STORIA DELLA CITTA DI GENOVA
DALLE SUE ORIGINI ALLA FINE DELLA REPUBBLICA MARINARA
Testi in larga parte tratte dai siti:
L'orizzonte
di Genova
Il Caffaro.com
Genova nei secoli
doro
El siglo de los Genoveses
Genova in rivolta dal
sito "fiammecremisi" dedicato ai bersaglieri
Per ulteriori approfondimenti:
Società Ligure di
Storia Patria
Un elenco di siti Genovesi de Il
Caffaro.com
www.francobampi.it/liguria
diversi link di storia Genovese e Ligure.
ANNALI DI CAFFARO (Cafarus)
Storia di Genova su
Liguria Indipendente
LE ORIGINI DELLE POPOLAZIONI LIGURI: I PRIMI INSEDIAMENTI
I Liguri, che occupavano lEuropa occidentale, dal delta del Rodano a tutto il Nord
Italia, ebbero molti contatti con il medio Danubio e la penisola Iberica. Dalla zona
paludosa del delta derivò il loro nome: da Liga, fango o palude. Lo sviluppo della
navigazione li portò a commerciare con le più progredite civiltà del Mediterraneo. Fin
dal periodo neolitico scambiarono merci con Lipari, con gli Etruschi ed infine con i
Greci.
In epoca più recente si ritirarono combattendo sotto lincalzante avanzata delle
altre popolazioni.
Gli Ambroni, sotto la pressione delle popolazioni celtiche, scesero dallo Jütland in
territorio ligure dove sintegrarono avviando il commercio dellambra lungo la
direttrice del Rodano imponendo il loro nome a tutta la popolazione ligure autoctona.
Nel 700 a.C. sbarcarono nel Golfo del Leone i primi commercianti greci. Nel 600 a.C. i
Focesi fondarono Marsiglia e, per rendere sicure le vie di comunicazione con
linterno, occuparono pacificamente la zona facendo retrocedere i Liguri Segobrigi di
Re Nanno. I Liguri, che erano stati fino ad ora i principali importatori dambra
verso il Mediterraneo, retrocessero fino a Monaco ribattezzata dai Greci di Marsiglia
"Portus Herculis Monoeci". Referente mitico della resistenza degli Ambroni e dei
Segobrigi allavanzata greca fu la leggenda secondo cui Eracle, di ritorno dalle
Colonne dErcole, dovette retrocedere, dopo il Rodano, di fronte ai figli di
Poseidone, Albione e Ligure.
Nel IV secolo a.C. gli Etruschi, sconfitti i Focesi ad Aleria, simpadronirono
dellisola dElba, appartenente ai Liguri Ilvati, e Luni.
I confini dei Liguri, per via dallavanzata dei Greci e dei Celti (a partire dal V
secolo a.C.), si ridussero fino a comprendere Toscana, Bologna, Milano e Monaco. Stretti
tra gli Etruschi ad est, i commerci di Marsiglia ad ovest e i Celti Insubri, Boi e
Cenomani a nord dovettero stanziarsi tra il mare ed il Po mentre i Celti occuparono tutta
la zona transpadana senza particolari attriti.
Leggende attribuiscono la fondazione di Genova a Giano, profugo da Troia. Il dio eponimo,
Giano bifronte, protettore di navi e monete, fu solitamente inteso come simbolo: dei due
specchi acquei ai lati del promontorio dove nacque il primo porto o della via di transito
(porta) dei commerci genovesi tra il mare e la pianura Padana.
La fondazione avvenne nel VI secolo ad opera di mercanti fenici che portavano il sale
dalla Corsica alla Svizzera. Da Genova aprirono la "pista del sale" lungo la
direttrice Bisagno - Trebbia. Unindagine glottologica sul nome "Genua",
diventato poi dopo il X secolo "Janua", portò ad evidenziare due
radicali indoeuropei ed uno greco: "Mascella" e quindi "bocca"
come città di sbocco. "Gomito" la forma dellinsenatura del porto. Ritrovo
di forestieri" (Xenos in greco) e quindi porto.
Sull'origine del nome "Genova", esistono quindi diverse interpretazioni, ma, di
sicuro, quella più affascinante è che essa derivi dalla parola latina "Janua",
cioè "porta".
Tra il V ed il IV secolo a.C. furono frequenti i contatti commerciali con Etruschi,
Cartaginesi, Campani e principalmente con i Greci (Ateniesi e Massalioti) ma nessuno di
questi popoli subentrò o dominò la città. Genova, abitata dai Liguri Genuati, era
considerata dai Greci, dato il suo forte carattere commerciale, "lemporio
dei liguri": legname per la costruzione navale, bestiame, pelli, miele, tessuti.
Il nucleo urbano del Castello iniziò, per i fiorenti commerci, ad ampliarsi verso Prè
(la zona dei prati) e verso il Rivo Torbido.
GENOVA IN EPOCA ROMANA
I Liguri Montani, abitanti tra il col di Cadibona ed il col di Tenda, erano legati ai
Cartaginesi cui fornivano, per tradizione, mercenari "valorosi e pugnaci".
Invece Genova, data la sua posizione strategica come porto e per via degli interessi
commerciali con Marsiglia (alleata romana contro i Cartaginesi) ottenne un foedus
aequum con Roma.
Durante la prima guerra punica (221-202 a.C.) Annibale espugnò la città ligure di Torino
(218) e Publio Cornelio Scipione trasferì le sue truppe dal Rodano a Genova con 60 navi.
In città reclutò navi ed equipaggi per fronteggiare Annibale.
Nel 207 a.C. circa 8.000 Liguri Montani si arruolarono con Asdrubale, non appena questi
varcò le Alpi; Genova e le altre città della costa restarono fedeli a Roma. Il Generale
cartaginese Magone partì dalle Baleari, per portare aiuto al fratello Annibale, con 30
navi rostrate e molte onerarie, 12.000 fanti e 2.000 cavalieri. Saccheggiò Genova nel 205
a.C. trasferendo il bottino a Savona.
Gli Ingauni, in guerra con gli Epanteri, promisero truppe in cambio del suo aiuto contro i
loro nemici. Lasciate dieci navi rostrate a guardia di Savona e inviate le altre a
difendere Cartagine, Magone costrinse alla resa gli Epanteri.
Nel 204 a.C. 8.000 soldati romani innalzarono una cinta muraria attorno a Genova e
costruirono, sul colle prospiciente il porto, un castello.
Magone ripose le sue speranze nei Galli Insubri e nei Liguri Montani, ma dovette partire
nel 203 a.C. con solo pochi volontari liguri e fu sconfitto in Val Padana. Tornò, ferito,
a Savona dove salpò per Cartagine morendo prima di arrivarci.
Due anni dopo il pretore Lucrezio Spurio terminò la ricostruzione di Genova. Il centro
cittadino fu edificato lungo la Valle Aurea, zona dellattuale porto.
Era già presente la via Tusca [via della Tosse] che portava a levante e dallaltro
lato scavalcava con un ponte, "ponticello" [da quella che poi sarà la Porta di
S. Andrea verso S. Vincenzo], il Rivo Torbido.
Nel 201 a.C. gli Ingauni chiesero, per evitare rappresaglie postbelliche, unfoedus non
aequum con Roma e lo ottennero venendo così a creare una via di terra diretta con
Marsiglia.
Le rivolte liguri durarono per anni ma si mantennero sempre a livello di guerriglia, tanto
che si diceva: "È più facile sconfiggere i Liguri che trovarli".
Nel 197 a.C. Q. Minucio Rufo partì da Genova contro le tribù dei Celelati, Cordiciati e
Ilvati. Il Console, varcati i Giovi, riconquistò quindici città e costrinse alla resa
20.000 uomini.
Dal 193 a.C. al 191 a.C. il Console Quinto Minucio Termo combatté gli Apuani e i Liguri
Montani di levante.
Dal 188 a.C. il Console M. Valerio Messala, i Consoli C. Flaminio e M. Emilio ed il
Console Q. Marcio Filippo non ebbero buona sorte nelle loro spedizioni. Questultimo
perse, in un imboscata, 4.000 uomini e numerose insegne.
Nel 185 a.C. M. Sempronio Tuditano saccheggiò il litorale. Nel 184 a.C. operarono in
Liguria i Consoli P. Claudio Pulcro e L. Procio Licino. Nel 183 a.C. vi fu
loffensiva di Q. Fabio Labeone e M. Claudio Marcello. Nel 181 a.C., per contrastare
le azioni di pirateria degli Ingauni (federati romani), il Console ligure L. Emilio Paolo
chiese, sconfitti i Sabazi, una resa incondizionata agli Ingauni. Questi lo assalirono di
sorpresa; in suo soccorso giunsero rinforzi ed una flotta al comando di Caio Matieno. In
pochi giorni gli Ingauni si arresero: caddero 15.000 liguri, furono catturati 2500 uomini
e 32 navi da corsa.
Nel 180 a.C. P. Cornelio e M. Bebio costrinsero 12.000 liguri alla resa e deportarono
40.000 nuclei famigliari a Sannio, presso Benevento. In seguito Aulo Postumio e Quinto
Fulvio ne deportarono altri 7.000. Nel 173 a.C. il Console M. Popillio Lenate assalì
senza motivo la città, "amica dei romani", di Carystum. La città, che perse
difendendosi 10.000 soldati, fu distrutta, i beni confiscati e tutti i suoi abitanti
ridotti in schiavitù.
Nel 172 a.C., sotto il consolato di Caio Popillio e P. Elio Ligure, Popillio Lenate
affrontò nuovamente gli Statielli lasciandone sul campo 6.000 e per queste sue azioni
dovette comparire davanti al Pretorio per insubordinazione. Nel 155 a.C. vi fu un
tentativo di rivolta da parte dei rimanenti Liguri Apuani represso da M. Claudio Marcello.
Nel 154 il Console Q. Opimio si diresse da Piacenza per Genova fino al Varo per combattere
i Liguri Oxibii e Deciati.
Nel 148 a.C. il Console Postumio Albino costruì in Liguria la Genova - Libarna - Tortona,
strada parzialmente munita (vale a dire percorribile dai carri). La "Postumia"
da Tortona passava poi per Piacenza e attraverso Verona giungeva ad Aquilonia collegando i
due mari. A Piacenza la "Aemilia Lepidi" collegava la "Postumia" con
Rimini. Nel 109 a.C. Emilio Scauro aprì la via "Aemilia Scauri" che da Pisa,
portava a Tortona passando per Genova. Divenne fondamentale la via marittima da Pisa e
Luni per Marsiglia con scalo a Genova.
Nel 109, per la minaccia dei Cimbri, si creò una deviazione della "Postumia"
attraverso la Val Bormida e il passo della Bocchetta. La "Postumia", restaurata
da Augusto nel 13 a.C. e collegata con il tratto Tortona - Vado della "Aemilia
Scauri", divenne "Iulia Augustea" e sarà per lungo tempo lasse
portante dellImpero verso le Gallie, tagliando fuori Genova e facendo di Tortona il
centro delle vie commerciali di terra.
Genova, per via dei maggiori commerci, si ampliò sviluppandosi tra le attuali Piazza
Sarzano, via Santa Croce, Salita a S. Maria di Castello e via Mascherona. I cimiteri erano
a S. Lorenzo, S. Andrea e S. Maria di Castello.
Genova (città Genuata) formava, dopo la stipulazione del foedus con Roma, uno stato
autonomo libero di reggersi con proprie leggi ed aveva già dal 117 a.C. soggiogato le
popolazioni limitrofe che erano a lei adtributae. I Liguri non parteciparono alla guerra
sociale (91-88 a.C.) e per tale motivo ottennero la cittadinanza di diritto latino.
Genova partecipò alla campagna contro i pirati cilici di Pompeo Magno (68-67 a.C.) ed
ospitò la flotta di Marco Pomponio Malo a difesa della riviera.
I Liguri fornirono uomini, armi e rifornimenti alle legioni di Cesare durante la campagna
in Gallia (58-50 a.C.). Nel 49 a.C. Cesare con la "Lex Rubia de Gallia
Cisalpina" estese la cittadinanza a tutti i Liguri: Genova da oppida, alleata e
confederata, divenne civitas e Municipio romano. Prima i Genovesi non avevano diritto di
voto ma furono governati da un praefectus juri dicundo romano.
Eretto a Municipio di cittadinanza romana, iscritta alla tribù Galeria, ottenne lo stesso
ordinamento amministrativo e politico di Roma.
Nel 18 a.C. era di stanza a Genova lAmmiraglio Menenio Vipsanio Agrippa e nella sua
casa fu ospite per due anni Ottaviano. Quasi tutti i funzionari romani di stanza a Genova
si fecero costruire ville nelle campagne circostanti: a Corneilanum [Cornigliano], Pyla
Veituriorum [Pegli], Veiturium [Voltri], Pons ad decimum [Pontedecimo] Riparolium
[Rivarolo] Quinci [Quezzi] Quartus [Quarto] e Quintus [Quinto]. Le località spesso erano
indicate solo con la loro distanza dalla città: Quartus lapis ad urbe Januae (quarta
lapide prima della città), Pons ad decimum (Ponte al decimo miglio).
Allepoca la città era piccola, stretta tra il mare, il Castro, borgo Tascherio e
località Canneto. Si estendeva attorno al Mandraccio (il porto primitivo) Piazza Cavour,
Via Giustiniani, Porta Soprana ed il castello di Sarzano.
Con la nascita dellimpero (15 a.C.) i Liguri, come anche molte altre popolazioni, si
sollevarono.
Il Re di Susa Cozio I si sottomise ai romani solo nel 13 a.C. divenendo praefectus
civitatium delle Alpi Cozie. Le Alpi Marittime furono organizzate in praefectura,
governata da comandanti militari di rango equestre e con truppe non legionarie e dal 69 la
circoscrizione divenne provincia procuratoria. I Liguri della costa tra il Varo e Genova
erano invece di diritto Italico.
