Accademia Internazionale di lettere arti e scienze
Vincenzo Giustiniani

Associazione culturale senza fini di lucro

Accademia Internazionale di arti lettere e scienze Vincenzo Giustiniani

L'Accademia internazionale di lettere arti e scienze Vincenzo Giustiniani è stata fondata il 13 settembre 2022, con lo scopo statutario di ricordare la memoria dell’eclettico pensiero del marchese Vincenzo Giustiniani mecenate, cultore di numerose discipline artistiche, storiche e scientifiche, collezionista di opere d’arte, vissuto a Roma tra il XVI e XVII secolo.
L’Accademia si ispira a principi di democraticità e gratuità, non ha scopo di lucro e persegue esclusivamente finalità di interesse sociale, formazione  educativa, valorizzazione e conservazione del patrimonio culturale e bibliotecario, ricerca scientifica, organizzazione e gestione di attività culturali, turistiche, artistiche e ricreative. Il suo scopo è quello di proporsi come luogo di incontro e di aggregazione di interessi artistico, letterari, scientifici, storici e culturali in generale assolvendo alla funzione sociale di maturazione e crescita umana e civile attraverso l'ideale della formazione permanente, promuovendo ed incrementando gli studi e le ricerche di ogni genere, tipo e grado, con particolare riguardo a quelle sulla figura del marchese Vincenzo Giustiniani e delle altre più rilevanti della stessa famiglia.
L'Accademia opera sostenuta principalmente dalle quote associative e dalla generosità degli Accademici. Risulta rilevante anche la partecipazione di coloro che si rendono disponibili a prestare gratuitamente e volontariamente la loro opera in occasione degli eventi ed iniziative proposte dall'Accademia.

Accademia internazionale di lettere arti e scienze Vincenzo Giustiniani
accademia.giustiniani@gmail.com

sede legale: Roma Via Milazzo 42 (cap 00185)
c.f. 96543100588
Atto costitutivo e statuto


Il marchese Vincenzo Giustiniani

La famiglia Giustiniani, a cui appartiene Vincenzo, è di origine genovese, si trasferisce a Roma da Chios, un'isola del Dodecaneso Greco, nell'ultimo quarto del Cinquecento e, una volta stabilito il proprio ruolo istituzionale nella città, costituisce un punto di riferimento importante, non solo per il suo ruolo nella finanza papale dell'epoca, ma anche per la scena artistica della capitale.
I Giustiniani di Genova, più che da antiche discendenze, originano dalla volontà di un gruppo di famiglie, unite da comuni interessi economici e politici, le quali, seguendo una consuetudine propria del ceto dirigente genovese dell’epoca, si consorziarono in “albergo” nel 1362, assumendo tutte il “cognome Giustiniani", formalmente una società per l’amministrazione delle risorse dell'isola di Chios, per conto della repubblica Genovese. Poco prima della conquista Turca dell'isola nel 1566, Giuseppe Giustiniani Banca Negro (1521-1600) fugge con la sua famiglia e le sue ricchezze e si stabilisce a Roma, dove, potendo contare sull’appoggio del cognato Cardinale Vincenzo Giustiniani (1519-1582) generale dei domenicani di Santa Maria Sopra Minerva, acquisisce incarichi e visibilità, fino ad ottenere da Papa Gregorio XIII, la carica di depositario generale della Camera Apostolica, ruolo successivamente ricoperto anche dal figlio Vincenzo. Giuseppe ebbe sei figli: tre figli femmine: Virginia, Angelica e Caterina che si imparenteranno con le potenti famiglie nobili romane dei: Massimi, Manaldeschi e Bandini, e tre figli maschi tra cui: Vincenzo (Chios, 13 settembre 1564 – Roma, 27 dicembre 1637) e il fratello maggiore Benedetto (1554-1621) cardinale. Nel 1590, Giuseppe acquista il palazzo in Via della Dogana Vecchia a Roma e due “vigne” al Laterano e al Popolo, dove i figli Vincenzo e Benedetto costruiranno lussuose ville. Il 12 giugno 1595 compra il feudo di Bassano da Flaminio degli Anguillara e avvia il suo progetto di rinnovo urbano. Alla sua morte nel 1600, tutte le attività economiche e finanziarie di Giuseppe passarono al figlio minore Vincenzo.

