgiuchidi sotto il comando di Martino
Zaccaria ex Principe di Chios. Nel 1346, morto lo Zaccaria, Venezia aveva spedito un'altra
squadra nellEgeo al comando di Umberto II delfino di Vienna allo scopo di
consolidare la conquista di Smirne e soccorre Caffa. Umberto II cercò in tutti i modi di
convincere limperatrice Anna di Savoia vedova di Andronico III morto nel 1341, che
faceva parte della spedizione, di cedergli Chios come base delle operazioni.
Umberto II cercò anche di corrompere il Vignoso ma ottenne soltanto leffetto
contrario tanto che il Vignoso si affrettò a far rotta verso Chios.
Dopo un inutile intervento diplomatico con i Greci che cercavano di mantenersi
indipendenti, entrò nel porto di Chios il 16 giugno del 1346 ed occupò lisola in
tre giorni. Ne assunse il pieno controllo il 12 settembre dopo ben tre mesi di eroica
resistenza della capitale, quattro giorni dopo, riconquista Focea Vecchia. Il governatore
Greco dell'isola Colajanni Cibo (Ziffo) firma la capitolazione dell'isola a Simone Vignoso
(atto di capitolazione
di chios 12 settembre 1346)
Il 20 dello stesso mese Focea Nuova con un corpo di spedizione comandato da Pietro
Recanelli Giustiniani.
Mentre si appresta a riconquistare Tenedo e Lesbo, il Vignoso deve tornare a Chios
minacciata dagli imperiali. Il 9 novembre 1346, torna a Genova acclamato dalla folla. Il
doge non avendo risorse per ripagare il debito contratto con i nuovi ammiragli, cede ai 29
armatori (Mahonenses), il 27 febbraio 1347, la giurisdizione civile e delle
imposte di Chios (dominum) e il monopolio del commercio del mastice per 20
anni.
La difesa e lamministrazione delle colonie furono affidate esclusivamente ai
Maonesi, il Comune si riservò solo lalta sovranità. La giurisdizione civile e
militare, la proprietà dei tre capoluoghi (Chios e le due Focee) col diritto di nominarvi
i podestà e i castellani, sempre daccordo con i Maonesi.
Questa è la prima formazione della Maona (detta poi la vecchia) che nel 1359
assunse il nome di Giustiniani per dare un suono esplicito al consorzio famigliare da loro
creato.
Le Maone nate come istituzioni private al servizio dello Stato, non potevano sempre avere
una politica in linea con quella governativa. Alla pari delle future compagnie coloniali
Spagnole ed Inglesi dovevano tener docchio la buona gestione ancor prima che la
grandezza dello Stato. Un sistema che aveva degli indubbi vantaggi anche per Genova sul
fronte diplomatico, nel poter disconoscere le azioni dei privati in caso di bisogno.
Durante lassedio di Chios infatti, limperatrice Anna di Savoia aveva mandato
lammiraglio Italiano Facciolati con poche navi Greche ad assalire i mercantili
genovesi a Galata non potendo fronteggiare larmata del Vignoso. Grazie
allinsurrezione della città, la stessa Imperatrice fu costretta a pagare un
indennizzo. Lanno successivo nel 1348, il nuovo imperatore Giovanni Cantacuzeno chiese
al comune la restituzione di Chios e Focea, il Doge, astutamente emanò un provvedimento
ma ben consapevole che la Maona non gli avrebbe ubbidito. Il Dodecaneso infestato dai
pirati, è ora minacciato dai mongoli. Genova cerca la protezione imperiale, senza troppo
penalizzare i suoi traffici. Impone un dazio alla Maona a favore dellimperatore che
la obbliga ad innalzare la bandiera imperiale. In realtà tale provvedimento rimarrà, di
fatto, inapplicato.
Con laiuto del Genovese Giovanni Cybo, gli imperiali muovono per riprendersi il
possesso dellisola. Il Cantacuzeno favorito dalla popolazione riesce a riprendere le
due Focee, ma fallisce la presa di Chios. Poco dopo i Maonesi riconquistano le due Focee
per opera del condottiero Andrea Petrila. Qualche anno dopo recuperarono anche Samo,
Icaria, Enussa e Santa Panaria. Nel Gennaio del 1350, muore il doge Giovanni da Murta per
un epidemia di peste, diffusasi in Europa proprio a partire da Caffa in Crimea. La
popolazione Europea viene decimata con una mortalità nelle città tra il 40% ed il 60%.
Nello stesso anno scoppia una nuova guerra tra Genova e Venezia.
Nel settembre dello stesso anno trentacinque galee venete attaccano al largo di Chios
quattordici galee genovesi comandate da Nicolò Dè Maineri, distruggendone dieci. Le
restanti quattro, unite ad altre quattro comandate da Filippo DOria, riescono il 10
ottobre a distruggere 20 galee venete e ad espugnare il castello di Caristo, tornando a
Chios cariche di bottino.
Venezia avida di vendetta, manda un altra flotta a riconquistare lisola, ma la
situazione politica muta rapidamente per lincombente minaccia Ottomana. Il conflitto
tra Genova e Venezia si ricompone, tanto che troviamo la Maona alleata con Venezia nella
nuova lega contro i Turchi del luglio 1352.
A seguito di tutte queste vicissitudini la vecchia Maona non riuscì più ad essere
efficacemente operativa a seguito di defezioni e vendite delle quote. La Repubblica
Genovese non essendo ancora in grado di saldare il suo debito cercò un compromesso tra i
vecchi creditori e i nuovi aventi diritto. L8 marzo 1362 (il contratto della nuova Maona e
la Repubblica Genovese ) fu stabilito che si formasse una nuova società
cui sarebbe andato il governo e lo sfruttamento commerciale di Chios per dodici anni fino
al 14 febbraio 1374 e che la vecchia Maona fosse liquidata dalla medesima
mediante il pagamento del debito residuo vantato con la Repubblica nel 1347. Tale
contratto aveva validità fino a quando a Genova fosse rimasto il governo popolare. La
Repubblica si riservò il diritto di risolvere il contratto anticipatamente, fino al 27
febbraio 1367, con il pagamento del debito delle 203.000 lire genovine ai Giustiniani.
Il 14 novembre 1362 nasce la nuova Maona dei Giustiniani sotto la direzione di
Pasquale Forneto e Giovanni Oliviero. I soci fondatori erano dodici: Nicolò de Caneto de
Lavagna, Giovanni Campi, Francesco Arangio, Nicolò di S.Teodoro, Gabriele Adorno, Paolo
Banca, Tommaso Longo, Andriolo Campi, Raffaello de Forneto, Luchino Negro, Pietro Oliverio
e Francesco Garibaldi. I soci si uniscono in albergo abbandonando il loro
cognome, escluso Gabriele Adorno. Gli Adorno lo tramutarono in Pinelli, nel 1528, con la
riforma degli alberghi famigliari assunsero poi quello di Giustiniani. A
questi dodici si aggiunge successivamente un tredicesimo: Pietro di S.Teodoro.
Tra varie vicissitudini, si ritireranno per vari motivi parecchi azionisti,
anche se mantennero il nome di Giustiniani.
Già nel 1362, due quote furono acquistate da Pietro Recanelli Giustiniani che succedette
a Simone Vignosi nella reggenza di Chios e ben presto divenne lanima della nuova
Maona. Pietro Recanelli era già una personalità molto in vista nella Genova di allora, a
lui si fa discendere lo stipite Genovese dei Giustiniani, aveva sposato Margherita, figlia
del Doge Gabriele Adorno. Nel 1350 a capo di una spedizione armata aveva ritolto Focea ai
Greci. Si distinse a Smirne come luogotenente del Papa nel periodo 1361-1365, ammiraglio
della Repubblica nei tumulti dei DOria nel 1365-1366.
LA STORIA DEI GIUSTINIANI DI SCIO DAL 1363 AL 1566
L8 giugno 1363, limperatore Bizantino Giovanni V Peleologo rinuncia
definitivamente al suo potere sulle isole e cede ai Giustiniani i diritti su Chios, Samo,
Enussa, Santa Panagia e Focea che era diventato uno degli empori più fiorenti
dellAsia Minore, conferendo ai Giustiniani i titoli di Re e di Despota, alla greca,
riconfermando ai nobiles viros Giovanni Oliviero, Raffaele de Forneto e
Pietro Recanelli il possesso nelle forme e nei modi con cui lavevano avuto gli
Zaccaria, cioè «secundum rationem stirpis: videlicet ut eam transmittant in filios ex
eorum lumbis procreatos veros heredes et successores; vel etiam in alios, quos ipsi
voluerint».. Tale concessione fu poi rinnovata per altri quattro anni il 14 giugno
1367 a Tommaso Giustiniani.
Questo è il testo della Bolla Aurea, tuttora conservata, quale
si rapporta de verbo ad verbum, che concede ai Giustiniani il possesso
dellisola di Chio ed il titolo di Principi:
BOLLA AUREA Cum apparuerint Nobiles Viri genuenses Dominus Io: Oliverius,
Dominus Raphael de Forneto, et Dominus Petrus Recanellus recti, et boni erga nostrum
imperium, et ostenderint benevolentiam, prebuerintque; fidelitatem erga dictum nostrum
Imperium, qualem dederunt ea de causa. Voluti quoque maiestas nostra, atque decrevit eos
beneficio afficere, dareque ipsis Insulam chii, quocirca cum prelibati Viri Nobiles
requisiverint, ut in huius donationis robur et testimonium ipsis concederetur bulla aurea
Imperialis declarans raram, et firman tandem gratiam, et beneficium Maiestatis nostrae, ac
in super declararet infrascriptam constitutionem, et concordiam, quam horum causa Maiestas
nostra cum ipsis constituit et sancivit: huic supplicationi, et precibus dictorum
Dominorum Maiestas nostra prompte annuens hanc bullam auream, et mandatum eis concessit,
et elargitur, cuius tenore placet suae Maiestati; costituit, ordinat, et beneficio affict
prelibatos Nobiles Viros, et eis donat ipsam Insulam Chii cum civitate, et Castris
ommibus, quae in ea sunt, et omni eius habitatione, et districtu, ut eam videlicet ut eam
transmittant in filosea corum lumbis procreatos veros heredes, et successores, vel etiam
in alios, quos ipsi voluerint; coeterum debebunt prelibati Viri a presenti tempore, et in
posterum singulis annis adferre, et numerare in a Deo custoditum vestiarium Imperii nostra
praexcelsa Urbe Constantinopoli de mense May, vel Iunij uno quoque anno perpera quingenta;
Itaque vi, et vigore presentis bullae aureae, et mandati Imperii nostri habebunt, et
possidebunt prelibati Viri ipsam Insulam Chij cum eius Civitate, et omnibus Castris, et
omni habitatione, et districtus secundum rationem stirpis et generis cum facultate cam
transmittendi in suos filos, et erede, vel etiam alios, quos voluerint, quocirca, et ipsi
Nobiles viri, vel etiam alij Genuenses in subsequentes annos lucri facient, accipient
fructus, et reditus ab ipsa Insula Chij provenientes, et suos facient, absque eo, quod
alici omnino teneantur reddere rationem: ad haec si fortem cotigeriti, ut Majestas nostra,
aut aliquis ex foelicis memorie Imperatoribus, progenitoribus nostris auteam donaverit per
bullam auream, seu mandatum aliquibus Grecis, vel Genuensibus, vel onmino aliis aliqua
iura, et reditus eiusdem Insulae Chij, sit eiusmodi donatio irrita, et omino cassa, et
inanis. In quorum firmissimum robur facta est prelibatis Nobilibus Viris presene bulla
aurea, et mandatum Imperialis Maiestatis nostrae concessa septima presentis mensis Junij
nunc currentis Octavae Indictionis sexies, millesimo trecentesimo sexagesimo tertio.