Il 6 d.C. Augusto istituì undici regioni con funzioni amministrative a livello di
censimento e catasto. La regione non ebbe direzione amministrativa propria (deputata alle
città) ma fu usata come struttura di suddivisione statistica.
Il confine della IX regione iniziava da Luni (città dorigine focese, poi colonia
romana), seguiva il Magra fino allo spartiacque appenninico, scendeva verso il Trebbia e
giungeva nei pressi di Piacenza (tra Voghera e Costeggio); proseguiva lungo il Po,
risaliva lungo la Valle Stura fino alle Alpi Marittime e deviava verso il Varo seguendolo
fino alla foce.
Nizza, pur essendo geograficamente nella IX regione, dipendeva amministrativamente da
Marsiglia che la governava con un episcopus affiancato, a partire dal III secolo, da un
procuratore imperiale. Nel III secolo fu incorporata dalla provincia delle Alpi Marittime.
Già verso il 100 la IX regione assunse il nome di Liguria. Lapertura
dellAurelia, con conseguente incremento dei commerci e sviluppo del porto, portò
allampliamento del molo e alla costruzione dellacquedotto che incanalava il
Bisagno.
Nel 58 i santi Nazario e Celso sbarcarono alle Grazie (presso il Mandraccio) e
catechizzarono il territorio ma la comunità cristiana restò in ombra fino a metà del
III secolo.
Tra il I ed il II secolo a.C. il cavaliere di Tortona Q. Marius Iulanus fu decurione a
Genova ormai inclusa nel circuito commerciale della più florida vicina.
Nel 193 Publio Elvio Pertinace, nato presso Vado, divenne Imperatore e lo rimase per solo
88 giorni. Nella seconda metà del III secolo a.C. limpero affidò il governo delle
regioni a comites, fiduciari personali dellImperatore.
Alla fine del II secolo vi fu un notevole incremento economico: iniziò una serie regolare
di importazioni di grano dalle isole e dallAfrica che era conservato in magazzini
sorvegliati da una guarnigione distaccata da Milano. Fino al III secolo le città italiane
erano autonome amministrativamente ed esenti da imposte fondiarie ma già nel IV secolo,
in seguito allacquisizione della cittadinanza romana e di alcune riforme fiscali,
compaiono i correctores, funzionari dotati di imperium, poi sostituiti da consulares.
Con Diocleziano (284-305) la Diocesis Italiciana era governata da due vicari praefectorum
Praetorio uno (vicarius Italiae) per la Regio Annonaria ed uno (vicarius Urbis Romae) per
la Regio Urbicaria. Milano divenne capitale della Regio Annonaria che comprendeva la
provincia di Liguria et Aemilia. Lasse Milano - Genova (come anche quella Milano -
Ravenna) rimase fondamentale, fino allinvasione longobarda, per il collegamento via
mare ai porti provenzali e perse dimportanza il collegamento tra il Nord Italia ed
il Rodano attraverso il Monginevro e la Valle della Durance, a causa della minaccia
barbarica.
La Liguria aveva perso il territorio tra Framura e il Magra, annesso a Luni (provincia di
Tuscia et Umbria) e Nizza, annessa alle Alpi Marittime. A Nord le Alpi la dividevano della
provincia delle Alpi Graie e Pennine e della Rezia ed infine lAdda la separava dalla
provincia di Venetia et Histria.
Sotto Teodosio (346-395), per volontà del Metropolita milanese S. Ambrogio, si
edificarono in Genova numerose chiese e cappelle e fu innalzata la basilica cimiteriale di
S. Lorenzo presso il sepolcreto.
Con la fine del IV secolo linflusso provenzale di Arles su Genova era fortissimo sia
a livello commerciale sia artistico: S. Genesio, martire arleanese, ebbe a Genova una
chiesa a lui dedicata nella zona di S. Lorenzo a Levante della via Publica, a valle della
necropoli.
Allinizio del IV secolo la comunità genovese divenne chiesa episcopale ed ebbe come
primo Vescovo nella sua Diocesi S. Valentiniano (312-325). Gli succedette fino alla metà
del IV secolo il Vescovo Felice e a lui seguì S. Siro.
S. Siro, nato in Val Bisagno in località Emiliano (S. Siro di Struppa) nel pago di
Molassana, fu avviato al sacerdozio dal Vescovo Felice. Inviato a villa Matuziana (S.
Remo) riceve in dono, a causa dei suoi miracoli, vasti terreni (i fines Matutianenses e i
fines Tabienses) nella zona di S. Remo, Ceriana e Taggia che poi divennero proprietà
della chiesa di Genova, costituendo de facto una contea ecclesiastica. Nominato Vescovo
per acclamazione popolare, cacciò con la forza della sua predicazione leresia
ariana dalla basilica dei XII Apostoli (chiesa episcopale extra moenia) nel 361. Il
Vescovo di Genova Diogene nel 381 partecipò al sinodo di Aquileia. Dopo di lui divenne
Vescovo S. Romolo.
I primi Vescovi di Genova furono: S. Valentiniano, S. Felice, S. Siro, Diogene, S. Romolo,
S. Salomone, Pascasio, Eusebio.
GENOVA TRA IL 500 E IL SETTECENTO: LE INVASIONI BARBARICHE
Genova romana non è considerabile una città di importanza rilevante anche sotto
l'aspetto portuale e commerciale. Solo con la caduta dell'impero e con i significativi
mutamenti imposti dalle invasioni barbariche, Genova inizia un'altalenante ma pur sempre
crescente scalata all'autogoverno e alla potenza economica.
La decadenza viaria romana locale e la conformazione geografica isolano Genova dal resto
della penisola salvaguardandola dalle devastanti invasioni che si abbattono sui resti
dell'impero. Proprio la sua condizione "protetta" ne aumenta l'importanza, la
necessità di uno scalo tirrenico sicuro per la lotta alla pirateria è il primo passo
verso la crescita cittadina.
Tra il IV e il V secolo il porto di Genova divenne scalo quasi obbligatorio nei commerci
tra Milano e le coste di Sicilia e Africa dato che la via "Postumia" consentiva
di arrivare a Milano in soli tre giorni. Dal punto di vista delleconomia agricola
abbiamo: Lo svilupparsi del latifondo sia nobiliare sia curiale privo, dal 323, di
obblighi straordinari. Già nel 357 la vendita del latifondo era vietata senza i suoi
coloni; Linserimento di proprietari terrieri nella nobiltà senza che vi fosse alcun
rimpiazzo da parte delle classi inferiori. Il problema divenne urgente tra il 400 ed il
450; linasprimento fiscale che portò al diffondersi, nel V secolo, del patrocinium
con cui un piccolo proprietario cedeva le sue terre ad un latifondista riottenendole in
precarium o come colono.
Il 18 novembre 401 il Re visigoto Alarico (376-411) passò le Alpi Giulie e dilagò fino
alla Liguria. Il Generale Stilicone, raccolto lesercito imperiale impegnato in Rezie
e passato lAdda, giunse a Milano nel marzo 402. Alarico, raccolti gli eserciti a
Piacenza e Tortona, fu costretto, dopo la battaglia di Pollenzo del 6 aprile 402, a
ritirarsi in Veneto.
La parte orientale della Liguria subì nel 405-6 le orde del Re ostrogoto Rodagaiso.
Nel 410 Alarico tornò in Liguria per imporre il riconoscimento dellImperatore
Attalo, a lui gradito. Nel 412 Re Ataulfo (411-415), dopo il matrimonio con
LImperatrice Galla Placida, guidò i Goti verso la Gallia passando lungo la
"Iulia Augusta", evitando Genova ma devastando Albenga e Ventimiglia.
Il Generale Flavio Costanzo, poi marito di Galla Placida e Augusto con Onorio, istituì
nel 421 la provincia delle Alpi Appennine con capitale Genova (detta anche Liguria Alpium,
Liguria Maritima, Provincia Italorum Maritima o Maritima). Dopo il Po vi era la
"Liguria transpadana" con capitale Milano.
Tra IV e V secolo, a causa delle minacce barbariche, vi fu un richiudersi di Genova
(comune anche ad altre città) in un cerchio di mura ristretto e più difendibile [S.
Nazario, sud di S. Cosma, Piazza S. Giorgio, la chiavica, S. Donato, Prione, Porta S.
Andrea, Sarzano, S. Croce e S. Nazario]. Si spianarono le case esterne a ridosso delle
mura: tale zona assunse il nome di "Canneto" [via Canneto] perché dal colle di
S. Lorenzo alla valle dove corre la via publica il terreno incolto venne invaso dal
cannetum. Le parti della città che rimasero fuori dalle mura cittadine sopravvissero come
borghi commerciali separati, vitali ma indifesi. La parte orientale della Liguria subì
nel 452 le orde del Re unno Attila.
Dopo la costituzione del Regno Vandalo dAfrica e loccupazione di Cartagine del
440 iniziò loffensiva del Re vandalo Genserico alle coste italiane. In
questoccasione si ebbe una parziale militarizzazione della popolazione civile che fu
abilitata alluso delle armi ed ebbe incarichi di difesa nei confronti di mura e
porte cittadine. Nel 440 la navigazione divenne del tutto impossibile per via dei corsari
vandali.
Per fronteggiare le incursioni Vandale dal mare sinstaurò un collegamento tra la
Marittima e la provincia della Tuscia Annonaria (sorta nel 458 e comprendente Arezzo,
Firenze, Lucca, Luni e Pisa) al fine di avere ununica frontiera marittima.
In questo frangente rimase importante, nonostante tutto, la funzione commerciale di Genova
come scalo per le Gallie e la Spagna. Le Alpi Marittime, la Narbonense e parte della
provincia Viennensis vennero de facto unite al regno visigoto. Ciò fu commercialmente
valido per Genova nonostante gli inasprimenti fiscali, che colpirono principalmente la
piccola proprietà terriera, e la non florida condizione delle Gallie.
Lo stanziarsi in Italia degli Ostrogoti non alterò gli equilibri sociali ed economici
(anche se ufficialmente cadde lImpero Romano dOccidente) e il Re ostrogoto
Teodorico (457-526), pur senza avere un proprio rappresentante, esercitò la propria
autorità sulla città di Genova.
In quel periodo vi era a Genova, sintomo dei floridi commerci, unantica comunità
ebraica. I Vandali dAfrica, che si dedicarono alla pirateria, furono sconfitti dal
Generale bizantino Belisario.
Genova rimase quindi lo scalo commerciale preferito dal momento che la "Flaminia -
Aemilia" si trovava sotto la minaccia delle orde barbariche.
Lagricoltura ligure allinizio del 500 era in netto declino per via dei
continui passaggi di truppe sul territorio (508-9 e 523), delle carestie, delle incursioni
Burgunde del 493 e del 534 e Alemanna del 536. Tra il 535 e il 536 Re Teodato ordinò di
vendere ai Liguri colpiti dalla carestia la terza parte del frumento raccolto nei
magazzini di Pavia e Tortona.
L'Impero Romano, cade definitivamente nel 476, Odoacre si fece proclamare Re, deponendo
l'ultimo Imperatore romano Romolo Augustolo e l'arrivo dei Longobardi nel 569, Genova
riuscì a mantenere una propria autonomia grazie alla posizione favorevole che permetteva
all'Impero di essere salvaguardato dalla minaccia degli arabi. Ed è proprio da questa
situazione favorevole che Genova riuscirà ad attivare tutti i commerci che la renderanno
una delle città più importanti e conosciute dell'epoca.
Nel dicembre 537, durante una tregua tra Re Vitige (536-543) e il Generale Belisario,
giunse a Roma, assediata dai Goti, una delegazione di notabili liguri, guidata
dallArcivescovo Dazio, che sollecitò lintervento bizantino, promettendo la
rivolta delle popolazioni liguri, per rovesciare il regno dei Goti.
I bizantini si accorgono delle potenzialità strategiche di Genova e ne fanno uno dei loro
capisaldi nel nord Tirreno. Il legame tra la città e l'Impero Bizantino costituisce uno
stimolo al commercio.
Il Generale Belisario inviò 1.000 Isauri e Traci, comandati da Paolo ed Enne, Fidelio
Felice fu nominato praefectus Praetorio. Approdarono a Genova nel 538, trasportarono le
barche con cui passare il Po presso la "Postumia" per non usare il ponte tra
Pavia e Tortona che era presidiato dai Goti e presero Milano dopo aver sconfitto i Goti a
Pavia.
A Genova i Bizantini tennero un forte presidio, che nel 544 era sotto il comando di Bono,
nipote del Generale Giovanni, ma la città non risentì della loro guerra contro i Goti.
Le milizie bizantine fondarono la cappella di S. Giorgio (santo della Cappadocia) nei
pressi del porto vecchio, accanto al loro presidio militare.
Uraia, nipote del Re Vitige, al comando di 10.000 Borgognoni, assediò Milano e la città,
visto il ritardo dei soccorsi imperiali, si arrese per fame nel 539. La città fu rasa al
suolo e tutti i suoi 300.000 abitanti maschi furono giustiziati. Uraia proseguì fino a
Tortona dove venne fermato dai Bizantini.
Il merovingio Teodeberto (534-547) calò in Liguria con 100.000 uomini e travolse entrambi
i contendenti a Tortona: le truppe bizantine si dovettero rifugiare in Tuscia. I Franchi
saccheggiarono la regione e Genova ma, decimati dal colera, dovettero rientrare in
Austrasia mentre i Bizantini guidati dai generali Martino e Giovanni rioccuparono il
Tortonese e ricostituirono il confine al margine cispadano.