La potenza della famiglia Giustiniani era legata alla ricchezza in un modo così geniale da conferirle un carattere agile, affabile, spregiudicato. Siamo negli ultimi anni di Clemente VIII Aldobrandini, ai primi anni di Paolo V Borghese, la controriforma non era ancora volta al termine e Roma si apprestava a vivere una sorta di secondo Rinascimento in un ambiente cittadino dove i cardinali cambiano casa ad ogni stagione, ambasciatori, i nipoti del pontefici villeggiano da un giardino ad palazzo ospiti delle potenti famiglie romane, ma nel tourbillon dei grandi nomi, nel quotidiano gioco delle ambizioni e delle prepotenze romane non capita mai che l'attenzione pubblica vada a posarsi sul casato dei Giustiniani. Erano ricchi, avevano palazzi e giardini famosi, ma solo Benedetto, il cardinale, viene ricordato dalle cronache e proprio quando entra di scena tutto il sacro collegio, di Vincenzo si parla raramente, ed era gentiluomo coltissimo, di un'originalità vitale e profonda, umana soprattutto.
Pur proseguendo la tradizione familiare dedita alla vita politica e alla finanza, Vincenzo Giustiniani ha una chiarissima dedizione verso la cultura, la piacevolezza del vivere e le soddisfazioni dell’intelletto. Quando diventa Marchese il 22 novembre 1605 con papa Paolo V, cambia il suo atteggiamento nel confronti delle sue attività mercantili, proprio per la sua concezione della nobiltà come “stato” non solo sociale, ma anche d’animo, dichiarando di approvare: «solo la mercatura professata con decoro; voglio dire, se l'huomo nobile non tralascierà per questa l'arti liberali; ma la farà esercitare per mano de suoi agenti […] havendo sempre l'occhio non meno al benefizio publico, che al suo utile privato».
Vincenzo è una personalità fuori dal comune, una figura emblematica della cultura umanistica nei primi trenta anni del Seicento, di cui lui ne fu un altissimo esponente. Uomo educato alle arti, dimostrò un grande eclettismo e una grande passione per le scienze. Accorto collezionista dotato di fine intuito si accostò alle correnti più innovative della pittura del suo tempo, sostenendo nel suo ruolo di mecenate la diffusione del realismo di matrice caravaggesca e dimostrando in più occasioni un'apertura alle novità che pochi suoi contemporanei seppero condividere. Al contempo, Vincenzo coltivò una viva passione per l'antico, accumulando una straordinaria quantità di sculture e bassorilievi che letteralmente invasero tutti gli spazi delle sue residenze. Uno dei suoi pezzi più conosciuti era il Cristo Portacroce di Michelangelo attualmente esposto nel Mausoleo di S. Vincenzo martire a Bassano Romano.
L'inventario redatto alla morte di Vincenzo nel 1637 registra circa seicento dipinti, oltre a milleottocento sculture, in gran parte di antichità romane, che il marchese fece copiare e stampare in due importantissimi volumi, la Galleria Giustiniana, prezioso documento di quanto gli artisti potevano apprendere e studiare venendo in contatto con il mecenate.
Il Marchese è talmente orgoglioso della sua collezione di opere d’arte che si preoccupa di proteggerla anche dopo la sua morte. Nel suo testamento affida le opere agli eredi e ai loro successori con clausole severe e minacce morali, affinché la collezione non sia dispersa o tanto meno alienata. Purtroppo le disposizioni del Marchese non saranno ben recepite dai posteri e le difficoltà economiche degli eredi ne decretarono la progressiva dispersione, iniziata a metà del Settecento e conclusa poi nell’Ottocento.