Ionnes in Cristo fidelis Imperator, et moderator Romeorum Paleologus.
Questa conferma era stata necessaria, perché qualche anno prima nel 1348
limperatore Giovanni Cantacuzeno aveva richiesto lisola di Chios ai Genovesi,
i quali lanno prima, esattamente il 12 febbraio 1347, lavevano ceduta in
dominio utile con le isole di Samo, Nicaria, Demussa e Santa Panagia ai Giustiniani, ed
avevano ad essi concesso anche il privilegio di batter moneta quod posset dictus
potestas (Syu) nomine comunis Ianuae cudi et cudi facere in insula Syi monetam argenti de
liga. Privilegio rinnovato il 15 settembre 1439, il quale esclude ogni dubbio circa
la sovranità piena ed intera dei Giustiniani sullisola. Lultima moneta
coniata a Chios porta le iniziali di V.I. (Vincentius Iustinianus) ed è del
1562.
Non potendo rimborsare il credito, il dominio della Maona Giustiniani fu protratto dalla
Repubblica di Genova, in momenti diversi fino al 21 novembre 1418.
Il governo dei Giustiniani, non fu in ogni modo sempre continuo. Durante la guerra con
Venezia nel 1379, Focea Vecchia fu momentaneamente conquistata dai Veneti.
Nella metà del XIV secolo il centro dellAsia minore sfugge al controllo dei Mongoli
e si affacciava sulle coste Turche un nuovo terribile nemico: gli Ottomani, ostili e
diffidenti nei confronti dei Genovesi.
Linstabilità politica di Genova facilitò lascesa e le pretese delle colonie
e delle maone utilizzate da Genova anche per scopi diversi da quelli di sfruttamento
coloniale, come nel 1378, quando sotto il peso dei costi della guerra di Chioggia, il
comune utilizzò la Maona per coprire loperazione diinfeudazione della Corsica a sei
cittadini chiamati promiscuamente Mahonenses, Feudatarii, Apaltatores che poi
si ridussero al solo Leonello Lomellino nel 1405. Dallinizio del XV secolo, le Maone
non hanno più come scopo la conquista di nuove territori, ma la conservazione di quelli
già posseduti.
Genova controlla il Mar Nero attraverso Galata e lisola di Tenedo ma per le medesime
ragioni commerciali devono ogni volta confrontarsi con i Veneziani e con gli imperatori
Bizantini. Proprio in questo momento emerge la figura di Francesco Gattiluso, che sposando
la sorella di Giovanni Paleologo ottiene lisola di Lesbo come dote. Qualche anno
prima nel 1386 la grande città di Enos si aggregò spontaneamente ai domini del Gattiluso
e ben presto di aggiunse lappalto di Focea vecchia (anche se sotto il dominio
formale dei Giustiniani), e più tardi tutte le altre Sporadi settentrionali: Taso, Lemno,
Imbro e Samotracia. I Gattiluso hanno il grande pregio diplomatico di assimilarsi ai
costumi Greci, sono vassalli di Bisanzio, parenti della casa imperiale e adottano per i
loro figli nomi greci.
Nel 1380 i giannizzeri di Murad I e Rajasid I avevano tolto alla Maona lisola di
Samo. Vista la pressante potenza Turca, Focea Vecchia e Focea Nuova dovettero aprire le
loro porte agli Ottomani.
Nel 1403 legemonia del medio oriente passò nuovamente ai Mongoli, con lascesa
del suo condottiero Temur lo zoppo detto il Tamerlano che riuscì
a riunire gli smembrati regni mongoli. Nel 1402 ad Angora inflisse una dura sconfitta agli
ottomani. Tutta lAsia minore fu spazzata più che dai Mongoli dal terrore degli
stessi. Il Tamerlano morì poco dopo nel 1405 e così, come rapidamente era cominciato il
suo dominio, così terminò rapidamente, ed gli Ottomani ripresero legemonia
dellEgeo.
La Maona si garantì ancora una certa indipendenza pagando un forte tributo agli Ottomani
di circa 4.000 ducati. Una consuetudine normalmente seguita con altri popoli
dellAsia per assicurarsi la loro benevolenza.
Nel quattrocento, cambiano le modalità di gestione delle colonie, non più direttamente
controllate dal Governo di Genova, ma per lo più dalla Casa di San Giorgio che rileva i
debiti del comune nei confronti di gran parte delle Maone e degli amministratori delle
colonie. Così fu per Famagosta, per la Corsica e per molte altre colonie del Mar Nero.
Con la caduta del Governo popolare a Genova, approfittando di un articolo
della convenzione stipulata con la Repubblica, i Maonesi si ribellarono ai rappresentanti
del Re di Francia che avevano assunto la Signoria di Genova. Venuti meno gli antichi
patti, il 21 dicembre 1408 la Maona proclama lindipendenza, ma il nuovo governo
filo-Francese, la riconquista quasi subito il 18 giugno 1409 con una spedizione comandata
da Corrado DOria. Il condottiero cercò un compromesso con i Giustiniani per
impossessarsi del controllo personale dellisola, pretendendo per la
libertà dei soci della Maona, le quote dei maggiori azionisti.
Mediante un abile opera diplomatica, il conflitto fu ricondotto e la
ribellione presto dimenticata, anche per lestremo valore della Maona
nella difesa degli interessi commerciali di Genova da pirati e Ottomani. Genova inviò a
Chios una piccola flotta per dimostrare la sua sovranità, ma non ce ne fu bisogno, in
virtù di un nuovo compromesso il quale limitò ulteriormente l'autorità della Repubblica
sulla Maona.
Questo fu lultimo atto di autorità della Repubblica sui suoi possedimenti di
Oltremare, che da allora ebbero una autonomia praticamente illimitata, frutto più dalla
debolezza della madrepatria piuttosto che dalla forza delle colonie, una soluzione che
finì per nuocere a tutti.
A partire dal XV secolo, quasi tutte le colonie videro lentamente inaridirsi le fonti di
ricchezza economica. Linizio della decadenza, non impedì comunque a Pera, Chios e
Famagosta di abbellirsi e di abbagliare i forestieri di passaggio con la bellezza dei loro
palazzi. Ciriaco dAncona, umanista-mercante percorse tutto lEgeo a scoprire i
monumenti della Grecia classica. Andriolo Banca, grazie al suo sapere divenne amico di
Eugenio IV e cantò in versi la guerra contro Venezia del 1431.
La Maona riuscì ugualmente a mantenere una certa prosperità nei commerci e nel controllo
dellarcipelago, con abili giochi di alleanze con gli Stati concorrenti: Venezia e il
Regno di Rodi, contro il pericolo comune degli Ottomani.
Giovanni Adorno Giustiniani, figlio del Doge Giorgio e successivamente Percivalle
Pallavicini sono a Costantinopoli come ambasciatori alla corte Ottomana di Maometto I. I
Gattiluso e i Giustiniani nel 1416 prendono parte ad una spedizione vittoriosa dello
stesso Maometto I contro il Principe Selgiuchide di Smirne.
Ma non sempre le forze latine sono compatte di fronte il comune nemico. Non di rado
assistiamo ad alleanze miste come quelle genovese-turca come in passato quelle con gli
Egiziani, non frutto di un disegno politico statale ma piuttosto frutto
delliniziativa dei singoli per tornaconto personale, più che per guadagno
territoriale per riduzione del pesante tributo imposto per continuare a commerciare in
quelle terre.
Questa alleanze personali portarono alle estreme conseguenze nel 1444, quando
durante la crociata di Papa Eugenio IV, legni privati genovesi, al soldo degli Ottomani,
permisero di sconfiggere i cristiani a Varna il 10 novembre, dopo liniziale vittoria
di Nish. Il sabotaggio della crociata acuì il disagio dellEuropa nei confronti dei
Genovesi.
Lerrata ed innaturale alleanza con i nemici di fede e di razza fu causa altrettanto
grave quanto la corruzione dei funzionari coloniali e la decadenza economica delle
colonie. I Turchi erano ben altri avversari che gli Egiziani di inizio millennio. Finchè
il Sultano era disposto a far vivere le colonie pagando un tributo era un sacrificio che
le Genovesi e Veneziani potevano sopportare, se paragonato al costo di una guerra e alla
rovina dei traffici durante i combattimenti.
E in questo periodo che gli Ottomani lavorano al potenziamento della loro flotta,
che fino ad allora era assolutamente insufficiente come mezzi e come preparazione marinara
rispetto ai remi Italiani. Ad uscire da questa inferiorità, paradossalmente, furono
aiutati proprio dai stessi tecnici e militari delle due repubbliche Genovese e Veneziana,
che abbandonarono le loro patrie per contribuire, per denaro, al progresso bellico degli
Ottomani.
Con la pressione degli Ottomani dopo il 1420, i Giustiniani videro progressivamente calare
i proventi della produzione locale del mastice del vino e della seta. Il gettito
dellimposta portuale calò da lire genovine 1.942,10 nel 1408, 1.700 lire genovine
nel 1424.
Quanto a Focea, lo smercio del suo allume fu reso sempre più problematico per la
crescente concorrenza dei minerali estratti da tutti i paesi Turchi, per opera di un
recente cartello dei Gattiluso, che aveva appaltato molte nuove miniere di allume in Asia
ed in Europa, tra cui quelle di Ipsala sulla Màriza che incanalavano i loro prodotti per
lesportazione lungo il fiume Enos. Questa circostanza, e la costante prosperità
agricola delle isole fecero si che i Gattiluso fossero forse i soli esenti dalla crisi tra
i Genovesi dellEgeo.
Il disastro di Varna tolse alla cristianità le ultime velleità di difesa delle
roccaforti latine in oriente ed anticipò di qualche anno la caduta di Bisanzio.
Alla battaglia di Costantinopoli, che ebbe il suo epilogo il 29 maggio 1453, ci si arrivò
dopo un anno di assedio da parte dei turchi, da quando cioè, il 14 aprile 1452, il
sultano Maometto II fece iniziare i lavori per la costruzione di una fortezza militare
sulla sponda europea del Bosforo, a pochi chilometri da Costantinopoli.
Il sogno di Maometto II era quello di conquistare la città per farne la capitale
dell'impero ottomano. Anche suo padre, Murad II, aveva tentato in passato la conquista, ma
venne respinto. Quando l'imperatore Costantino XI succedette nel 1448 a suo fratello
Giovanni VIII, Costantinopoli era una città quasi in rovina, abbandonata da metà della
popolazione, con scarsi commerci a garantirle la sopravvivenza. Era considerata
imprendibile, dato che era circondata da alte e spesse mura, e fino all'avvento di
Maometto II aveva saputo respingere molti tentativi di invasione. Quando ancor prima del
1453 la situazione si fece seria, Costantino XI si rivolse all'Occidente perché si
assumesse l'onere e l'onore di difendere la capitale d'Oriente. Egli offriva, in cambio di
truppe e di navi, l'unione delle due Chiese, l'orientale e l'occidentale, che però non
convinse i principi della cristianità, sempre divisi da discordie tra di loro.
Nel marzo del 1453 Maometto II pensò di essere pronto. Intorno a Costantinopoli aveva
concentrato un esercito di circa centoventimila uomini. Inoltre poteva contare su
centoquarantacinque navi e su potenti artiglierie.
