STORIA DELLA CITTA’ DI GENOVA
DALLE SUE ORIGINI ALLA FINE DELLA REPUBBLICA MARINARA

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Testi in larga parte tratte dai siti:
L'orizzonte di Genova
Il Caffaro.com
Genova nei secoli d’oro
El siglo de los Genoveses
Genova in rivolta dal sito "fiammecremisi" dedicato ai bersaglieri
Per ulteriori approfondimenti:
Società Ligure di Storia Patria
Un elenco di siti Genovesi de Il Caffaro.com
www.francobampi.it/liguria diversi link di storia Genovese e Ligure.
ANNALI DI CAFFARO (Cafarus)
Storia di Genova su Liguria Indipendente


LE ORIGINI DELLE POPOLAZIONI LIGURI: I PRIMI INSEDIAMENTI


I Liguri, che occupavano l’Europa occidentale, dal delta del Rodano a tutto il Nord Italia, ebbero molti contatti con il medio Danubio e la penisola Iberica. Dalla zona paludosa del delta derivò il loro nome: da Liga, fango o palude. Lo sviluppo della navigazione li portò a commerciare con le più progredite civiltà del Mediterraneo. Fin dal periodo neolitico scambiarono merci con Lipari, con gli Etruschi ed infine con i Greci.
In epoca più recente si ritirarono combattendo sotto l’incalzante avanzata delle altre popolazioni.
Gli Ambroni, sotto la pressione delle popolazioni celtiche, scesero dallo Jütland in territorio ligure dove s’integrarono avviando il commercio dell’ambra lungo la direttrice del Rodano imponendo il loro nome a tutta la popolazione ligure autoctona.
Nel 700 a.C. sbarcarono nel Golfo del Leone i primi commercianti greci. Nel 600 a.C. i Focesi fondarono Marsiglia e, per rendere sicure le vie di comunicazione con l’interno, occuparono pacificamente la zona facendo retrocedere i Liguri Segobrigi di Re Nanno. I Liguri, che erano stati fino ad ora i principali importatori d’ambra verso il Mediterraneo, retrocessero fino a Monaco ribattezzata dai Greci di Marsiglia "Portus Herculis Monoeci". Referente mitico della resistenza degli Ambroni e dei Segobrigi all’avanzata greca fu la leggenda secondo cui Eracle, di ritorno dalle Colonne d’Ercole, dovette retrocedere, dopo il Rodano, di fronte ai figli di Poseidone, Albione e Ligure.
Nel IV secolo a.C. gli Etruschi, sconfitti i Focesi ad Aleria, s’impadronirono dell’isola d’Elba, appartenente ai Liguri Ilvati, e Luni.
I confini dei Liguri, per via dall’avanzata dei Greci e dei Celti (a partire dal V secolo a.C.), si ridussero fino a comprendere Toscana, Bologna, Milano e Monaco. Stretti tra gli Etruschi ad est, i commerci di Marsiglia ad ovest e i Celti Insubri, Boi e Cenomani a nord dovettero stanziarsi tra il mare ed il Po mentre i Celti occuparono tutta la zona transpadana senza particolari attriti.
Leggende attribuiscono la fondazione di Genova a Giano, profugo da Troia. Il dio eponimo, Giano bifronte, protettore di navi e monete, fu solitamente inteso come simbolo: dei due specchi acquei ai lati del promontorio dove nacque il primo porto o della via di transito (porta) dei commerci genovesi tra il mare e la pianura Padana.
La fondazione avvenne nel VI secolo ad opera di mercanti fenici che portavano il sale dalla Corsica alla Svizzera. Da Genova aprirono la "pista del sale" lungo la direttrice Bisagno - Trebbia. Un’indagine glottologica sul nome "Genua", diventato poi dopo il X secolo "Janua", portò ad evidenziare due radicali indoeuropei ed uno greco: "Mascella" e quindi "bocca" come città di sbocco. "Gomito" la forma dell’insenatura del porto. ”Ritrovo di forestieri" (“Xenos” in greco) e quindi porto.
Sull'origine del nome "Genova", esistono quindi diverse interpretazioni, ma, di sicuro, quella più affascinante è che essa derivi dalla parola latina "Janua", cioè "porta".
Tra il V ed il IV secolo a.C. furono frequenti i contatti commerciali con Etruschi, Cartaginesi, Campani e principalmente con i Greci (Ateniesi e Massalioti) ma nessuno di questi popoli subentrò o dominò la città. Genova, abitata dai Liguri Genuati, era considerata dai Greci, dato il suo forte carattere commerciale, "l’emporio dei liguri": legname per la costruzione navale, bestiame, pelli, miele, tessuti. Il nucleo urbano del Castello iniziò, per i fiorenti commerci, ad ampliarsi verso Prè (la zona dei prati) e verso il Rivo Torbido.


GENOVA IN EPOCA ROMANA


I Liguri Montani, abitanti tra il col di Cadibona ed il col di Tenda, erano legati ai Cartaginesi cui fornivano, per tradizione, mercenari "valorosi e pugnaci". Invece Genova, data la sua posizione strategica come porto e per via degli interessi commerciali con Marsiglia (alleata romana contro i Cartaginesi) ottenne un foedus aequum con Roma.
Durante la prima guerra punica (221-202 a.C.) Annibale espugnò la città ligure di Torino (218) e Publio Cornelio Scipione trasferì le sue truppe dal Rodano a Genova con 60 navi. In città reclutò navi ed equipaggi per fronteggiare Annibale.
Nel 207 a.C. circa 8.000 Liguri Montani si arruolarono con Asdrubale, non appena questi varcò le Alpi; Genova e le altre città della costa restarono fedeli a Roma. Il Generale cartaginese Magone partì dalle Baleari, per portare aiuto al fratello Annibale, con 30 navi rostrate e molte onerarie, 12.000 fanti e 2.000 cavalieri. Saccheggiò Genova nel 205 a.C. trasferendo il bottino a Savona.
Gli Ingauni, in guerra con gli Epanteri, promisero truppe in cambio del suo aiuto contro i loro nemici. Lasciate dieci navi rostrate a guardia di Savona e inviate le altre a difendere Cartagine, Magone costrinse alla resa gli Epanteri.
Nel 204 a.C. 8.000 soldati romani innalzarono una cinta muraria attorno a Genova e costruirono, sul colle prospiciente il porto, un castello.
Magone ripose le sue speranze nei Galli Insubri e nei Liguri Montani, ma dovette partire nel 203 a.C. con solo pochi volontari liguri e fu sconfitto in Val Padana. Tornò, ferito, a Savona dove salpò per Cartagine morendo prima di arrivarci.
Due anni dopo il pretore Lucrezio Spurio terminò la ricostruzione di Genova. Il centro cittadino fu edificato lungo la Valle Aurea, zona dell’attuale porto.
Era già presente la via Tusca [via della Tosse] che portava a levante e dall’altro lato scavalcava con un ponte, "ponticello" [da quella che poi sarà la Porta di S. Andrea verso S. Vincenzo], il Rivo Torbido.
Nel 201 a.C. gli Ingauni chiesero, per evitare rappresaglie postbelliche, unfoedus non aequum con Roma e lo ottennero venendo così a creare una via di terra diretta con Marsiglia.
Le rivolte liguri durarono per anni ma si mantennero sempre a livello di guerriglia, tanto che si diceva: "È più facile sconfiggere i Liguri che trovarli".
Nel 197 a.C. Q. Minucio Rufo partì da Genova contro le tribù dei Celelati, Cordiciati e Ilvati. Il Console, varcati i Giovi, riconquistò quindici città e costrinse alla resa 20.000 uomini.
Dal 193 a.C. al 191 a.C. il Console Quinto Minucio Termo combatté gli Apuani e i Liguri Montani di levante.
Dal 188 a.C. il Console M. Valerio Messala, i Consoli C. Flaminio e M. Emilio ed il Console Q. Marcio Filippo non ebbero buona sorte nelle loro spedizioni. Quest’ultimo perse, in un imboscata, 4.000 uomini e numerose insegne.
Nel 185 a.C. M. Sempronio Tuditano saccheggiò il litorale. Nel 184 a.C. operarono in Liguria i Consoli P. Claudio Pulcro e L. Procio Licino. Nel 183 a.C. vi fu l’offensiva di Q. Fabio Labeone e M. Claudio Marcello. Nel 181 a.C., per contrastare le azioni di pirateria degli Ingauni (federati romani), il Console ligure L. Emilio Paolo chiese, sconfitti i Sabazi, una resa incondizionata agli Ingauni. Questi lo assalirono di sorpresa; in suo soccorso giunsero rinforzi ed una flotta al comando di Caio Matieno. In pochi giorni gli Ingauni si arresero: caddero 15.000 liguri, furono catturati 2500 uomini e 32 navi da corsa.
Nel 180 a.C. P. Cornelio e M. Bebio costrinsero 12.000 liguri alla resa e deportarono 40.000 nuclei famigliari a Sannio, presso Benevento. In seguito Aulo Postumio e Quinto Fulvio ne deportarono altri 7.000. Nel 173 a.C. il Console M. Popillio Lenate assalì senza motivo la città, "amica dei romani", di Carystum. La città, che perse difendendosi 10.000 soldati, fu distrutta, i beni confiscati e tutti i suoi abitanti ridotti in schiavitù.
Nel 172 a.C., sotto il consolato di Caio Popillio e P. Elio Ligure, Popillio Lenate affrontò nuovamente gli Statielli lasciandone sul campo 6.000 e per queste sue azioni dovette comparire davanti al Pretorio per insubordinazione. Nel 155 a.C. vi fu un tentativo di rivolta da parte dei rimanenti Liguri Apuani represso da M. Claudio Marcello.
Nel 154 il Console Q. Opimio si diresse da Piacenza per Genova fino al Varo per combattere i Liguri Oxibii e Deciati.
Nel 148 a.C. il Console Postumio Albino costruì in Liguria la Genova - Libarna - Tortona, strada parzialmente munita (vale a dire percorribile dai carri). La "Postumia" da Tortona passava poi per Piacenza e attraverso Verona giungeva ad Aquilonia collegando i due mari. A Piacenza la "Aemilia Lepidi" collegava la "Postumia" con Rimini. Nel 109 a.C. Emilio Scauro aprì la via "Aemilia Scauri" che da Pisa, portava a Tortona passando per Genova. Divenne fondamentale la via marittima da Pisa e Luni per Marsiglia con scalo a Genova.
Nel 109, per la minaccia dei Cimbri, si creò una deviazione della "Postumia" attraverso la Val Bormida e il passo della Bocchetta. La "Postumia", restaurata da Augusto nel 13 a.C. e collegata con il tratto Tortona - Vado della "Aemilia Scauri", divenne "Iulia Augustea" e sarà per lungo tempo l’asse portante dell’Impero verso le Gallie, tagliando fuori Genova e facendo di Tortona il centro delle vie commerciali di terra.
Genova, per via dei maggiori commerci, si ampliò sviluppandosi tra le attuali Piazza Sarzano, via Santa Croce, Salita a S. Maria di Castello e via Mascherona. I cimiteri erano a S. Lorenzo, S. Andrea e S. Maria di Castello.
Genova (città Genuata) formava, dopo la stipulazione del foedus con Roma, uno stato autonomo libero di reggersi con proprie leggi ed aveva già dal 117 a.C. soggiogato le popolazioni limitrofe che erano a lei adtributae. I Liguri non parteciparono alla guerra sociale (91-88 a.C.) e per tale motivo ottennero la cittadinanza di diritto latino.
Genova partecipò alla campagna contro i pirati cilici di Pompeo Magno (68-67 a.C.) ed ospitò la flotta di Marco Pomponio Malo a difesa della riviera.
I Liguri fornirono uomini, armi e rifornimenti alle legioni di Cesare durante la campagna in Gallia (58-50 a.C.). Nel 49 a.C. Cesare con la "Lex Rubia de Gallia Cisalpina" estese la cittadinanza a tutti i Liguri: Genova da oppida, alleata e confederata, divenne civitas e Municipio romano. Prima i Genovesi non avevano diritto di voto ma furono governati da un praefectus juri dicundo romano.
Eretto a Municipio di cittadinanza romana, iscritta alla tribù Galeria, ottenne lo stesso ordinamento amministrativo e politico di Roma.
Nel 18 a.C. era di stanza a Genova l’Ammiraglio Menenio Vipsanio Agrippa e nella sua casa fu ospite per due anni Ottaviano. Quasi tutti i funzionari romani di stanza a Genova si fecero costruire ville nelle campagne circostanti: a Corneilanum [Cornigliano], Pyla Veituriorum [Pegli], Veiturium [Voltri], Pons ad decimum [Pontedecimo] Riparolium [Rivarolo] Quinci [Quezzi] Quartus [Quarto] e Quintus [Quinto]. Le località spesso erano indicate solo con la loro distanza dalla città: Quartus lapis ad urbe Januae (quarta lapide prima della città), Pons ad decimum (Ponte al decimo miglio).
All’epoca la città era piccola, stretta tra il mare, il Castro, borgo Tascherio e località Canneto. Si estendeva attorno al Mandraccio (il porto primitivo) Piazza Cavour, Via Giustiniani, Porta Soprana ed il castello di Sarzano.
Con la nascita dell’impero (15 a.C.) i Liguri, come anche molte altre popolazioni, si sollevarono.
Il Re di Susa Cozio I si sottomise ai romani solo nel 13 a.C. divenendo praefectus civitatium delle Alpi Cozie. Le Alpi Marittime furono organizzate in praefectura, governata da comandanti militari di rango equestre e con truppe non legionarie e dal 69 la circoscrizione divenne provincia procuratoria. I Liguri della costa tra il Varo e Genova erano invece di diritto Italico.
Il 6 d.C. Augusto istituì undici regioni con funzioni amministrative a livello di censimento e catasto. La regione non ebbe direzione amministrativa propria (deputata alle città) ma fu usata come struttura di suddivisione statistica.
Il confine della IX regione iniziava da Luni (città d’origine focese, poi colonia romana), seguiva il Magra fino allo spartiacque appenninico, scendeva verso il Trebbia e giungeva nei pressi di Piacenza (tra Voghera e Costeggio); proseguiva lungo il Po, risaliva lungo la Valle Stura fino alle Alpi Marittime e deviava verso il Varo seguendolo fino alla foce.
Nizza, pur essendo geograficamente nella IX regione, dipendeva amministrativamente da Marsiglia che la governava con un episcopus affiancato, a partire dal III secolo, da un procuratore imperiale. Nel III secolo fu incorporata dalla provincia delle Alpi Marittime.
Già verso il 100 la IX regione assunse il nome di Liguria. L’apertura dell’Aurelia, con conseguente incremento dei commerci e sviluppo del porto, portò all’ampliamento del molo e alla costruzione dell’acquedotto che incanalava il Bisagno.
Nel 58 i santi Nazario e Celso sbarcarono alle Grazie (presso il Mandraccio) e catechizzarono il territorio ma la comunità cristiana restò in ombra fino a metà del III secolo.
Tra il I ed il II secolo a.C. il cavaliere di Tortona Q. Marius Iulanus fu decurione a Genova ormai inclusa nel circuito commerciale della più florida vicina.
Nel 193 Publio Elvio Pertinace, nato presso Vado, divenne Imperatore e lo rimase per solo 88 giorni. Nella seconda metà del III secolo a.C. l’impero affidò il governo delle regioni a comites, fiduciari personali dell’Imperatore.
Alla fine del II secolo vi fu un notevole incremento economico: iniziò una serie regolare di importazioni di grano dalle isole e dall’Africa che era conservato in magazzini sorvegliati da una guarnigione distaccata da Milano. Fino al III secolo le città italiane erano autonome amministrativamente ed esenti da imposte fondiarie ma già nel IV secolo, in seguito all’acquisizione della cittadinanza romana e di alcune riforme fiscali, compaiono i correctores, funzionari dotati di imperium, poi sostituiti da consulares.
Con Diocleziano (284-305) la Diocesis Italiciana era governata da due vicari praefectorum Praetorio uno (vicarius Italiae) per la Regio Annonaria ed uno (vicarius Urbis Romae) per la Regio Urbicaria. Milano divenne capitale della Regio Annonaria che comprendeva la provincia di Liguria et Aemilia. L’asse Milano - Genova (come anche quella Milano - Ravenna) rimase fondamentale, fino all’invasione longobarda, per il collegamento via mare ai porti provenzali e perse d’importanza il collegamento tra il Nord Italia ed il Rodano attraverso il Monginevro e la Valle della Durance, a causa della minaccia barbarica.
La Liguria aveva perso il territorio tra Framura e il Magra, annesso a Luni (provincia di Tuscia et Umbria) e Nizza, annessa alle Alpi Marittime. A Nord le Alpi la dividevano della provincia delle Alpi Graie e Pennine e della Rezia ed infine l’Adda la separava dalla provincia di Venetia et Histria.
Sotto Teodosio (346-395), per volontà del Metropolita milanese S. Ambrogio, si edificarono in Genova numerose chiese e cappelle e fu innalzata la basilica cimiteriale di S. Lorenzo presso il sepolcreto.
Con la fine del IV secolo l’influsso provenzale di Arles su Genova era fortissimo sia a livello commerciale sia artistico: S. Genesio, martire arleanese, ebbe a Genova una chiesa a lui dedicata nella zona di S. Lorenzo a Levante della via Publica, a valle della necropoli.
All’inizio del IV secolo la comunità genovese divenne chiesa episcopale ed ebbe come primo Vescovo nella sua Diocesi S. Valentiniano (312-325). Gli succedette fino alla metà del IV secolo il Vescovo Felice e a lui seguì S. Siro.
S. Siro, nato in Val Bisagno in località Emiliano (S. Siro di Struppa) nel pago di Molassana, fu avviato al sacerdozio dal Vescovo Felice. Inviato a villa Matuziana (S. Remo) riceve in dono, a causa dei suoi miracoli, vasti terreni (i fines Matutianenses e i fines Tabienses) nella zona di S. Remo, Ceriana e Taggia che poi divennero proprietà della chiesa di Genova, costituendo de facto una contea ecclesiastica. Nominato Vescovo per acclamazione popolare, cacciò con la forza della sua predicazione l’eresia ariana dalla basilica dei XII Apostoli (chiesa episcopale extra moenia) nel 361. Il Vescovo di Genova Diogene nel 381 partecipò al sinodo di Aquileia. Dopo di lui divenne Vescovo S. Romolo.
I primi Vescovi di Genova furono: S. Valentiniano, S. Felice, S. Siro, Diogene, S. Romolo, S. Salomone, Pascasio, Eusebio.