Vincenzo seppe precorrere e influenzare il gusto del suo tempo, non soltanto protettore di pittori e scultori, ma anche di letterati e di altri eruditi delle più diverse scienze che introduceva nelle sue riunioni mondane. Il suo palazzo a Roma, oggi sede del Senato della Repubblica e la sua Villa a Bassano Romano, divennero una sorta di Accademia privata, veri e propri centri di diffusione artistica e culturale. Joachim von Sandrart, autore di molte delle incisioni della Galleria Giustiniana, chiama il raffinato e colto Vincenzo come “padre dell’arte” (unser Kunstvater). Se infatti Roma costituisce per tutta la prima parte del XVII secolo un laboratorio di sperimentazione artistica che vede all'opera pittori come Caravaggio e Annibale Carracci, Nicolas Poussin e Claude Lorrain, ciò avviene anche grazie ad una fitta schiera di uomini di potere, committenti e collezionisti, capaci di creare occasioni di lavoro per gli artisti, procurandogli committenze, acquisendo loro opere per le proprie raccolte e alimentando così il nascente mercato dell'arte. Vincenzo Giustiniani e il fratello maggiore cardinale Benedetto, furono fra i più attivi, aperti e creativi protettori delle arti della Roma di inizio Seicento. Esercitarono un ruolo di grande peso nell'affermazione non solo di Caravaggio (ben 15 sue tele sono elencate nell'inventario post-mortem di Vincenzo), ma anche di numerosi artisti nordici (Gerrit van Honthorst, Dirck Baburen, David de Haen, Nicolas Regnier) che accolsero nei propri palazzi, controllando anche alcune fra le più importanti imprese decorative cittadine (Chiesa di S. Maria della Vallicella, S. Maria sopra Minerva, S. Maria della scala, S. Prisca) ed impiegando artisti promettenti, ma non ancora affermati, per i cicli pittorici del loro palazzo di Bassano (Domenico Zampieri detto il Domenichino, Francesco Albani, Paolo Guidotti detto il Cavalier Borghese, Antonio Tempesta detto il Tempestino).  
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Vincenzo è inoltre autore di una serie di saggi che verranno pubblicati postumi con il titolo di ”Discorsi sulle arti e sui mestieri”, ripubblicati nel 2021 grazie al lavoro delle professoresse Silvia Danesi Squarzina e Luisa Capoduro, insieme ad altri ancora inediti (Tipografia della Biblioteca Apostolica Vaticana scritti editi e inediti).
I "Discorsi" del marchese Giustiniani sono di fondamentale importanza, non soltanto per la comprensione del suo gusto artistico ma anche per le molte informazioni che se ne possono trarre. Il termine "Discorsi" ha implicazioni molto chiare ed esplicite (come è scritto nella breve nota del Marchese qui riportata a destra firmata con lo pseudonimo di "Bassanese Passatempo"), ossia significa che ogni scritto doveva essere pronunciato davanti a un gruppo di ascoltatori, e che il suo scopo era prevalentemente conviviale. La durata, il numero di pagine di ognuno, ha una misura equivalente a quella di una conferenza, anzi, se vogliamo ricorrere alla definizione usata dal Marchese, una conversatione  da pronunciarsi davanti a un consesso riservato ed elitario. Gli argomenti sono molto vari: sulla pittura, sulla scultura, sulla musica e sull'architettura, sulla medicina (podagra), ma anche sull’arte di viaggiare, sugli usi e costumi di Roma e Napoli, sull’arte di servire in tavola, sulla vita di corte, sulle antichità di Roma, sui giochi del tempo (la pallamaglio), sulla caccia, sui cavalli e cani, per citarne alcuni.
La natura eclettica del marchese Giustiniani è anche dimostrata dall’inventario della sua biblioteca, contente molti testi filosofici, religiosi ma anche di astrologia, scienze naturali, astronomia e testi scientifici d’argomento esoterico ed occulto. Il suo pensiero rimane ancora straordinariamente moderno e accoglie lo spirito della rivoluzione scientifica che si affermava proprio nel XVII secolo, che fa di Vincenzo Giustiniani un vero precursore.
Teodoro Almayden, avvocato e poeta fiammingo, parlando del Marchese Vincenzo e delle sue doti di sapiente, mecenate e viaggiatore, lo descrive così: «cavaliere di virtù e meriti incomparabili, noti a tutto il mondo … Non vidi mai tale ingegno al mondo …. Di tutto s’intendeva, di tutto discorreva, anche delle scienze più recondite; e con essere affabile aveva ridotto in casa sua una conversatione di cavalieri et uomini letterati …. Fece mobilissimo viaggio in tutta Europa, il quale pose in carta e diresse a me» (pubblicato da un Codice Ottoboniano della Vaticana).
Nel 1606 Vincenzo intraprese un viaggio nel Nord Europa che, passando per la Germania, lo condusse fino in Inghilterra e quindi, sulla via del ritorno, in Francia. Le tappe del suo itinerario, i luoghi e gli incontri che lo colpirono maggiormente, sono riportati nel diario che ne dà il resoconto. Vincenzo riconosce nel viaggio un valore assoluto per la formazione dell’individuo, come lo stesso scrive: sprovincializzarsi per aprire la mente: «la conoscenza autentica è prerogativa di una mente libera, viaggiare è aprirsi all’esterno, alienandosi con la partenza per ritornare migliori di come si parte»
Poco prima della sua morte, tra il 1631 e il 1635, Vincenzo decide di far riprodurre i pezzi più prestigiosi della sua collezione archeologica (statue, busti, sarcofagi, are, ecc.) in una serie di tavole incise a bulino. Un vero e proprio catalogo illustrato, primo nel suo genere nella storia del collezionismo: la Galleria Giustiniana. Per tale impresa, coinvolse una fitta schiera di disegnatori e incisori del momento, come: Giovanni Lanfranco (1582-1647), Giovan Francesco Romanelli (1610-1662), il tedesco Joachim von Sandrart (1606-1688), il francese Claude Mellan (1598-1688), il fiammingo Cornelis Bloemaert (1603-1692).
Non secondarie sono le opere benefiche di Vincenzo Giustiniani testimoniate dai numerosi lasciti a congregazioni ed istituzioni religiose nonché la costituzione di un fedecommesso «… a beneficio et honore della Serenissima Repubblica di Genova ...et alla famiglia Giustiniani, et in usare cura con le persone bisognose di essa» .