Pur continuando a essere grande dal punto di vista storico, da quello politico
Costantinopoli non lo era più. Invece per Maometto fu grande sia in un senso che
nell'altro. Gli parve che la città imperiale fosse la quintessenza della vita. Possedere
Costantinopoli significava essere padrone del mon do civilizzato, oltre che farne parte:
da tempo immemorabile il suo aureo splendore ingolosiva i nomadi.
Il sultano dei turchi credeva che il titolo di imperatore dei romani fosse legato al
possesso di Costantinopoli e sperava che conquistandola avrebbe acquisito legittimità
agli occhi degli europei, poiché sapeva che essi lo consideravano un barbaro. Non solo
desiderava impadronirsi di una celebre metropoli, ma ambiva al «riconoscimento sociale»,
prova ne sia il suo tentativo di negare l'ascendenza turca e di millantarne una comnena.
Venezia, che considerava Costantinopoli un'enorme azienda commerciale, non sapeva se
aiutare o no la città minacciata. Da un lato temeva per i possedimenti che aveva sul
Corno d'Oro, dall'altro però non voleva guastare i favorevoli rapporti commerciali
instaurati con gli Ottomani. Genova, che abitava nel quartiere di Pera, reagì in maniera
altrettanto indecisa. Pur lasciando ai propri mercanti piena libertà di schierarsi prò o
contro i turchi, ordinò contemporaneamente al podestà di Galata di trovare con Maometto
un accomodamento che garantisse l'in violabilità dei beni genovesi. I ragusani, presenti
a Costantino poli da quando i latini erano stati scacciati, avrebbero appoggiato Bisanzio
soltanto se si fosse costituita una grande coalizione cristiana contro i turchi.
Neppure Inghilterra e Francia sarebbero potuti venire in soccorso, in quanto ambedue erano
appena uscite dalla guerra dei cento anni.
Il Papa, che aveva invano scongiurato Federico III di aiutare la città minacciata,
dovette alla fine contentarsi di inviare sul Bosforo un legato con qualche centinaio di
armati. Risultato: lEuropa piantò in asso Costantinopoli, il mondo cristiano aveva
cancellato dalla memoria la sua antica capitale. L'occidente aveva ben altro a cui
pensare. La città sul Bosforo dovette fare ricorso alle sue poche forze militari.
Nel porto di Costantinopoli c'erano navi veneziane, ai cui capitani non reggeva il cuore
di abbandonare la città minacciata; quindi misero gli equipaggi al servizio dei
bizantini. Da Genova, all'ultimo momento, era giunto con 700 mercenari il celebre capitano
di ventura Giovanni Giustiniani Longo, che voleva provare il brivido dell'assedio,
ricordato anche nelle memorie di Lord Byron nellottocento. In tutto c'erano quindi
2000 stranieri.
Da parte sua Costantinopoli aveva meno di cinquemila Soldati. Veramente poco per difendere
ventidue chilometri di mura dall'assalto di centoventimila musulmani. Per essere precisi,
poteva contare su 4973 uomini abili alla guerra, un'inezia, se si pensa al milione circa
di abitanti che aveva ai tempi di maggior splendore. Anche la flotta era assai malridotta:
cerano otto navi Veneziane, cinque Genovesi, una di Ancona, una di Barcellona e una
di Marsiglia ed altre dieci più piccole bizantine, per un totale di 26 navi che restarono
per tutto l'assedio ormeggiate al porto. Armi e munizioni: poche colubrine, scarse
quantità di polvere e qualche antiquatissima catapulta.
Un piccolo contributo dall'Europa quella delle libere repubbliche, in uno scontro tra
civiltà libertà contro bestialità e oppressione, la libertà del mediterraneo morì
praticamente con Costantinopoli.
Lestrema difesa di Costantinopoli restituisce parzialmente lonore a Genova.
Sulle mura combattono Greci, Latini, Veneziani e Genovesi. Tra essi citiamo: Maurizio
Cattaneo che forzò temerariamente gli Stretti ed il Corno dOro per portare soccorso
a Costantinopoli con le sue tre navi e Giovanni Guglielmo Giustiniani Longo Giustiniani,
il miglior condottiero della città, che non tardò ad assumere il comando supremo delle
operazioni. Lex corsaro fu lanima della difesa saldo come un diamante al
fuoco scrisse il cronista Greco Calcocondila, ma pur provenendo da Chios, combatteva
per proprio conto e non per i Maonesi, con la promessa del Ducato di Cipro.
Il 29 maggio 1453 cade Costantinopoli, sempre rimasta indenne nella cerchia delle sue mura
poderose, nonostante i ripetuti assalti avvenuti in precedenza. In quella terribile notte
Giovanni Giustiniani Longo si adoperò senza posa a far chiudere le brecce nelle mura.
Vicino alla Porta di San Romano, dove la muraglia era completamente in rovina, egli
innalzò per mezzi di fasci di arbusti un nuovo vallo, dietro al quale si trincerò in un
fosso. Giustiniani, era una vera torre nella battaglia e perciò un bersaglio costante
dell'astio dei suoi avversari. La fama del suo coraggio si dice essere arrivata fino al
sultano, il quale cercò invano di corromperlo. Ma di fronte alla pietosa condizione delle
mura, che crollavano da tutte le parti, tutta la prudenza e la risolutezza del genovese e
dei suoi aiutanti fu vana.
Resta memore la disputa di Giustiniani durante la battaglia con Lucas Notaras il Grande
Duca sotto l' Imperatore Costantino Paleologo per una frase che il Giustiniani disse,
sembra in dialetto veneziano, arrabbiatissimo al Duca impugnando un coltello: ''O
traditor -scrive Zorzo Dolfino-et che me tien che adesso non te scanna cum questo
pugnal!'', per il fatto che Notaras ritardava apposta il rifornimento dei cannoni
richiesti al punto più cruciale della battaglia. La frase drammatica è riportata anche
nell'opera della Storia nazionale Greca ( Istoria tu Elliniku Ethnus) dello
storico greco Paparigopoulos nell'edizione del 1932. Per l'intervento dell' Imperatore
stesso la disputa si spense.
Proprio mentre il coraggio stava già tornando tra le file dei cristiani, si diffuse la
spaventosa notizia che il Giustiniani fosse stato ferito. Poco dopo corse voce che l'eroe
genovese avesse abbandonato la sua posizione e, con i mercenari, fosse fuggito a Galata.
Quando vide scorrere il suo sangue Giustiniani perse di colpo tutto il coraggio. Lo
splendido cavaliere rinascimentale, il generoso avventuriero, parve rendersi conto per la
prima volta di essere anch'egli un mortale, e tale scoperta lo annientò. Si fece portar
via su una lettiga, seguito da quasi tutti gli italiani, forzando il blocco degli
assalitori. Tentativo inutile in quanto morì due giorni dopo essere arrivato a Chios.
Lelogio funebre di Giovanni Longo Giustiniani fu fatto da Maometto II che disse di
lui che da solo valeva più dellintera flotta greca. Nonostante che la figura ancora
resti controversa per questa repentina non spiegabile fuga, Giovanni Giustiniani Longo
(Ioannis Iustinianis) è ancora oggi considerato un eroe dell'ellenismo ed a lui sono
dedicate strade e scuole in tutta la Grecia
La fermezza eroica dei restanti difensori, comandati dal balì veneziano Gerolamo Minotto,
non bastarono a fermare lassalto.
Costantinopoli fu saccheggiata per tre giorni, i maggiorenti della città furono tutti
decapitati tra di essi Maurizio Cattaneo e Girolamo Minotto. Altri genovesi parteciparono
alla difesa tra essi citiamo: Antonio Bocciardo, Gerolamo Interiano, Lodisio Gattiluso,
Francesco Salvatici, Leonardo di Langasco, Giovanni del Carretto e Giovanni De Fornari.
La caduta di Costantinopoli suscitò una grande impressione in tutto il mondo cristiano
più per il turbamento degli equilibri politici e la probabile interruzione delle correnti
commerciali, piuttosto che per gli effetti religiosi sulle popolazioni.
La Battaglia di
Costantinopoli
Le crociate tra oriente e occidente
Dopo Costantinopoli cadde incruentamente anche Pera con un atto di sottomissione che non
impedì distruzioni e saccheggi da parte degli Ottomani.
La Maona cercò in ogni modo di mantenere la sua indipendenza, pattuendo un salatissimo
tributo da pagare al Sultano di 40.000 ducati doro, che fortunatamente si
Accontentò poi della metà.
Limpero Ottomano con la conquista di Costantinopoli si era ormai rafforzato in tutta
la zona del Mar Nero ed in buona parte dellEgeo dove agivano le fiorenti colonie
Genovesi e Veneziane. Nonostante che ai tempi delle Repubbliche marinare non ci fosse buon
sangue tra le due rivali non erano rari i momenti in cui erano intensi i commerci tra le
due, ne abbiamo una testimonianza proprio a Chios da parte del veneziano Gio Rolando
Villani, giurista letterato e mercante nato a Pontermoli agli inzii del XVI secolo. Suo
padre lo chiama a Chio ed egli stesso ci racconta il viaggio nelle cronache che poi
scriverà. Parte da Pontremoli nel marzo 1529 per Venezia, qui s'imbarca su una delle navi
dei Giustiniani di Genova. Viaggia lungo ladriatico dall'Istria fino a Durazzo,
sfugge alle navi turche, percorre le coste della Grecia e gli arcipelaghi dell'Egeo; alla
descrizione aggiunge rilievi urbanistici ricordando le vicende degli eroi omerici. Vede
Atene e Samo, e finalmente giunge a Chios il 3 luglio del 1529, dove trova il padre
onorato amministratore della giustizia. Il vecchio Villani spinge il figlio verso i
commerci approfittando dell'aiuto che gli può venire dagli stessi Giustiniani, i quali
prestano subito del denaro al giovane e lo affidano a un loro agente che gli insegni il
mestiere. Lo vediamo allora vendere stoffe a Tiro in Asia e a Lamek. Compie altri viaggi a
Smirne, Lesbo, a Costantinopoli, nel Mar Nero, da qui si spinge lungo il Danubio fino alla
Valacchia acquistando e vendendo merci. Torna a Chio il 27 luglio del 1531 ma trovando il
padre morto, decide di tornare in patria.
Nel frattempo a Chios la vita proseguiva piuttosto tranquillamente anche perché le lotte
intestine in Italia non interessavano le colonie doltremare anche perchè non
cera da aspettarsi nessun aiuto in caso di pericolo. La convenzione con i
Giustiniani per lo sfruttamento di Chios fu rinnovata ancora in tempi diversi dalla
Repubblica Genovese fino al 15 giugno 1542, per poi divenire un diritto perpetuo nel 1527,
mediante il pagamento annuo a Genova di un tributo di 2.800 lire (lantico canone
pattuito già nel 1385). Per la solenne occasione furono iscritti nel libro doro
della Repubblica tutti i Maonesi Giustiniani vivi allepoca.
Gli Ottomani, tuttavia, continuarono a cercare a tutti i costi di prendere il definitivo
controllo sulle isole, mirando a scacciare tutti i cristiani dallEgeo.
Con il pretesto di spalleggiare militarmente la pretesa creditizia del nobile Genovese
Francesco Drapperio, nei confronti della Maona per una partita di Allume (vedi anche i
siti: Cronologia della storia
dellAllume e sulle
alluminiere di Tolfa ) non pagata, nella primavera del 1455, una poderosa flotta
Ottomana attracca a largo di Chios.