Belisario assediò Re Vitige a Ravenna. In quel periodo Sisige, governatore goto delle
Alpi Cozie si consegnò alle truppe bizantine del Generale Tommaso. Uraia, che con 4.000
Goti stava dirigendo verso Ravenna, dovette dirigere verso le Cozie in quanto gran parte
dellesercito aveva famiglia nei castelli ora in mano bizantina. Le truppe bizantine
di stanza a Tortona vennero in aiuto di Sisige impedendo la riconquista della regione da
parte di Uraia e nel Maggio 540 Ravenna cadde e Re Vitige si arrese.
Terminate le ostilità con gli Ostrogoti, quelle contro Alemanni e Franchi proseguirono
fino al 563.
La classe senatoria fu impegnata a recuperare le terre confiscate da Totila e a
riassestarle, dato lo stato generale di incuria in cui erano cadute. La curia ligure era
praticamente scomparsa e nel suo processo di riorganizzazione diede origine ad una forte
penetrazione lungo le vie di comunicazione con linterno: nacquero S. Cipriano e di
S. Olcese. Il governo imperiale di Norsete, considerando lItalia una provincia,
incaricò dellamministrazione funzionari di origine orientale.
Nel 569 i Longobardi di Re Alboino (560-572) presero Bergamo, Brescia, Ivrea, Milano,
Novara, Torino, Treviso, Verona, Vincenza; si diressero verso le Gallie e strinsero
dassedio per tre anni Pavia. La flotta bizantina sul Po ed i collegamenti marittimi
di Genova riuscirono ad impedire loro lingresso in Liguria.
Si ebbe in questo periodo una forte militarizzazione della società civile: il territorio
fu suddiviso in distretti castrensi e, data la scarsezza di truppe, la popolazione rurale
venne trasformata in coloni limitanei mentre quella urbana diede origine ai numeri
cittadini.
A Genova si formò un exercitus comandato da un vir magnificus, praefectus vices agens e
formato da reparti di milizia cittadina e da laeti. La milizia, con sede nella basilica di
S. Giorgio, era composta da numeri i quali, agli ordini di un comes tribuno, reclutavano
nelle diverse contrade dai 200 ai 400 uomini; i laeti erano invece milizie barbare al
servizio dellimpero.
Durante linvasione longobarda e sotto il regno di Totila (574) Genova divenne il
naturale rifugio della classe dirigente milanese. Il 3 settembre 569 a Genova giunse il
Metropolita Onorato con al seguito il clero maggiore e tutta la nobiltà milanese, dato
che i Longobardi avevano occupato la città.
L'invasione longobarda (568) travolge i bizantini nel nord della penisola risparmiando
però Genova. Il Vescovo milanese si trasferisce in esilio a Genova per circa 70 anni.
Viene adibita a sede la chiesa di S. Ambrogio (oggi chiesa del Gesù). Tra il 642 ed il
644 i longobardi riescono a saccheggiare o forse addirittura a distruggere Genova.
Per Genova, il periodo longobardo costituisce una fase di stagnazione se non addirittura
di temporaneo declino commerciale.
Onorato divenne Vescovo di Genova, non appena la carica divenne vacante, ed i successivi
Vescovi in esilio mantennero tale incarico. Questi furono i Vescovi in esilio: S. Onorato,
Lorenzo Costanzo, Deus Dedit, Asterio, Forte, S. Giovanni Bono. In questo periodo
desilio la nobiltà milanese contribuì allerezione della chiesa di S.
Ambrogio, voluta dal Metropolita Costanzo, e della basilica dei SS. Vittore e Sabina. Il
clero genovese era tenuto a recarsi in processione a S. Ambrogio in occasione delle feste
dei Santi Ambrogio, Gervasio, Protasio e Andrea e tale obbligo venne definitivamente
fissato dal Metropolita Giovanni Bono durante i preparativi per il rientro della sede
episcopale a Milano.
I Vescovi milanesi furono sepolti nella basilica cimiteriale di S. Siro ad eccezione di
Onorato (sepolto a Noceto di Camogli) e di Forte (la cui sepoltura è ignota per via dei
disordini seguiti allinvasione longobarda di Genova).
La comunità milanese si stanziò nel Brolium, terreno fiscale presso la porta di S.
Andrea, dove la chiesa episcopale ricevette dal governo imperiale numerosi terreni e
proprietà. Il Brolium, che deriva da brogilus: "bosco" oppure "orto"
si trovava alle pendici nord - ovest del colle del Castello, attorno alla chiesa di S.
Ambrogio.
Alla chiesa milanese furono anche donati terreni ad Albaro, Staglieno, Bargagli, Crovara,
Neirone, Carpeneto, Lumarzo, Recco, Noceto, Capodimonte ed inoltre il Metropolita milanese
ebbe giurisdizione per secoli sulle quattro circoscrizioni plebane di Camogli, Rapallo,
Recco e Uscio.
Nel 573, alla morte di Alboino i Franchi, fiaccati dalle ripetute incursioni, si
accordarono con i Longobardi.
Durante il periodo dellinterregno (574-584), quando molti Duchi si posero sotto la
protezione imperiale seguendo Rosmunda ed Elmichi (gli uccisori di Alboino) nelle file
bizantine, le schiere longobarde riuscirono a passare il Po allaltezza della
Liguria.
Nel 582 Tiberio II avviò la riorganizzazione distrettuale dellItalia bizantina
(lEparchia Urbicaria comprese il versante toscano e ligure dellAppennino) e
provvide anche a un graduale inserimento delle milizie longobarde allinterno della
struttura militare bizantina tentando di renderle affidabili attraverso la conversione al
cattolicesimo.
I Franchi tra il 584 ed il 604 effettuarono numerose incursioni in Nord Italia. I
Bizantini si ritirarono sulla linea Stura - Tanaro e tennero la piazza di Tortona e tale
linea fino al 599. I Longobardi occuparono la Val di Taro e Val Gotra.
Nel 594 Re Agiulfo (591-616) prese Parma e Piacenza e consolidò le conquiste nel 603
cacciando i Bizantini da Brescello, Cremona, Mantova e Reggio. I Bizantini, essendo
Tortona indifendibile, si ritirarono in Val Trebbia ed arretrarono sulla sinistra dello
Scrivia.
Nel 594 Agiulfo si diresse contro Roma attraversando la Val di Taro, Val di Magra, Val
Aulella, Val di Serchio e Lucca. I Bizantini si ritirarono e tennero la Valle Scrivia,
Gavi, il castello di Bargagli e tutta la zona lungo il crinale tra il Bracco e Passo di
Cento Croci.
Il Concilio di Costantinopoli condannò i Tre Capitoli il 2 giugno 553: le chiese di
Liguria, Veneto ed Istria crearono ad uno scisma. Agiulfo e Teodolinda, nonostante la
monarchia longobarda sostenesse lo scisma tricapitolino, avviarono una politica
filocattolica. Il 7 aprile 603 Teodolinda fece battezzare, nella cattolica S. Giovanni di
Monza, il figlio Adaloaldo.
Agiulfo nel 613 cedette in uso perpetuo a S. Colombano la zona di Bobbio, in Val Trebbia.
Il monastero di Bobbio (longobardo e cattolico), attivissimo centro di evangelizzazione e
di rinascita agricola sotto la protezione del Papa, fondò quello di S. Pietro della
Porta, presso le mura della bizantina Genova, e lo dotò di ampie tenute agricole.
Nello stesso periodo i Vittorini di Marsiglia fondarono il monastero di S. Vittore nei
pressi della chiesa paleocristiana dei SS. Vittore e Sabina.
Nel 725 giungono dall'Africa i resti di S. Agostino per essere poi trasportati a Pavia.
Il Metropolita Giovanni Bono partecipò nellottobre 649 al Concilio Romano e non
aderì allo scisma. Genova tagliata fuori dallentroterra padano con cui commerciava
venne sempre più esclusa anche dal circuito commerciale mediterraneo.
A fine ottobre 643 il Re longobardo Rotari (636-652) tentò la conquista di Ravenna ma
venne bloccato sul Panaro dallEsarca Isacio. Ripiegò in Garfagnana e poi lungo la
Val Aulella e proseguì conquistando la Marittima fino a Ventimiglia. Saccheggiò la
Liguria, espugnò Genova e ne abbatté le mura. La civitas di Genova fu ridotta a vicus.
Genova, istituita in Judiciaria, venne affidata al governo di un Gastaldo regio con poteri
giudiziari e militari. La guarnigione longobarda fondò la cappella dedicata a S. Michele
"prope muros civitatis Januae" [poi incorporata nella chiesa di S. Stefano]
accanto ad un fortilizio bizantino da loro occupato ed utilizzato come presidio militare.
Nel 658 il Re longobardo Ariberto I (635-660), abolito larianesimo, aveva fondato
"Sancta Maria de Castro" (S. Maria di Castello) e nello stesso periodo venne
costruito alle Grazie, tra Castello e Molo (sullo scoglio che chiude il Mandraccio), una
cappella dedicata si SS. Nazario e Celso.
Il Vescovo S. Giovanni Bono da Camogli iniziò i lunghi preparativi per riportare la sede
vescovile a Milano. Con la sua partenza la sede episcopale genovese rimase vacante per
alcuni anni.
Vi fu una certa lentezza nel rientro della sede metropolitana a Milano perché il Clero
Maggiore (ordinarii o cardinales) era stato sostituito nella cura delle anime dal Clero
Minore (officinales, decumani o peregrini); questo clero, che aveva aderito allo scisma
tricapitolino, aveva ottenuto numerosi privilegi dalla monarchia longobarda ed era restio
a perderli. Altro fattore che rallentò il trasferimento fu lintegrazione dei
profughi nella comunità genovese ed il fatto che ormai gran parte del Clero come anche lo
stesso Metropolita, Giovanni Bono da Camogli, era di origine genovese.
Re Pertarito (671-688), consolidatosi in Italia meridionale appoggiò
levangelizzazione cattolica. Nel 698 il sinodo di Pavia, convocato da Re Cuniperto
(688-700) e Papa Sergio, concluse lo scisma tricapitolino.
Re Liutprando (712-744) riscattò dagli arabi africani nel 725 le ceneri di S. Agostino
che furono accolte dal Re sulla spiaggia di S. Pier dArena, dove fu eretta una
cappella in ricordo [ora presso la chiesa di S. Maria della Cella], per poi proseguire
verso Pavia. Durante la sua permanenza a Genova fece edificare il "Palatium
Castri" a Sarzano dove poi si trasferì il suo Gastaldo.
I commerci divennero rigogliosi, per quanto a nord la via "Francigena" deviava
parte delle merci, ma era collegata a Genova dalla Val Bisagno e Val Trebbia per il Passo
della Scoffera. Re Astolfo (749-756) rese lautorizzazione regia obbligatoria per il
commercio con lestero. Gli attriti con i Franchi aumentarono e tra il 754 e il 756
nacquero numerosi monasteri, oasi sicure e di notevole peso economico e politico. Astolfo
stava cercando di assumere dignità imperiale per cui esigeva la giurisdizione su Roma e
su tutto il suo ducato pontificio. Il Re carolingio Pipino il Breve, poiché Astolfo
minacciava lautorità papale (che aveva reso legale il suo colpo di stato a danno
dei Merovingi) e sosteneva lopposizione interna franca guidata dal suo fratellastro
Grifo, lo combatté e lo sconfisse nel 754 e nel 756.
IL FEUDALESIMO TRA IL SETTECENTO E LANNO MILLE
La flotta bizantina era di stanza in Corsica e Sardegna, residui della prefettura
africana, per cui i Saraceni, che iniziavano ad infestare il Tirreno, non infastidirono
Genova. Il commercio, però, si esaurì lentamente. La città divenne il rifugio di
profughi africani ed iberici dal momento che le restanti coste italiane erano scarsamente
difendibili.
Il patriarca della spagnola Terragona, Prospero, nel 711 si rifugiò a Portofino con le
reliquie di S. Fruttuoso e fondò lomonima città.
L'Italia era in mano ai conquistatori germanici, i Longobardi, e anche Genova dovette
sottomettersi a questo popolo, anzi si può affermare che la popolazione era, a quei
tempi, al 50% formata da genovesi mentre l'altra metà era tedesca. Soltanto nel 772, con
l'arrivo di Carlo Magno e la conquista della capitale Pavia, Genova cambiò padroni
divenendo una città del "Sacro Romano Impero".
Nel 773 il Re franco Carlo Magno (768-814) entrò in Italia, investì Torino, espugnò
Verona e poi assediò a Pavia Re Desiderio (756-774). Gli abati di Bobbio e Brugnato
fecero atto di sottomissione e quasi di conseguenza la Marittima venne occupata
pacificamente. Nel 774 assunse il titolo di "rex Francorum et Langobardorum".
La discesa dei franchi (773) libera il nord della penisola dai longobardi e accorpa Genova
alla Marca Obertenga. In questa fase Genova non cresce e questa situazione avvantaggia gli
insediamenti agli estremi dell'arco costiero ligure.
Nei secoli Genova vede crescere le prime mura cittadine e la città stessa. Assiste al
declino dell'autorità marchionale a vantaggio dei Visconti. Anche i pericoli aumentano,
la posizione privilegiata di isolamento dalle invasioni barbariche la pone invece sotto
minaccia delle scorrerie saracene. Alcuni saccheggi si registrano tra il 922 ed il 935 e
vengono ricordati con racconti popolari.
Nella pasqua del 781 il figlio di Carlo Magno, Pipino II (781-810), venne incoronato Re
dItalia ed iniziò una programmatica sostituzione di Duchi e Gastaldi longobardi con
Conti franchi. Lufficio del Gastaldo non fu sospeso ma venne ad assumere lentamente
un ruolo di subordinato al Conte simile a quello del Visconte franco.
I sudditi dei Conti potevano essere:
1 ) uomini liberi: vassalli o valvassori, dotati di risorse economiche e gratificati con
dei privilegi, tenuti al servizio militare a cavallo. arimanni, coltivanti direttamente la
terra, tenuti al servizio militare a piedi.
2 ) servi: villani o rustici, in condizione servile, legati al fondo e tenuti a vari
obblighi.