Stemma dei Giustiniani di Genova Vincenzo giustiniani
Da sinistra lo stemma dei Giustiniani di Genova tra le personificazioni della Giustizia e della Fortitudine (Sala dei Cesari, particolare dell’affresco della volta, Villa Giustiniani – Bassano Romano), il ritratto di Vincenzo Giustiniani di Nicolas Regner (1630 circa), l'incisione di Claude Mellan del 1631 del marchese nella “Galleria Giustiniana”, il frontespizio del testamento del marchese L'originale autografo del documento del 1631, depositato negli atti del notaio Demofonte Ferrini, (in ASC, Archivio Urbano, sez. I, prot. 343), il frontespizio della "Galleria Giustiniana".


news  E' stato presentato sabato 1 ottobre 2022 nella Villa Giustiniani di Bassano Romano (Sala della caduta di Fetonte) il libro Villa Giustiniani e la sua comunità. MuSST#3 progettazione culturale integrata per ville e giardini a cura di Federica Zalabra (Ghaleb editore) interverranno la curatrice Federica Zalabra, Fiorella Proietti, Ernesto Sapienza, Davide Ghaleb e Marco D'Aureli.  
Il testo racconta l’esperienza svolta tra il 30 aprile ed il 1 maggio 2022:“Bassano Romano: una processione, un palazzo, una comunità” , una passeggiata-racconto nel borgo, tra la dimora e i giardini di villa Giustiniani tra rievocazione di ricordi, canti e testimonianze storiche, rievocando il legame che univa il popolo di Bassano alla storica dimora nel giorno della processione di Sammarimonti. Marco D’Aureli di Comunità narranti ha effettuato la ricerca sul campo, la performance ha visto impegnati i narratori di comunità Simona Soprano, suoi i testi e la regia, Alessio Mascagna e Maria Morena Lepri. Letture e intermezzi musicali sono stati affidati all’attrice Laura Antonini e al maestro Luciano Orologi. Il testo edito è stato curato da Federica Zalabra, già direttrice di villa Giustiniani, e racchiude gli interventi di Fiorella Proietti e Ernesto Sapienza, assieme alla documentazione fotografica della passeggiata-racconto e della processione.
Il 1 maggio 2022, dopo più di cinquanta anni, come storicamente accadeva, il corteo della processione di Santa Maria ai Monti è partito dalla Villa Giustiniani per attraversare il suo parco e terminare il suo percorso presso la chiesa di Santa Maria ai Monti.
L’iniziativa “Progetto di comunità per il parco di villa Giustiniani” è stata finanziata dalla Direzione generale musei del ministero della Cultura nell’ambito del programma Musst#3, con l’obiettivo di mettere in campo una serie di azioni tese a coinvolgere la comunità locale – tramite iniziative presso le scuole, coinvolgendo associazioni, l’università agraria, e attraverso un lavoro di documentazione di storie e testimonianze – nel ripristino dell’originario percorso della storica processione che ogni primo maggio attraversava il grande parco per raggiungere la chiesa rurale di Santa Maria ai Monti. Questo non soltanto per riscoprire e far rivivere una tradizione locale, ma anche per ricucire il dentro del parco della villa con il fuori della comunità bassanese, per consentire ai bassanesi di tornare a vivere e sentire propria la storica dimora.