GENOVA TRA IL 500 E IL SETTECENTO: LE INVASIONI BARBARICHE


Genova romana non è considerabile una città di importanza rilevante anche sotto l'aspetto portuale e commerciale. Solo con la caduta dell'impero e con i significativi mutamenti imposti dalle invasioni barbariche, Genova inizia un'altalenante ma pur sempre crescente scalata all'autogoverno e alla potenza economica.
La decadenza viaria romana locale e la conformazione geografica isolano Genova dal resto della penisola salvaguardandola dalle devastanti invasioni che si abbattono sui resti dell'impero. Proprio la sua condizione "protetta" ne aumenta l'importanza, la necessità di uno scalo tirrenico sicuro per la lotta alla pirateria è il primo passo verso la crescita cittadina.
Tra il IV e il V secolo il porto di Genova divenne scalo quasi obbligatorio nei commerci tra Milano e le coste di Sicilia e Africa dato che la via "Postumia" consentiva di arrivare a Milano in soli tre giorni. Dal punto di vista dell’economia agricola abbiamo: Lo svilupparsi del latifondo sia nobiliare sia curiale privo, dal 323, di obblighi straordinari. Già nel 357 la vendita del latifondo era vietata senza i suoi coloni; L’inserimento di proprietari terrieri nella nobiltà senza che vi fosse alcun rimpiazzo da parte delle classi inferiori. Il problema divenne urgente tra il 400 ed il 450; l’inasprimento fiscale che portò al diffondersi, nel V secolo, del patrocinium con cui un piccolo proprietario cedeva le sue terre ad un latifondista riottenendole in precarium o come colono.
Il 18 novembre 401 il Re visigoto Alarico (376-411) passò le Alpi Giulie e dilagò fino alla Liguria. Il Generale Stilicone, raccolto l’esercito imperiale impegnato in Rezie e passato l’Adda, giunse a Milano nel marzo 402. Alarico, raccolti gli eserciti a Piacenza e Tortona, fu costretto, dopo la battaglia di Pollenzo del 6 aprile 402, a ritirarsi in Veneto.
La parte orientale della Liguria subì nel 405-6 le orde del Re ostrogoto Rodagaiso.
Nel 410 Alarico tornò in Liguria per imporre il riconoscimento dell’Imperatore Attalo, a lui gradito. Nel 412 Re Ataulfo (411-415), dopo il matrimonio con L’Imperatrice Galla Placida, guidò i Goti verso la Gallia passando lungo la "Iulia Augusta", evitando Genova ma devastando Albenga e Ventimiglia.
Il Generale Flavio Costanzo, poi marito di Galla Placida e Augusto con Onorio, istituì nel 421 la provincia delle Alpi Appennine con capitale Genova (detta anche Liguria Alpium, Liguria Maritima, Provincia Italorum Maritima o Maritima). Dopo il Po vi era la "Liguria transpadana" con capitale Milano.
Tra IV e V secolo, a causa delle minacce barbariche, vi fu un richiudersi di Genova (comune anche ad altre città) in un cerchio di mura ristretto e più difendibile [S. Nazario, sud di S. Cosma, Piazza S. Giorgio, la chiavica, S. Donato, Prione, Porta S. Andrea, Sarzano, S. Croce e S. Nazario]. Si spianarono le case esterne a ridosso delle mura: tale zona assunse il nome di "Canneto" [via Canneto] perché dal colle di S. Lorenzo alla valle dove corre la via publica il terreno incolto venne invaso dal cannetum. Le parti della città che rimasero fuori dalle mura cittadine sopravvissero come borghi commerciali separati, vitali ma indifesi. La parte orientale della Liguria subì nel 452 le orde del Re unno Attila.
Dopo la costituzione del Regno Vandalo d’Africa e l’occupazione di Cartagine del 440 iniziò l’offensiva del Re vandalo Genserico alle coste italiane. In quest’occasione si ebbe una parziale militarizzazione della popolazione civile che fu abilitata all’uso delle armi ed ebbe incarichi di difesa nei confronti di mura e porte cittadine. Nel 440 la navigazione divenne del tutto impossibile per via dei corsari vandali.
Per fronteggiare le incursioni Vandale dal mare s’instaurò un collegamento tra la Marittima e la provincia della Tuscia Annonaria (sorta nel 458 e comprendente Arezzo, Firenze, Lucca, Luni e Pisa) al fine di avere un’unica frontiera marittima.
In questo frangente rimase importante, nonostante tutto, la funzione commerciale di Genova come scalo per le Gallie e la Spagna. Le Alpi Marittime, la Narbonense e parte della provincia Viennensis vennero de facto unite al regno visigoto. Ciò fu commercialmente valido per Genova nonostante gli inasprimenti fiscali, che colpirono principalmente la piccola proprietà terriera, e la non florida condizione delle Gallie.
Lo stanziarsi in Italia degli Ostrogoti non alterò gli equilibri sociali ed economici (anche se ufficialmente cadde l’Impero Romano d’Occidente) e il Re ostrogoto Teodorico (457-526), pur senza avere un proprio rappresentante, esercitò la propria autorità sulla città di Genova.
In quel periodo vi era a Genova, sintomo dei floridi commerci, un’antica comunità ebraica. I Vandali d’Africa, che si dedicarono alla pirateria, furono sconfitti dal Generale bizantino Belisario.
Genova rimase quindi lo scalo commerciale preferito dal momento che la "Flaminia - Aemilia" si trovava sotto la minaccia delle orde barbariche.
L’agricoltura ligure all’inizio del 500 era in netto declino per via dei continui passaggi di truppe sul territorio (508-9 e 523), delle carestie, delle incursioni Burgunde del 493 e del 534 e Alemanna del 536. Tra il 535 e il 536 Re Teodato ordinò di vendere ai Liguri colpiti dalla carestia la terza parte del frumento raccolto nei magazzini di Pavia e Tortona.
L'Impero Romano, cade definitivamente nel 476, Odoacre si fece proclamare Re, deponendo l'ultimo Imperatore romano Romolo Augustolo e l'arrivo dei Longobardi nel 569, Genova riuscì a mantenere una propria autonomia grazie alla posizione favorevole che permetteva all'Impero di essere salvaguardato dalla minaccia degli arabi. Ed è proprio da questa situazione favorevole che Genova riuscirà ad attivare tutti i commerci che la renderanno una delle città più importanti e conosciute dell'epoca.
Nel dicembre 537, durante una tregua tra Re Vitige (536-543) e il Generale Belisario, giunse a Roma, assediata dai Goti, una delegazione di notabili liguri, guidata dall’Arcivescovo Dazio, che sollecitò l’intervento bizantino, promettendo la rivolta delle popolazioni liguri, per rovesciare il regno dei Goti.
I bizantini si accorgono delle potenzialità strategiche di Genova e ne fanno uno dei loro capisaldi nel nord Tirreno. Il legame tra la città e l'Impero Bizantino costituisce uno stimolo al commercio.
Il Generale Belisario inviò 1.000 Isauri e Traci, comandati da Paolo ed Enne, Fidelio Felice fu nominato praefectus Praetorio. Approdarono a Genova nel 538, trasportarono le barche con cui passare il Po presso la "Postumia" per non usare il ponte tra Pavia e Tortona che era presidiato dai Goti e presero Milano dopo aver sconfitto i Goti a Pavia.
A Genova i Bizantini tennero un forte presidio, che nel 544 era sotto il comando di Bono, nipote del Generale Giovanni, ma la città non risentì della loro guerra contro i Goti. Le milizie bizantine fondarono la cappella di S. Giorgio (santo della Cappadocia) nei pressi del porto vecchio, accanto al loro presidio militare.
Uraia, nipote del Re Vitige, al comando di 10.000 Borgognoni, assediò Milano e la città, visto il ritardo dei soccorsi imperiali, si arrese per fame nel 539. La città fu rasa al suolo e tutti i suoi 300.000 abitanti maschi furono giustiziati. Uraia proseguì fino a Tortona dove venne fermato dai Bizantini.
Il merovingio Teodeberto (534-547) calò in Liguria con 100.000 uomini e travolse entrambi i contendenti a Tortona: le truppe bizantine si dovettero rifugiare in Tuscia. I Franchi saccheggiarono la regione e Genova ma, decimati dal colera, dovettero rientrare in Austrasia mentre i Bizantini guidati dai generali Martino e Giovanni rioccuparono il Tortonese e ricostituirono il confine al margine cispadano.
Belisario assediò Re Vitige a Ravenna. In quel periodo Sisige, governatore goto delle Alpi Cozie si consegnò alle truppe bizantine del Generale Tommaso. Uraia, che con 4.000 Goti stava dirigendo verso Ravenna, dovette dirigere verso le Cozie in quanto gran parte dell’esercito aveva famiglia nei castelli ora in mano bizantina. Le truppe bizantine di stanza a Tortona vennero in aiuto di Sisige impedendo la riconquista della regione da parte di Uraia e nel Maggio 540 Ravenna cadde e Re Vitige si arrese.
Terminate le ostilità con gli Ostrogoti, quelle contro Alemanni e Franchi proseguirono fino al 563.
La classe senatoria fu impegnata a recuperare le terre confiscate da Totila e a riassestarle, dato lo stato generale di incuria in cui erano cadute. La curia ligure era praticamente scomparsa e nel suo processo di riorganizzazione diede origine ad una forte penetrazione lungo le vie di comunicazione con l’interno: nacquero S. Cipriano e di S. Olcese. Il governo imperiale di Norsete, considerando l’Italia una provincia, incaricò dell’amministrazione funzionari di origine orientale.
Nel 569 i Longobardi di Re Alboino (560-572) presero Bergamo, Brescia, Ivrea, Milano, Novara, Torino, Treviso, Verona, Vincenza; si diressero verso le Gallie e strinsero d’assedio per tre anni Pavia. La flotta bizantina sul Po ed i collegamenti marittimi di Genova riuscirono ad impedire loro l’ingresso in Liguria.
Si ebbe in questo periodo una forte militarizzazione della società civile: il territorio fu suddiviso in distretti castrensi e, data la scarsezza di truppe, la popolazione rurale venne trasformata in coloni limitanei mentre quella urbana diede origine ai numeri cittadini.
A Genova si formò un exercitus comandato da un vir magnificus, praefectus vices agens e formato da reparti di milizia cittadina e da laeti. La milizia, con sede nella basilica di S. Giorgio, era composta da numeri i quali, agli ordini di un comes tribuno, reclutavano nelle diverse contrade dai 200 ai 400 uomini; i laeti erano invece milizie barbare al servizio dell’impero.
Durante l’invasione longobarda e sotto il regno di Totila (574) Genova divenne il naturale rifugio della classe dirigente milanese. Il 3 settembre 569 a Genova giunse il Metropolita Onorato con al seguito il clero maggiore e tutta la nobiltà milanese, dato che i Longobardi avevano occupato la città.
L'invasione longobarda (568) travolge i bizantini nel nord della penisola risparmiando però Genova. Il Vescovo milanese si trasferisce in esilio a Genova per circa 70 anni. Viene adibita a sede la chiesa di S. Ambrogio (oggi chiesa del Gesù). Tra il 642 ed il 644 i longobardi riescono a saccheggiare o forse addirittura a distruggere Genova.
Per Genova, il periodo longobardo costituisce una fase di stagnazione se non addirittura di temporaneo declino commerciale.
Onorato divenne Vescovo di Genova, non appena la carica divenne vacante, ed i successivi Vescovi in esilio mantennero tale incarico. Questi furono i Vescovi in esilio: S. Onorato, Lorenzo Costanzo, Deus Dedit, Asterio, Forte, S. Giovanni Bono. In questo periodo d’esilio la nobiltà milanese contribuì all’erezione della chiesa di S. Ambrogio, voluta dal Metropolita Costanzo, e della basilica dei SS. Vittore e Sabina. Il clero genovese era tenuto a recarsi in processione a S. Ambrogio in occasione delle feste dei Santi Ambrogio, Gervasio, Protasio e Andrea e tale obbligo venne definitivamente fissato dal Metropolita Giovanni Bono durante i preparativi per il rientro della sede episcopale a Milano.
I Vescovi milanesi furono sepolti nella basilica cimiteriale di S. Siro ad eccezione di Onorato (sepolto a Noceto di Camogli) e di Forte (la cui sepoltura è ignota per via dei disordini seguiti all’invasione longobarda di Genova).
La comunità milanese si stanziò nel Brolium, terreno fiscale presso la porta di S. Andrea, dove la chiesa episcopale ricevette dal governo imperiale numerosi terreni e proprietà. Il Brolium, che deriva da brogilus: "bosco" oppure "orto" si trovava alle pendici nord - ovest del colle del Castello, attorno alla chiesa di S. Ambrogio.
Alla chiesa milanese furono anche donati terreni ad Albaro, Staglieno, Bargagli, Crovara, Neirone, Carpeneto, Lumarzo, Recco, Noceto, Capodimonte ed inoltre il Metropolita milanese ebbe giurisdizione per secoli sulle quattro circoscrizioni plebane di Camogli, Rapallo, Recco e Uscio.
Nel 573, alla morte di Alboino i Franchi, fiaccati dalle ripetute incursioni, si accordarono con i Longobardi.
Durante il periodo dell’interregno (574-584), quando molti Duchi si posero sotto la protezione imperiale seguendo Rosmunda ed Elmichi (gli uccisori di Alboino) nelle file bizantine, le schiere longobarde riuscirono a passare il Po all’altezza della Liguria.
Nel 582 Tiberio II avviò la riorganizzazione distrettuale dell’Italia bizantina (l’Eparchia Urbicaria comprese il versante toscano e ligure dell’Appennino) e provvide anche a un graduale inserimento delle milizie longobarde all’interno della struttura militare bizantina tentando di renderle affidabili attraverso la conversione al cattolicesimo.
I Franchi tra il 584 ed il 604 effettuarono numerose incursioni in Nord Italia. I Bizantini si ritirarono sulla linea Stura - Tanaro e tennero la piazza di Tortona e tale linea fino al 599. I Longobardi occuparono la Val di Taro e Val Gotra.
Nel 594 Re Agiulfo (591-616) prese Parma e Piacenza e consolidò le conquiste nel 603 cacciando i Bizantini da Brescello, Cremona, Mantova e Reggio. I Bizantini, essendo Tortona indifendibile, si ritirarono in Val Trebbia ed arretrarono sulla sinistra dello Scrivia.
Nel 594 Agiulfo si diresse contro Roma attraversando la Val di Taro, Val di Magra, Val Aulella, Val di Serchio e Lucca. I Bizantini si ritirarono e tennero la Valle Scrivia, Gavi, il castello di Bargagli e tutta la zona lungo il crinale tra il Bracco e Passo di Cento Croci.
Il Concilio di Costantinopoli condannò i Tre Capitoli il 2 giugno 553: le chiese di Liguria, Veneto ed Istria crearono ad uno scisma. Agiulfo e Teodolinda, nonostante la monarchia longobarda sostenesse lo scisma tricapitolino, avviarono una politica filocattolica. Il 7 aprile 603 Teodolinda fece battezzare, nella cattolica S. Giovanni di Monza, il figlio Adaloaldo.
Agiulfo nel 613 cedette in uso perpetuo a S. Colombano la zona di Bobbio, in Val Trebbia. Il monastero di Bobbio (longobardo e cattolico), attivissimo centro di evangelizzazione e di rinascita agricola sotto la protezione del Papa, fondò quello di S. Pietro della Porta, presso le mura della bizantina Genova, e lo dotò di ampie tenute agricole.
Nello stesso periodo i Vittorini di Marsiglia fondarono il monastero di S. Vittore nei pressi della chiesa paleocristiana dei SS. Vittore e Sabina.
Nel 725 giungono dall'Africa i resti di S. Agostino per essere poi trasportati a Pavia.
Il Metropolita Giovanni Bono partecipò nell’ottobre 649 al Concilio Romano e non aderì allo scisma. Genova tagliata fuori dall’entroterra padano con cui commerciava venne sempre più esclusa anche dal circuito commerciale mediterraneo.
A fine ottobre 643 il Re longobardo Rotari (636-652) tentò la conquista di Ravenna ma venne bloccato sul Panaro dall’Esarca Isacio. Ripiegò in Garfagnana e poi lungo la Val Aulella e proseguì conquistando la Marittima fino a Ventimiglia. Saccheggiò la Liguria, espugnò Genova e ne abbatté le mura. La civitas di Genova fu ridotta a vicus.
Genova, istituita in Judiciaria, venne affidata al governo di un Gastaldo regio con poteri giudiziari e militari. La guarnigione longobarda fondò la cappella dedicata a S. Michele "prope muros civitatis Januae" [poi incorporata nella chiesa di S. Stefano] accanto ad un fortilizio bizantino da loro occupato ed utilizzato come presidio militare.
Nel 658 il Re longobardo Ariberto I (635-660), abolito l’arianesimo, aveva fondato "Sancta Maria de Castro" (S. Maria di Castello) e nello stesso periodo venne costruito alle Grazie, tra Castello e Molo (sullo scoglio che chiude il Mandraccio), una cappella dedicata si SS. Nazario e Celso.
Il Vescovo S. Giovanni Bono da Camogli iniziò i lunghi preparativi per riportare la sede vescovile a Milano. Con la sua partenza la sede episcopale genovese rimase vacante per alcuni anni.
Vi fu una certa lentezza nel rientro della sede metropolitana a Milano perché il Clero Maggiore (ordinarii o cardinales) era stato sostituito nella cura delle anime dal Clero Minore (officinales, decumani o peregrini); questo clero, che aveva aderito allo scisma tricapitolino, aveva ottenuto numerosi privilegi dalla monarchia longobarda ed era restio a perderli. Altro fattore che rallentò il trasferimento fu l’integrazione dei profughi nella comunità genovese ed il fatto che ormai gran parte del Clero come anche lo stesso Metropolita, Giovanni Bono da Camogli, era di origine genovese.
Re Pertarito (671-688), consolidatosi in Italia meridionale appoggiò l’evangelizzazione cattolica. Nel 698 il sinodo di Pavia, convocato da Re Cuniperto (688-700) e Papa Sergio, concluse lo scisma tricapitolino.
Re Liutprando (712-744) riscattò dagli arabi africani nel 725 le ceneri di S. Agostino che furono accolte dal Re sulla spiaggia di S. Pier d’Arena, dove fu eretta una cappella in ricordo [ora presso la chiesa di S. Maria della Cella], per poi proseguire verso Pavia. Durante la sua permanenza a Genova fece edificare il "Palatium Castri" a Sarzano dove poi si trasferì il suo Gastaldo.
I commerci divennero rigogliosi, per quanto a nord la via "Francigena" deviava parte delle merci, ma era collegata a Genova dalla Val Bisagno e Val Trebbia per il Passo della Scoffera. Re Astolfo (749-756) rese l’autorizzazione regia obbligatoria per il commercio con l’estero. Gli attriti con i Franchi aumentarono e tra il 754 e il 756 nacquero numerosi monasteri, oasi sicure e di notevole peso economico e politico. Astolfo stava cercando di assumere dignità imperiale per cui esigeva la giurisdizione su Roma e su tutto il suo ducato pontificio. Il Re carolingio Pipino il Breve, poiché Astolfo minacciava l’autorità papale (che aveva reso legale il suo colpo di stato a danno dei Merovingi) e sosteneva l’opposizione interna franca guidata dal suo fratellastro Grifo, lo combatté e lo sconfisse nel 754 e nel 756.