Il Vescovo venne ad assumere con il capitolare di Herstal del marzo 779 un potere di
controllo sul Conte, e sui processi (per garantire equità di giudizio) da lui presieduti.
Il Comitato carolingio dItalia si modellò sui confini delle Diocesi ecclesiastiche
dato lormai stretto rapporto amministrativo che legava le due cariche (a tal punto
che spesso erano detenute dalla medesima persona): i confini del territorio comitale e
vescovile tendevano ad essere i medesimi. Lantica città romana (in genere rimasta
sede vescovile) divenne il capoluogo del Comitato e nel concilio dell850 venne
definitivamente affermato il principio di identità fra la città sede vescovile, la
circoscrizione diocesana e quella comitale.
Carlo Magno, visitando Genova, ne riconobbe limportanza strategica per il controllo
dei mari infestati dai mussulmani. Nel 806 i genovesi, su incarico di Re Pipino,
parteciparono alla sortita in Corsica contro i Saraceni e in questoccasione morì il
loro comandante, il Conte Ademaro.
Il territorio ligure, che prese il nome di Litora Maris, fu ripartito tra i Comitati di
Ventimiglia Albenga, Vado, Genova e Luni. Il confine dei Comitati, di solito coincidente
con quello della Diocesi, era in genere delimitato dallo spartiacque alpino o
dallarea più vicina la sommità:
A ) Luni (Diocesi e Comitato) con a est il Comitato di Lucca e a nord il Comitato di
Parma: Torrente Versilia - Serchio - spartiacque fino alla Cisa - Gotra - Monte Gottero -
spartiacque fino al Monte Scassello - Stora - Vara fino al Malacque - Monte Guaitarola -
Mare tra Reggimonti e Framura.
B ) Genova (Diocesi e Comitato) con a nord il Comitato e la Diocesi di Piacenza e il
Comitato e la Diocesi di Tortona: Mare tra Reggimonti e Framura - Monte Guaitarola - Vara
fino al Malacque - Stora - Monte Scassello - spartiacque fino al torrente Lerone -
torrente Lerone.
C ) Vado (Diocesi e Comitato) con a nord la Diocesi di Alba: Torrente Lerone dal mare allo
spartiacque - spartiacque fino al Col Melograno - torrente Pora.
D ) Albenga (Diocesi): Torrente Pora - Col Melograno - spartiacque fino a Col di Nava -
torrente Negrone - Cima Pèrtega - Monte Saccarello - torrente S. Romolo [torrente Armea].
E ) Ventimiglia (Diocesi e Comitato) con a nord la Diocesi di Torino: Torrente Armea -
Cima Pèrtega - Monte Bego.
Tra Albenga e Ventimiglia vi erano i vasti possedimenti temporali e spirituali del Vescovo
genovese: i fines Matutianenses (S. Remo - Armea - Monte Bignone - Monte Seborga - Monte
Gozzo - Coldirodi) e i fines Tabienses (Taggia e lintera Valle Argentina). Nel 980
Teodolfo, Vescovo di Genova, donò "gente repressa Saracenorum" i tre quarti
delle proprietà, chiese, decime e redditi di questi possedimenti.
Nell825 Lotario, associato allimpero dal padre Ludovico il Pio, ordinò
listituzione di nove centri di formazione culturale. Pavia per gli studenti di
Acqui, Asti, Bergamo, Brescia, Como, Genova, Lodi, Milano, Novara, Tortona, Vercelli;
Torino per quelli di Alba, Albenga, Vado e Ventimiglia.
Il Re dItalia Ugo di Provenza, organizzando il territorio a sud del Po, affidò
sistematicamente il governo a Marchesi, i quali erano Conti dotati di particolari poteri
giurisdizionali e militari (in funzione antimussulmana) su altri Conti e su più Comitati.
Alcuni Comitati erano alle loro dirette dipendenze mentre altri erano governati da un loro
Conte. Questa nuova forma di centralizzazione non intaccò lindividualità
territoriale ed amministrativa dei Comitati. Genova, come anche molte altre città,
ottenne maggiore autonomia sotto lautorità di un Visconte. Ai Visconti si affiancò
con poteri giudiziari il Vescovo.
Nel 950-951 Re Berengario II terminò la riorganizzazione del territorio, iniziata da Ugo
di Provenza, nominando tre nuovi Marchesi.
Marca Aleramica (Liguria centroccidentale)
Aleramo, Conte di Vercelli nel 933, ottenne nel 935 (periodo del secondo attacco saraceno
ad Acqui) potere marchionale sui Comitati di Acqui, Vado e parte del Comitato del
Monferrato.
Sposò Gerbenga, figlia di Re Berengario II ma ebbe lappoggio di Adelaide, moglie
dellImperatore tedesco Ottone I, per cui allarrivo di Ottone in Italia non fu
privato delle sue prerogative.
I due figli del Marchese Aleramo: Anselmo e Oddone mantennero il governo della Marca di
Vado. In seguito, dopo il 1004, la Marca passò ai discendenti del Marchese Anselmo e fu
divisa in due parti.
Il Marchesato aleramico diede origine ai Marchesi del Bosco, di Ponzone, del Vasto e da
questi ultimi poi discesero i Marchesi di Incisa, Busca, Saluzzo, Ceva, Clevasana e
Savona.
Marca Obertenga (Liguria orientale) detta poi "Januensis"
Oberto, Conte di Luni, venne nominato Marchese prima del 951 con autorità sui Comitati,
prima appartenenti ai marchesi di Tuscia, di Genova, Luni e Tortona (governati
direttamente) e su quelli di Parma e Piacenza.
Nel 960 si dovette rifugiare in Germania dove chiese lintervento in Italia di Ottone
I. In questa occasione fu sostituito da Re Berengario II con Ildebrando III, Conte di
Roselle. Con la vittoria di Ottone I il Conte Oberto riottenne lincarico.
I figli, Adalberto I e Oberto II, mantennero in consorzio la carica marchionale. In
seguito la stirpe si divise dando origine alle famiglie Estense, Pallavicino, Malaspina e
Adalbertina.
Nel 1014 congiurarono contro Enrico II e per questo persero il Comitato di Tortona,
acquisito dal Marchese Ugo. Dopo il 1044 Adalberto Azzo II rinunciò ai suoi diritti sul
territorio genovese mentre mantenne, lui e i suoi figli, quelli sul Comitato di Luni.
Marca Arduinica (Torino)
Arduino il Glabro, Conte di Torino, aveva sotto di se i Comitati di Alba, Albenga, Asti,
Auriate, Bredulo, Torino e Ventimiglia.
Quando nel 1091 morì la Contessa Adelaide (ultima degli arduinici), la Marca passò al
nipote: il Marchese aleramico Bonifacio (pronipote del marchese Oddone).
Limpero carolingio era debole in modo specifico dal punto di vista navale. Fin dal
suo sorgere ricostituì la classis italica, con i residui della flotta bizantina,
coordinata dal Comitato di Lucca. Gli emiri aghlabiti dellIfrìqiya, sostituitisi
alla precedente dinastia abbasside, conquistarono la Sicilia ed iniziarono
unespansione sistematica nel Mediterraneo approfittando di questo vuoto.
Nel 849 i pirati arabi saccheggiarono le coste da Luni alla Provenza. La difesa della
Marca si frazionò. I pirati arabi e normanni intensificarono le loro scorrerie e, a
partire dal IX secolo, ci fu un esodo generalizzato di sacre reliquie verso località
sicure.
Papa Giovanni X iniziò nell850 la lotta contro i Saraceni e per questo le
incursioni fatimite si spostarono a Nord.
Tra l849 e l850 Genova, viste le scorrerie saracene e normanne contro Luni
(distrutta dai Normanni nell860) e le coste liguri e toscane, ampliò le mura che
assunsero un perimetro di 1488 metri. Le nuove mura inclusero borgo Saccherio (Brolium)
Ravecca, Porta Soprana [di S. Andrea], il Canneto (ora abitato) e la collina di Macagnana
(includendo così S. Lorenzo) per terminare alla regione di Banchi.
La Valle di Soziglia, percorsa dal rio Bachernia, era cosparsa di campi [Piazza Campetto],
vigne [S. Maria delle Vigne] e boschi [via Luccoli]. Proprio qui, in una vigna di loro
proprietà, nel 991 i Visconti Oberto e Guido di Carmandino fondarono, su un precedente
sacello, S. Maria delle Vigne.
I Saraceni spagnoli alla morte di Re Bosone nel 887, approfittando del generale stato di
crisi dovuta al disfacimento dellimpero carlingio, costituirono nel 889 a Frassineto
[golfo di S. Tropez] una base stabile per le loro incursioni. Privi di formali legami con
gli stati arabi africani e spagnoli, si dedicarono alla guerra di corsa lungo le coste da
Arles ad Albenga, evitando le città protette da mura ma devastandone le campagne. Dal 921
dominarono stabilmente le Alpi Occidentali depredando i pellegrini diretti a Roma. Tra il
936 ed il 940 occuparono le Alpi Pennine.
I pirati di Frassineto arrivarono via terra fino a Serravalle, tagliando la
"Postumia" che era ancora unefficiente via praticabile dai carri usata per
il commercio tra Roma e la Provenza. Danneggiarono il commercio Genovese imponendo
controlli e dazi. Erano così forti che "Re Marco" fondò uno stato Saraceno con
capitale Libarna [Altylia] pur contrastato attivamente dai Carolingi.
Il commercio ormai passava per lAdriatico mentre i pirati spagnoli ed africani
assaltavano le coste tirreniche a più riprese e Luni, indifesa capitale marchionale, fu
aggredita ininterrottamente fino alla sua distruzione (1015). Sabatino, Vescovo tra il 876
ed il 915, fece trasferire nell878 le reliquie di S. Romolo nella cattedrale di S.
Lorenzo.
La corona del regno dItalia fu oggetto daspre contese tra l888 e il 926
e, infatti, la prima reazione cristiana al dominio di Frassineto arrivò solo nel 931. La
flotta bizantina di stanza in Sardegna e la marina genovese, inflisse a Frassineto un
pesante colpo pur senza riuscire ad espugnarla.
Per reazione il califfo fatimita Abû al Qâsim Muhammad nel 935, dopo una prima sortita
contro Genova nel 934, fallita per il maltempo, inviò una spedizione comandata da Yàqub
ibn Ishâq. Genova fu assediata da 200 galee che consentirono lo sbarco di milizie a
levante ed il blocco navale.
Molto probabilmente la pagina più tragica per Genova fu il saccheggio della città da
parte dei musulmani il 26 Agosto 935. Alle prime luci dell'alba, gli arabi arenarono le
loro galee sotto San Siro e, mentre tutti i genovesi dormivano, entrarono nelle case,
saccheggiandole, uccisero tutti gli uomini e rapirono tutte le donne e le bambine,
imbarcandole sulle loro navi. La cattedrale di San Siro e le altre chiese furono profanate
e bruciate. Dopo due ore d'inferno gli arabi tornarono alla spiaggia e ripartirono verso
altri lidi, ma prima pensarono bene di portarsi via tutte le imbarcazioni genovesi.
L'evento risultò devastante per i genovesi che cominciarono a serbare un odio feroce
verso i saraceni che potrà essere placato solo sedici anni dopo quando batterono i
musulmani riconquistando alcune città della riviera.
Contemporaneamente i mori di Frassineto si spinsero fino ad Acqui, Alba, Asti e Tortona
bloccando presso Serravalle Scrivia le vie di comunicazione con la Lombardia. Nel 936
attuarono una spedizione, guidata da Sagittus, contro Acqui dove furono sconfitti.
Il Re dItalia Ugo di Provenza nel 941 attaccò Frassineto da terra e la flotta
bizantina di Romano I dal mare. I mussulmani si ritirarono sul Monte La Moure dove furono
accerchiati. Re Ugo a questo punto, per fronteggiare un esercito raccolto in Germania da
Berengario, Marchese dIvrea, se li fece alleati e li stanziò nelle Alpi Pennine.
Il Marchese Arduino fece parte delle armate guidate da Guglielmo dArles che
espugnarono Frassineto nel 972-973. I mori si attestarono nella fortezza di Le Garde
Freinet che, espugnato per il tradimento di un saraceno, fu donata a Giballino di
Grimaldi.
GENOVA INTORNO ALLANNO MILLE: LA NASCITA DELLE COMPAGNE
Purtroppo di questo primo periodo medievale, detto "Basso Medio Evo", ci restano
ben poche notizie, anche perchè la maggior parte dei documenti storici dell'Archivio di
San Siro, furono bruciati dai Saraceni nel saccheggio del 935. Si sa che allora la città
contava di circa 4000 abitanti, residenti entro le mura delimitate dai due
"Canneti", il Lungo e il Curto, con due porte la Soprana e la Sottana, dove si
trovava la piazza principale. Altre duemila persone abitavano oltre le mura, dedicandosi
soprattutto all'agricoltura e alla pesca.
I Carolingi, diviso il territorio in "Marche", delegarono lautorità ad un
Visconte: a Genova come rappresentate del Marchese Oberto vi era il Visconte Ido (952) che
aveva possedimenti in Val di Secca (a Cremeno), Val Polcevera e lungo la riviera di
Ponente. I successori del Visconte Ido e del figlio Oberto si divisero nei rami Manesseno,
Carmandino e Isole dando origine a numerose famiglie importanti (Avvocati, Pevere, Lusii,
De Mari, Serra, Embriaci, Castello, Brusco, De Marini, Della Porta). Vassalli degli
Obertenghi erano i Conti di Lavagna.
I Conti di Lavagna, vassalli degli Obertenghi, furono costretti nel 1110 a cedere i loro
castelli al Comune.
Discendevano da Teodisio che aderì al movimento di reazione alle immunità vescovili e,
considerato traditore, vide i suoi beni confiscati da Ottone III e concessi alla chiesa di
Vercelli il 7 maggio 999.