Lammiraglio turco Hansabeg vista la buona fortificazione dellisola, valutò
che non era il caso di rischiare un attacco.
Prima di ripartire un soldato turco della spedizione, sorpreso a profanare una Chiesa, fu
ucciso e nella scaramuccia che seguì, una galea turca fu affondata.
Hansabeg, per ritorsione, si limitò a distruggere i vigneti e i giardini dellisola
e a prendere in ostaggio a Rodi gli ambasciatori della Maona Nestore e Quilico De
Furnetto.
La Repubblica Genovese impegnata nella guerra con Alfonso dAragona, non potendo ben
aiutare le sue lontane colonie si limitò ad armare due Galee con 800 uomini al comando di
Pietro Giustiniani ed ad invocare laiuto del Papa e del Re dInghilterra Enrico
VI.
La vendetta turca non tardò ad arrivare, nellautunno 1455. Venti trireme turche
comandate da Junusberg, muovono verso Chios, nonostante che una tempesta ne disperde la
maggior parte, i Turchi conquistano senza combattere Focea Nuova, governata a quel tempo
da Paride Giustiniani, che gli si consegna spontaneamente. Questo non impedì il
saccheggio del porto, la profanazione delle Chiese e la messa in schiavitù di buona parte
della popolazione.
Domenico Gattiluso fu costretto a cedere Taso ed aumentare il suo tributo al sultano per
Lesbo ormai rimasta con Chios gli unici possedimenti genovesi nellEgeo.
Maometto II continuò la cacciata dei Latini lungo le coste del Mar Nero, occupando
Salmastri, Sinope e Trebisonda tra il 1459 ed il 1462.
Il 24 dicembre 1455 i Turchi occupano lisola di Lesbo che poi prenderanno
definitivamente il 16 novembre 1462. Lultimo dei Gattiluso, Niccolò II fu fatto
prigioniero e strangolato a Costantinopoli. Il fatto di aver resistito alla ferocia
Ottomana per quindici giorni provocò un devastante saccheggio. Nello stesso anno Kalidsh
Ali, satrapo del sultano occupa Samo. Nel 1456 il tributo (kharag) è
portato gradualmente da 6.000 a 14.000 monete doro, oltre ad un indennizzo di 10.000
monete doro per la perdita della galea per i fatti della primavera del 1455. Non era
raro comunque che altri tributi una tantum venissero estorti con i pretesti più vari.
Nel 1463 Giovanni Antonio Longo è a Costantinopoli per trattare una pace duratura con gli
Ottomani, ma ciò non impedì continui soprusi e scontri con gli stessi fino al 1477. Nel
novembre 1471 scoppia una nuova guerra con Venezia. Una flotta di trenta navi Veneziane
con alla testa Andrea Mocenigo e Dolfino Venier e Scaramuzza
da Pavia stringono dassedio Chios, mentre i Genovesi cercarono di rifarsi sui
Veneti di Tana. Venezia per loccasione seppe trovare validi alleati come il
turcomanno Uzun-Hassan allora padrone della Persia. Genova, governata dal Visconti, chiese
anche aiuto al Sultano Turco Murad II per la difesa di Chios, contro la gens
superbissima Venetorum. Cosa che per fortuna non fu necessaria in quanto la Maona
riuscì a difendersi da sola. Una squadretta Genovese ingaggiò i Veneziani nelle loro
colonie nelle Cicladi e a Caristo nellisola di Negroponte.
La Maona dispone nella fortezza di Chios assediata di solo 300 armati capitanati da
Leonardo di Montaldo, ma resiste stoicamente ai ripetuti attacchi delle soverchianti forze
nemiche. Nel giorno di Natale 1471 attirando il nemico nel porto difeso solo da
mercantili, lo aggira sferrando un poderoso e vittorioso attacco contro i Veneti, colti di
sorpresa. Lassedio a Chios fu tolto il 17 gennaio 1472. In aprile, Andrea De Marini
sconfigge definitivamente i Veneziani nel Dodecaneso. Mocenigo e Venier di ritorno a
Venezia sono giustiziati per aver mal condotto lassedio alla fortezza di Chios.
Nello stesso anno, la definitiva pace tra Genova e Venezia, anche perché il nemico comune
Ottomano si faceva sempre più pressante nei possedimenti delle Repubbliche
nellEgeo.
Nel 1473 cade la colonia di Caffa sul Mar nero. Nel 1481 i Giustiniani abbandonano
lisola di Samo e lasciano Nicaria ai Cavalieri di S.Giovanni, cui già prima avevano
lasciato Cos. Queste isole prive di porti e quasi deserte, erano già di scarso interesse
sia per i Giustiniani che per gli Ottomani. Nel 1482 muore Maometto II, scatenando una
lotta per la successione. Una flotta composta da navi napoletane, pontificie e genovesi
comandate da Paolo Fregoso e stipendiate dal Papa ligure Sisto IV Della Rovere, espulsero
i turchi da Otranto. Poteva essere loccasione per rilanciarci nella riconquista dei
possedimenti perduti in oriente ma anche questa volta le discordie degli italiani ne
vanificarono il progetto.
Ci fu una nuova minaccia Ottomana allisola di Chios nel 1495, ma grazie alla difesa
di 300 scelti comandati da Tommaso Giustiniani non ci fu battaglia. Continua fu
lazione diplomatica dei Maonesi, gli ambasciatori di Francesco I di Francia in
oriente (Barone S. Blancard e Barone DArman) passano più volte a Chios, così come
il Principe di Lussemburgo nel 1552.
Nonostante i continui sforzi finanziari e diplomatici per difendersi dagli Ottomani, fu
paradossalmente la stessa Repubblica di Genova ad accelerare la disfatta della Maona,
temendo il crescente potere dei Giustiniani. Il 2 Marzo 1558, è a Costantinopoli un
plenipotenziario del Doge, Francesco de Franchi Torturino, per negoziare i diritti dello
sfruttamento di Chios agli Ottomani e la restituzione del debito residuo di 152.250 lire
genovine ai Maonesi. Lopera diplomatica dei Giustiniani che ne seguì, valse
soltanto a ritardare la loro fine.
Con il pretesto di un riscatto per il rapimento di un genovese non pagato (il
messo della Maona era fuggito con i soldi), il Visir spinse il Sultano ad
accelerare la conquista di Chios. Ora restava solo l'isola ai Giustiniani definita dai
Veneziani locchio destro di Genova. A quel tempo lisola aveva una
popolazione molto più numerosa di oggi pari a 120.000 abitanti su una superficie di
nemmeno mille chilometri quadrati con una densità eccezionale per lepoca.
Era dal 1564 che i maonesi non pagavano al Sultano il tributo promesso ad Amurat II nel
1435, nellanno in cui si era impadronito di Focea vecchia e Focea nuova.
Il 14 aprile 1566 una flotta imponente di ottanta galee comandate da Kapudanpascià Pialì
(o Paoli come da altre fonti) arriva al porto di Chios che riesce in sostanza
ad occupare senza combattere con un sottile tradimento. Gli Ottomani chiesero infatti
lapprodo al passaggio come amici, ma appena approdati, richiamarono il capo della
Maona, il podestà Vincenzo Giustiniani, il vescovo Timoteo Giustiniani e i 12 governatori
e li fecero imprigionare. Ciò non impedì che lisola subisse un violento
saccheggio, le Chiese furono tutte distrutte o convertite in Moschee, ben presto tutto
ciò di bello, funzionale e utile a Chios fu depredato o devastato. Vincenzo Giustiniani
con gli altri 12 governatori e gli altri Giustiniani più in vista furono portati a
Costantinopoli. I più giovani sotto i 12 anni furono chiusi in un convento intitolato a
S. Giovanni Battista. Ventuno giovinetti tra i 12 e i 16 anni furono separati dai
genitori, costretti ad abiurare la fede cattolica ed ad arruolarsi nel corpo dei
giannizzeri. Quei bambini, martiri cristiani ricordano i Santi Innocenti dell'inno di
Prudenzio, o certi delicati passi di S. Cipriano dedicati ai bambini confessori e martiri.
Tre di loro si piegarono alle volontà Ottomane, furono circoncisi, ma poi riuscirono a
fuggire a Genova, riabbracciando la fede avita. Gli altri 18 furono uccisi dopo atroci
torture il 6 settembre 1566. Questi ultimi furono canonizzati dalla Chiesa. Un dipinto che fregia il palazzo
dei dogi a Genova ne glorifica il martirio. 
L'immagine a destra si riferisce al modello preliminare olio su tela (116.8 x 82.6 cm) di
Giovanbattista Tiepolo (Venezia 17271804) per un soffitto del Palazzo Ducale di
Genova, conservato al Metropolitan Museum of arts di New York nel fondo John Stewart
Kennedy 1913, il cui originale è andato poi distrutto in un incendio. Il Tiepolo ebbe
lincarico dalla famiglia nel 1784 e completò lopera lanno seguente.
Nella parte superiore della scala centrale Jacopo Giustiniani è inginocchiato davanti
alla personificazione della Repubblica Genovese. Gli stemmi dei Giustiniani e di Genova
sono visibili sulle due bandiere. Una figura femminile in vestito greco posta
nellangolo di sinistra rappresenta l'isola di Chios; il rotolo che tiene nelle mani
ha le iniziali V.I. e 1562, in riferimento a Vincenzo Giustiniani Garibaldi podestà dal
1562 al 1566 (anno della conquista turca dellisola). Le figure in vestito orientale
nella parte di destra potrebbero alludere alle conquista turca dellisola nel 1566 o
alle imprese commerciali dei Giustiniani nellAsia minore e nelle isole
dell'arcipelago Greco.
Gloria genovese e sacra; poco conosciuta. Le cannucce infocate conficcate nelle dita dei
piedi e delle mani, le percosse brutali, il piccino che tiene stretto stretto il pugno,
perché non si creda che voglia alzare l'indice (che era il segno della resa, della
volontà di farsi maomettano), e lo stringe così forte, che né da vivo né da morto gli
si poté mai disserrare, quel piccolo, cristiano pugno. Erano i fanciulli di più vivido
ingegno e di più alta estrazione sociale, il Solimano voleva farne dei paggi del suo
Serraglio, e li fece portare da Chio a Costantinopoli: sarebbero diventati certo ministri,
governatori, pascià (come accadeva); ma prima dovevano convertirsi ad Allah. E quei
piccini preferirono Cristo:"O decem et octo lustiniani" "sanguinea
stola exornati!"."Stringe a pugno la destra per non poter perdere / ciò
che porta nelle mani: porta l'anima nelle mani" ("Comprimit in pugnum
dextram, ne perdere possit/ quod gerit in manibus: fert animam manibus"). Gli
informatori di Pio V non hanno potuto, da Costantinopoli, riferire tutto sui fanciulli
Giustiniani, ma un episodio che sa di miracolo, sì. E il grande Papa si commuove e
ringrazia Dio per il severo e dolce dono del martirio e della perseveranza di uno di quei
bambini: grazia altissima, Il Cardinale Gambara dirà :"ll Santissimo nostro
Signore disse (in Concistoro,ai Cardinali,il 6 Settembre 1566) che un giovinetto di
tredici anni,della famiglia Giustiniani(...) né da allettamenti né da terrore poté
essere indotto a convertirsi alla religione dei Turchi. Ché anzi, minacciandogli il
Pascià la morte, o col farlo precipitare ipso facto dalla finestra o col trafiggerlo
colla spada, non solo non provò spavento ma espresse invece il desiderio grande del
martirio, dicendo che non potevano fargli nessun dono maggiore che mutare nella morte la
vita, per la fede di Cristo. Fu gettato allora nel carcere, e qui, dopo che ebbe riversato
tutte le sue preghiere ai piedi di Dio, perché si degnasse di concedergli la corona del
martirio, tre giorni dopo, intatto e senza veruna offesa, fu trovato morto. Di questo
Santi volle far partecipi i Reverendi Cardinali, perché fossero grati a Dio, che anche ai
nostri tempi donava grazie di questo genere. Tempi forti, di lotta e fede vera. I
"duodeviginti lustinianae gentis Pueri",di cui fu scritto, con suggestiva,
sonante, antitesi nella Cappella del Palazzo Ducale genovese, nell'epigrafe acclusa
all'affresco di Giovan Battista Carlone:". . le loro grandi anime, per
ritrovarle, sotto le percosse intrepidamente persero"".. .magnas animas, ut
invenirent, constantissime perdiderunt (traduzione dal latino di Aldo
Bartarelli).