IL FEUDALESIMO TRA IL SETTECENTO E L’ANNO MILLE


La flotta bizantina era di stanza in Corsica e Sardegna, residui della prefettura africana, per cui i Saraceni, che iniziavano ad infestare il Tirreno, non infastidirono Genova. Il commercio, però, si esaurì lentamente. La città divenne il rifugio di profughi africani ed iberici dal momento che le restanti coste italiane erano scarsamente difendibili.
Il patriarca della spagnola Terragona, Prospero, nel 711 si rifugiò a Portofino con le reliquie di S. Fruttuoso e fondò l’omonima città.
L'Italia era in mano ai conquistatori germanici, i Longobardi, e anche Genova dovette sottomettersi a questo popolo, anzi si può affermare che la popolazione era, a quei tempi, al 50% formata da genovesi mentre l'altra metà era tedesca. Soltanto nel 772, con l'arrivo di Carlo Magno e la conquista della capitale Pavia, Genova cambiò padroni divenendo una città del "Sacro Romano Impero".
Nel 773 il Re franco Carlo Magno (768-814) entrò in Italia, investì Torino, espugnò Verona e poi assediò a Pavia Re Desiderio (756-774). Gli abati di Bobbio e Brugnato fecero atto di sottomissione e quasi di conseguenza la Marittima venne occupata pacificamente. Nel 774 assunse il titolo di "rex Francorum et Langobardorum".
La discesa dei franchi (773) libera il nord della penisola dai longobardi e accorpa Genova alla Marca Obertenga. In questa fase Genova non cresce e questa situazione avvantaggia gli insediamenti agli estremi dell'arco costiero ligure.
Nei secoli Genova vede crescere le prime mura cittadine e la città stessa. Assiste al declino dell'autorità marchionale a vantaggio dei Visconti. Anche i pericoli aumentano, la posizione privilegiata di isolamento dalle invasioni barbariche la pone invece sotto minaccia delle scorrerie saracene. Alcuni saccheggi si registrano tra il 922 ed il 935 e vengono ricordati con racconti popolari.
Nella pasqua del 781 il figlio di Carlo Magno, Pipino II (781-810), venne incoronato Re d’Italia ed iniziò una programmatica sostituzione di Duchi e Gastaldi longobardi con Conti franchi. L’ufficio del Gastaldo non fu sospeso ma venne ad assumere lentamente un ruolo di subordinato al Conte simile a quello del Visconte franco.

I sudditi dei Conti potevano essere:

1 ) uomini liberi: vassalli o valvassori, dotati di risorse economiche e gratificati con dei privilegi, tenuti al servizio militare a cavallo. arimanni, coltivanti direttamente la terra, tenuti al servizio militare a piedi.
2 ) servi: villani o rustici, in condizione servile, legati al fondo e tenuti a vari obblighi.
Il Vescovo venne ad assumere con il capitolare di Herstal del marzo 779 un potere di controllo sul Conte, e sui processi (per garantire equità di giudizio) da lui presieduti. Il Comitato carolingio d’Italia si modellò sui confini delle Diocesi ecclesiastiche dato l’ormai stretto rapporto amministrativo che legava le due cariche (a tal punto che spesso erano detenute dalla medesima persona): i confini del territorio comitale e vescovile tendevano ad essere i medesimi. L’antica città romana (in genere rimasta sede vescovile) divenne il capoluogo del Comitato e nel concilio dell’850 venne definitivamente affermato il principio di identità fra la città sede vescovile, la circoscrizione diocesana e quella comitale.
Carlo Magno, visitando Genova, ne riconobbe l’importanza strategica per il controllo dei mari infestati dai mussulmani. Nel 806 i genovesi, su incarico di Re Pipino, parteciparono alla sortita in Corsica contro i Saraceni e in quest’occasione morì il loro comandante, il Conte Ademaro.
Il territorio ligure, che prese il nome di Litora Maris, fu ripartito tra i Comitati di Ventimiglia Albenga, Vado, Genova e Luni. Il confine dei Comitati, di solito coincidente con quello della Diocesi, era in genere delimitato dallo spartiacque alpino o dall’area più vicina la sommità:

A ) Luni (Diocesi e Comitato) con a est il Comitato di Lucca e a nord il Comitato di Parma: Torrente Versilia - Serchio - spartiacque fino alla Cisa - Gotra - Monte Gottero - spartiacque fino al Monte Scassello - Stora - Vara fino al Malacque - Monte Guaitarola - Mare tra Reggimonti e Framura.
B ) Genova (Diocesi e Comitato) con a nord il Comitato e la Diocesi di Piacenza e il Comitato e la Diocesi di Tortona: Mare tra Reggimonti e Framura - Monte Guaitarola - Vara fino al Malacque - Stora - Monte Scassello - spartiacque fino al torrente Lerone - torrente Lerone.
C ) Vado (Diocesi e Comitato) con a nord la Diocesi di Alba: Torrente Lerone dal mare allo spartiacque - spartiacque fino al Col Melograno - torrente Pora.
D ) Albenga (Diocesi): Torrente Pora - Col Melograno - spartiacque fino a Col di Nava - torrente Negrone - Cima Pèrtega - Monte Saccarello - torrente S. Romolo [torrente Armea].
E ) Ventimiglia (Diocesi e Comitato) con a nord la Diocesi di Torino: Torrente Armea - Cima Pèrtega - Monte Bego.

Tra Albenga e Ventimiglia vi erano i vasti possedimenti temporali e spirituali del Vescovo genovese: i fines Matutianenses (S. Remo - Armea - Monte Bignone - Monte Seborga - Monte Gozzo - Coldirodi) e i fines Tabienses (Taggia e l’intera Valle Argentina). Nel 980 Teodolfo, Vescovo di Genova, donò "gente repressa Saracenorum" i tre quarti delle proprietà, chiese, decime e redditi di questi possedimenti.
Nell’825 Lotario, associato all’impero dal padre Ludovico il Pio, ordinò l’istituzione di nove centri di formazione culturale. Pavia per gli studenti di Acqui, Asti, Bergamo, Brescia, Como, Genova, Lodi, Milano, Novara, Tortona, Vercelli; Torino per quelli di Alba, Albenga, Vado e Ventimiglia.

Il Re d’Italia Ugo di Provenza, organizzando il territorio a sud del Po, affidò sistematicamente il governo a Marchesi, i quali erano Conti dotati di particolari poteri giurisdizionali e militari (in funzione antimussulmana) su altri Conti e su più Comitati. Alcuni Comitati erano alle loro dirette dipendenze mentre altri erano governati da un loro Conte. Questa nuova forma di centralizzazione non intaccò l’individualità territoriale ed amministrativa dei Comitati. Genova, come anche molte altre città, ottenne maggiore autonomia sotto l’autorità di un Visconte. Ai Visconti si affiancò con poteri giudiziari il Vescovo.
Nel 950-951 Re Berengario II terminò la riorganizzazione del territorio, iniziata da Ugo di Provenza, nominando tre nuovi Marchesi.

Marca Aleramica (Liguria centr’occidentale)
Aleramo, Conte di Vercelli nel 933, ottenne nel 935 (periodo del secondo attacco saraceno ad Acqui) potere marchionale sui Comitati di Acqui, Vado e parte del Comitato del Monferrato.
Sposò Gerbenga, figlia di Re Berengario II ma ebbe l’appoggio di Adelaide, moglie dell’Imperatore tedesco Ottone I, per cui all’arrivo di Ottone in Italia non fu privato delle sue prerogative.
I due figli del Marchese Aleramo: Anselmo e Oddone mantennero il governo della Marca di Vado. In seguito, dopo il 1004, la Marca passò ai discendenti del Marchese Anselmo e fu divisa in due parti.
Il Marchesato aleramico diede origine ai Marchesi del Bosco, di Ponzone, del Vasto e da questi ultimi poi discesero i Marchesi di Incisa, Busca, Saluzzo, Ceva, Clevasana e Savona.

Marca Obertenga (Liguria orientale) detta poi "Januensis"
Oberto, Conte di Luni, venne nominato Marchese prima del 951 con autorità sui Comitati, prima appartenenti ai marchesi di Tuscia, di Genova, Luni e Tortona (governati direttamente) e su quelli di Parma e Piacenza.
Nel 960 si dovette rifugiare in Germania dove chiese l’intervento in Italia di Ottone I. In questa occasione fu sostituito da Re Berengario II con Ildebrando III, Conte di Roselle. Con la vittoria di Ottone I il Conte Oberto riottenne l’incarico.
I figli, Adalberto I e Oberto II, mantennero in consorzio la carica marchionale. In seguito la stirpe si divise dando origine alle famiglie Estense, Pallavicino, Malaspina e Adalbertina.
Nel 1014 congiurarono contro Enrico II e per questo persero il Comitato di Tortona, acquisito dal Marchese Ugo. Dopo il 1044 Adalberto Azzo II rinunciò ai suoi diritti sul territorio genovese mentre mantenne, lui e i suoi figli, quelli sul Comitato di Luni.