Federico I riconobbe nel 1164 i possedimenti del Marchese Opizzo Malaspina tra cui la
metà di Lavagna e di Sestri concessa in feudo ai Conti di Lavagna e ai signori Da
Passano.
Imparentati con i Conti di Lavagna, i Cononi "de castro Vezano" dominavano
invece tra Vernazza, Vara e il golfo di La Spezia dando origine alle famiglie: Enrici,
Amalfredi, Opizzoni, Grimaldi, Cononi.
I Cononi furono gli unici a mantenere diritti signorili sul territorio di Genova e tra i
loro possedimenti avevano diritti sullisola di Sestri, ceduta nellaprile 1147
dai figli di Conone al Comune di Genova che nel febbraio 1145 aveva edificato il castello
di Sestri Levante.
Nel 1113 i Consoli invasero militarmente, per motivi strategici, le terre dei Da Vezzano
impadronendosi di Portovenere. A Portovenere crearono una colonia di tipo romano con lo
stanziamento di cittadini genovesi sul territorio conquistato e con la costruzione di un
castello a protezione contro Pisa e gli Obertenghi. Iniziarono la costruzione di S.
Lorenzo, consacrata da Papa Innocenzo II nel 1130. Solo nel 1139 vi fu lacquisto
formale dei territori (per 100 lire) da parte del Comune che nel 1160 iniziò la
costruzione delle mura ed il rinnovamento del castello. 1132 Venne edificato il castello
di Rivarolo presso il fiume Lavagna e, visto linsorgere della già insofferente
popolazione locale, lesercito genovese devastò molti castelli locali. I Da Passano
vennero infeudati i De Passano in quelle zone poiché avevano giurato fedeltà al Comune
ed avevano come impegno di mantenere 4 cavalieri e 20 arcieri. Il Marchese Opizzo
Malaspina ricevette in feudo 1/3 dei territori dei Conti di Lavagna. Lanno
successivo la guerra divampò nuovamente ed i castelli dei lavagnini in rivolta furono
distrutti. Nel 1138 i Conti di Lavagna giurarono la Compagna impegnandosi ad abitare in
città almeno 2 mesi lanno. Nel febbraio 1145 Lanfranco Visconte ottenne
lappalto per la custodia del castello di Fiaccone. Lo stesso anno i Signori di
Cogorno donarono al Comune il castello di Calosso; si ordinò quindi ai Conti di Lavagna
di non molestare più i castelli di Rivarolo e Sestri e di entrare ogni anno nella
Compagna. Prima giurarono i Conti di Lavagna e poi i Da Passano. Si dichiarò per
loccasione, vista linfluenza dei signori feudali sottomessi al Comune, che se
un Genovese fosse divenuto vassallo di un signore feudale avrebbe perso i suoi diritti
politici. Lo stesso anno venne fabbricato il castello di Sestri e i Consoli, per avere via
libera da terra, espropriarono le terre del monastero di S. Fruttuoso in cambio di una
libbra di incenso annuale, un canone annuo ed alcuni terreni sullisola di Sestri.
Due anni dopo (1147) Sestri, di proprietà di Cova di Vezzano, venne acquistato per 15
lire. Nel 1148 il castello di Parodi venne comprato per 700 lire dal Marchese Alberto
Zueta e dalla Contessa Matilde di Parodi per ottenere la liberazione del di lei marito,
Alberto di Parodi, prigioniero degli uomini di Castelletto. Nel 1157 i Conti di Lavagna
giurando la Compagna, promisero di comporre le discordie interne tra il Conte Martino e il
fratello Enrico, e gli uomini di Cogorno, Nasci e Vezzano.
Nel 935 il Vescovo, in seguito al saccheggio saraceno, organizzò unintesa tra gli
"habitatores civitatis" antenata della Compagna. La ripresa iniziò subito: nel
952 il Vescovo Teodolfo riaprì al culto S. Siro.
A metà XI secolo il Vescovo Teodolfo consolidò le corti della mensa vescovile
nellIsola del Vescovo (pieve di Molassana), a S. Michele di Graveglia e a Lavagna. I
mansi della corte, affidati a famuli e livellari sono sotto il controllo di un Gastaldo,
sono tutti nella stessa zona e si trovano sotto la protezione di un castrum cui i
livellari devono fornire per tradizione gli uomini per la "guaita" notturna.
Gli Ottoni ufficializzarono il feudalesimo ecclesiastico: in altre città i Vescovi
ottennero linvestitura feudale ma ciò non successe a Genova dove i Visconti,
residenti nel contado, mantennero a lungo e con continuità il loro potere. Vassalli
vescovili i Vicedomini, gli Avvocati, i Giudici, i Pares Curiae (Tutela militare,
giuridica, amministrativa e delle prerogative episcopali) si crearono come struttura
parallela e spesso dorigine viscontile.
I feudatari minori con privilegi non ereditari (Vassalli viscontili, vescovili e
marchionali) si inurbarono affianco al Vescovo; i feudatari maggiori (Marchesi) delegarono
sempre di più le loro prerogative ai Visconti per arroccarsi nei castelli appenninici
dominanti valli e strade.
Con la sicurezza delle campagne si ebbe un aumento della popolazione e una richiesta
maggiore di terre, soddisfatta con cessioni enfiteutiche e livellarie. Ci fu una maggiore
produzione e commercio dei prodotti con la conseguente nascita di uneconomia
monetaria, giocoforza, cittadina.
Tale stato di fatto il 18 luglio 958 causò il riconoscimento, da pare di Re Berengario II
e suo figlio Adalberto, delle consuetudines della universitas civium, lesenzione dal
mansionaticum ed il divieto dingresso nelle loro case da parte dei pubblici
ufficiali.
Tali privilegi furono poi ampliati quando il Marchese Alberto di Opizzo dovette giurare
nel maggio 1056 il "breve de consuetudine". Queste norme, oltre a regolare il
possesso fondiario, erano una chiara indicazione di un economia in espansione.
Nei secoli trascorsi la struttura urbana si è molto ampliata, al nucleo originale sul
colle di Sarzano con S. Maria di Castello , se ne è aggiunto uno nuovo attorno a S. Siro
(rimasto fuori delle mura) ed un'area (poi interna alla cinta muraria) che gravita attorno
a S. Lorenzo. Proprio l'insicurezza di S. Siro potrebbe essere stata la causa della
"promozione" a Cattedrale di S. Lorenzo.
Dopo Il sacco Genova ricominciò lentamente a riprendere vita e dieci anni
dopo, nel 945, fu costituita una comunità che diventerà importantissima nei secoli a
seguire: la "Compagna". L'ideatore di questa associazione fu il Vescovo
Teodolfo, che pensò di dividere i cittadini in due categorie: gli
"habitatores", cioè i nullatenenti che si dovevano occupare della guardia della
città, e i "boni homines", cioè quelle persone abbienti che versando una quota
annuale partecipavano alla costruzione della flotta militare. Il Vescovo preparò un vero
e proprio statuto che presentò al Re Berengario, che dopo averlo accettato, promulgò,
forse perche attirato dal vantaggio di disporre di una flotta a difesa delle invasioni
saracene, la "Donatio Berengari", accettata poi da tutti gli altri Imperatori,
che permetteva tra le altre cose di non pagare più gabelle allo stato e di avere una
quasi completa indipendenza, tanto da considerare Genova una Repubblica.
Il Vescovo impose ai "boni homines", che volevano avviare una qualsiasi
attività, di iscriversi alla "Compagna", pena l'esilio. Stessa condanna era
commutata a coloro che dichiaravano meno guadagni del dovuto. Siccome in quell'epoca,
tutti si chiamavano solo con il nome, pensò, per non creare confusione, di abbinare ad
esso un aggiuntivo, derivante soprattutto dal luogo di provenienza o da un aspetto
specifico del personaggio, facendo così nascere il cognome.
Ladesione del Vescovo alla Compagna, pur senza altro privilegio che rappresentare la
città allestero, ne favorì lemancipazione politica a tal punto che nel 1097
le Compagne deposero manu militare il Vescovo scismatico (schierato con lantipapa
Clemente III, nominato dallImperatore tedesco Enrico IV).
Già nel X secolo, i notabili cittadini organizzarono alcune libere associazioni: le
compagnae, le coniurationes, le rassae.
La Compagna, che poi prevalse, era un consorzio commerciale privato in accomandita
semplice, giurato da nobili, mercanti o semplici persone atte alle armi abitanti in
determinate circoscrizioni urbane ed aventi medesimi interessi economici e politici. In
origine si costituivano solo per una determinata impresa economica o more piratico al
termine della quale la Compagna si scioglieva ma poi divennero a tempo determinato e
infine permanenti.
Lappartenenza non era al principio un obbligo ed allo scadere poteva anche non
essere rinnovata.
Le Compagne in origine erano tre (Castrum, Civitas e Burgus) con sede nelle chiese di S.
Maria di Castello, S. Lorenzo e S. Siro. Nel 1130 erano quattro e dopo il 1134 divennero
prima sette ed infine otto. Ognuna di esse aveva un proprio Console ed un proprio
vessillo.
Il contratto di Commenda (prestito di capitale legato ad un rapporto societario), derivò
nella sua struttura dallizqâ ebraica e prevalse in tutti i contratti, a cominciare
da quelli della Compagna, dopo la prima metà del XII secolo.
La Compagna, il cui nome fa riferimento ad unimpresa comune e navale (comunanza di
mensa su una nave), si ampliò con lavvento della libertà di movimento e personali
(le consuetudini) mantenendo sempre il suo carattere imprenditoriale navale. Ognuna delle
Compagne poteva compiere il reclutamento navale ed armare sue galee.
Eleggeva, solitamente dai ranghi delle famiglie viscontili o avvocatizie, dei capi (i
Consoli) che avevano la possibilità sia di comandare limpresa sia di giudicare
eventuali vertenze tra i soci.
Unici requisiti per entrare nella Compagna era lessere "cittadino" cioè
risiedere a Genova e il vivere secondo consuetudine. Tutti i soci dovettero giurare uno
statuto detto breve e simpegnavano a eseguire gli incarichi affidatigli pena la
perdita dei diritti civili. Il fatto di dover abitare in città rimase a lungo un obbligo
tanto che anche i feudatari delle riviere e delloltregiogo dovettero impegnarsi,
quando giuravano, a risiedere, di fatto almeno per un breve periodo dellanno, in
città.
Ma non fu soltanto la costituzione della "Compagna" il grande merito del Vescovo
Teodolfo. Infatti, tra le altre cose, impose la ronda notturna sulle mura e realizzò una
catena di torri che partivano dai Piani d'Invrea per giungere fino a Porto Venere, per
mettere in guardia gli abitanti della repubblica dagli attacchi saraceni. In caso di
avvistamento, da una delle torri, veniva acceso un falò che permetteva di essere visto
dai luoghi vicini che, al suono delle campane, invitavano le donne, i vecchi e i bambini a
rifugiarsi nelle campagne, mentre tutti gli uomini abili si preparavano a combattere.
Alla base della società genovese è la famiglia. Questa porta alla creazione di Compagne
a livello "zonale" e alla nascita di quartieri familiari, un esempio
(cronologicamente successivo) su tutti sono le case dei Doria in S. Matteo. Le compagne
sono otto e dalla loro espansione si arriva alla creazione della Compagna, questa
rappresenta l'embrione dello stato genovese. I mutamenti istituzionali portano alla
divisione dei poteri: i consoli del comune amministrano il potere esecutivo, ai consoli
dei placiti è assegnato il potere giudiziario.
Con il Vescovo Airaldo nacque la Compagna Comunis struttura politica ufficiale della
città con sede nella chiesa di S. Giorgio ove si conservava il vexillum magnum, lo
"stendardo comune".
Una prima reazione marchionale venne arginata dalla Compagna di Castello capitanata dai
Visconti di Manesseno (i fratelli Amico Brusco, Guido Spinola, Guglielmo Embriaco e Primo
di Castello) e dai loro cognati i Della Volta. La Compagna Comunis rimase sine consulatu
per un anno e mezzo dal 1098.
Una sorta di parlamento forse presieduto dal Vescovo (privo di poteri diretti) elegge
annualmente il 2 febbraio i consoli su base zonale. Un senato costituito da
"anziani", "saggi" ed "esperti" si affianca nella veste di
organo consiliare ai consoli nelle decisioni più importanti. I consoli esercitano il loro
potere dal palazzo episcopale previo giuramento di una breve. Il parlamento ed il senato
si riuniscono in S. Lorenzo.
I Consoli, che detenevano il potere esecutivo, erano inizialmente eletti ogni quattro anni
ma poi annualmente e, dopo un primo periodo in cui le cariche erano unificate, si divisero
in Consoli del Comune (governatori politici e militari) e Consoli dei Placiti
(amministratori di giustizia). Il potere deliberativo era prerogativa del parlamento della
Compagna o delle Compagne riunite; in questoccasione il Vescovo assisteva alle
discussioni.
Per evitare laccentrarsi del potere in mano a poche famiglie, nel 1122 si ridusse la
durata del consolato da quattro anni ad un anno e nel 1130 si aumentò il numero dei
Consoli e vi fu una separazione netta tra le varie cariche che assumevano. Nel 1122 si
delegò lamministrazione finanziaria ad otto Clavigeri (in possesso delle chiavi
dellerario).
I Consoli erano eletti dal parlamento ed entravano in carica il 2 di febbraio. Una volta
terminata la carica, dopo aver giustificato le loro scelte a chi li aveva eletti entravano
nel Consilium o Senato, al fianco daltri cittadini illustri. Il Consilium doveva
approvare le dichiarazioni di guerra, le nuove tasse e le cessioni in pegno delle
proprietà del Comune.
L'unicità dell'istituzione non comporta però una stabilità politico sociale per Genova,
le lotte tra famiglie o alleanze di famiglie sono una costante nella storia cittadina.