La caduta di Chios fu un immenso dolore per il Papa S. Pio V che, nel comunicare la
notizia ai Cardinali del Concistoro, interruppe le sue parole con uno scoppio di pianto.
I capi della Maona furono internati a Caffa in Crimea, dove molti morirono. I superstiti,
furono liberati dal Sultano Selim nel 1567 e gli fu concesso di tornare a Chios o in
Italia per intercessione di Carlo IX re di Francia, su preghiera del Papa S.Pio V, per
mezzo del suo ambasciatore De Guanterie de Grandchamp.
Dall'opera di P.P. Argenti "Chius Vincta" alcuni estratti in inglese (Extracts from printed books ) sulla
sorte dei diciotto fanciulli Giustiniani e la liberazione dei supersisti a Caffa.
La cittadella di Chios fu presidiata e lisola occupata con il divieto ai residenti
di abbandonarla, pena la morte, mantenendogli però anche alcuni dei privilegi concessi in
precedenza dai Maonesi.
Si spiega così come ancora nel 1594, sia i Giustiniani che rimasero che quelli che
tornarono a Chios riuscirono comunque a mantenere un certo lignaggio, anno in cui per gli
inasprimenti dellamministrazione, i più furono costretti ad andarsene. Risulta
comunque che ancora oggi ci siano famiglie che portano lantico cognome dei
Giustiniani o sue varianti Greche.
Ci fu ancora un vescovo di Chios nel secolo scorso: Ignazio nel 1830 ed un altro con lo
stesso nome nel 1879, con sede a Nasso dove un certo Giovanni Giustiniani possedeva ancora
nel 1670 vasti possedimenti. (Diocesi di Chios)
I più dei sopravvissuti tornarono a Genova con la vana speranza di vedersi riconosciuto
un indennizzo per la perdita dellisola di 152.250 lire Genovine nel caso di perdita
della colonia, più altre 70.000 lire genovine per altre indennità ed il rimborso con gli
interessi di 600 luoghi (60.000 lire) che i Giustiniani avevano depositato presso il Banco
di S.Giorgio a Genova come garanzia per il censo annuo dovuto alla Repubblica.
Tutti i richiami che i Giustiniani fecero fino al 1805 per farsi riconoscere il debito,
furono inutili. Le speranze finirono definitivamente quando il Banco di S. Giorgio fu
chiuso nel 1815.
Gli antichi domini dei Giustiniani nel Dodecaneso, sotto il gioco Ottomano, andarono molto
presto in rovina. Chios fu ridotta ad un covo di ladri e di pirati. I pochi latini rimasti
furono incarcerati. La maggior parte della popolazione rimasta era per lo più plebea. Di
tutte le Chiese dellisola rimasero solo la cappella dei Domenicani e il convento dei
Francescani.
Molti Giustiniani di Chios si distinsero anche al di fuori del Dodecaneso. Nicolò Banca
nel 1393 è console a Costantinopoli, Ottobono Campi è capitano di ventura nella guerra
di Ventimiglia, Francesco Campi è ambasciatore presso limperatore Sigismondo, dal
quale è nominato conte palatino per il casato dei Giustiniani il 15 maggio 1413, come
Gabriele Recanelli l8 dicembre 1417. Antonio Longo nel 1390 è ambasciatore e
plenipotenziario della Repubblica e paciere nella disputa tra guelfi e ghibellini. Pietro
Giustiniani, Ammiraglio della flotta dei Cavalieri di Malta e Gran Priore dellOrdine
durante la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 (
.Uluj Alì, con il
vento in poppa, aggredì da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta,
al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell'Ordine. La Capitana venne circondata da
sette galee. Uluj Alì catturò il vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero
Giustiniani, che era stato ferito sette volte, e prese a rimorchio la
Capitana.
attraverso il racconto di un marinaio della nave cristiana
"San Teodoro", narrato da Gianni Granzotto nel libro: "La battaglia di
Lepanto").
La maggior parte dei rami discendenti di questa nobile famiglia, dopo il 1566 anno della
conquista Ottomana di Chios si sono estinti nel corso dei secoli.
Genova con la caduta di Chios sparisce dal novero delle potenze coloniali, continuando il
declino coloniale cominciato nel 1475, ma invece che la decadenza ritrova una inaspettata
prosperità. Non nel campo politico ma nel campo imprenditoriale. Nel XVI secolo le navi
ed i marinari liguri si possono paragonare ai Greci del XIX secolo che si incontrano in
tutti i mari e in tutti i porti stranieri più facilmente di quelli a casa loro. Con
grande incremento dellattività mercantile Genova seppe affermarsi fin da subito
nella nuova attività destinata ad affermarsi nei secoli a venire: le banche.
Le colonie commerciali perdono la funzione di teste di ponte verso un mondo che ormai ha
acquistato sicurezza e sviluppo spontaneo, dove i latini sono visti ora come concorrenti
piuttosto che come collaboratori. I Veneziani mantennero i loro possedimenti nel levante
più a lungo dei Genovesi soprattutto per la maggior presenza dei coloni veneti, al
contrario di Genova che non riuscì mai a facilitare grosse emigrazioni verso le colonie.
Un eccezionale testo sulla storia di Chios fu la "Istoria di Scio" scritta nell'anno 1586 scritta da Hieronimo Giustiniani (maonese - o dei Signori di quelle et Isole circonvicine e paese adiacente nell'Asia Minore), un eccezionale documento d'epoca con una descrizione puntuale e dettagliata della geografia dell'isola, Qui sono riproposti alcuni capitali come riportati nell'opera di P.P. Argenti: Introduzione - Libro primo - Libro secondo - della descrizione, et historia dell'isola di Scio - Libro terzo - Libro quarto - Libro quinto - Libro sesto - Libro settimo - Libro ottavo
Lochio drito
de la cità nostra de Zenoa Il problema della difesa di Chio negli ultimi anni
del dominio Genovese. di Enrico Basso tratto dal sito dell'Associazione di studi storici militari
Fonti e
problemi della storia del commercio mediterraneo nei secoli XI-XIV di Marco Tangheroni
tratto dal Portale di Archeologia
Mediovale dell'Università di Siena
LA VITA AMMINISTRATIVA DEI
GIUSTINIANI A SCIO L'organizzazione della colonia di Chios e i nomi di tutti i
podestà Genovesi.
Nuclei famigliari da Genova a Chio nel
quattrocento
Il questo link uno studio di Laura Balletto su come i Giustiniani seppero interessare allo
sviluppo dei commerci di Chios anche i nativi isolani, che si sentirono così
gradualmente, per così dire, genovesizzati, anche attraverso vincoli familiari. Oltre a
tutto ciò, lisola di Chios divenne ben presto meta dun notevole afflusso
immigratorio, che vide arrivare in loco non solo gente proveniente da Genova e dalla
Liguria, ma altresì da altre regioni italiane ed anche extra italiane. Ed uno degli
elementi che caratterizzò questa immigrazione e che storicamente appare fra i più
importanti ed interessanti è rappresentato dallafflusso nellisola di
Chio di più membri di un medesimo gruppo familiare, i quali talvolta, dopo un certo
tempo, rientrarono in patria e talvolta, invece, restarono colà vita natural durante, vi
defunsero e vi vennero sepolti. Gli esempi che, circa questo fenomeno, si possono trarre
dalla lettura di anche soltanto una parte dei numerosissimi atti notarili pervenutici,
redatti da notai genovesi e/o liguri nellisola di Chios nel Quattrocento, sono molti
e si riferiscono ai più diversi livelli della scala sociale.
Dall'opera di P.P. Argenti "Chius Vincta" alcuni estratti in inglese (Rapporti tra Maona, Bizantini e Turchi )
sui rapporti tra: la Maona di Chios fino al 1500 con i Bizantini e l'Impero Ottomano, le
condizioni dell'isola di Chios prima dell'occupazione Turca del 1566 e sulla conquista
Turca del 1566.
Gli orizzonti aperti. Profili
del mercante medievale , a cura di G. Airaldi, Torino 1997 © degli autori e
dell'editore. (Indice. - Gabriella Airaldi, Introduzione. Per la storia dellidea di
Europa: economia di mercato e capitalismo. - Jacques Le Goff, Nel Medioevo: tempo della
Chiesa e tempo del mercante. - Roberto S. Lopez, Le influenze orientali e il risveglio
economico dellOccidente. - Eliyahu Ashtor, Gli ebrei nel commercio mediterraneo
nellalto medioevo (secc. X-XI). - Abraham L. Udovitch, Banchieri senza banche:
commercio, attività bancarie e società nel mondo islamico del Medioevo. - Nicolas
Oikonomides, Luomo daffari. - Armando Sapori, La cultura del mercante
medievale italiano. - David Abulafia, Gli italiani fuori dItalia. - Gabriella
Airaldi, Modelli coloniali e modelli culturali dal Mediterraneo allAtlantico. -
Jacques Heers, Il ruolo dei capitali internazionali nei viaggi di scoperta nei secoli XV e
XVI. - Gabriella Airaldi, Leco della scoperta dellAmerica: uomini
daffari italiani, qualità e rapidità dellinformazione)
LE MONETE A CHIOS AL TEMPO DEI
GIUSTINIANI (Si ringrazia in particolar modo il Prof. Andreas Mazarakis per il suo
contributo alla stesura di questo paragrafo)
MONNAIS INEDITES DE CHIO di P.
Lambros, Parigi 1877 (testo in francese)
LEVANTINE HERITAGE diversi
contributi in inglese sulla storia delle famiglie levantine
Il sito di Christopher Long interessante
la sezione storica dedicata a Chios
XIAKA di Alexander Vlastos, The History of the Island of
Chios from its earliest times down to its destruction, by the Turks in 1822 (in
inglese)
Storia di
Chios in greco moderno
LA DISCENDENZA DEI
GIUSTINIANI DI GENOVA
DAL 1566 AI GIORNI NOSTRI
Con la fine del dominio della Maona a Chios nel 1566 e la liberazione dei superstiti
internati in Crimea dai Turchi alcuni Giustiniani ritornarono a Chios altri in Italia o in
Grecia. Le famiglie originarie della Maona del 1362 restarono quasi tutte fino al 1566,
anno della fine della dominazione Genovese su Chios, ed erano: Caneto de Lavagna (usciti
nel 1369), Campi, Arangio (usciti nel 1413), S.Teodoro (usciti nel 1369), Adorno, Banca,
Longo, De Forneto, Negro, Oliverio e Garibaldi. Cui si aggiunsero al posto dei Caneto e
degli Arangio nel 1369, Rocca, Fregosi, Recanelli e Forneti. Nel tempo molte altre
famiglie furono iscritte alla Maona e presero il cognome di Giustiniani: Castro, Pagano,
Moneglia, Ciprocci, Mari, Paterio, Maruffo, Ughetti. Altre ne fecero parte per brevi
periodi.