Marca Arduinica (Torino)
Arduino il Glabro, Conte di Torino, aveva sotto di se i Comitati di Alba, Albenga, Asti, Auriate, Bredulo, Torino e Ventimiglia.
Quando nel 1091 morì la Contessa Adelaide (ultima degli arduinici), la Marca passò al nipote: il Marchese aleramico Bonifacio (pronipote del marchese Oddone).
L’impero carolingio era debole in modo specifico dal punto di vista navale. Fin dal suo sorgere ricostituì la classis italica, con i residui della flotta bizantina, coordinata dal Comitato di Lucca. Gli emiri aghlabiti dell’Ifrìqiya, sostituitisi alla precedente dinastia abbasside, conquistarono la Sicilia ed iniziarono un’espansione sistematica nel Mediterraneo approfittando di questo vuoto.
Nel 849 i pirati arabi saccheggiarono le coste da Luni alla Provenza. La difesa della Marca si frazionò. I pirati arabi e normanni intensificarono le loro scorrerie e, a partire dal IX secolo, ci fu un esodo generalizzato di sacre reliquie verso località sicure.
Papa Giovanni X iniziò nell’850 la lotta contro i Saraceni e per questo le incursioni fatimite si spostarono a Nord.
Tra l’849 e l’850 Genova, viste le scorrerie saracene e normanne contro Luni (distrutta dai Normanni nell’860) e le coste liguri e toscane, ampliò le mura che assunsero un perimetro di 1488 metri. Le nuove mura inclusero borgo Saccherio (Brolium) Ravecca, Porta Soprana [di S. Andrea], il Canneto (ora abitato) e la collina di Macagnana (includendo così S. Lorenzo) per terminare alla regione di Banchi.
La Valle di Soziglia, percorsa dal rio Bachernia, era cosparsa di campi [Piazza Campetto], vigne [S. Maria delle Vigne] e boschi [via Luccoli]. Proprio qui, in una vigna di loro proprietà, nel 991 i Visconti Oberto e Guido di Carmandino fondarono, su un precedente sacello, S. Maria delle Vigne.
I Saraceni spagnoli alla morte di Re Bosone nel 887, approfittando del generale stato di crisi dovuta al disfacimento dell’impero carlingio, costituirono nel 889 a Frassineto [golfo di S. Tropez] una base stabile per le loro incursioni. Privi di formali legami con gli stati arabi africani e spagnoli, si dedicarono alla guerra di corsa lungo le coste da Arles ad Albenga, evitando le città protette da mura ma devastandone le campagne. Dal 921 dominarono stabilmente le Alpi Occidentali depredando i pellegrini diretti a Roma. Tra il 936 ed il 940 occuparono le Alpi Pennine.
I pirati di Frassineto arrivarono via terra fino a Serravalle, tagliando la "Postumia" che era ancora un’efficiente via praticabile dai carri usata per il commercio tra Roma e la Provenza. Danneggiarono il commercio Genovese imponendo controlli e dazi. Erano così forti che "Re Marco" fondò uno stato Saraceno con capitale Libarna [Altylia] pur contrastato attivamente dai Carolingi.
Il commercio ormai passava per l’Adriatico mentre i pirati spagnoli ed africani assaltavano le coste tirreniche a più riprese e Luni, indifesa capitale marchionale, fu aggredita ininterrottamente fino alla sua distruzione (1015). Sabatino, Vescovo tra il 876 ed il 915, fece trasferire nell’878 le reliquie di S. Romolo nella cattedrale di S. Lorenzo.
La corona del regno d’Italia fu oggetto d’aspre contese tra l’888 e il 926 e, infatti, la prima reazione cristiana al dominio di Frassineto arrivò solo nel 931. La flotta bizantina di stanza in Sardegna e la marina genovese, inflisse a Frassineto un pesante colpo pur senza riuscire ad espugnarla.
Per reazione il califfo fatimita Abû al Qâsim Muhammad nel 935, dopo una prima sortita contro Genova nel 934, fallita per il maltempo, inviò una spedizione comandata da Yàqub ibn ‘Ishâq. Genova fu assediata da 200 galee che consentirono lo sbarco di milizie a levante ed il blocco navale.
Molto probabilmente la pagina più tragica per Genova fu il saccheggio della città da parte dei musulmani il 26 Agosto 935. Alle prime luci dell'alba, gli arabi arenarono le loro galee sotto San Siro e, mentre tutti i genovesi dormivano, entrarono nelle case, saccheggiandole, uccisero tutti gli uomini e rapirono tutte le donne e le bambine, imbarcandole sulle loro navi. La cattedrale di San Siro e le altre chiese furono profanate e bruciate. Dopo due ore d'inferno gli arabi tornarono alla spiaggia e ripartirono verso altri lidi, ma prima pensarono bene di portarsi via tutte le imbarcazioni genovesi. L'evento risultò devastante per i genovesi che cominciarono a serbare un odio feroce verso i saraceni che potrà essere placato solo sedici anni dopo quando batterono i musulmani riconquistando alcune città della riviera.
Contemporaneamente i mori di Frassineto si spinsero fino ad Acqui, Alba, Asti e Tortona bloccando presso Serravalle Scrivia le vie di comunicazione con la Lombardia. Nel 936 attuarono una spedizione, guidata da Sagittus, contro Acqui dove furono sconfitti.
Il Re d’Italia Ugo di Provenza nel 941 attaccò Frassineto da terra e la flotta bizantina di Romano I dal mare. I mussulmani si ritirarono sul Monte La Moure dove furono accerchiati. Re Ugo a questo punto, per fronteggiare un esercito raccolto in Germania da Berengario, Marchese d’Ivrea, se li fece alleati e li stanziò nelle Alpi Pennine.
Il Marchese Arduino fece parte delle armate guidate da Guglielmo d’Arles che espugnarono Frassineto nel 972-973. I mori si attestarono nella fortezza di Le Garde Freinet che, espugnato per il tradimento di un saraceno, fu donata a Giballino di Grimaldi.


GENOVA INTORNO ALL’ANNO MILLE: LA NASCITA DELLE COMPAGNE


Purtroppo di questo primo periodo medievale, detto "Basso Medio Evo", ci restano ben poche notizie, anche perchè la maggior parte dei documenti storici dell'Archivio di San Siro, furono bruciati dai Saraceni nel saccheggio del 935. Si sa che allora la città contava di circa 4000 abitanti, residenti entro le mura delimitate dai due "Canneti", il Lungo e il Curto, con due porte la Soprana e la Sottana, dove si trovava la piazza principale. Altre duemila persone abitavano oltre le mura, dedicandosi soprattutto all'agricoltura e alla pesca.
I Carolingi, diviso il territorio in "Marche", delegarono l’autorità ad un Visconte: a Genova come rappresentate del Marchese Oberto vi era il Visconte Ido (952) che aveva possedimenti in Val di Secca (a Cremeno), Val Polcevera e lungo la riviera di Ponente. I successori del Visconte Ido e del figlio Oberto si divisero nei rami Manesseno, Carmandino e Isole dando origine a numerose famiglie importanti (Avvocati, Pevere, Lusii, De Mari, Serra, Embriaci, Castello, Brusco, De Marini, Della Porta). Vassalli degli Obertenghi erano i Conti di Lavagna.
I Conti di Lavagna, vassalli degli Obertenghi, furono costretti nel 1110 a cedere i loro castelli al Comune.
Discendevano da Teodisio che aderì al movimento di reazione alle immunità vescovili e, considerato traditore, vide i suoi beni confiscati da Ottone III e concessi alla chiesa di Vercelli il 7 maggio 999.
Federico I riconobbe nel 1164 i possedimenti del Marchese Opizzo Malaspina tra cui la metà di Lavagna e di Sestri concessa in feudo ai Conti di Lavagna e ai signori Da Passano.
Imparentati con i Conti di Lavagna, i Cononi "de castro Vezano" dominavano invece tra Vernazza, Vara e il golfo di La Spezia dando origine alle famiglie: Enrici, Amalfredi, Opizzoni, Grimaldi, Cononi.
I Cononi furono gli unici a mantenere diritti signorili sul territorio di Genova e tra i loro possedimenti avevano diritti sull’isola di Sestri, ceduta nell’aprile 1147 dai figli di Conone al Comune di Genova che nel febbraio 1145 aveva edificato il castello di Sestri Levante.
Nel 1113 i Consoli invasero militarmente, per motivi strategici, le terre dei Da Vezzano impadronendosi di Portovenere. A Portovenere crearono una colonia di tipo romano con lo stanziamento di cittadini genovesi sul territorio conquistato e con la costruzione di un castello a protezione contro Pisa e gli Obertenghi. Iniziarono la costruzione di S. Lorenzo, consacrata da Papa Innocenzo II nel 1130. Solo nel 1139 vi fu l’acquisto formale dei territori (per 100 lire) da parte del Comune che nel 1160 iniziò la costruzione delle mura ed il rinnovamento del castello. 1132 Venne edificato il castello di Rivarolo presso il fiume Lavagna e, visto l’insorgere della già insofferente popolazione locale, l’esercito genovese devastò molti castelli locali. I Da Passano vennero infeudati i De Passano in quelle zone poiché avevano giurato fedeltà al Comune ed avevano come impegno di mantenere 4 cavalieri e 20 arcieri. Il Marchese Opizzo Malaspina ricevette in feudo 1/3 dei territori dei Conti di Lavagna. L’anno successivo la guerra divampò nuovamente ed i castelli dei lavagnini in rivolta furono distrutti. Nel 1138 i Conti di Lavagna giurarono la Compagna impegnandosi ad abitare in città almeno 2 mesi l’anno. Nel febbraio 1145 Lanfranco Visconte ottenne l’appalto per la custodia del castello di Fiaccone. Lo stesso anno i Signori di Cogorno donarono al Comune il castello di Calosso; si ordinò quindi ai Conti di Lavagna di non molestare più i castelli di Rivarolo e Sestri e di entrare ogni anno nella Compagna. Prima giurarono i Conti di Lavagna e poi i Da Passano. Si dichiarò per l’occasione, vista l’influenza dei signori feudali sottomessi al Comune, che se un Genovese fosse divenuto vassallo di un signore feudale avrebbe perso i suoi diritti politici. Lo stesso anno venne fabbricato il castello di Sestri e i Consoli, per avere via libera da terra, espropriarono le terre del monastero di S. Fruttuoso in cambio di una libbra di incenso annuale, un canone annuo ed alcuni terreni sull’isola di Sestri. Due anni dopo (1147) Sestri, di proprietà di Cova di Vezzano, venne acquistato per 15 lire. Nel 1148 il castello di Parodi venne comprato per 700 lire dal Marchese Alberto Zueta e dalla Contessa Matilde di Parodi per ottenere la liberazione del di lei marito, Alberto di Parodi, prigioniero degli uomini di Castelletto. Nel 1157 i Conti di Lavagna giurando la Compagna, promisero di comporre le discordie interne tra il Conte Martino e il fratello Enrico, e gli uomini di Cogorno, Nasci e Vezzano.

Nel 935 il Vescovo, in seguito al saccheggio saraceno, organizzò un’intesa tra gli "habitatores civitatis" antenata della Compagna. La ripresa iniziò subito: nel 952 il Vescovo Teodolfo riaprì al culto S. Siro.
A metà XI secolo il Vescovo Teodolfo consolidò le corti della mensa vescovile nell’Isola del Vescovo (pieve di Molassana), a S. Michele di Graveglia e a Lavagna. I mansi della corte, affidati a famuli e livellari sono sotto il controllo di un Gastaldo, sono tutti nella stessa zona e si trovano sotto la protezione di un castrum cui i livellari devono fornire per tradizione gli uomini per la "guaita" notturna.
Gli Ottoni ufficializzarono il feudalesimo ecclesiastico: in altre città i Vescovi ottennero l’investitura feudale ma ciò non successe a Genova dove i Visconti, residenti nel contado, mantennero a lungo e con continuità il loro potere. Vassalli vescovili i Vicedomini, gli Avvocati, i Giudici, i Pares Curiae (Tutela militare, giuridica, amministrativa e delle prerogative episcopali) si crearono come struttura parallela e spesso d’origine viscontile.
I feudatari minori con privilegi non ereditari (Vassalli viscontili, vescovili e marchionali) si inurbarono affianco al Vescovo; i feudatari maggiori (Marchesi) delegarono sempre di più le loro prerogative ai Visconti per arroccarsi nei castelli appenninici dominanti valli e strade.
Con la sicurezza delle campagne si ebbe un aumento della popolazione e una richiesta maggiore di terre, soddisfatta con cessioni enfiteutiche e livellarie. Ci fu una maggiore produzione e commercio dei prodotti con la conseguente nascita di un’economia monetaria, giocoforza, cittadina.
Tale stato di fatto il 18 luglio 958 causò il riconoscimento, da pare di Re Berengario II e suo figlio Adalberto, delle consuetudines della universitas civium, l’esenzione dal mansionaticum ed il divieto d’ingresso nelle loro case da parte dei pubblici ufficiali.
Tali privilegi furono poi ampliati quando il Marchese Alberto di Opizzo dovette giurare nel maggio 1056 il "breve de consuetudine". Queste norme, oltre a regolare il possesso fondiario, erano una chiara indicazione di un economia in espansione.
Nei secoli trascorsi la struttura urbana si è molto ampliata, al nucleo originale sul colle di Sarzano con S. Maria di Castello , se ne è aggiunto uno nuovo attorno a S. Siro (rimasto fuori delle mura) ed un'area (poi interna alla cinta muraria) che gravita attorno a S. Lorenzo. Proprio l'insicurezza di S. Siro potrebbe essere stata la causa della "promozione" a Cattedrale di S. Lorenzo.
Dopo Il “sacco” Genova ricominciò lentamente a riprendere vita e dieci anni dopo, nel 945, fu costituita una comunità che diventerà importantissima nei secoli a seguire: la "Compagna". L'ideatore di questa associazione fu il Vescovo Teodolfo, che pensò di dividere i cittadini in due categorie: gli "habitatores", cioè i nullatenenti che si dovevano occupare della guardia della città, e i "boni homines", cioè quelle persone abbienti che versando una quota annuale partecipavano alla costruzione della flotta militare. Il Vescovo preparò un vero e proprio statuto che presentò al Re Berengario, che dopo averlo accettato, promulgò, forse perche attirato dal vantaggio di disporre di una flotta a difesa delle invasioni saracene, la "Donatio Berengari", accettata poi da tutti gli altri Imperatori, che permetteva tra le altre cose di non pagare più gabelle allo stato e di avere una quasi completa indipendenza, tanto da considerare Genova una Repubblica.
Il Vescovo impose ai "boni homines", che volevano avviare una qualsiasi attività, di iscriversi alla "Compagna", pena l'esilio. Stessa condanna era commutata a coloro che dichiaravano meno guadagni del dovuto. Siccome in quell'epoca, tutti si chiamavano solo con il nome, pensò, per non creare confusione, di abbinare ad esso un aggiuntivo, derivante soprattutto dal luogo di provenienza o da un aspetto specifico del personaggio, facendo così nascere il cognome.
L’adesione del Vescovo alla Compagna, pur senza altro privilegio che rappresentare la città all’estero, ne favorì l’emancipazione politica a tal punto che nel 1097 le Compagne deposero manu militare il Vescovo scismatico (schierato con l’antipapa Clemente III, nominato dall’Imperatore tedesco Enrico IV).
Già nel X secolo, i notabili cittadini organizzarono alcune libere associazioni: le compagnae, le coniurationes, le rassae.
La Compagna, che poi prevalse, era un consorzio commerciale privato in accomandita semplice, giurato da nobili, mercanti o semplici persone atte alle armi abitanti in determinate circoscrizioni urbane ed aventi medesimi interessi economici e politici. In origine si costituivano solo per una determinata impresa economica o more piratico al termine della quale la Compagna si scioglieva ma poi divennero a tempo determinato e infine permanenti.
L’appartenenza non era al principio un obbligo ed allo scadere poteva anche non essere rinnovata.
Le Compagne in origine erano tre (Castrum, Civitas e Burgus) con sede nelle chiese di S. Maria di Castello, S. Lorenzo e S. Siro. Nel 1130 erano quattro e dopo il 1134 divennero prima sette ed infine otto. Ognuna di esse aveva un proprio Console ed un proprio vessillo.
Il contratto di Commenda (prestito di capitale legato ad un rapporto societario), derivò nella sua struttura dall’izqâ ebraica e prevalse in tutti i contratti, a cominciare da quelli della Compagna, dopo la prima metà del XII secolo.
La Compagna, il cui nome fa riferimento ad un’impresa comune e navale (comunanza di mensa su una nave), si ampliò con l’avvento della libertà di movimento e personali (le consuetudini) mantenendo sempre il suo carattere imprenditoriale navale. Ognuna delle Compagne poteva compiere il reclutamento navale ed armare sue galee.
Eleggeva, solitamente dai ranghi delle famiglie viscontili o avvocatizie, dei capi (i Consoli) che avevano la possibilità sia di comandare l’impresa sia di giudicare eventuali vertenze tra i soci.
Unici requisiti per entrare nella Compagna era l’essere "cittadino" cioè risiedere a Genova e il vivere secondo consuetudine. Tutti i soci dovettero giurare uno statuto detto breve e s’impegnavano a eseguire gli incarichi affidatigli pena la perdita dei diritti civili. Il fatto di dover abitare in città rimase a lungo un obbligo tanto che anche i feudatari delle riviere e dell’oltregiogo dovettero impegnarsi, quando giuravano, a risiedere, di fatto almeno per un breve periodo dell’anno, in città.
Ma non fu soltanto la costituzione della "Compagna" il grande merito del Vescovo Teodolfo. Infatti, tra le altre cose, impose la ronda notturna sulle mura e realizzò una catena di torri che partivano dai Piani d'Invrea per giungere fino a Porto Venere, per mettere in guardia gli abitanti della repubblica dagli attacchi saraceni. In caso di avvistamento, da una delle torri, veniva acceso un falò che permetteva di essere visto dai luoghi vicini che, al suono delle campane, invitavano le donne, i vecchi e i bambini a rifugiarsi nelle campagne, mentre tutti gli uomini abili si preparavano a combattere.
Alla base della società genovese è la famiglia. Questa porta alla creazione di Compagne a livello "zonale" e alla nascita di quartieri familiari, un esempio (cronologicamente successivo) su tutti sono le case dei Doria in S. Matteo. Le compagne sono otto e dalla loro espansione si arriva alla creazione della Compagna, questa rappresenta l'embrione dello stato genovese. I mutamenti istituzionali portano alla divisione dei poteri: i consoli del comune amministrano il potere esecutivo, ai consoli dei placiti è assegnato il potere giudiziario.
Con il Vescovo Airaldo nacque la Compagna Comunis struttura politica ufficiale della città con sede nella chiesa di S. Giorgio ove si conservava il vexillum magnum, lo "stendardo comune".
Una prima reazione marchionale venne arginata dalla Compagna di Castello capitanata dai Visconti di Manesseno (i fratelli Amico Brusco, Guido Spinola, Guglielmo Embriaco e Primo di Castello) e dai loro cognati i Della Volta. La Compagna Comunis rimase sine consulatu per un anno e mezzo dal 1098.
Una sorta di parlamento forse presieduto dal Vescovo (privo di poteri diretti) elegge annualmente il 2 febbraio i consoli su base zonale. Un senato costituito da "anziani", "saggi" ed "esperti" si affianca nella veste di organo consiliare ai consoli nelle decisioni più importanti. I consoli esercitano il loro potere dal palazzo episcopale previo giuramento di una breve. Il parlamento ed il senato si riuniscono in S. Lorenzo.
I Consoli, che detenevano il potere esecutivo, erano inizialmente eletti ogni quattro anni ma poi annualmente e, dopo un primo periodo in cui le cariche erano unificate, si divisero in Consoli del Comune (governatori politici e militari) e Consoli dei Placiti (amministratori di giustizia). Il potere deliberativo era prerogativa del parlamento della Compagna o delle Compagne riunite; in quest’occasione il Vescovo assisteva alle discussioni.
Per evitare l’accentrarsi del potere in mano a poche famiglie, nel 1122 si ridusse la durata del consolato da quattro anni ad un anno e nel 1130 si aumentò il numero dei Consoli e vi fu una separazione netta tra le varie cariche che assumevano. Nel 1122 si delegò l’amministrazione finanziaria ad otto Clavigeri (in possesso delle chiavi dell’erario).
I Consoli erano eletti dal parlamento ed entravano in carica il 2 di febbraio. Una volta terminata la carica, dopo aver giustificato le loro scelte a chi li aveva eletti entravano nel Consilium o Senato, al fianco d’altri cittadini illustri. Il Consilium doveva approvare le dichiarazioni di guerra, le nuove tasse e le cessioni in pegno delle proprietà del Comune.
L'unicità dell'istituzione non comporta però una stabilità politico sociale per Genova, le lotte tra famiglie o alleanze di famiglie sono una costante nella storia cittadina. Fondamentalmente lo stato genovese può essere definito un'oligarchia ma atipica. La nobiltà necessaria a far parte della cerchia di chi governa è acquisibile. L'intreccio tra pubblico e privato che caratterizza Genova diventa manifesto con le compere, una sorta di indebitamento dello stato con le famiglie genovesi mediante l'appalto degli introiti statali. Ciò porterà alla nascita del Banco di S. Giorgio, molto più di una semplice banca, quasi uno stato sia per poteri economici che politici. Un altro esempio di intreccio pubblico privato sono le maone, una sorta di società per azioni con poteri politici su territori "coloniali".
Intorno al 950 inizia una catena di mutamenti amministrativi che trasforma Genova in un elemento catalizzatore per l'area ligure. Il susseguirsi di vari eventi porta la città ad essere il centro di una sorta di Stato già intorno al 1200.
Sul finire del 900 prima Berengario II e poi il figlio Adalberto concedono alcuni privilegi a Genova mediante una sorta di "diploma di riconoscimento delle consuetudini genovesi".