Fondamentalmente lo stato genovese può essere definito un'oligarchia ma atipica. La
nobiltà necessaria a far parte della cerchia di chi governa è acquisibile. L'intreccio
tra pubblico e privato che caratterizza Genova diventa manifesto con le compere, una sorta
di indebitamento dello stato con le famiglie genovesi mediante l'appalto degli introiti
statali. Ciò porterà alla nascita del Banco di S. Giorgio, molto più di una semplice
banca, quasi uno stato sia per poteri economici che politici. Un altro esempio di
intreccio pubblico privato sono le maone, una sorta di società per azioni con poteri
politici su territori "coloniali".
Intorno al 950 inizia una catena di mutamenti amministrativi che trasforma Genova in un
elemento catalizzatore per l'area ligure. Il susseguirsi di vari eventi porta la città ad
essere il centro di una sorta di Stato già intorno al 1200.
Sul finire del 900 prima Berengario II e poi il figlio Adalberto concedono alcuni
privilegi a Genova mediante una sorta di "diploma di riconoscimento delle
consuetudini genovesi".
Consuetudini genovesi:
I Marchesi potevano presiedere il placito solo per quindici giorni, giudicando secondo il
diritto locale e non dovevano esigere dai coloni dei genovesi il fodro marchionale,
lalbergaria o altro tributo.
In caso di controversia sulla proprietà era sufficiente che il proprietario genovese
facesse giurare a quattro testi che la carta era autentica ed inoltre era fissato il
diritto di usucapione dopo il periodo di 30 anni.
I concessionari potevano rinviare il pagamento annuale per dieci anni, purché poi
versassero lintera somma.
Non era più necessaria lautorizzazione di parenti per lalienazione compiute
da donne di legge longobarda.
Gli stranieri residenti in città erano obbligati a prestare servizio militare in caso di
guerra.
I Genovesi, per assicurarsi un corridoio sicuro che consentisse loro di scavalcare i
valichi appenninici al riparo delle angherie dei signori feudali e dei briganti, si
espansero oltregiogo.
Invadendo lalta Val Polcevera giunsero ai confini del dominio adalbertino dei
Marchesi di Massa e Parodi (castello di Gavi) che ostacolavano i principali valichi
dellAppennino.
Nel 1121 con un forte esercito valicarono il Giogo e presero Schiappino, Mondrasso, Pietra
Bisciara e il castello di Fiaccone e lanno dopo comprarono dal Marchese Alberto di
Gavi il castello di Voltaggio e i suoi redditi (per 400 lire).
Nel 1128 lesercito prese Montaldo poi donato al Comune e a Tortona nellagosto
1144. Nel 1130 il Marchese è costretto a giurare la Compagna ma solo nel 1191 vendette il
castello di Gavi aprendo così a Genova una doppia via con lentroterra (verso
Tortona e verso Alessandria).
Nellottobre 1130 Genova strinse un trattato dalleanza con Pavia rinnovandolo
poi per 20 anni nel 1140. Nel gennaio 1135 Novi cedette metà del suo castello alla chiesa
di S. Lorenzo e metà alla chiesa di S. Siro a Pavia e promise aiuto a Genovesi e Pavesi
nella loro guerra contro Tortona.
Lo stesso anno il Marchese Aleramo di Ponzone con il figlio presero la cittadinanza
genovese e giurarono la Compagna cedendo i propri castelli al Comune. Nel 1152 Genova
acquistò Lerici per 39 lire.
A ponente cercarono di avere la sottomissione di S. Remo e dei Marchesi Del Vasto per
prendere Ventimiglia ed avere così una via di terra sicura per la Provenza. Già nel 1120
i Consoli operarono in zona come pacieri durante le dispute tra Vescovo e Savonesi per i
privilegi che questi deteneva in quelle terre.
Genova avanzò fino a S. Remo e fece al Conte di Ventimiglia guerra aperta nel 1130, tanto
che i suoi figli, fatti prigionieri, furono costretti a giurare la Compagna e si innalzò
allinterno di S. Remo una fortezza.
Nel 1138 Genova rinnova le sue alleanze ed i suoi privilegi con le città provenzali di
Antibes e Marsiglia e con i signori di Hyères, di Fos e di Narbona.
Nel 1140 vi fu un accordo con i savonesi Marchesi Del Vasto per avere aiuto militare nelle
conquiste delle terre dOberto, Conte di Ventimiglia. Con un numeroso esercito via
mare e terra espugnarono la città, sottomisero i castelli e fecero giurare fedeltà a
tutti. Innalzarono un castello in città per dominare la popolazione.
Il Conte Oberto resistette 6 anni ma poi nellagosto 1146 dovette giurare la
Compagna, cedere i feudi (tra cui il castello di Poggio Pino) a Genova per riceverne da
questa linvestitura (prassi ormai consolidata) e, fatto nuovo, impegnarsi a sposare
i propri figli in famiglie genovesi.
Nel 1141 il Comune comprò il castello dAmelio da Struccio e dai suoi fratelli e poi
nel capitolo di S. Lorenzo, di fronte al Consiglio, lo infeudarono ai medesimi venditori.
Nel gennaio 1153 i Savonesi giurarono fedeltà alla Repubblica e si piegarono alle sue
condizioni: ogni nave proveniente dalla Sardegna o da Barcellona doveva prima passare per
Genova.
Lanno seguente il Marchese Enrico di Loreto, signore di Savona, giurò la Compagna e
la pace con Noli ma nonostante questo suo gesto riprese le ostilità e quindi i Consoli lo
richiamarono a Genova. Occupò in agosto il castello di Noli; essendo inverno, e non
potendo armare la flotta per assalire il castello, lesercito genovese passò via
terra devastando i possedimenti del Marchese.
Nel 1155, mentre a Genova si procedeva alla costruzione della cinta muraria, fecero
giurare la Compagna ai Marchesi del Carretto.
Due mesi dopo gli accordi stipulati con lImperatore Federico Barbarossa, messi
imperiali incitarono alla rivolta Ventimiglia che occupò e distrusse il castello della
città. Genova protestò con lImperatore ed espugnò la città.
Nel 1157 Guido Guerra, Conte di Ventimiglia, si piegò completamente e donò al capitolo
di S. Lorenzo tutti i suoi castelli ricevendone la reinvestitura dai Consoli.
Dato che lespansionismo territoriale in Liguria aveva aumentato la popolazione,
divenne sempre più essenziale il commercio di cereale (di cui la Liguria era scarsa
produttrice) con la Provenza e la Sardegna.
Già nel 1109 avevano ottenuto il monopolio commerciale di Saint-Gilles da Raimondo di
Tolosa; nel luglio 1138 Genova stipulò alcuni trattati, con cui salvaguardava in modo
particolare il Re del Marocco, con gli abitanti di Fos, Hyères, Marsiglia, Frèjus e con
Raimondo dAntibo.
Nel 1140 armarono due galee per contrastare due galee dei Gaetani che, approfittando delle
ostilità tra il Comune e Ventimiglia, cercavano di penetrare in Provenza. Le trovarono
presso Argentera (Linguadoca) e ne catturarono una in battaglia.
Nel 1143 quattro galee occuparono Montpelier e lo restituirono a Guglielmo VI, fratello di
Raimondo III Conte di Provenza e Barcellona, ottenendone in cambio 1.000 marche
dargento, il fondaco di Bruno di Tolosa e lesenzione dalle imposte. Il Console
Lanfranco Pevere stipulò un contratto secondo cui Genova e Pisa lo avrebbero soccorso nel
recuperare ciò che il Conte Alfonso I, suo nipote, e gli uomini di Saint-Gilles avevano
illegalmente. Il 3 settembre fu conclusa la pace tra il Conte Alfonso di Tolosa e gli
abitanti di Saint-Gilles.
Già lanno successivo vi furono fortissimi attriti con il Conte Guglielmo VI per via
dei suoi frequenti assalti alle navi genovesi; venne armata una galea per la Provenza. Il
Conte morì combattendo contro i Genovesi ma poiché le piraterie non cessarono venne
inviata una nuova galea. Questa catturò una saetta dei pirati e fece accecare tutta la
ciurma come monito.
Nel novembre 1153, su mandato dei Consoli, Enrico Guercio vendette a Raimondo Berengario
IV, Conte di Barcellona e Principe dAragona, i possedimenti Genovesi in Tortosa.
Sicilia Nel 1117 i Genovesi ottennero lesenzione dalle imposte e il diritto di
erigere un consolato a Messina. Durante la guerra con Pisa invasero tutta la città ma Re
Ruggero costrinse a restituire il bottino.
Nel 1147 vennero catturati da Ruggero di Sicilia dei Genovesi e in patria si fece divieto
di creare società (rassa) contro chi si riteneva fosse responsabile: Filippo di Lamberto
Guezo, che venne privato dogni diritto politico a metà giugno del 1148. Siro II e i
Consoli obbligarono al contempo gli uomini della rassa a pagare una penale di 150 lire e
ad impegnarsi a non nuocere in alcun modo a Filippo di Lamberto. Le ostilità proseguirono
fino al 1162.
Nel 1156, nonostante la chiara intenzione del Barbarossa di utilizzare la flotta di Genova
contro i Normanni, Guglielmo Vento e Ansaldo Doria sottoscrissero con Guglielmo I, Re di
Sicilia, un accordo con privilegi contributivi e l'esclusiva del mercato a danno dei
mercanti Provenzali.
Tornati a Genova fu assicurata la salvaguardia di persone e proprietà siciliane sul
nostro territorio.
Nel 1142 vennero inviati a Giovanni II Comneno ad Antiochia gli ambasciatori Oberto Torre
e Guglielmo Barca per ottenere da Costantinopoli gli stessi benefici di Pisa e Venezia. La
morte dellImperatore fece fallire la missione.
Nel 1144 vennero inviati ambasciatori a Papa Lucio II per svincolarsi dallobbligo di
versare una libbra doro allanno per i diritti in Corsica e per aver conferma
dei loro diritti in Siria. Quello stesso anno Raimondo I, Conte di Tripoli e Principe
dAntiochia, confermò le donazioni effettuate nel 1127 da Boemondo II.
Nel gennaio 1147 furono confermati dal Comune agli eredi dellEmbriaco i possessi, di
cui erano stati investiti per venti anni nel 1125, dAntiochia, Gibelletto, Laodicea
e Solino. Nel gennaio 1154 Guglielmo Embriaco venne formalmente investito del feudo di
Gibelletto e dei possessi in Laodicea per ventinove anni (per 100 lire e 90 bisanti
annuali) mentre Ugo e Nicola Embriaco ricevettero per ventinove anni i possessi
dAcri (per 150 lire annue) e dAntiochia (per 80 bisanti annui). Gli affitti
furono irrisori considerando che nel porto di Acri non era infrequente veder ancorate
anche 80 navi contemporaneamente.
Nel 1155 il Comune dovette inviare presso la Santa Sede il canonico di S. Lorenzo Manfredo
per chiedere il rispetto delle concessioni da parte di Baldovino III, Re di Gerusalemme,
di Raimondo II, Principe dAntiochia, e del provenzale Bernardo Ottone. Il Papa
invitò tutte le parti chiamate in causa a rispettare gli accordi con Genova sotto la
minaccia di scomunica.
Il 12 ottobre 1155 in S. Lorenzo si poté sottoscrivere un accordo con il Metropolita
Demetrio, legato dellImperatore di Costantinopoli Emanuele Comneno Porfirogenito.
LImperatore concesse una contrada, un fondaco, la chiesa di S. Croce a
Costantinopoli, una banchina, la riduzione del dazio (dal 10% al 4%) in tutto
limpero e un dono annuo al Comune (500 ipèrperi) ed allArcivescovo (60
ipèrperi e due palli) in cambio della rinuncia ad ogni impresa contro Bisanzio.
Nel 1157 inoltre vennero inviati, al fine di garantire i privilegi di Genova
allestero, Guido di Lodi (presso la S. Sede), Gionata Crispo (in Oriente e Sicilia),
Amico Di Murta (a Costantinopoli). Da
Costantinopoli si esigeva il rispetto dei patti firmati nel 1155 che promettevano un
embolo ed uno scalo.
Già da prima del 1153 i Genovesi ebbero un fondaco ad Alessandria (ed il suo movimento
daffari eguagliava quello di tutta la Terrasanta) giusto allo sbocco delle vie
commerciali con lOriente e linterno dellAfrica.
Nel 1154 nove galee marocchine (con cui Genova aveva un trattato di pace) saccheggiarono
in Sardegna una nave genovese di ritorno da Alessandria ma, scoperta lorigine della
nave, fu consegnata al giudice di Cagliari affinché fosse riconsegnata a Genova con le
loro scuse.
Nel 1188 Genova espugnò Tolemaide ed ottenne privilegi a Tiro (1194) ed in altre parti
della Siria.
Con lespanzionisto lungo la costa si amplia anche la città, e ad aprile 1152, per
ragioni di salute pubblica, i Consoli decretarono la chiusura dei 52 macelli operanti fino
a quel momento e aprirono per la macellazioni due spazi aperti di proprietà comunale (uno
in Soziglia ed uno al Molo) e si riconobbero su di essi i diritti viscontili.
Dopo lincendio del 1122 che devastò la periferia cittadina (Brolium) e quello
devastante del 1141 la città si organizzò e quando il 25 dicembre 1154 scoppiò un
incendio nella zona di Prè lo si arginò rapidamente.
Una legge del 1143 impedì alla moglie di possedere più della terza parte dei beni del
marito ("jus tertiae") ma si dovette accontentare di una somma fissa "come
da consuetudine".
La cassa del Comune, per limpresa di Tortosa, aveva un forte disavanzo. La metà del
debito era stato contratto con banchieri piacentini che fino al 1154 dovettero forzare la
mano al Comune per rientrare delle loro 6.000 lire.