I rami Giustiniani che tornarono a Roma furono quelli dei Banca e i Negro che ottennero
con molta facilità di entrare nella corte Pontificia per occuparvi un posto degno delle
glorie passate. A ciò contribuì senza dubbio lalta posizione di Vincenzo Negro
Giustiniani (Chios 1519-Roma 1582) che aveva preso i voti contro il parere dei genitori.
Entrato nellordine dei Domenicani vi aveva percorso una brillante carriera, nel 1558
a soli 38 anni, ne era generale, nonché qualche anno dopo tra i più autorevoli
partecipanti al Concilio di Trento. Creato cardinale da Pio V, alcune fonti lo danno anche
fra i papabile del conclave del 1572 che vide lelezione di Gregorio XIII Boncompagni
(L.Cardella, Memorie storiche dè cardinali della Santa Romana Chiesa, Roma, 1973 pp
146-48). Quando morì venne sepolto in Santa Maria sopra Minerva, dove aveva già fondato
una cappella, dedicandola a S.Vincenzo dè Ferrari (Basilica di Santa Maria alla
Minerva alcune foto della Cappella Giustiniani sul sito dell'Australian
National University e alche su Cappella Giustiniani ).
Il primo cardinale della famiglia Vincenzo Giustiniani, era fratelo di Giuseppe e zio
dellomonimo Vincenzo (1564-1638) futuro collezionista e di Benedetto (1554-1621),
laltro cardinale. Quando nel 1566, Giuseppe Giustiniani, futuro acquirente del
palazzo, fu costretto ad abbandonare lisola di Chio, si rivolse appunto a Vincenzo,
suo cognato, giacché fratello della moglie Geronima.
Giuseppe, sottoposto a vessazioni e soprusi da parte dei turchi, dopo le tappe di un
esilio che è poi un fuga, prima a Malta, poi a Messina, quindi a Napoli ed infine a
Civitavecchia, venne a Roma, con grandi ricchezze e con cinque figli: due maschi,
Benedetto e Vincenzo e tre femmine: Angelica (ritratta a qui a destra. Sulla tovaglia, lo
stemma bipartito della famiglia Giustiniani e Monaldeschi - Pittore genovese del XVII
secolo - collezione privata), Virginia e Caterina, che maritò nobilmente e con molta
dote: la prima a casa Bandini, la seconda a casa Monaldeschi, la terza in casa Massimi.
A Roma, tramite laiuto del cognato, fu introdotto con la sua attività negli affitti
o nei negozi camerali riuscendo ad aumentare prodigiosamente le sue sostanze.
Lesperienza di più generazioni dedite al commercio e ai cambi, saldamente acquisita
da Giuseppe, non poteva passare inosservata nella dinamica Roma di Gregorio XIII. Dove
dimorassero i Giustiniani fino a quel periodo non è chiaro, ciò fino al 1590 quando
acquistarono il palazzo, forse nel vicino palazzo di S.Salvatore alle Coppelle posseduto
dal cognato Giorgio Giustiniani. Nel 1590 acquistò il palazzo che a Roma porta ancora il
nome della famiglia e di due ville situate, una nella zona di Porta Flaminia in Roma non
più esistente il cui portale e stato impiantato allingresso di Villa Lazzaroni
sempre a Roma (su cui capeggia liscrizione di Giuseppe Giustiniani) e unaltra
al Laterano che è considerata uno dei gioielli dellarchitettura Romana (Villa
Giustiniani). Inoltre acquisisce i latifondi di Bassano. Giuseppe Giustiniani si occupa
anche di beneficenza con copiosi lasciti ad opere di bene tra cui a Società dei XII
APOSTOLI, ancora attiva oggi, ed altre anchesse presenti, con la particolare
raccomandazione di assitere i profughi di Chios con varie attività, tra cui alcune
considerate oggi anacronistiche come la dote alle zitelle sciote illibate (in
particolare il Ministero dell'interno: Riconoscimento della personalita' giuridica di
diritto privato della fondazione "Opere pie dotalizie raggruppate Giustiniani,
Falconi e Marcolini del Pio istituto di Dotazione del SS.mo Rosario", in Roma GU n.
275 serie generale parte prima del 24.11.98)
Benedetto figlio maggiore, studiò legge a Perugia, poi a Padova e a Genova e, in pochi
anni entrò a far parte dellamministrazione pontificia. Sisto V lo nominò nel 1585
Tesoriere generale e il 17 dicembre 1586 a soli 32 anni Cardinale. e nel 1586 fu fatto
cardinale da Sisto V. Svolse un ruolo significativo nella politica ecclesiastica di quegli
anni; si ricorda in particolare la sua opera per il riavvicinamento del re di Francia
Enrico IV di Borbone alla Chiesa cattolica. Dal 1606 al 1611 fu Legato pontificio a
Bologna, assolvendo la propria carica con grande fermezza e rigore, come attestano le
fonti contemporanee e come dimostra il Bando generale promulgato a Bologna nel 1608. La
sua passione per larte fu tale al punto da far sostituire di nascosto il S.
Sebastiano del Francia nella Chiesa di S. Maria della Misericordia a Bologna con una
copia, testimoniata, in particolare, dagli scritti del bolognese Carlo Cesare Malvasia, il
quale ci parla dellamore del cardinale per la pittura "tenebrosa" e ci
descrive il suo carattere "ritroso e severo" e impulsivo. Della sua
abilità di inserirsi nel tessuto politico e sociale dell'epoca è testimonianza una sua
biografia anonima che lo definisce così: "è officioso et efficace per l'amici.
Ha molta solertia et è gran captatore di benevolenza con i grandi, perché gli lusinga et
si mostra tenace de loro interessi, et sa facilmente interessarli conche s'ha
guadagnata la confidenza del Papa
". Il cardinale Benedetto fu ritratto da
Caravaggio, in un dipinto finora sconosciuto menzionato nell'inventario della sua
collezione. Il secondo figlio di Giuseppe Giustiniani, Vincenzo I (Chios 1564 Roma
1637), ereditò dal padre il feudo di Bassano, della Diocesi di Sutri, acquistato il 12
giugno 1595 e da Paolo V il 22 novembre del 1605 elevato a titolo di Marchesato, è
lisitutotore del fedecommesso. Uomo educato alle arti. Dimostrò un grande
eclettismo e una grande passione per le scienze. Accorto collezionista dotato di fine
intuito si accostò alle correnti più innovative della pittura del suo tempo, sostenendo
nel suo ruolo di mecenate la diffusione del realismo di matrice caravaggesca e dimostrando
in più occasioni un'apertura alle novità che pochi suoi contemporanei seppero
condividere. Al contempo, Vincenzo coltivò una viva passione per l'antico, accumulando
una straordinaria quantità di sculture e bassorilievi che letteralmente invasero tutti
gli spazi delle sue residenze. La natura eclettica dei suoi interessi è dimostrata dall'
inventario della sua biblioteca, nel quale sono elencati volumi di storia, di filosofia,
ma anche di astrologia, medicina e divinazione. La sua passione per le arti e le scienze
lo portò a scrivere una serie di saggi che verranno pubblicati postumi con il titolo di
Discorsi sulle arti e sui mestieri (recentemente ripubblicati nelle edizioni Città del Silenzio con una
prefazione di Lauro Magnani) . Essi denotano una grande conoscenza della pittura, della
scultura, della musica e delle costruzioni civili. Questi sono di fondamentale importanza,
non soltanto per la comprensione del suo gusto artistico ma anche per le molte
informazioni che se ne possono trarre. Nel 1606 Vincenzo intraprese un viaggio nel Nord
Europa che, passando per la Germania, lo condusse fino in Inghilterra e quindi, sulla via
del ritorno, in Francia. Le tappe del suo itinerario, i luoghi e gli incontri che lo
colpirono maggiormente, sono riportati nel diario che ne dà il resoconto.
Almayden parlando del Marchese Vincenzo I Giustiniani e delle sue doti di sapiente,
mecenate e viaggiatore, lo descrive così: "cavaliere di virtù e meriti
incomparabili, noti a tutto il mondo
Non vidi mai tale ingegno al mondo
. Di
tutto sintendeva, di tutto discorreva, anche delle scienze più recondite; e con
essere affabile aveva ridotto in casa sua una conversatione di cavalieri et uomini
letterati
. Fece mobilissimo viaggio in tutta Europa, il quale pose in carta e
diresse a me (pubblicato da un Cod. Ottoboniano della Vaticana).
Il Casato Giustiniani, fu decorato con il titolo di nobile. Con il conferimento di marchese
a Vincenzo Giustiniani, il casato acquisiva anche questo prestigioso titolo. La
giurisdizione del Marchesato si estendeva sulla "marca", ovvero paese di
confine, i Marchesi avevano ai loro ordini un buon numero di armati per difendere i
territori contenuti nella "marca"; furono perciò chiamati "Custodes
limitum", poi Marchiones, Marchisii, ed infine Marchesi. Il titolo di Marchese
era già allepoca puramente onorifico e gentilizio.
La ragione per cui viene ricordata la famiglia Giustiniani di Roma non è solo per
laver realizzato in pochissimo tempo cospicue ricchezze ed essere stati i primi
mecenati dellarte, ma soprattutto per il fatto di essersi dedicati a finanziare
iniziative benefiche già esistenti in favore dei meno fortunati della Famiglia e dei
poveri in generale e tra questi specialmente dei profughi da Chios. Alcune iniziative
esistono ancora alla data di oggi e continuano la loro attività. Vincenzo Giustiniani,
all'età di 67 anni si trovò senza eredi legittimi, in quanto i tre figli avuti dalla
moglie Eugenia Spinola, Giovanni Girolamo, Girolama e Porzia erano morti in tenera età,
non avendo nipoti Giustiniani, essendo il cardinale Benedetto il suo unico fratello
maschio legittimo, decise di nominare, il 22 gennaio 1631, con testamento olografo, erede
universale Andrea Giustiniani, figlio di Cassano Giustiniani Banca, il quale
dallisola di Chios si era trasferito a Messina.
Probabilmente in quanto discendente del cardinale Vincenzo Giustiniani, fratello i sua
madre, al quale la sua famiglia era riconoscente per l'aiuto ricevuto al momento del
trasferimento da Scio a Roma. Pochi anni dopo la morte di Vincenzo I, avvenuta nel 1638,
Andrea potè, per interessamento di Orazio Giustiniani, allora vescovo di Montaldo,
sposare Donna Maria Pamphili, figlia di Donna Olimpia e nipote del del Cardinale Gio Batta
Panfilio futuro Innocenzo X. Il vescovo di Montaldo, trasferito da poco a Nocera (1645),
ebbe in compenso da Papa Innocenzo X Pamphili lonore del Cardinalato nel Concistoro
e Bibliotecario di Santa Chiesa; mentre Andrea, fino ad allora Marchese di Bassano di
Sutri per eredità di Vincenzo Giustiniani, era nominato Principe il 21 novembre 1645,
annoverato tra i Principi assistenti al soglio pontificio. Anche lAmayden descrive
la personalità di Andrea Cassano Giustiniani come è cortesissimo ed istruito di
tutte le scienze, come posso attestare più di ogni altro, per la continua familiarità
tenuta seco, al tempo del Marchese Vincenzo
Nellampio preambolo della Bolla con la quale Innocenzo X concede tale titolo ad
Andrea Giustiniani, si illustrano le gesta di numerosi membri della famiglia, ricordando
come prima dellarrivo a Costantinopoli già fosse, tra le case nobili di Genova,
chiara ed illustre: «unde oculos in illustrem et antiquam Iustinianorum familiam, que
pridem Constantinopolim profecta, in civitatem Ianuensem consedit, inique inter reliquas
nobiles familias clara atque illustris habetur, convertentes, eam que a nobis
cumulatissime ornetur dignissima comperimus».