Consuetudini genovesi:
I Marchesi potevano presiedere il placito solo per quindici giorni, giudicando secondo il diritto locale e non dovevano esigere dai coloni dei genovesi il fodro marchionale, l’albergaria o altro tributo.
In caso di controversia sulla proprietà era sufficiente che il proprietario genovese facesse giurare a quattro testi che la carta era autentica ed inoltre era fissato il diritto di usucapione dopo il periodo di 30 anni.
I concessionari potevano rinviare il pagamento annuale per dieci anni, purché poi versassero l’intera somma.
Non era più necessaria l’autorizzazione di parenti per l’alienazione compiute da donne di legge longobarda.
Gli stranieri residenti in città erano obbligati a prestare servizio militare in caso di guerra.

I Genovesi, per assicurarsi un corridoio sicuro che consentisse loro di scavalcare i valichi appenninici al riparo delle angherie dei signori feudali e dei briganti, si espansero oltregiogo.
Invadendo l’alta Val Polcevera giunsero ai confini del dominio adalbertino dei Marchesi di Massa e Parodi (castello di Gavi) che ostacolavano i principali valichi dell’Appennino.
Nel 1121 con un forte esercito valicarono il Giogo e presero Schiappino, Mondrasso, Pietra Bisciara e il castello di Fiaccone e l’anno dopo comprarono dal Marchese Alberto di Gavi il castello di Voltaggio e i suoi redditi (per 400 lire).
Nel 1128 l’esercito prese Montaldo poi donato al Comune e a Tortona nell’agosto 1144. Nel 1130 il Marchese è costretto a giurare la Compagna ma solo nel 1191 vendette il castello di Gavi aprendo così a Genova una doppia via con l’entroterra (verso Tortona e verso Alessandria).
Nell’ottobre 1130 Genova strinse un trattato d’alleanza con Pavia rinnovandolo poi per 20 anni nel 1140. Nel gennaio 1135 Novi cedette metà del suo castello alla chiesa di S. Lorenzo e metà alla chiesa di S. Siro a Pavia e promise aiuto a Genovesi e Pavesi nella loro guerra contro Tortona.
Lo stesso anno il Marchese Aleramo di Ponzone con il figlio presero la cittadinanza genovese e giurarono la Compagna cedendo i propri castelli al Comune. Nel 1152 Genova acquistò Lerici per 39 lire.
A ponente cercarono di avere la sottomissione di S. Remo e dei Marchesi Del Vasto per prendere Ventimiglia ed avere così una via di terra sicura per la Provenza. Già nel 1120 i Consoli operarono in zona come pacieri durante le dispute tra Vescovo e Savonesi per i privilegi che questi deteneva in quelle terre.
Genova avanzò fino a S. Remo e fece al Conte di Ventimiglia guerra aperta nel 1130, tanto che i suoi figli, fatti prigionieri, furono costretti a giurare la Compagna e si innalzò all’interno di S. Remo una fortezza.
Nel 1138 Genova rinnova le sue alleanze ed i suoi privilegi con le città provenzali di Antibes e Marsiglia e con i signori di Hyères, di Fos e di Narbona.
Nel 1140 vi fu un accordo con i savonesi Marchesi Del Vasto per avere aiuto militare nelle conquiste delle terre d’Oberto, Conte di Ventimiglia. Con un numeroso esercito via mare e terra espugnarono la città, sottomisero i castelli e fecero giurare fedeltà a tutti. Innalzarono un castello in città per dominare la popolazione.
Il Conte Oberto resistette 6 anni ma poi nell’agosto 1146 dovette giurare la Compagna, cedere i feudi (tra cui il castello di Poggio Pino) a Genova per riceverne da questa l’investitura (prassi ormai consolidata) e, fatto nuovo, impegnarsi a sposare i propri figli in famiglie genovesi.
Nel 1141 il Comune comprò il castello d’Amelio da Struccio e dai suoi fratelli e poi nel capitolo di S. Lorenzo, di fronte al Consiglio, lo infeudarono ai medesimi venditori.
Nel gennaio 1153 i Savonesi giurarono fedeltà alla Repubblica e si piegarono alle sue condizioni: ogni nave proveniente dalla Sardegna o da Barcellona doveva prima passare per Genova.
L’anno seguente il Marchese Enrico di Loreto, signore di Savona, giurò la Compagna e la pace con Noli ma nonostante questo suo gesto riprese le ostilità e quindi i Consoli lo richiamarono a Genova. Occupò in agosto il castello di Noli; essendo inverno, e non potendo armare la flotta per assalire il castello, l’esercito genovese passò via terra devastando i possedimenti del Marchese.
Nel 1155, mentre a Genova si procedeva alla costruzione della cinta muraria, fecero giurare la Compagna ai Marchesi del Carretto.
Due mesi dopo gli accordi stipulati con l’Imperatore Federico Barbarossa, messi imperiali incitarono alla rivolta Ventimiglia che occupò e distrusse il castello della città. Genova protestò con l’Imperatore ed espugnò la città.
Nel 1157 Guido Guerra, Conte di Ventimiglia, si piegò completamente e donò al capitolo di S. Lorenzo tutti i suoi castelli ricevendone la reinvestitura dai Consoli.
Dato che l’espansionismo territoriale in Liguria aveva aumentato la popolazione, divenne sempre più essenziale il commercio di cereale (di cui la Liguria era scarsa produttrice) con la Provenza e la Sardegna.
Già nel 1109 avevano ottenuto il monopolio commerciale di Saint-Gilles da Raimondo di Tolosa; nel luglio 1138 Genova stipulò alcuni trattati, con cui salvaguardava in modo particolare il Re del Marocco, con gli abitanti di Fos, Hyères, Marsiglia, Frèjus e con Raimondo d’Antibo.
Nel 1140 armarono due galee per contrastare due galee dei Gaetani che, approfittando delle ostilità tra il Comune e Ventimiglia, cercavano di penetrare in Provenza. Le trovarono presso Argentera (Linguadoca) e ne catturarono una in battaglia.
Nel 1143 quattro galee occuparono Montpelier e lo restituirono a Guglielmo VI, fratello di Raimondo III Conte di Provenza e Barcellona, ottenendone in cambio 1.000 marche d’argento, il fondaco di Bruno di Tolosa e l’esenzione dalle imposte. Il Console Lanfranco Pevere stipulò un contratto secondo cui Genova e Pisa lo avrebbero soccorso nel recuperare ciò che il Conte Alfonso I, suo nipote, e gli uomini di Saint-Gilles avevano illegalmente. Il 3 settembre fu conclusa la pace tra il Conte Alfonso di Tolosa e gli abitanti di Saint-Gilles.
Già l’anno successivo vi furono fortissimi attriti con il Conte Guglielmo VI per via dei suoi frequenti assalti alle navi genovesi; venne armata una galea per la Provenza. Il Conte morì combattendo contro i Genovesi ma poiché le piraterie non cessarono venne inviata una nuova galea. Questa catturò una saetta dei pirati e fece accecare tutta la ciurma come monito.
Nel novembre 1153, su mandato dei Consoli, Enrico Guercio vendette a Raimondo Berengario IV, Conte di Barcellona e Principe d’Aragona, i possedimenti Genovesi in Tortosa.
Sicilia Nel 1117 i Genovesi ottennero l’esenzione dalle imposte e il diritto di erigere un consolato a Messina. Durante la guerra con Pisa invasero tutta la città ma Re Ruggero costrinse a restituire il bottino.
Nel 1147 vennero catturati da Ruggero di Sicilia dei Genovesi e in patria si fece divieto di creare società (rassa) contro chi si riteneva fosse responsabile: Filippo di Lamberto Guezo, che venne privato d’ogni diritto politico a metà giugno del 1148. Siro II e i Consoli obbligarono al contempo gli uomini della rassa a pagare una penale di 150 lire e ad impegnarsi a non nuocere in alcun modo a Filippo di Lamberto. Le ostilità proseguirono fino al 1162.
Nel 1156, nonostante la chiara intenzione del Barbarossa di utilizzare la flotta di Genova contro i Normanni, Guglielmo Vento e Ansaldo Doria sottoscrissero con Guglielmo I, Re di Sicilia, un accordo con privilegi contributivi e l'esclusiva del mercato a danno dei mercanti Provenzali.
Tornati a Genova fu assicurata la salvaguardia di persone e proprietà siciliane sul nostro territorio.
Nel 1142 vennero inviati a Giovanni II Comneno ad Antiochia gli ambasciatori Oberto Torre e Guglielmo Barca per ottenere da Costantinopoli gli stessi benefici di Pisa e Venezia. La morte dell’Imperatore fece fallire la missione.
Nel 1144 vennero inviati ambasciatori a Papa Lucio II per svincolarsi dall’obbligo di versare una libbra d’oro all’anno per i diritti in Corsica e per aver conferma dei loro diritti in Siria. Quello stesso anno Raimondo I, Conte di Tripoli e Principe d’Antiochia, confermò le donazioni effettuate nel 1127 da Boemondo II.
Nel gennaio 1147 furono confermati dal Comune agli eredi dell’Embriaco i possessi, di cui erano stati investiti per venti anni nel 1125, d’Antiochia, Gibelletto, Laodicea e Solino. Nel gennaio 1154 Guglielmo Embriaco venne formalmente investito del feudo di Gibelletto e dei possessi in Laodicea per ventinove anni (per 100 lire e 90 bisanti annuali) mentre Ugo e Nicola Embriaco ricevettero per ventinove anni i possessi d’Acri (per 150 lire annue) e d’Antiochia (per 80 bisanti annui). Gli affitti furono irrisori considerando che nel porto di Acri non era infrequente veder ancorate anche 80 navi contemporaneamente.
Nel 1155 il Comune dovette inviare presso la Santa Sede il canonico di S. Lorenzo Manfredo per chiedere il rispetto delle concessioni da parte di Baldovino III, Re di Gerusalemme, di Raimondo II, Principe d’Antiochia, e del provenzale Bernardo Ottone. Il Papa invitò tutte le parti chiamate in causa a rispettare gli accordi con Genova sotto la minaccia di scomunica.
Il 12 ottobre 1155 in S. Lorenzo si poté sottoscrivere un accordo con il Metropolita Demetrio, legato dell’Imperatore di Costantinopoli Emanuele Comneno Porfirogenito.
L’Imperatore concesse una contrada, un fondaco, la chiesa di S. Croce a Costantinopoli, una banchina, la riduzione del dazio (dal 10% al 4%) in tutto l’impero e un dono annuo al Comune (500 ipèrperi) ed all’Arcivescovo (60 ipèrperi e due palli) in cambio della rinuncia ad ogni impresa contro Bisanzio.
Nel 1157 inoltre vennero inviati, al fine di garantire i privilegi di Genova all’estero, Guido di Lodi (presso la S. Sede), Gionata Crispo (in Oriente e Sicilia), Amico Di Murta (a Costantinopoli). Da
Costantinopoli si esigeva il rispetto dei patti firmati nel 1155 che promettevano un embolo ed uno scalo.
Già da prima del 1153 i Genovesi ebbero un fondaco ad Alessandria (ed il suo movimento d’affari eguagliava quello di tutta la Terrasanta) giusto allo sbocco delle vie commerciali con l’Oriente e l’interno dell’Africa.
Nel 1154 nove galee marocchine (con cui Genova aveva un trattato di pace) saccheggiarono in Sardegna una nave genovese di ritorno da Alessandria ma, scoperta l’origine della nave, fu consegnata al giudice di Cagliari affinché fosse riconsegnata a Genova con le loro scuse.
Nel 1188 Genova espugnò Tolemaide ed ottenne privilegi a Tiro (1194) ed in altre parti della Siria.