Si dovette procedere alla vendita dei beni e delle entrate del Comune comera
consuetudine, tanto che nel 1144 i Consoli avevano ceduto la riscossione dei dazi sul lino
ad una società di cui facevano parte.
A febbraio 1149 si dovette procedere alla vendita, per 1.300 lire, del profitto di alcuni
dazi (pesi, misure, rive, scoli e il monopolio del sale) per quindici anni al fine di
compensare il debito pubblico. A fine 1149 vendettero per ventinove anni ad un consorzio
di cui faceva parte anche il Console Caffaro, lappalto per la riscossione delle
tasse portuali e i proventi dei pedaggi di Voltaggio. Nel gennaio 1150 vendettero per
ventinove anni a Guglielmo Vento lappalto dei banchi di cambio per 400 lire.
Nel dicembre 1150 i Consoli allogarono per ventinove anni le spettanze del Comune in
Tortosa per 300 lire annuali. Cedettero ai canonici di S. Lorenzo, che già ne possedevano
i 2/3, la restante parte dellisola di Tortosa e 1/2 di ciò che in quellisola
ricevevano dal Conte di Barcellona.
Nel gennaio 1152 quasi unanimi cedettero a Guglielmo Piccamiglio per venti anni il
monopolio del sale ricevendo dai soci della compera 800 lire; vendettero per due anni il
castello ed il pedaggio di Rivarolo a Grifo e Lamberto Guercio.
Nel gennaio 1154 gli Embriaco acquistarono linvestitura di Gibelletto e dei
possedimenti genovesi di Laodicea, Acri e Antiochia; concessero a Baldassare Fornaro il
castello di Fiaccone per ventinove anni e cedettero al Conte Raimondo Berengario IV la
parte di Tortosa del Comune per 11.640 marabotini che non vennero versati.
Nel febbraio 1154 i Consoli eletti, vista la disastrosa situazione, rifiutarono la carica
ma poi laccettarono su pressione dellArcivescovo Siro II. Fabbricarono nuove
galee, poiché ve nera penuria, e risolsero le 15.000 lire di debito pubblico entro
la fine del loro consolato pacificando al contempo i loro concittadini.
Nel 1155 i Consoli impedirono per il futuro la vendita e lobbligazione di redditi
del Comune per più di un anno e che le vendite o le obbligazioni di quei redditi non
durassero oltre al consolato di chi le aveva consentite. Quindi riscattarono tutti i
principali redditi.
Per attirare molti nobili lombardi e romani concessero a partire dal 1150, e più
frequentemente nella seconda metà del secolo, libertà di commercio in imprese marine
fino ad una certa somma. Molti giurarono fedeltà al Comune.
GENOVA TRA LANNO 1000 ED IL 1100
Nel 1107 Torchitorio di Lacono (detto Mariano), cacciato dal suo giudicato di Cagliari,
chiese laiuto dei Genovesi per riprenderlo. 6 galee al comando del Console Ottone
Fornaro espugnarono Cagliari e reintegrarono Mariano nella sua carica ottenendone 6 ville
per la chiesa di S. Lorenzo
Intorno al 1015 i saraceni sbarcano in Sardegna per poi puntare sulle coste settentrionali
del Tirreno. Nel 1016 Papa Benedetto VII promette la signoria sull'isola al suo
liberatore.
Pisa e Genova, su pressione del Marchese Adalberto II e del Vescovo Giovanni II
congiunsero le flotte sotto la guida degli Obertenghi. La collaborazione tra le due città
prosegue negli anni con alcune spedizioni in terra d'Africa volte a debellare la piaga
della pirateria saracena.
Con la partecipazione delle milizie cittadine guidate dai Vescovi, cacciarono da
Lunigiana, Corsica e Sardegna la flotta saracena. Le flotte nel giugno 1016 sconfissero i
Saraceni nei pressi della Sardegna catturando la famiglia del loro sovrano. Lanno
successivo terminò la liberazione della Sardegna dai Saraceni che tornò allo statu ante
quo mentre gli Obertenghi ed alcuni loro vassalli iniziarono una lenta penetrazione
politica ed amministrativa in Corsica. Genovesi e Pisani acquistarono così il predominio
del Mediterraneo e portarono il conflitto fino alle coste islamiche della Spagna, Sicilia,
e Ifrìqiya.
Nel 1052 si registra la composizione dei dissidi tra l'autorità vescovile (residente
nell'area di S. Lorenzo) e l'autorità dei Visconti (area di S. Siro). Cresce il potere
del Vescovo a discapito dei Visconti.
Mentre per il resto della penisola, l'evoluzione verso lo stato indipendente porta alla
nascita di nazioni attorno ad una figura forte, principalmente ereditaria o anche
elettiva, a Genova la situazione di stato unitario è di sola facciata.
Nel 1061, su invito di Papa Benedetto VIII, Genova e Pisa, sconfissero definitivamente in
Sardegna il Re saraceno Mugìâhid ibn abd Allah al Amiri catturandolo in combattimento.
Nel 1063 i rapporti commerciali con la Siria e la Terrasanta erano completamente
ristabiliti. A Genova venne creata addirittura una stazione dimbarco per la
Terrasanta.
Il commercio e la pirateria in questo periodo erano talmente proficui da permettere di
aumentare il capitale investito del 200% lanno.
Tra il 1060 ed il 1080 vennero stipulati una serie di accordi commerciali con gli
Hammadidi e con gli Ziryti (succeduti si Fatimiti).
Nel 1070 i Pisani occupano parte della Corsica già dominio genovese dando origine ad un
ininterrotto stato di tensione che durerà anni.
Nel 1087 Amalfi, Gaeta, Genova, Pisa e Salerno, su invito di Papa Vittore III, occuparono
molte zone dellAfrica rendendo i Re di Tripoli e Tunisi tributari della Santa Sede.
Con 300 navi e 30.000 uomini occuparono Pantelleria; la flotta araba non uscì dal porto
perché indebolita dalle sconfitte inflittegli da Ruggero dAltavilla. L8
agosto 1088 (S. Sisto) sbarcarono a Zawila, ruppero le catene di sbarramento al porto,
devastarono la città e le navi ed occuparono la penisola di Mehedia. Thamim, sultano
ziryta di Mehedia, per ottenere la pace dovette pagare mezzo milione di lire, liberare i
prigionieri e concedere lesenzione dai dazi a Genovesi e Pisani. In ricordo della
cattura della città venne edificata sulla marina di Prè una chiesa dedicata a S. Sisto.
LA NASCITA DELLA POTENZA MERCANTILE GENOVESE: LA FLOTTA
Inizialmente furono costruite da un singolo maestro dascia con un singolo
committente che se ne assumeva le spese (tra cui la tassa per il varo) ed un singolo
padrone che larmava e la governava; solo in seguito per galee da guerra e grandi
navi si creò un arsenale: la Darsena (Daar Senaah "casa di lavoro").
Rimase un unico maestro dascia anche se ne coordinava molti altri specialisti in
vari settori della nave. Il committente divenne una società in partecipazione, il numero
di partecipanti iniziali che sostenevano le spese determinavano il numero di parti di cui
era composta la nave. Gli armatori si trasformarono anchessi in società ma i loca
in cui venivano divise le spese darmamento equivalevano alle spese per un singolo
marinaio (vitto e paga), perciò era frequente che alcuni marinai diventassero armatori di
se stessi. I rematori erano liberi e soldati reclutati ad podisias cioè in base alle
liste di leva obbligatorie e ricevevano, come tutto lequipaggio una partecipazione
agli utili.
La città per le imprese militari dinteresse comune non manteneva alcuna flotta
militare ma ricorreva a quella commerciale dei privati. Ogni nave, poiché vi era un
fenomeno endemico di pirateria, era da guerra oltre che commerciale. In caso di
mobilitazione il Comune dichiarava il Devetum, in pratica la proibizione di intraprendere
commerci marittimi, e quindi requisiva le navi necessarie. Per tali motivi la flotta era
spesso poco affiatata ed inoltre gli uomini sottratti alle attività produttive potevano
essere impiegati solo per tempi limitati pena la paralisi economica.
Le navi corsare, che ebbero una parte di predominante importanza nelle guerre di Genova,
erano allestite e dirette da privati per specifici fini militari e di saccheggio. Il
Comune le incoraggiò, senza finanziarle, pur imponendo loro una cauzione onde evitare che
assalissero navi alleate. A loro spettava tutto il bottino tranne i prigionieri e la nave.
Le navi in genere erano o snelle a remi e quindi da guerra oppure larghe e a vela. Queste
ultime erano più indifese ma potevano portare il carico quattro volte maggiore pur
costando tre volte meno di una galea per questo furono preferite su rotte tranquille dove
si muovevano scortate ed in convogli (carovane). 250 persone dequipaggio ed in
genere ogni Compagna armava le sue.
Queste sono le principali imbarcazioni Genovesi del periodo:
Nave: a vela dotata di tre ponti con tre castelli alti non meno di sette metri. Erano vere
fortezze galleggianti che potevano anche raggiungere le 200 tonnellate.
Uscere: nave per il trasporto dei cavalli munita dampi portelli sui fianchi. Furono
molto costruite in occasione della Crociata di S. Luigi.
Gàrabo: nave a vela detta caracca ed infine caravella.
Goletta: veliero piccolo con bompresso, due alberi e vele quadrate.
Gatto: bastimento a remi; dotato di castelli coperti in cui si proteggevano i soldati.
Calandra: nave tondeggiante a vela per il trasporto di cavalli e milizie simile alla
bizantina Chelandra.
Abbiamo inoltre il buco ed il cursore.
Queste invece furono le macchine da guerra navali e di fanteria usate dai Genovesi agli
inizi dellanno mille:
Gli Speroni : alberi navali usati come speroni laterali; Su modello degli speroni navali a
terra era usato il gatto che serviva ad abbattere le mura a colpi. Allestremità
aveva una forma a testa di gatto. Era di legno non combustibile e rivestito di cuoio.
Dentro aveva una trave dove si metteva un ferro uncinato (Falce) che quando era piegato
estraeva le pietre dal muro oppure rivestivano la testa di ferro (Bolcione o Montone) in
modo da sfondare le mura.
Il Fuoco greco: Vasi di terra, contenenti zolfo, carbone e salnitro, da lanciare a mano
contro gli avversari.
Le comuni Pietre con il lancio a distanza con catapulte, balestre, pietrere.
I Liquidi bollenti come olio, pece, calce viva, sapone liquido (per far scivolare gli
avversari).
I Castelli mobili sia specificatamente terrestri ma su modello del castello navale.
GENOVA E LA PRIMA CROCIATA
albori del secondo millenio, per i ricchi europei, cristiani cattolici, il massimo delle
aspirazioni era raggiungere la Terra Santa, profanata dai fanatici seguaci di Maometto.
Nessun porto, allora, era più indicato di quello genovese per organizzare viaggi verso
quei lidi. Sappiamo, grazie al Caffaro, l'unico reporter genovese dell'epoca, che esisteva
una nave destinata a queste particolari crociere che si chiamava "Pomella", e
che si suppone fosse di proprietà degli Embriaci, in quel periodo famiglia più
importante e ricca della città. La nave partiva da Genova nei primi giorni di Aprile e ci
metteva alcuni mesi per raggiungere Giaffa, dove sostava, in attesa dei pellegrini, fino
al primo Settembre, quando ripartiva per il capoluogo ligure. Il luogo che ospitava questi
pellegrini prima della partenza o all'arrivo era la "Commenda" di Prè.
Proprio in quegli anni, Genova cominciava a far valere un acceso antagonismo marittimo con
Pisa, che nel Medio Evo era molto più grande di Genova. Tutte e due le città possedevano
una flotta ed entrambe avevano sopportato l'onta del saccheggio saraceno. Così, pur
odiandosi nell'ombra, si allearono per combattere la minaccia islamica e in un'epica
battaglia, nei pressi di Luni, annientarono la flotta islamica, costringendo il loro capo
Mugahid, a fuggire in Sardegna, dove fu raggiunto dalle navi alleate. Gli uomini appena
sbarcati si diedero al saccheggio della città di Cagliari. Molto probabilmente, il
bottino più grosso lo fece l'Embriaco, nonno del celebre Guglielmo che incontreremo più
avanti, al comando della flotta genovese, che riportò questo tesoro in città per
costruire quella che ancora oggi è la Cattedrale: San Lorenzo. Ma questo non accadde
subito, forse per colpa di qualche malinteso tra l'Embriaco e il clero, e con quell'oro
venne costruita un'altra chiesa, ancor oggi famosa: l'Abbazia di San Siro.
Il punto di svolta per Genova è rappresentato dalla Ia Crociata. Il Papa Urbano II perora
la causa della liberazione di Gerusalemme. S. Siro è la sede della
"propaganda".
Qualche anno prima del 1100, Genova era una città molto povera, che riusciva a stento a
mantenere i suoi traffici marittimi e con la popolazione ai limiti della sopravvivenza. Ma
in una calda giornata dell'estate 1097, le sorti di Genova cominciano ad essere meno
grame: è l'inizio di "Genova nei secoli d'oro".
Nel 1095 Urbano II nei concili di Piacenza e Clermont bandì una Crociata per liberare la
Terrasanta dai Turchi. A Genova vennero Ugo di Chateaunef dIsère Vescovo di
Grenoble e Guglielmo I Vescovo dOrange a lessero nella piazza di S. Siro ai
Genovesi, molti dei quali reduci da Tortosa, la lettera pontificia.