Grande fu lo splendore che tale innalzamento riceveva la famiglia Giustiniani di Chios e
di Roma, sia in onori civili che ecclesiastici, sino a toccare il Soglio Papale con il
Cardinale Orazio, e lo avrebbe ottenuto senza dubbio, due secoli dopo, con il Cardinale
Giacomo, nato a Roma il 29 dicembre 1769, dal Principe D. Benedetto e dalla Contessa
Cecilia Meoni, se la sera del 6 gennaio del 1831, ventiduesimo giorno del Conclave dopo la
morte di Pio VII, il Cardinale Spagnolo Marco y Catalan non avesse ricevuto
dallambasciatore di Spagna, Labrador, lesclusiva formale di quella corte per
il Cardinale Giacomo Giustiniani, sul coi nome si erano accumulati molti voti. Egli
sopportò lingiusta esclusione del Governo di Spagna, ma non gli fu concesso di
ritirarsi in tranquilla solitudine, poiché Gregorio XVI, eletto in sua vece, lo elevò ai
più alti gradi, e morì il 24 febbraio 1843, ricoprendo la carica di Camerlengo del Sacro
Collegio. Ad Andrea Cassano Giustiniani gli successe Carlo Benedetto I, fatto principe di
Bassano nel 1737, poi Giovanbattista Vincenzo II che morì nel 1754, poi Girolamo
(1714-1757) che sposò nel 1754 Anna Maria Ruspoli, poi in settima generazione Benedetto
II. Alla sua morte erano già morti due dei suoi figli maschi Lorenzo e Vincenzo III. La
grandezza della famiglia Giustiniani durata per tanti secoli si spegneva allorché
lEuropa usciva dalle guerre Napoleoniche. I tempi difficili della prima repubblica
romana (1798) avevano costretto Benedetto ed i figli Vincenzo, Lorenzo e Giacomo Tommaso a
cedere per alloggio ai cittadini francesi a Roma e ai militari, sia la villa
di San Giovanni che parte del palazzo. Vincenzo, il sesto Principe Giustiniani, dissipate
le ingenti ricchezze ereditate dagli avi e ridotto il fedecommesso istituito da Vincenzo I
il 22 gennaio 1631, quando ormai erano numerosi i suoi numerosi creditori, si spegneva il
13 novembre 1826 senza eredi maschi. Il terzo figlio di Benedetto e fratello di Vincenzo
III, Giacomo Tommaso, non poteva ereditare, essendo il cardinale di Albano (nominato il 2
ottobre 1826). La sua morte il 4 febbraio 1843, estinse il ramo dei Giustiniani-Banca.
Egli nominò come leggittimo erede al titolo ed ai beni Leone (o Leonardo)
Giustiniani-Negro, ottavo nella serie dei principi di Bassano. La nipote Cecilia, figlia
dellultimo Vincenzo, morto il 13 novembre 1826, con la quale si era estinta la linea
retta primogeniale del principe Andrea, erede del fedecommesso. Cecilia Giustiniani sposò
Carlo Bandini, padre di Sigismondo Bandini Giustiniani. Morto Leonardo Giustiniani e tutti
i suoi fratelli senza prole, ed estinguendo anche il ramo dei Giustiniani-Negro, il titolo
del Principe di Bassano passò al ramo dei Recanelli-Giustiniani di Genova con il marchese
Alessandro Giustiniani, discendente diretto in 13 grado del grande Pietro
Recanelli-Giustiniani e figlio del già marchese Pantaleo, morto il 17 febbraio 1867. Il
ramo Recanelli fu senza dubbio con quello Romano del marchese Vincenzo Giustiniani il più
fecondo di uomini che si distinsero nelle arti e nella nobiltà. Gabriele figlio di Pietro
Recanelli Giustiniani, fu creato Conte Palatino l'8 dicembre 1417 dall'imperatore
Sigismondo. Giannettino, da Luigi XIII re di Francia fu nominato Marchese e rappresentante
di Francia a Genova nel 1640, 1643 e 1657; Andrea fu consigliere dell'imperatore Carlo V;
Vincenzo fu amico intimo di Enrico II Re di Francia; Alessandro medico e latinista famoso
del XVI secolo e traduttore di parecchi scritti di Aristotele e Ippocrate; Francesco,
nipote del precedente, fu famoso botanico e matematico. Leredità del fedecommesso
di Vincenzo Giustiniani, ramo diretto dei Giustiniani, si estingue quindi nel XIX secolo e
confluisce nel ramo Bandini. Pur rafforzando lasse ereditario attraverso le doti dai
buoni matrimoni contratti (Gonzaga, Boncompagni Ludovisi, Ruspoli, Grillo, Mondragone e
con gli inglesi conti di Newburg), già sul finire del 700 la situazione economica
della famiglia era enormemente peggiorata al punto che Vincenzo, figlio di Benedetto,
sposato a Nicoletta Grillo di Mondragone, nel giro di meno di dieci anni aveva ottenuto da
Pio VI (1775-1799) e Pio VII (1800-1823) tre chirografari che lo autorizzavano il primo a
contrarre debiti per 75.000 scudi (in data 20 giugno1796), il secondo a vendere una delle
tenute del patrimonio (in data 28 agosto 1800) e, infine, il terzo a vincolare la somma di
100.000 scudi (in data 28 agosto1803). Con ciò tuttavia non obbligò tutto il patrimonio
diretto primogenitale bensì lantico asse trasversale disposto nel fedecommesso del
1631. I tre chirografari papali si rilevarono una trappola quando Cecilia, unica erede di
Vincenzo e di tutto lasse Giustiniani di Roma nel 1815 dovrà procurarsi dote per
andare in sposa al nobile Carlo Bandini di Macerata. Nelle obiezioni esposte nella
supplica, emerge lomessa dichiarazione di Vincenzo, al momento del primo
chirografario nel Giugno 1796, di essere già padre di Cecilia, nata in febbraio di quello
stesso anno. Difatti se la nascita fosse avvenuta dopo la concessione del Papa
avrebbe ascoltata la sua richiesta di dote, è per questa ragione che, nel
1815, fidanzata al Bandini, impetra una dote congrua di paraggio oscillante
sui 50-70.000 scudi da trarre sopra i beni del fedecommesso, affinché restassero separate
le concessioni pontificie e le disgrazie domestiche. Donna Cecilia concluderà così la
sua discendenza diretta sposando il Bandini e trasmetterà a suo figlio Sigismondo i suoi
titoli di del ducato di Mondragone eredito dai Grillo e la contea di Newburg, ereditata
dalla nonna, confluendo il tutto nel ramo dei Giustiniani Bandini. Estinta la prima linea
retta, Banca-Giustiniani e Negro-Giustiniani, dei partecipanti al fedecommesso e al
principato, sorsero lunghe contese che per oltre un secolo hanno occupato i Tribunali
Pontifici, del Regno dItalia ed infine della Repubblica.
Con la morte di Vincenzo VI si disperde definitivamente anche la collezione Giustiniani
che per un paio di secoli è stata la più importante nella Capitale (1.867 sculture
antiche e 638 dipinti, in seguito divenuti 820: compresi ben 15 Caravaggio), dopo una
prima dispersione, ha visto la sua fine definitiva sancita proprio dai debiti e dalle
tassazioni, che la famiglia proprietaria non poteva onorare per la mancanza di fondi
liquidi. Era la collezione iniziata nel Seicento dai due fratelli Giustiniani, il marchese
Vincenzo e il cardinale Benedetto, nel loro palazzo, attualmente sede della Presidenza del
Senato, di cui nessun grand-tourista ometteva comunque la visita:
«Non vi è palazzo in Roma che abbia tante statue come di questo Prencipe», scriveva
Pietro Rossini nel 1693; e nella sua guida, «la più diffusa in Europa in quel
periodo, tradotta in varie lingue e pubblicata in grandi tirature», Joseph Jérôme
Lefrançois de Lalande, quello che si stupiva perché a Venezia i libri si vendevano
«come le noci», dedica ben 13 pagine alla descrizione del palazzo e di quanto
conteneva. Tuttavia, nonostante quanto prescriveva nel proprio testamento il marchese
Vincenzo una prima parte è alienata già attorno al 1720: sculture antiche cedute al
cardinale Alessandro Albani, e a Thomas VIII duca di Pembroke a Wilton House.
Ma il grosso va disperso tra la fine del settecento e i primi decenni dellOttocento.
Soltanto Federico Guglielmo III re di Prussia acquista, in una volta sola, ben 157
dipinti. Per dirne una, nel 1808, con la mediazione di Dominique-Vivant Denon, allora
direttore del Musée Napoleon, il Suonatore di liuto di Caravaggio, ora allErmitage
di San Pietroburgo, è acquistato dallo zar Alessandro I. I Giustiniani, le cui rendite
erano già notevolmente diminuite, come molti patrizi romani sborsano duemila scudi
dimposta per armare la truppa pontificia di Pio VI; da Papa Braschi ottengono
ipoteche (7.000 scudi) sulle loro proprietà, che ben presto però spendono per far fronte
alle tasse del governo repubblicano. Tra le cause «dellirreversibile declino», ci
sono anche «le pesantissime tasse imposte dai francesi durante gli anni della loro
dominazione a Roma»; e lultima parte di quella formidabile raccolta che trova
la sua pessima fine, è il massimo lotto delle sculture.
Giovanni Torlonia, «scaltro cambiavalute di origine francese», è tra i pochi, in
quei frangenti, a possedere una notevole liquidità; alcune delle più prestigiose casate
romane (Orsini, Borghese, Bolognetti, Braschi Onesti, Chigi) devono far ricorso proprio al
banco Torlonia, «vendendo o ipotecando i propri beni, le opere darte per prime».
Così, cedono arte ai Torlonia anche nomi prestigiosi: Colonna, Santacroce, Altieri,
Crescenzi Bonelli, Soderini, Valenti Gonzaga. Il banchiere ingiunge ai Giustiniani di
ripianare i debiti contratti, e lultimo discendente del marchese Vincenzo, suo
omonimo, perde quel che gli restava della collezione: 270 sculture, di cui 115 rilevate
appunto dal Torlonia. Anche se non la Minerva osannata da Goethe, che dallOttocento
è in Vaticano; né limmensa Testa di Costantino, che dal Novecento è al
Metropolitan. Poi, un altro Torlonia sincaricherà di trasformare le 77 sale del
museo di famiglia in 99 miniappartamenti, e così quelle sculture risultano ora invisibili
a chiunque da quasi mezzo secolo.