Con l’espanzionisto lungo la costa si amplia anche la città, e ad aprile 1152, per ragioni di salute pubblica, i Consoli decretarono la chiusura dei 52 macelli operanti fino a quel momento e aprirono per la macellazioni due spazi aperti di proprietà comunale (uno in Soziglia ed uno al Molo) e si riconobbero su di essi i diritti viscontili.
Dopo l’incendio del 1122 che devastò la periferia cittadina (Brolium) e quello devastante del 1141 la città si organizzò e quando il 25 dicembre 1154 scoppiò un incendio nella zona di Prè lo si arginò rapidamente.
Una legge del 1143 impedì alla moglie di possedere più della terza parte dei beni del marito ("jus tertiae") ma si dovette accontentare di una somma fissa "come da consuetudine".
La cassa del Comune, per l’impresa di Tortosa, aveva un forte disavanzo. La metà del debito era stato contratto con banchieri piacentini che fino al 1154 dovettero forzare la mano al Comune per rientrare delle loro 6.000 lire.
Si dovette procedere alla vendita dei beni e delle entrate del Comune com’era consuetudine, tanto che nel 1144 i Consoli avevano ceduto la riscossione dei dazi sul lino ad una società di cui facevano parte.
A febbraio 1149 si dovette procedere alla vendita, per 1.300 lire, del profitto di alcuni dazi (pesi, misure, rive, scoli e il monopolio del sale) per quindici anni al fine di compensare il debito pubblico. A fine 1149 vendettero per ventinove anni ad un consorzio di cui faceva parte anche il Console Caffaro, l’appalto per la riscossione delle tasse portuali e i proventi dei pedaggi di Voltaggio. Nel gennaio 1150 vendettero per ventinove anni a Guglielmo Vento l’appalto dei banchi di cambio per 400 lire.
Nel dicembre 1150 i Consoli allogarono per ventinove anni le spettanze del Comune in Tortosa per 300 lire annuali. Cedettero ai canonici di S. Lorenzo, che già ne possedevano i 2/3, la restante parte dell’isola di Tortosa e 1/2 di ciò che in quell’isola ricevevano dal Conte di Barcellona.
Nel gennaio 1152 quasi unanimi cedettero a Guglielmo Piccamiglio per venti anni il monopolio del sale ricevendo dai soci della compera 800 lire; vendettero per due anni il castello ed il pedaggio di Rivarolo a Grifo e Lamberto Guercio.
Nel gennaio 1154 gli Embriaco acquistarono l’investitura di Gibelletto e dei possedimenti genovesi di Laodicea, Acri e Antiochia; concessero a Baldassare Fornaro il castello di Fiaccone per ventinove anni e cedettero al Conte Raimondo Berengario IV la parte di Tortosa del Comune per 11.640 marabotini che non vennero versati.
Nel febbraio 1154 i Consoli eletti, vista la disastrosa situazione, rifiutarono la carica ma poi l’accettarono su pressione dell’Arcivescovo Siro II. Fabbricarono nuove galee, poiché ve n’era penuria, e risolsero le 15.000 lire di debito pubblico entro la fine del loro consolato pacificando al contempo i loro concittadini.
Nel 1155 i Consoli impedirono per il futuro la vendita e l’obbligazione di redditi del Comune per più di un anno e che le vendite o le obbligazioni di quei redditi non durassero oltre al consolato di chi le aveva consentite. Quindi riscattarono tutti i principali redditi.
Per attirare molti nobili lombardi e romani concessero a partire dal 1150, e più frequentemente nella seconda metà del secolo, libertà di commercio in imprese marine fino ad una certa somma. Molti giurarono fedeltà al Comune.


GENOVA TRA L’ANNO 1000 ED IL 1100


Nel 1107 Torchitorio di Lacono (detto Mariano), cacciato dal suo giudicato di Cagliari, chiese l’aiuto dei Genovesi per riprenderlo. 6 galee al comando del Console Ottone Fornaro espugnarono Cagliari e reintegrarono Mariano nella sua carica ottenendone 6 ville per la chiesa di S. Lorenzo
Intorno al 1015 i saraceni sbarcano in Sardegna per poi puntare sulle coste settentrionali del Tirreno. Nel 1016 Papa Benedetto VII promette la signoria sull'isola al suo liberatore.
Pisa e Genova, su pressione del Marchese Adalberto II e del Vescovo Giovanni II congiunsero le flotte sotto la guida degli Obertenghi. La collaborazione tra le due città prosegue negli anni con alcune spedizioni in terra d'Africa volte a debellare la piaga della pirateria saracena.
Con la partecipazione delle milizie cittadine guidate dai Vescovi, cacciarono da Lunigiana, Corsica e Sardegna la flotta saracena. Le flotte nel giugno 1016 sconfissero i Saraceni nei pressi della Sardegna catturando la famiglia del loro sovrano. L’anno successivo terminò la liberazione della Sardegna dai Saraceni che tornò allo statu ante quo mentre gli Obertenghi ed alcuni loro vassalli iniziarono una lenta penetrazione politica ed amministrativa in Corsica. Genovesi e Pisani acquistarono così il predominio del Mediterraneo e portarono il conflitto fino alle coste islamiche della Spagna, Sicilia, e Ifrìqiya.
Nel 1052 si registra la composizione dei dissidi tra l'autorità vescovile (residente nell'area di S. Lorenzo) e l'autorità dei Visconti (area di S. Siro). Cresce il potere del Vescovo a discapito dei Visconti.
Mentre per il resto della penisola, l'evoluzione verso lo stato indipendente porta alla nascita di nazioni attorno ad una figura forte, principalmente ereditaria o anche elettiva, a Genova la situazione di stato unitario è di sola facciata.
Nel 1061, su invito di Papa Benedetto VIII, Genova e Pisa, sconfissero definitivamente in Sardegna il Re saraceno Mugìâhid ibn abd Allah al Amiri catturandolo in combattimento. Nel 1063 i rapporti commerciali con la Siria e la Terrasanta erano completamente ristabiliti. A Genova venne creata addirittura una stazione d’imbarco per la Terrasanta.
Il commercio e la pirateria in questo periodo erano talmente proficui da permettere di aumentare il capitale investito del 200% l’anno.
Tra il 1060 ed il 1080 vennero stipulati una serie di accordi commerciali con gli Hammadidi e con gli Ziryti (succeduti si Fatimiti).
Nel 1070 i Pisani occupano parte della Corsica già dominio genovese dando origine ad un ininterrotto stato di tensione che durerà anni.
Nel 1087 Amalfi, Gaeta, Genova, Pisa e Salerno, su invito di Papa Vittore III, occuparono molte zone dell’Africa rendendo i Re di Tripoli e Tunisi tributari della Santa Sede. Con 300 navi e 30.000 uomini occuparono Pantelleria; la flotta araba non uscì dal porto perché indebolita dalle sconfitte inflittegli da Ruggero d’Altavilla. L’8 agosto 1088 (S. Sisto) sbarcarono a Zawila, ruppero le catene di sbarramento al porto, devastarono la città e le navi ed occuparono la penisola di Mehedia. Thamim, sultano ziryta di Mehedia, per ottenere la pace dovette pagare mezzo milione di lire, liberare i prigionieri e concedere l’esenzione dai dazi a Genovesi e Pisani. In ricordo della cattura della città venne edificata sulla marina di Prè una chiesa dedicata a S. Sisto.


LA NASCITA DELLA POTENZA MERCANTILE GENOVESE: LA FLOTTA


Inizialmente furono costruite da un singolo maestro d’ascia con un singolo committente che se ne assumeva le spese (tra cui la tassa per il varo) ed un singolo padrone che l’armava e la governava; solo in seguito per galee da guerra e grandi navi si creò un arsenale: la Darsena (Daar Senaah "casa di lavoro").
Rimase un unico maestro d’ascia anche se ne coordinava molti altri specialisti in vari settori della nave. Il committente divenne una società in partecipazione, il numero di partecipanti iniziali che sostenevano le spese determinavano il numero di parti di cui era composta la nave. Gli armatori si trasformarono anch’essi in società ma i loca in cui venivano divise le spese d’armamento equivalevano alle spese per un singolo marinaio (vitto e paga), perciò era frequente che alcuni marinai diventassero armatori di se stessi. I rematori erano liberi e soldati reclutati ad podisias cioè in base alle liste di leva obbligatorie e ricevevano, come tutto l’equipaggio una partecipazione agli utili.
La città per le imprese militari d’interesse comune non manteneva alcuna flotta militare ma ricorreva a quella commerciale dei privati. Ogni nave, poiché vi era un fenomeno endemico di pirateria, era da guerra oltre che commerciale. In caso di mobilitazione il Comune dichiarava il Devetum, in pratica la proibizione di intraprendere commerci marittimi, e quindi requisiva le navi necessarie. Per tali motivi la flotta era spesso poco affiatata ed inoltre gli uomini sottratti alle attività produttive potevano essere impiegati solo per tempi limitati pena la paralisi economica.
Le navi corsare, che ebbero una parte di predominante importanza nelle guerre di Genova, erano allestite e dirette da privati per specifici fini militari e di saccheggio. Il Comune le incoraggiò, senza finanziarle, pur imponendo loro una cauzione onde evitare che assalissero navi alleate. A loro spettava tutto il bottino tranne i prigionieri e la nave.
Le navi in genere erano o snelle a remi e quindi da guerra oppure larghe e a vela. Queste ultime erano più indifese ma potevano portare il carico quattro volte maggiore pur costando tre volte meno di una galea per questo furono preferite su rotte tranquille dove si muovevano scortate ed in convogli (carovane). 250 persone d’equipaggio ed in genere ogni Compagna armava le sue.
Queste sono le principali imbarcazioni Genovesi del periodo:
Nave: a vela dotata di tre ponti con tre castelli alti non meno di sette metri. Erano vere fortezze galleggianti che potevano anche raggiungere le 200 tonnellate.
Uscere: nave per il trasporto dei cavalli munita d’ampi portelli sui fianchi. Furono molto costruite in occasione della Crociata di S. Luigi.
Gàrabo: nave a vela detta caracca ed infine caravella.
Goletta: veliero piccolo con bompresso, due alberi e vele quadrate.
Gatto: bastimento a remi; dotato di castelli coperti in cui si proteggevano i soldati.
Calandra: nave tondeggiante a vela per il trasporto di cavalli e milizie simile alla bizantina Chelandra.
Abbiamo inoltre il buco ed il cursore.

Queste invece furono le macchine da guerra navali e di fanteria usate dai Genovesi agli inizi dell’anno mille:
Gli Speroni : alberi navali usati come speroni laterali; Su modello degli speroni navali a terra era usato il gatto che serviva ad abbattere le mura a colpi. All’estremità aveva una forma a testa di gatto. Era di legno non combustibile e rivestito di cuoio. Dentro aveva una trave dove si metteva un ferro uncinato (Falce) che quando era piegato estraeva le pietre dal muro oppure rivestivano la testa di ferro (Bolcione o Montone) in modo da sfondare le mura.
Il Fuoco greco: Vasi di terra, contenenti zolfo, carbone e salnitro, da lanciare a mano contro gli avversari.
Le comuni Pietre con il lancio a distanza con catapulte, balestre, pietrere.
I Liquidi bollenti come olio, pece, calce viva, sapone liquido (per far scivolare gli avversari).
I Castelli mobili sia specificatamente terrestri ma su modello del castello navale.


GENOVA E LA PRIMA CROCIATA


albori del secondo millenio, per i ricchi europei, cristiani cattolici, il massimo delle aspirazioni era raggiungere la Terra Santa, profanata dai fanatici seguaci di Maometto. Nessun porto, allora, era più indicato di quello genovese per organizzare viaggi verso quei lidi. Sappiamo, grazie al Caffaro, l'unico reporter genovese dell'epoca, che esisteva una nave destinata a queste particolari crociere che si chiamava "Pomella", e che si suppone fosse di proprietà degli Embriaci, in quel periodo famiglia più importante e ricca della città. La nave partiva da Genova nei primi giorni di Aprile e ci metteva alcuni mesi per raggiungere Giaffa, dove sostava, in attesa dei pellegrini, fino al primo Settembre, quando ripartiva per il capoluogo ligure. Il luogo che ospitava questi pellegrini prima della partenza o all'arrivo era la "Commenda" di Prè.
Proprio in quegli anni, Genova cominciava a far valere un acceso antagonismo marittimo con Pisa, che nel Medio Evo era molto più grande di Genova. Tutte e due le città possedevano una flotta ed entrambe avevano sopportato l'onta del saccheggio saraceno. Così, pur odiandosi nell'ombra, si allearono per combattere la minaccia islamica e in un'epica battaglia, nei pressi di Luni, annientarono la flotta islamica, costringendo il loro capo Mugahid, a fuggire in Sardegna, dove fu raggiunto dalle navi alleate. Gli uomini appena sbarcati si diedero al saccheggio della città di Cagliari. Molto probabilmente, il bottino più grosso lo fece l'Embriaco, nonno del celebre Guglielmo che incontreremo più avanti, al comando della flotta genovese, che riportò questo tesoro in città per costruire quella che ancora oggi è la Cattedrale: San Lorenzo. Ma questo non accadde subito, forse per colpa di qualche malinteso tra l'Embriaco e il clero, e con quell'oro venne costruita un'altra chiesa, ancor oggi famosa: l'Abbazia di San Siro.
Il punto di svolta per Genova è rappresentato dalla Ia Crociata. Il Papa Urbano II perora la causa della liberazione di Gerusalemme. S. Siro è la sede della "propaganda".
Qualche anno prima del 1100, Genova era una città molto povera, che riusciva a stento a mantenere i suoi traffici marittimi e con la popolazione ai limiti della sopravvivenza. Ma in una calda giornata dell'estate 1097, le sorti di Genova cominciano ad essere meno grame: è l'inizio di "Genova nei secoli d'oro".
Nel 1095 Urbano II nei concili di Piacenza e Clermont bandì una Crociata per liberare la Terrasanta dai Turchi. A Genova vennero Ugo di Chateaunef d’Isère Vescovo di Grenoble e Guglielmo I Vescovo d’Orange a lessero nella piazza di S. Siro ai Genovesi, molti dei quali reduci da Tortosa, la lettera pontificia.
Fu, infatti, nel Luglio di quell'anno che la "Compagna" chiamò a raccolta tutti i genovesi presenti nel borgo. Erano arrivati due Vescovi francesi, inviati dal Papa Urbano II, che chiedevano l'aiuto, con l'invio di viveri e volontari, per l'armata dei crociati che versava in gravi difficoltà in Terra Santa. La fame rischiava di decimare l'esercito più delle battaglie. Si dovevano raccogliere provviste alimentari e servivano marinai e vogatori, tutti volontari e non remunerati. Guglielmo Embriaco, console del "Castrum", forse il più autorevole cittadino dell'epoca, chiese ai presenti di giurare fedeltà all'impegno e tutti furono felici di farlo. Si riuscì in poco tempo ad organizzare la prima spedizione e i Vescovi tornarono in Francia, felici dell'accordo, dando appuntamento ai genovesi al porto di San Simeone, vicino ad Antiochia.
In poche settimane si riuscì a riempire una salanda, l'imbarcazione da carico di quei tempi, di derrate alimentari. La gente si privava di qualsiasi bene e lo portava al Mandraccio per essere caricato sulla nave che doveva partire per la Terra Santa. I magazzini (fondaci) di Sottoripa erano stracolmi di merce pronta per essere stivata.
Quando tutto fu preparato, il 24 Luglio 1097, la flotta, composta da dodici galee e dalla nave da carico, salpò verso la Terra Santa. I marinai genovesi erano circa quattromila, cioè tutti gli uomini abili disponibili della repubblica. La nave ammiraglia era la "Grifona", comandata da Guglielmo Embriaco.
L’esercito crociato prese Nicea il 21 ottobre 1097, e poi Antiocheta, Tasso e Mamistra. Baldovino, Conte di Fiandra, prese Edessa e si stanziò in quei territori. I crociati restanti proseguirono fino ad Antiochia che fu assediata in ottobre.
Il viaggio cominciava costeggiando le rive tirreniche per attendere l'arrivo delle altre flotte delle Repubbliche Marinare, cioè Pisa e Amalfi, ma chissà per quali motivi sia i pisani che gli amalfitani non si aggregarono, lasciando i genovesi da soli. Anche i veneziani, contattati dai Vescovi francesi, trovarono qualche scusa e rinunciarono a dare il loro aiuto ai crociati.
Così, i genovesi cominciarono in perfetta solitudine quell'avventura ed arrivarono nel porto di San Simeone, nel Novembre del 1097. Qui furono festeggiati dal contingente rimasto sulla costa e, subito, furono inviati dei messaggeri per informare le truppe crociate che stavano assediando Antiochia. Questi saputa la notizia dell'arrivo dei viveri abbandonarono gli accampamenti e, di conseguenza, l'assedio, per raggiungere la nave genovese. Molti turchi riuscirono a fuggire da Antiochia, nascondendosi nella città di Solino. L'Embriaco per agevolare il trasporto dei viveri verso Antiochia, dispose una colonna di 600 uomini che dovevano portare i sacchetti con gli alimenti. Purtroppo, per giungere ad Antiochia, dovevano passare da Solino, dove furono attaccati dai turchi e barbarmente massacrati.
Quando la notizia giunse nel porto dove la flotta genovese aveva attraccato, i compagni dei martiri partirono inferociti verso la città dove era avvenuto l'agguato. Era talmente grande la rabbia che dopo aver violato le mura, i genovesi, abbatterono a calci e pugni le porte e trucidarono selvaggiamente tutti i turchi. Qualche anno dopo Solino sarà donata come colonia ai genovesi.
Un mese dopo i Genovesi sbarcarono ed espugnarono S. Simeone (10 miglia da Antiochia, alle foci dell’Oronte). Su pressione di Boemondo d’Altavilla inviarono 600 dei loro migliori uomini ad Antiochia ma li persero contro una colonna di 1.000 Saraceni uscita dalla città. Lasciate le navi, raggiunsero ed espugnarono Antiochia il 3 giugno 1098 per il tradimento di Emir Feir che consegnò a Boemondo di Taranto la torre da lui protetta.
Una controffensiva guidata da Kiwani ed Daula Kerbgha principe di Mossul e da Kilgi Arslan sultano d’Iconio chiuse i crociati nella città appena espugnata. Guidati da un sogno mistico i crociati rinvennero la lancia che trafisse il costato di Gesù e seguendola in battaglia il 28 giugno sconfissero e cacciarono i mussulmani.
Il 14 luglio 1098 Boemondo, proclamato Principe d’Antiochia, cacciò dalla città Raimondo di Saint-Gilles e donò ai Genovesi per compensarli del loro impegno un fondaco, un palazzo, la chiesa di S. Giovanni, 30 case, un pozzo e l’esenzione dai tributi.
Questa conquista rappresenta il primo passo verso la rete coloniale alla genovese. Genova non possiede un numeroso esercito, e non può sprecare uomini a difesa di vasti territori lontani dalla madre patria. Lo schema quasi tipico della colonizzazione genovese è costituito da: una via e/o una piazza, alcune case contigue, un pozzo, alcuni fondaci e l'esenzione perpetua da tasse e gabelle. L'intenzione sembrerebbe quella di creare un'area commerciale di piccole dimensioni, facilmente difendibile, gestibile autonomamente dal resto del territorio e non gravata da imposte straniere.
Rientrando in patria fecero scalo a Patara entrarono in Mira (città licia, Asia Minore), s’impadronirono di un urna contenente le ceneri di S. Giovanni Battista, patrono della città e del Sacro Catino, e le trasportarono a Genova dove risiedono tuttora nel Duomo. Nello stesso periodo i Portofinesi acquistarono le reliquie di S. Giorgio fino a quel momento sepolte a Nicomedia. Le collocarono in una cappella collocata su uno scoglio.


GENOVA E LA SECONDA E TERZA CROCIATA


Come abbiamo visto, nella prima crociata, la figura più importante tra i genovesi dell'epoca era Guglielmo Embriaco, console del "Castrum". Fu lui a promuovere le prime spedizioni in Terra Santa a sostegno dei Crociati e, grazie alle sue conoscenze in alto loco, primo fra tutti Goffredo da Buglione, permise alla città di Genova di divenire la prima potenza commerciale nel Mediterraneo. Tramite concessioni imperiali e colonie donate per i servigi offerti, Genova iniziava ad essere conosciuta in tutto il mondo.
Infatti, nel 1102, anno di costituzione del "Comune" (con Guglielmo primo Console Communis), la città era un cantiere in fermento: venivano costruite nuove abitazioni, edificate chiese e il porto che solo quattro anni prima languiva nell'incertezza del futuro era costretto ad allargare i moli spostandosi sempre più a ponente.
Anche l'Embriaco decise di migliorare la propria casa, innalzando la Torre per farla diventare la più alta della città. Ma Guglielmo aveva molte risorse e non si faceva apprezzare soltanto per la sua bravura politica e marinaresca. Le sue capacità spaziavano anche nell'arte militare e due sue invenzioni fecero la fortuna di molti comandanti crociati. Si presume che sia stato lui a migliorare una delle armi più temibili del Medio Evo: la balestra. Difatti, celebri erano i "balestrieri del Mandraccio" che venivano richiesti sia nelle battaglie a terra che in quelle navali. Di sicuro è sua l'invenzione della "Torre mobile", un'alta costruzione in legno rivestita di cuoio, che veniva avvicinata alle mura delle città assediate, per permettere ai balestrieri nascosti al suo interno di scaricare le frecce delle balestre verso il nemico asseragliato. Quest'arma segreta fu determinante per la conquista di Gerusalemme.
Siccome, si stavano progettando altre spedizioni in Terra Santa, l'Embriaco, dimostrando, anche le sue grandi capacità diplomatiche e persuasive, riuscì a convincere anche i cittadini rivieraschi ad offrirsi volontari per queste avventure. Ci riuscì, grazie al Vescovo Airaldo, aumentando di circa tremila uomini la sua flotta. La maggior parte di questi furono impiegati come vogatori, il lavoro più duro sulla nave, ma molti furono ripagati di questi sacrifici perchè ad essi furono concesse le terre che i musulmani abbandonavano all'avanzare dei Crociati.
Nel 1099 solo 2 galee furono inviate a Cesarea. Il 7 giugno 1099 i Crociati francesi iniziarono l’assedio di Gerusalemme con soli 20.000 fanti e 1.500 cavalieri. I Genovesi, guidati da Guglielmo Embriaco detto "Testa di maglio" e da Primo di Castello, giunsero di rinforzo e con nuovo slancio, nonostante la minaccia delle navi saracene ancorate ad Ascalona, vennero costruite 2 torri d’assedio con il legname delle navi. Gerusalemme fu espugnata il 15 luglio grazie ad un ariete con cui i Turchi cercavano di allontanare una torre mobile genovese. I Genovesi lo usarono come ponte ed assaltarono le mura. Goffredo di Buglione divenne "Difensore del S. Sepolcro".
Espugnata Gerusalemme giunse l’emiro Efdhal ed Djoujousch, visir di Mostalì e califfo d’Egitto con un grande esercito sconfitto dai cristiani nella piana di Er Ramlèh.
Poiché furono i primi nel 1097 a soccorrere i Francesi, seguiti ad operazioni concluse da Veneziani e Pisani, e per l’aiuto nella conquista di Gerusalemme, Antiochia, Laodicea, Cesarea, Arzuf e per aver espugnato Accaron, Solino e Gibello ebbero in dono una contrada in Gerusalemme, una in Giaffa ed 1/3 di Cesarea, di Arzuf e di Accaron.
Tornarono a Genova la vigilia di natale 1099 con una richiesta di rinforzi dalla Terrasanta.
Uno dei momenti più importanti della storia medievale fu la conquista di Gerusalemme.
All'alba del 15 Luglio 1099, la torre mobile ideata da Guglielmo Embriaco fu avvicinata alle mura; i soldati musulmani, i temibili Mamluk (da qui il termine "mamelucchi", dispregiativo usato ancor oggi dai genovesi) cominciarono a scagliare frecce incendiarie contro le pareti di cuoio della torre, concentrandosi quasi tutti contro di essa. I balestrieri genovesi al coperto nella torre iniziarono a lanciare le loro frecce sterminando gli avversari. Quando i mamluk furono tutti uccisi, l'Embriaco sventolò il vessillo col Grifone, segnalando a Goffredo di Buglione il via libera. Questi, con i suoi uomini, salì le scale appoggiate alle mura e penetrato nella città fece abbassare il ponte levatoio, mettendo per primo il piede a Gerusalemme, finalmente conquistata.
Una seconda spedizione guidata da Guglielmo Embriaco approda a Giaffa dove vengono smantellate le navi per evitarne la cattura da parte nemica. Il legno ricavato viene trasportato fino a Gerusalemme, dove viene riutilizzato per la costruzione di una torre d'assedio. Proprio il manufatto ed il valore dei genovesi portano alla liberazione della Città Santa (15 luglio 1099).
I primi di agosto 1100 26 galee e 4 navi con 8.000 uomini in armi partirono per Gerusalemme per soccorrere Goffredo di Buglione. Arrivati a Laodicea nell’ottobre 1100 svernarono reggendo quei territori rimasti senza governo, con la morte del Duca Goffredo di Buglione, la prigionia del Conte Boemondo d’Altavilla, il ritiro di Raimondo di Saint-Gilles verso Costantinopoli ed il rimpatrio delle 200 navi appartenenti alla flotta veneziana.
In accordo con il Legato pontificio, il Vescovo Maurizio, e in contrasto con il Patriarca Damberto invitarono a colmare i vuoti politici Baldovino, Conte di Edessa, e Tancredi d’Altavilla, Principe di Tiberiade. Tancredi prese possesso del principato di Antiochia; Baldovino con 200 cavalieri e 300 fanti accettò il regno di Gerusalemme ma solo a patto di ottenere l’aiuto genovese nell’espugnare due città che avrebbe in seguito indicato.
Partì per Gerusalemme e ne divenne Re nel 1101, dopo aver sconfitto 3.000 turchi nei pressi di Baruti (Siria).
Genova otterrà dalla cessione di quei domini vacanti che si era prestata a reggere, oltre la riconferma della colonia di Antiochia, il possesso di un quartiere a Gerusalemme ed uno a Giaffa e di tutte le città che avrebbe contribuito a conquistare, 1/3 di Arzuf, una casa a Cesarea ed 1/3 di Acri e delle sue entrate e 300 bisanti ogni anno.
Dopo aver predato mentre svernavano ad Antiochia le coste tra Laodicea e Giaffa, diressero a Gerusalemme durante la Quaresima.
Il lunedì dopo la domenica delle palme con tutta la flotta diressero a Giaffa. Dopo aver trascorso la Pasqua a Gerusalemme, su incarico di Re Baldovino, assaltarono il 6 maggio 1101 Arzuf e l’espugnarono in tre giorni.
A maggio presero Cesarea scalando le mura senza usare alcuna macchina da guerra. Riuscirono ad espugnarla soprattutto per l’eroismo del Console Guglielmo Embriaco che scalate per primo le mura incitò l’esercito dall’alto di una torre. Cesarea venne saccheggiata e la popolazione risparmiata. Il bottino, tolto 1/15 per gli armatori, ammontò a più di 20.000 lire e 16.000 libbre di pepe. Tra tanta ricchezza anche il catino, ora conservato nella Metropolitana, in cui aveva mangiato la Pasqua Gesù. Ritornarono a Genova nell’ottobre 1101.
Durante il rientro si scontrarono presso Itaca con la flotta imperiale comandata da Landolfo. Catturarono e distrussero 7 chelandrie e con le loro 63 galee mossero verso le restanti 63. Trovandosi in difficoltà, l’Ammiraglio imperiale chiese una tregua a Corfù e accompagnò i genovesi Lamberto Guezo e Raimondo di Rodolfo come ambasciatori dall’Imperatore Alessio. Mentre erano a Corfù giunsero da Genova 8 galee, 8 gàrabi e una grossa nave carica di armati guidate da Mauro di Piazzalunga e Pagano Della Volta. Tale flotta diresse poi a Torcuosa e con Raimondo IV di Saint-Gilles, signore di Edessa, l’espugnò (nel marzo 1102).