I Giustiniani comunque non si diffusero solo a Roma e Genova. Quelli rimasti a Scio fino
al 1566, posteriormente alla formazione degli alberghi del 1528, che tornarono in Grecia o
in Italia, furono aggregati allalbergo dei Giustiniani, già Recanelli, che si
trovava a Genova, poterono in seguito riprendere il primitivo cognome. Quelli rimasti a
Scio continuarono a dirsi Giustiniani. Fra tali famiglie vi era anche un ramo dei
Giustiniani Recanelli che si stabilì a Roma (come riferisce lAmayden), oltre quello
che si stabilì a Genova. In oriente sopravvivono ancora alcuni rami Giustinini a Smirne,
il marchese (dal 1891) Edmondo Giustiniani de Forneto figlio di Nicolò nato a Scio il
1798. Un ramo collaterale spento nel XVIII secolo aveva formato una sede a Nasso (Grecia),
dove un certo Giovanni Giustiniani aveva nel 1670 vasti possedimenti. I rami dei Campi e
dei Longo si diffusero a Genova, Ancona e Foligno. Lo stemma primitivo dei Giustiniani di
Scio è un castello a tre torri di cui la centrale più alta, bianco in campo rosso,
larma è come il labaro Romano. Nel 1413 limperatore Sigismondo concesse di
aggiungere laquila nera imperiale monocipite rivolta verso destra incoronata di
corona doro, in campo doro. Ancora oggi questo stemma è visibile sui palazzi
decadenti di Scio e nella contrada dei Giustiniani di Genova.
NOTIZIE ARALDICHE E VICISSITUDINI
STORICHE DELLE FAMIGLIE DI ORIGINE GENOVESE A CHIOS DOPO IL 1566
I Genovesi d'Oltremare i primi coloni
moderni di Michel Balard IL SECOLO XIX 29/4/2001
STORIA DELLA CITTA DI GENOVA DALLE
SUE ORIGINI ALLA FINE DELLA REPUBBLICA MARINARA
LINEE GUIDA DELLA STORIA GENOVESE
1339-1528
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di Genova si può travere un ricco assortimento di testi sulla storia della Città e
Ligure
LA BATTAGLIA DI LEPANTO 7 OTTOBRE 1571 (Pietro
Giustiniani, Venenziano, Ammiraglio della flotta dei Cavalieri di Malta e Gran Priore
dellOrdine).
STORIA DI GENOVA, DEL REGNO DI
SPAGNA IN ITALIA DAL 1600 AL 1750
Memorie di Genova (1624 -
1647) di Agostino Schiaffino a cura e con introduzione di Carlo Cabella in Prima
edizione nei "Quaderni di Storia e Letteratura": Settembre 1996. Opera completa.
IL REGNO VENEZIANO DI MOREA E
LULTIMA GUERRA CRISTIANA CONTRO I TURCHI A SCIO DEL 1695
Pirati e pirateria nel Mediterraneo
medievale: il caso di Giuliano Gattilusio di Enrico Basso. Stampa in Praktika
Synedriou Oi Gatelouzoi tìs Lesbou, 9-11 septembríou 1994, Mytilini, a cura
di A. Mazarakis, Atene 1996 (Mesaionikà Tetradia, 1), pp. 343-371 ©
dellautore - Distribuito in formato digitale da Reti Medievali
Histore de la République
de Gênes di Émile Vincens, un testo in francese del 1843, scaricabile gratuitamente
su internet
LA VICENDA GIUDIZIARIA DELL'EREDITA' GIUSTINIANI
Terminata la restaurazione post- Napoleonica, Vincenzo, VI Principe
Giustiniani, dissipate le ingenti ricchezze ereditate dagli avi, e ridotto il
fedecommesso, istituito da Vincenzo I con testamento del 22 gennaio 1631, oggetto di
lunghi litigi da parte dei suoi numerosi creditori, moriva a Roma il 13 novembre 1826
senza eredi maschi.
Da quella data si apre un lungo contenzioso giudiziario tra gli aventi diritto che si
chiude nel 1958.
Curioso evidenziare che la maggior parte dei legittimi eredi discendenti diritti dei
Principi di Chios, ignorano completamente di essere eredi della prestigiosa famiglia.
Il giudizio tribunalizio sulla base della documentazione presentata dai convenuti ha
determinato in maniera definitiva gli eredi, escludendo qualsiasi altro pretendente.
Ciò non esclude che i non convenuti che non sapevano della causa in corso o coloro che
non hanno potuto presentare una documentazione completa non siano da considerare
discendenti della gloriosa famiglia Giustiniani.
Alberi Genealogici dei Giustiniani-Negro
e Giustiniani-Banca
Ramo Giustiniani-Banca fino a Vincenzo I Giustiniani primo Marchese di Bassano istitutore
del fedecommesso. Estinto questo ramo, primo erede maschio: Andrea Cassano dei
Giustiniani-Banca, e così via via fino a Cecilia Giustiniani Bandini figlia di Vincenzo
VI ultimo Marchese di Bassano, qui il ramo Giustiniani di Roma si estingue ed il titolo
passa ai Giustiniani-Recanelli di Genova. Grazie alle recenti ricerche presso
lArchivio di Stato di Roma è stato possibile correggere lerrore degli
studiosi precedenti che attribuivano il cardinale Vincenzo e sua sorella Gerolama (madre
di Vincenzo primo marchese di Bassano) al ramo Recanelli. Analizzando gli schemi
genealogici dellAsr si è potuto verificare la comune appartenenza ai Giustiniani di
Banca sia al principe Andrea Cassano sia del Cardinale Vincenzo e di sua sorella Gerolama.
Equivoco forse dovuto al fatto che nel 1857 fu nominato erede del fedecommeso Giustiniani,
Pantaleo Vincenzo Giustiniani Recanelli e, poichè lultima linea chiamata alla
successione era quella materna, si pensò che Gerolama appartenesse ai Giustiniani
Recanelli.
Genealogie tratte dall'archivio storico della famiglia Giustiniani Bandini presso la
fondazione Camillo Gaetani di Roma.
Dal sito: www.sardimpex.com, a cura di Davide
Shamà e Andrea Dominici Battelli, sono riportati alcuni alberi genealogici di dinastie
Giustiniani di Genova: Giustiniani De Banca e successione Bandini, Giustiniani Arangio
Conti di Nicaria, Giustiniani Campi, Giustiniani Campi Ciprocci, Giustiniani de Castro,
Giustiniani Fornetto, Giustiniani Garibaldo, Giustiniani Longhi e Ughetti, Giustiniani
Mari Moneglia, Giustiniani Negri, Giustiniani Oliverio, Giustiniani da Pagana, Giustiniani
Recanelli, Giustiniani Rocca, Giustiniani, Marchesi di Caprarica.
Alcuni ritratti dei Marchesi
Giustiniani tratte da Iustinianæ- Chios 1346-1884, Siros 1900,
Biblioteca A.Korais
LA VICENDA GIUDIZIARIA DEI GIUSTINIANI
DALLISTITUZIONE DEL FEDECOMMESSO FINO AL 1958
LA QUESTIONE DI DIRITTO
DELLEREDITA CONTESA
PERCHE TUTTI I
GIUSTINIANI CHE POSSONO PROVARE DI ESSERE
PARENTI DI QUELLI CHIOS POSSONO DICHIARARSI EREDI E PRINCIPI DI CHIOS
Al di la del simbolico valore, caso curioso ma sostenibile, il titolo
di Principe di Chio spetta a tutti i discendenti (che lo possano provare) da quei tredici
Maonesi del 1373 che lo ebbero per primi (Nicolò de Caneto de Lavagna, Giovanni
Campi, Francesco Arangio, Nicolò di S.Teodoro, Gabriele Adorno, Paolo Banca, Tommaso
Longo, Andriolo Campi, Raffaello de Forneto, Luchino Negro, Pietro Oliverio e Francesco
Garibaldi e Pietro di S.Teodoro).
Questo titolo spetta a quanti parteciparono al domino di Chios, che è quanto a dire a
tutti i Maonesi; tanto è vero che essi potevano, caso veramente raro se non unico,
trasmetterlo ad altri, che non fossero neppure loro parenti, purchè partecipassero al
governo di Chios, ciò ricollegabile alla stessa natura di società per azioni
della Maona Giustiniani.
Tutti i soci avevano uguali diritti, perché comuni sono i doveri. Tutti sono padroni di
Chios anche se il guadagno e pro rata in base alle quote, è per questo che il titolo di
Principe, concesso ai tredici Maonesi, si trasmetteva a tutti i figli, purchè legittimi,
senza restrizioni della primogenitura, perché nessuna legge ha giammai escluso dal
commercio i figli ultrogeniti. Il fregiarsi di tale titolo di Principe di Chios è anche
del tutto indipendente dal fatto di essere partecipanti o meno al fedecommesso ed essere
quindi eredi del Marchese Vincenzo Giustiniani in quanto anche lo stesso Marchese ed i
suoi discendenti come alla stregua degli altri discendenti dei tredici Maonesi originari e
successivi aventi diritto sono tutti aventi diritto. Sarebbe impossibile concepire una
Società Commerciale che portasse con se oltre beni e servizi anche titoli nobiliari, ma
non per questo si possono togliere i diritti acquisiti, essendo pacifico che le
questioni relative ai titoli nobiliari debbano essere considerate e decise alla stregua di
quel che sarebbe stato, se la feudalità vera e reale mai non avesse cessato di
esistere (Corte dappello di Napoli del 9 febbraio 1903 Marulli-Sezza)
IL TESTAMENTO DI VINCENZO
GIUSTINIANI (le vicende documentali)
Il "libro d'oro" della
nobiltà Genovese
Giustiniani ascritti nell'Albo d'oro
della nobiltà Genovese
Giustiniani ascritti nell'Albo
d'oro della nobiltà Genovese nel 1797 tratto da "Il Patriziato
Genovese" discendenza degli ascritti al Libro d'oro del Marchese Carlo Sertorio -
Genova 1967 Giorgio di Stefano Editore (presente nella Biblioteca Vittorio Emanuele II di
Roma)
discendenze Giustiniani olim Campi, Giustiniani olim Longhi, Giustiniani olim Recanelli,
Giustiniani olim De Forneto
... Furono anche le imposte a dilapidare
il patrimonio dei Giustiniani
LA SENTENZA DEL 21 AGOSTO 1958
(firmata il 30 giugno 1958)La sentenza il Tribunale di Genova, sezione prima, Presidente Giulio Gallesio Piuma,
mette fine alla lunga vicenda dell'eredità di Vincenzo Giustiniani.
Sulla base della predetta sentenza venne disposta la vendita dei beni caduti
nellasse ereditario ed il ricavato venne ripartito tra tutti gli aventi diritto: 288
discendenti divisi in 12 stirpi. Il procedimento, sia per laccertamento degli eredi
che per la ripartizione del ricavato, è ormai definito.
PRO MEMORIA DEL TRIBUNALE DI GENOVA
Il 27 dicembre 1638 moriva in Roma il Marchese Vincenzo Giustiniani,
dopo aver disposto delle sue sostanze con testamento olografo il 22 gennaio 1631, con il
quale istituiva come erede universale il suo congiunto Andrea Giustiniani, con
sostituzione fidecommissoria a favore del di costui figlio primogenito, e dopo di esso dei
suoi discendenti, sempre in via di primogenitura e, in mancanza di questi, di membri di
altre linee della famiglia Giustiniani in ordine determinato. Con laboriosa procedura la
Corte dappello di Genova, con sentenza 5 dicembre 1950 / 19 maggio 1951 così
decise:
Teneto fermo il sequestro giudiziario di che trattasi, già convalidato dalla
sentenza 19/5/1929, confermata , sul punto, della sentenza 27/29 agosto 1930 di questa
Corte, dichiara che il patrimonio della Famiglia Giustiniani formando oggetto del
sequestro giudiziario di cui sopra, costituisce una comunione famigliare, in accoglimento
della istanza di divisione avanzata dinanzi al Tribunale. Dispone la divisione del
patrimo