Una terza spedizione in Terra Santa vede ancora protagonista Guglielmo Embriaco che con una flotta della Repubblica di almeno 26 galee e 8000 uomini, senza contare i pellegrini, si reca a Laodicea (1101). Terminato il pellegrinaggio a Gerusalemme, partecipa alla conquista di Tiro e successivamente di Cesarea.
Alla morte del conte Raimondo, il nipote di Guglielmo di Giordano ed il figlio Bertrando di Raimondo IV di Saint-Gilles chiesero ai Genovesi aiuto per espugnare Tripoli. Nel 1109 60 galee al comando di Arnaldo e Ugo, figli dell’Embriaco, partirono per l’Oriente. Presero Tripoli (13 luglio 1109) e con Tancredi principe di Antiochia Gibello. Bertrando di Saint-Gilles fu fatto Conte di Tripoli da Baldovino I di Gerusalemme e donò ai Genovesi i restanti 2/3 di Gibelletto invece che cedere la parte di Tripoli che aveva promesso. A Gibelletto, affianco ad Ansaldo Corso, venne lasciato Ugo Embriaco. Nel 1110 22 vengalee genovesi presero (su invito di Re Baldovino) Beirut e Mamistra e per via delle loro imprese fu posta il 26 maggio 1105 una lapide murata nella tribuna della chiesa del S. Sepolcro, costata 2.000 bisanti, il cui testo in oro attestava l’eroismo e le concessioni fatte ai Genovesi e un’altra sopra l’altare contenente l’iscrizione "Praepotens Genuensium Praesidio". Avevano il possesso di Mamistra, Salino, Gibello, Laodicea, Tortosa, Tripoli, Gibello, Beirut, S. Giovanni d’Acri, Gibelletto, Cesarea, Arzuf, Giaffa, Ascalona e più di un quartiere di Gerusalemme. Nel 1127 Boemondo II confermò le donazioni fatte dal padre nel 1098 in Antiochia, Solino e Laodicea. Nel 1135 Innocenzo II concesse franchigie nei regni di Gerusalemme e Cipro. Nel 1136 12 galee nei pressi di Bugea (regno di Algeri) catturarono una nave saracena e fecero prigioniero Bolfetto, fratello di Matarasso ed un carico di 8.500 lire ed ottennero un fondaco e il diritto di riscuotere un’aliquota delle imposte portuarie a Bugea. Il fondaco era più piccolo e unico rappresentante politico era lo scriba; tutto si accentrava in un unico fabbricato (dogana, deposito, mercato, albergo e chiesa). Nel 1137 22 galee andarono a caccia di 40 galee saracene capitanate da Mohammed ibn Meimûm (Maimone), signore d’Almeria. Raggiunta Algeri e non riuscendo a raggiungere queste navi assaltarono altre navi e saccheggiarono la costa. Nel 1142 l’espansione nel Mediterraneo era tale che la Repubblica mandò ambasciatori Oberto Torre e Guglielmo Barca alla corte di Costantinopoli ottenendone, sulla scia di Venezia e Pisa, immediati privilegi. Nel 1104 i Genovesi con 40 galee aiutarono il conte Raimondo ad espugnare Gibelletto (poi assegnato come feudo agli Embriaco) e, lasciato Ansaldo Corso a presiedere la parte di città destinata a loro, aiutarono Re Baldovino ad espugnare S. Giovanni d’Acri. Ottennero per questo una via, 1/3 dei quartieri periferici, 300 bisanti annui e l’esenzione dai tributi nonché il titolo viscontile per Sigibaldo, canonico di S. Lorenzo. Alla morte del conte Raimondo, il nipote di Guglielmo di Giordano ed il figlio Bertrando di Raimondo IV di Saint-Gilles chiesero ai Genovesi aiuto per espugnare Tripoli. Nel 1109 60 galee al comando di Arnaldo e Ugo, figli dell’Embriaco, partirono per l’Oriente. Presero Tripoli (13 luglio 1109) e con Tancredi principe di Antiochia Gibello. Bertrando di Saint-Gilles fu fatto Conte di Tripoli da Baldovino I di Gerusalemme e donò ai Genovesi i restanti 2/3 di Gibelletto invece che cedere la parte di Tripoli che aveva promesso. A Gibelletto, affianco ad Ansaldo Corso, venne lasciato Ugo Embriaco. Nel 1110 22 galee genovesi presero (su invito di Re Baldovino) Beirut e Mamistra e per via delle loro imprese fu posta il 26 maggio 1105 una lapide murata nella tribuna della chiesa del S. Sepolcro, costata 2.000 bisanti, il cui testo in oro attestava l’eroismo e le concessioni fatte ai Genovesi e un’altra sopra l’altare contenente l’iscrizione "Praepotens Genuensium Praesidio". Avevano il possesso di Mamistra, Salino, Gibello, Laodicea, Tortosa, Tripoli, Gibello, Beirut, S. Giovanni d’Acri, Gibelletto, Cesarea, Arzuf, Giaffa, Ascalona e più di un quartiere di Gerusalemme. Nel 1127 Boemondo II confermò le donazioni fatte dal padre nel 1098 in Antiochia, Solino e Laodicea. Nel 1135 Innocenzo II concesse franchigie nei regni di Gerusalemme e Cipro. Nel 1136 12 galee nei pressi di Bugea (regno di Algeri) catturarono una nave saracena e fecero prigioniero Bolfetto, fratello di Matarasso ed un carico di 8.500 lire ed ottennero un fondaco e il diritto di riscuotere un’aliquota delle imposte portuarie a Bugea. Il fondaco era più piccolo e unico rappresentante politico era lo scriba; tutto si accentrava in un unico fabbricato (dogana, deposito, mercato, albergo e chiesa). Nel 1137 22 galee andarono a caccia di 40 galee saracene capitanate da Mohammed ibn Meimûm (Maimone), signore d’Almeria. Raggiunta Algeri e non riuscendo a raggiungere queste navi assaltarono altre navi e saccheggiarono la costa. Nel 1142 l’espansione nel Mediterraneo era tale che la Repubblica mandò ambasciatori Oberto Torre e Guglielmo Barca alla corte di Costantinopoli ottenendone, sulla scia di Venezia e Pisa, immediati privilegi.
I genovesi sono protagonisti delle prime crociate, e per tale motivo molto spesso ricompensati con piccole colonie non solo a Cesarea ma anche a: Tortosa (Siria), Tripoli (Libano), Acri, Gebelet, Beirut. A Gibeletto si crea un possedimento "personale" degli Embriaci fino al XIII secolo quando l'occupazione degli ultimi territori cristiani li costringe a passare a Cipro.
Tutti questi eventi portano Genova ad essere di fatto autogovernata. La nascita della rete coloniale incrementa il commercio e spinge i genovesi all'evoluzione di nuove forme creditizie e assicurative.
Genova si affaccia prepotentemente sullo scenario internazionale ma ciò non porta alla sperata stabilizzazione sociale e "familiare" della madre patria.
Con la crescita politico-miltare-economica di Genova, aumenta la necessità di ampliare l'area di influenza e di controllo sui territori limitrofi. Genova si espande nel nord del Tirreno. Il controllo del levante ligure è una necessittà primaria per poter realizzare una zona sicura tra Genova e la rivale Pisa. I territori genovesi arrivano fino a Portovenere per contrapporsi a Lerici pisana (poi occupata). Il controllo del ponente è più articolato e diplomatico, volto ad integrare quelle città che già si autogovernano.
Dopo tanta miseria Genova, finalmente, scopriva la ricchezza portata da tutte quelle attività che si erano sviluppate dopo le prime Crociate. Naturalmente, questa nuova agiatezza aveva portato un po' di benessere al popolo e molta agiatezza ai "boni homines", ma anche tanti problemi di non facile soluzione. Ecco cosa accadde in quel periodo, secondo Vittorio Giunciglio nel suo libro "I sette anni che cambiarono Genova":
"Con la gloria delle spedizioni in Terra Santa e con la ricchezza che queste avevano portato, Guglielmo Embriaco ed il vescovo Airaldo, si trovarono a dover risolvere tre grossi problemi, causati dal raddoppio della popolazione, e cioè: quelli dell’acqua, del grano e della costruzione di un molo in porto. Per fortuna i soldi non mancavano, la cassaforte della Compagna Communis era piena.
Per il grano, fu consigliata dal Vescovo l’espansione oltre Appennino, nel territorio diocesano genovese. Fu scelta la zona lungo la via Postumia. Perciò furono incorporati prima i paesi di Vultabbio (Voltaggio), Palodio (Parodi Ligure), Gavi e Libarna (Serravalle Scrivia). Per il porto fu decisa la costruzione di un molo a partire dal Mandraccio e parallelo alla Ripa Maris. Gettando grosse pietre, per oltre cento metri fu creata una massicciata per difendere Sottoripa dalle mareggiate del libeccio. Questo è il vento che soffia da sudovest e non essendoci ostacoli, provocava allora grosse ondate provenienti dalla Lanterna, che si riversavano sul Mandraccio.
Nessuno in porto lavorava in occasione di "libecciate". I mariti potevano tornare a casa anzitempo e giustificati potevano fare altre cose... altrimenti all’epoca, chi non lavorava, trovava il piatto girato dall’altra parte! Questo primo molo fu chiamato in seguito "molo vecchio". Alla radice del molo fu eretta la prima dogana d’Italia. Fu chiamata così perché doveva tassare le merci "coloniali" provenienti dal mondo arabo. Infatti "dogana" deriva da "diwan" che in arabo significa "registro". Le gabelle venivano divise in due: metà al Comune e metà alla Chiesa di San Lorenzo.
Siccome in quel punto era ubicato questo misterioso edificio, chiamato poi la "casa del boia", si ritiene che proprio questa fu la prima sede della dogana, spostata poi nel 1270 a palazzo San Giorgio.
Questo edificio fu costruito dai benedettini prima di salpare per la Terra Santa, così come la facciata di San Lorenzo e torre Embriaci. Essi costruirono pure la Chiesa di San Giovanni Battista a Gihello, colonia genovese. La Chiesa è tuttora funzionante in Libano, come parrocchia cristiano - maronita. La «casa del boia" è stata spostata anni fa in piazza Cavour, numerando ogni pietra, per lasciar passare la rampa discendente della Sopraelevata.
Per quanto riguarda l'acqua fu decisa una derivazione per il Burgus a partire da Piazza Manin, Circonvallazione, Castelletto, Piazza Nunziata, Porta Sottana, Piazza Caricamento. Qui bisogna aprire una parentesi, riguardo l'antico acquedotto proveniente da Prato, che a mezza costa raggiungeva Piazza Manin dopo circa 24 chilometri per andare giù fino al Mandraccio. Il Comune di Genova ritiene che sia stato fatto dai genovesi a partire dal 1100 circa, non conoscendosi la storia anteriore al 935, quando furono bruciati dai saraceni i documenti storici della città.
Fortunatamente dagli « Annales » del famoso storico Tito Livio, sappiamo quanto successe a Genova prima del 200 a.C., quando Annibale valicò le Alpi con gli elefanti e si accampò sul Trebbia.
Genova ospitava allora la flotta navale romana comandata da Cornelio Scipione, mentre Savona quella cartaginese di Magone (fratello di Annibale). Magone saputo della partenza delle navi romane, venne a Genova una mattina del 205 a.C., distruggendo e bruciando tutte le case della città, che allora andavano dal Mandraccio a Sarzano. Tutto il bottino razziato fu portato a Savona, alleata allora dei Cartaginesi. I genovesi fortunatamente riuscirono a fuggire. Quando tornarono, al vedere lo scempio delle loro case, venne loro il cosiddetto "magone". Espressione usata tuttora in dialetto, per definire grossi dispiaceri. Quando il Senato romano venne a conoscenza del fatto, con commozione e gratitudine proclamò i genovesi soci dei romani, varando subito provvedimenti per la ricostruzione della città. Inviò il pretore Spurio Lucrezio con due legioni di soldati e con pieni poteri. Egli era anche ingegnere del genio militare. Per prima cosa eresse un muro di cinta, a fianco di un lungo fossato di canne che partiva da "Porta Superana" fino ad un altro canneto, più corto, perpendicolare allo stesso. Nacquero così le denominazioni di "Canneto il Lungo" e "il Curto", arrivate miracolosamente fino ad oggi, tali e quali.
Spurio Lucrezio edificò sul colle di Sarzano il solito Oppidum romano, che comprendeva gli alloggi per i legionari, mense, magazzini vari ed infine l'immancabile Castrum per la Pretura, prima sede del governo cittadino. Il castello era ubicato, dove ora ci sono i ruderi dell'ex Chiesa di S. Maria in Passione. Dopo aver ricostruito anche le case, chiamò la piccola città "Janua", che in latino vuol dire "porta di casa". Ciò significa che per un romano allora, trovarsi a Genova era come essere a casa propria."


GENOVA TRA L’ANNO 1100 ED IL 1200: LA STRUTTURA DELLE PRIME COLONIE GENOVESI, LE PRIME GUERRE ESPANSIONISTICHE

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La struttura tipica delle colonie appartenenti alle città marinare (di cui quella genovese del 14 luglio 1098 è il primo esempio) era differente da quelle finora in auge (greche e latine). Si componevano di un quartiere della città dotato d’alcune case in legno ad uno o due piani; gli artigiani avevano le botteghe allineate nella strada principale (Ruga Genuensium) che dirigeva verso il mare ed era attraversata da numerosi vicoli ciechi. Si chiamava embolo se la via era fiancheggiata da portici dove erano situati case e fondachi.
In porto una banchina era a loro riservato ed era chiusa con una catena mobile, subito dopo vi era la dogana dove si pagavano le tasse imposte dalla colonia (solitamente la colonia era esente dai tributi locali); di fronte alla dogana gli scribi genovesi detti "commerciari" stilavano i documenti in arabo. Al piano superiore vi era un alloggio temporaneo per mercanti.
Nei pressi (in alcune zone nello stesso edificio della dogana) vi sono i magazzini di deposito Fondaco, se un edificio, o Volta, se un solo locale.
In piazza, luogo di raduno della colonia, vi erano gli edifici pubblici in pietra e mattoni: la Loggia Comune e la Chiesa.
Alcune colonie hanno anche la zecca, per battere moneta propria, e a volte un bagno, macelli, mulini, un pozzo ed un forno. In alcuni casi tengono alcuni appezzamenti di terra coltivabili subito fuori città in modo da avere immediate scorte in caso d’assedio ma se ne curano poco.
In sostanza erano un punto d’appoggio per i mercanti, che operavano in forma privata, durante la navigazione o al termine di una via carovaniera.
All’interno di tale quartiere si viveva come in patria, si parlava la stessa lingua e un magistrato (Console o Visconte), inviato dalla madrepatria, tutelava i diritti e i privilegi dei coloni di fronte all’autorità locale.
Avevano larga autonomia politica, ecclesiastica, giurisdizionale e fiscale; in Terrasanta s’ispiravano al regime feudale (il capo colonia portava il titolo di Visconte ed aveva funzioni sia politiche sia giudiziarie) ma sempre sottostando alla legislazione penale e commerciale in vigore a Genova.
Con l’andar del tempo, le colonie presero a seguire sempre di più le leggi della madrepatria, eccetto che per i delitti di sangue, integrate con ordinanze locali e iniziarono a battere moneta locale.
Un tale dominio, frammentario ma solido, si appoggiava su un fatto di diritto (con una serie di contratti) più che sull’occupazione militare e forse per tale motivo durò più a lungo di quanto si potesse pensare.
Nel 1118 la Compagna che era ancora temporanea e durava in quel periodo 4 anni ebbe i Consoli in carica solo per due anni. Si giunse nel 1122 ad un Consolato annuale (fino al 1163), al fine di evitare l’abuso di potere. Ma già nel 1128 vediamo che l’intero blocco consolare dell’anno precedente venne riconfermato. Nel 1121 in questa politica di suddivisione del potere furono istituiti i Clavigeri (custodi delle chiavi dell’erario pubblico e quindi Tesorieri), gli Scrivani e i Cancellieri del Comune. Dal 1125 nella stesura dei contratti e delle laudi consolari si dovettero sottoscrivere i nomi dei testimoni. Inizialmente i Consoli dei Placiti mantennero una giurisdizione territoriale (inizialmente due per ogni Compagna) ma poi si ridussero di numero e già nel 1135 deliberavano per due parti del Comune, ognuna di quattro Compagne, una verso Palazzolo (centro città) e l’altra verso il Borgo (periferia). Dal 1156 i Consoli incaricati di amministrare giustizia sia in Borgo che in Palazzolo operavano nello stesso luogo, il palazzo dell’Arcivescovo, anche se in stanze separate. In questo periodo le Compagne aumentano di numero: nel 1130 divennero 7 e lo stesso anno si introdusse sperimentalmente la separazione tra gli incarichi tra i Consoli dei Placiti e del Comune. Nel 1133 divenne effettiva tale divisione e l’anno dopo le Campagne, ormai identificate geograficamente, divennero 8. Da quest’anno il Comune era consapevole di essere nato: chiunque approdava venne tassato in favore dell’Opera del Molo: 12 denari per chi veniva d’oltremare, un quartino per chi veniva dalla Provenza e una mina di sale per chi veniva dalla Sardegna. Sul capo del promontorio detto "capo di faro" esisteva un fortilizio romano che dominava l’Aurelia ed era custodito per decreto consolare dagli abitanti della periferia. Al suo interno venne eretta nel 1128 la Lanterna. Da almeno un secolo Genova aveva riaperto i valichi appenninici e si era ricollegata alla "Francigena" sia per deviarne parte del traffico sul suo porto che per collocare le merci che affluivano dall’Oriente nei mercati lombardi e d’oltralpe. Pisa fu inizialmente avvantaggiata dal suo collegamento diretto con la "Francigena" ma Genova in poco tempo la superò collegandosi al mercato di Asti e monopolizzando il traffico marino con la Provenza che gli permetteva di commerciare direttamente, lungo la via del Rodano, con le fiere di Champagne e Fiandra. Dato che i porti di Provenza e Catalogna erano arretrati sia per il dominio feudale che per la lunga oppressione saracena che avevano subito installarono colonie nel golfo del Leone, soprattutto a Saint-Gilles, tentando di instaurare un dominio politico sulla falsariga delle città in Terrasanta. Con l’improvviso e prepotente dischiudersi dei mercati orientali, l’espansione economica richiese un controllo sicuro sulle vie di comunicazione e commerciali con l’entroterra ed una riduzione della concorrenza di porti del litorale ligure.
Nei primi decenni del primo millennio si accende la rivalità tra Genova e Pisa. I Pisani in questo momento di rinascita si espansero verso il Tirreno meridionale mentre i Genovesi verso la Provenza e la Catalogna.
Nel 1015 su invito di Papa Benedetto VIII Genova e Pisa cacciarono i Saraceni da Sardegna e Corsica. I Genovesi s’impossessarono amministrativamente della Corsica mentre i mercanti pisani penetrarono a livello commerciale individuale. Il papato le considerava sue proprietà per i diritti derivati dai Carolingi.
Nel 1060 i Genovesi per contrasti sui feudi corsi entrarono in guerra con Pisa e vennero sconfitti da 12 galee pisane a Bocca d’Arno. Nel 1062 a Portofino furono i Pisani ad essere sconfitti.
Nel 1091 Papa Urbano II, in lotta con l’antipapa Clemente III, cedette in locazione perpetua alla chiesa pisana tutta la Corsica e gli diede facoltà di nominare i Vescovi e l’anno successivo su consiglio della Contessa Matilde di Toscana elesse Arcivescovo, Metropolita dell’isola, il Vescovo Damberto (poi patriarca in Terrasanta) e gli diede facoltà di consacrare i Vescovi Corsi. In Spagna dove le due flotte operavano congiuntamente alle notizie provenienti dalla Patria scoppiarono i primi dissapori. Il Papa, sia per le discordie tra Genova e Pisa, sia perché i Vescovi corsi rifiutarono tale consacrazione, dovette revocare tale privilegio e consacrarli di persona.
1118 i Consoli inviarono 10 galee a Gaeta su richiesta di un legato di Papa Gelasio II: lo liberarono dall’antipapa Gregorio VIII e lo portarono a Genova. Lungo la strada, a Pisa, rinnovò la concessione della Metropolitana e poi proseguì per Genova verso la Francia. Mentre era a Genova, alloggiato nel palazzo vescovile, consacrò ad ottobre S. Lorenzo in costruzione ed autenticò le ceneri di S. Giovanni Battista. Quando diresse verso la Francia la flotta genovese lo scortò fino alle bocche del Rodano.
La minaccia costringe i pisani ad accettare le condizioni di resa genovesi. Scampato l'imminente pericolo, Pisa riprende le scorrerie spesso con esito a loro sfavorevole. La mediazione pontificia porta alla revoca dei privilegi pis