Fu, infatti, nel Luglio di quell'anno che la "Compagna" chiamò a raccolta tutti
i genovesi presenti nel borgo. Erano arrivati due Vescovi francesi, inviati dal Papa
Urbano II, che chiedevano l'aiuto, con l'invio di viveri e volontari, per l'armata dei
crociati che versava in gravi difficoltà in Terra Santa. La fame rischiava di decimare
l'esercito più delle battaglie. Si dovevano raccogliere provviste alimentari e servivano
marinai e vogatori, tutti volontari e non remunerati. Guglielmo Embriaco, console del
"Castrum", forse il più autorevole cittadino dell'epoca, chiese ai presenti di
giurare fedeltà all'impegno e tutti furono felici di farlo. Si riuscì in poco tempo ad
organizzare la prima spedizione e i Vescovi tornarono in Francia, felici dell'accordo,
dando appuntamento ai genovesi al porto di San Simeone, vicino ad Antiochia.
In poche settimane si riuscì a riempire una salanda, l'imbarcazione da carico di quei
tempi, di derrate alimentari. La gente si privava di qualsiasi bene e lo portava al
Mandraccio per essere caricato sulla nave che doveva partire per la Terra Santa. I
magazzini (fondaci) di Sottoripa erano stracolmi di merce pronta per essere stivata.
Quando tutto fu preparato, il 24 Luglio 1097, la flotta, composta da dodici galee e dalla
nave da carico, salpò verso la Terra Santa. I marinai genovesi erano circa quattromila,
cioè tutti gli uomini abili disponibili della repubblica. La nave ammiraglia era la
"Grifona", comandata da Guglielmo Embriaco.
Lesercito crociato prese Nicea il 21 ottobre 1097, e poi Antiocheta, Tasso e
Mamistra. Baldovino, Conte di Fiandra, prese Edessa e si stanziò in quei territori. I
crociati restanti proseguirono fino ad Antiochia che fu assediata in ottobre.
Il viaggio cominciava costeggiando le rive tirreniche per attendere l'arrivo delle altre
flotte delle Repubbliche Marinare, cioè Pisa e Amalfi, ma chissà per quali motivi sia i
pisani che gli amalfitani non si aggregarono, lasciando i genovesi da soli. Anche i
veneziani, contattati dai Vescovi francesi, trovarono qualche scusa e rinunciarono a dare
il loro aiuto ai crociati.
Così, i genovesi cominciarono in perfetta solitudine quell'avventura ed arrivarono nel
porto di San Simeone, nel Novembre del 1097. Qui furono festeggiati dal contingente
rimasto sulla costa e, subito, furono inviati dei messaggeri per informare le truppe
crociate che stavano assediando Antiochia. Questi saputa la notizia dell'arrivo dei viveri
abbandonarono gli accampamenti e, di conseguenza, l'assedio, per raggiungere la nave
genovese. Molti turchi riuscirono a fuggire da Antiochia, nascondendosi nella città di
Solino. L'Embriaco per agevolare il trasporto dei viveri verso Antiochia, dispose una
colonna di 600 uomini che dovevano portare i sacchetti con gli alimenti. Purtroppo, per
giungere ad Antiochia, dovevano passare da Solino, dove furono attaccati dai turchi e
barbarmente massacrati.
Quando la notizia giunse nel porto dove la flotta genovese aveva attraccato, i compagni
dei martiri partirono inferociti verso la città dove era avvenuto l'agguato. Era talmente
grande la rabbia che dopo aver violato le mura, i genovesi, abbatterono a calci e pugni le
porte e trucidarono selvaggiamente tutti i turchi. Qualche anno dopo Solino sarà donata
come colonia ai genovesi.
Un mese dopo i Genovesi sbarcarono ed espugnarono S. Simeone (10 miglia da Antiochia, alle
foci dellOronte). Su pressione di Boemondo dAltavilla inviarono 600 dei loro
migliori uomini ad Antiochia ma li persero contro una colonna di 1.000 Saraceni uscita
dalla città. Lasciate le navi, raggiunsero ed espugnarono Antiochia il 3 giugno 1098 per
il tradimento di Emir Feir che consegnò a Boemondo di Taranto la torre da lui protetta.
Una controffensiva guidata da Kiwani ed Daula Kerbgha principe di Mossul e da Kilgi Arslan
sultano dIconio chiuse i crociati nella città appena espugnata. Guidati da un sogno
mistico i crociati rinvennero la lancia che trafisse il costato di Gesù e seguendola in
battaglia il 28 giugno sconfissero e cacciarono i mussulmani.
Il 14 luglio 1098 Boemondo, proclamato Principe dAntiochia, cacciò dalla città
Raimondo di Saint-Gilles e donò ai Genovesi per compensarli del loro impegno un fondaco,
un palazzo, la chiesa di S. Giovanni, 30 case, un pozzo e lesenzione dai tributi.
Questa conquista rappresenta il primo passo verso la rete coloniale alla genovese. Genova
non possiede un numeroso esercito, e non può sprecare uomini a difesa di vasti territori
lontani dalla madre patria. Lo schema quasi tipico della colonizzazione genovese è
costituito da: una via e/o una piazza, alcune case contigue, un pozzo, alcuni fondaci e
l'esenzione perpetua da tasse e gabelle. L'intenzione sembrerebbe quella di creare un'area
commerciale di piccole dimensioni, facilmente difendibile, gestibile autonomamente dal
resto del territorio e non gravata da imposte straniere.
Rientrando in patria fecero scalo a Patara entrarono in Mira (città licia, Asia Minore),
simpadronirono di un urna contenente le ceneri di S. Giovanni Battista, patrono
della città e del Sacro Catino, e le trasportarono a Genova dove risiedono tuttora nel
Duomo. Nello stesso periodo i Portofinesi acquistarono le reliquie di S. Giorgio fino a
quel momento sepolte a Nicomedia. Le collocarono in una cappella collocata su uno scoglio.
GENOVA E LA SECONDA E TERZA CROCIATA
Come abbiamo visto, nella prima crociata, la figura più importante tra i genovesi
dell'epoca era Guglielmo Embriaco, console del "Castrum". Fu lui a promuovere le
prime spedizioni in Terra Santa a sostegno dei Crociati e, grazie alle sue conoscenze in
alto loco, primo fra tutti Goffredo da Buglione, permise alla città di Genova di divenire
la prima potenza commerciale nel Mediterraneo. Tramite concessioni imperiali e colonie
donate per i servigi offerti, Genova iniziava ad essere conosciuta in tutto il mondo.
Infatti, nel 1102, anno di costituzione del "Comune" (con Guglielmo primo
Console Communis), la città era un cantiere in fermento: venivano costruite nuove
abitazioni, edificate chiese e il porto che solo quattro anni prima languiva
nell'incertezza del futuro era costretto ad allargare i moli spostandosi sempre più a
ponente.
Anche l'Embriaco decise di migliorare la propria casa, innalzando la Torre per farla
diventare la più alta della città. Ma Guglielmo aveva molte risorse e non si faceva
apprezzare soltanto per la sua bravura politica e marinaresca. Le sue capacità spaziavano
anche nell'arte militare e due sue invenzioni fecero la fortuna di molti comandanti
crociati. Si presume che sia stato lui a migliorare una delle armi più temibili del Medio
Evo: la balestra. Difatti, celebri erano i "balestrieri del Mandraccio" che
venivano richiesti sia nelle battaglie a terra che in quelle navali. Di sicuro è sua
l'invenzione della "Torre mobile", un'alta costruzione in legno rivestita di
cuoio, che veniva avvicinata alle mura delle città assediate, per permettere ai
balestrieri nascosti al suo interno di scaricare le frecce delle balestre verso il nemico
asseragliato. Quest'arma segreta fu determinante per la conquista di Gerusalemme.
Siccome, si stavano progettando altre spedizioni in Terra Santa, l'Embriaco, dimostrando,
anche le sue grandi capacità diplomatiche e persuasive, riuscì a convincere anche i
cittadini rivieraschi ad offrirsi volontari per queste avventure. Ci riuscì, grazie al
Vescovo Airaldo, aumentando di circa tremila uomini la sua flotta. La maggior parte di
questi furono impiegati come vogatori, il lavoro più duro sulla nave, ma molti furono
ripagati di questi sacrifici perchè ad essi furono concesse le terre che i musulmani
abbandonavano all'avanzare dei Crociati.
Nel 1099 solo 2 galee furono inviate a Cesarea. Il 7 giugno 1099 i Crociati francesi
iniziarono lassedio di Gerusalemme con soli 20.000 fanti e 1.500 cavalieri. I
Genovesi, guidati da Guglielmo Embriaco detto "Testa di maglio" e da Primo di
Castello, giunsero di rinforzo e con nuovo slancio, nonostante la minaccia delle navi
saracene ancorate ad Ascalona, vennero costruite 2 torri dassedio con il legname
delle navi. Gerusalemme fu espugnata il 15 luglio grazie ad un ariete con cui i Turchi
cercavano di allontanare una torre mobile genovese. I Genovesi lo usarono come ponte ed
assaltarono le mura. Goffredo di Buglione divenne "Difensore del S. Sepolcro".
Espugnata Gerusalemme giunse lemiro Efdhal ed Djoujousch, visir di Mostalì e
califfo dEgitto con un grande esercito sconfitto dai cristiani nella piana di Er
Ramlèh.
Poiché furono i primi nel 1097 a soccorrere i Francesi, seguiti ad operazioni concluse da
Veneziani e Pisani, e per laiuto nella conquista di Gerusalemme, Antiochia,
Laodicea, Cesarea, Arzuf e per aver espugnato Accaron, Solino e Gibello ebbero in dono una
contrada in Gerusalemme, una in Giaffa ed 1/3 di Cesarea, di Arzuf e di Accaron.
Tornarono a Genova la vigilia di natale 1099 con una richiesta di rinforzi dalla
Terrasanta.
Uno dei momenti più importanti della storia medievale fu la conquista di Gerusalemme.
All'alba del 15 Luglio 1099, la torre mobile ideata da Guglielmo Embriaco fu avvicinata
alle mura; i soldati musulmani, i temibili Mamluk (da qui il termine
"mamelucchi", dispregiativo usato ancor oggi dai genovesi) cominciarono a
scagliare frecce incendiarie contro le pareti di cuoio della torre, concentrandosi quasi
tutti contro di essa. I balestrieri genovesi al coperto nella torre iniziarono a lanciare
le loro frecce sterminando gli avversari. Quando i mamluk furono tutti uccisi, l'Embriaco
sventolò il vessillo col Grifone, segnalando a Goffredo di Buglione il via libera.
Questi, con i suoi uomini, salì le scale appoggiate alle mura e penetrato nella città
fece abbassare il ponte levatoio, mettendo per primo il piede a Gerusalemme, finalmente
conquistata.
Una seconda spedizione guidata da Guglielmo Embriaco approda a Giaffa dove vengono
smantellate le navi per evitarne la cattura da parte nemica. Il legno ricavato viene
trasportato fino a Gerusalemme, dove viene riutilizzato per la costruzione di una torre
d'assedio. Proprio il manufatto ed il valore dei genovesi portano alla liberazione della
Città Santa (15 luglio 1099).
I primi di agosto 1100 26 galee e 4 navi con 8.000 uomini in armi partirono per
Gerusalemme per soccorrere Goffredo di Buglione. Arrivati a Laodicea nellottobre
1100 svernarono reggendo quei territori rimasti senza governo, con la morte del Duca
Goffredo di Buglione, la prigionia del Conte Boemondo dAltavilla, il ritiro di
Raimondo di Saint-Gilles verso Costantinopoli ed il rimpatrio delle 200 navi appartenenti
alla flotta veneziana.
In accordo con il Legato pontificio, il Vescovo Maurizio, e in contrasto con il Patriarca
Damberto invitarono a colmare i vuoti politici Baldovino, Conte di Edessa, e Tancredi
dAltavilla, Principe di Tiberiade. Tancredi prese possesso del principato di
Antiochia; Baldovino con 200 cavalieri e 300 fanti accettò il regno di Gerusalemme ma
solo a patto di ottenere laiuto genovese nellespugnare due città che avrebbe
in seguito indicato.
Partì per Gerusalemme e ne divenne Re nel 1101, dopo aver sconfitto 3.000 turchi nei
pressi di Baruti (Siria).
Genova otterrà dalla cessione di quei domini vacanti che si era prestata a reggere, oltre
la riconferma della colonia di Antiochia, il possesso di un quartiere a Gerusalemme ed uno
a Giaffa e di tutte le città che avrebbe contribuito a conquistare, 1/3 di Arzuf, una
casa a Cesarea ed 1/3 di Acri e delle sue entrate e 300 bisanti ogni anno.
Dopo aver predato mentre svernavano ad Antiochia le coste tra Laodicea e Giaffa, diressero
a Gerusalemme durante la Quaresima.
Il lunedì dopo la domenica delle palme con tutta la flotta diressero a Giaffa. Dopo aver
trascorso la Pasqua a Gerusalemme, su incarico di Re Baldovino, assaltarono il 6 maggio
1101 Arzuf e lespugnarono in tre giorni.
A maggio presero Cesarea scalando le mura senza usare alcuna macchina da guerra.
Riuscirono ad espugnarla soprattutto per leroismo del Console Guglielmo Embriaco che
scalate per primo le mura incitò lesercito dallalto di una torre. Cesarea
venne saccheggiata e la popolazione risparmiata. Il bottino, tolto 1/15 per gli armatori,
ammontò a più di 20.000 lire e 16.000 libbre di pepe. Tra tanta ricchezza anche il
catino, ora conservato nella Metropolitana, in cui aveva mangiato la Pasqua Gesù.
Ritornarono a Genova nellottobre 1101.
Durante il rientro si scontrarono presso Itaca con la flotta imperiale comandata da
Landolfo. Catturarono e distrussero 7 chelandrie e con le loro 63 galee mossero verso le
restanti 63. Trovandosi in difficoltà, lAmmiraglio imperiale chiese una tregua a
Corfù e accompagnò i genovesi Lamberto Guezo e Raimondo di Rodolfo come ambasciatori
dallImperatore Alessio. Mentre erano a Corfù giunsero da Genova 8 galee, 8 gàrabi
e una grossa nave carica di armati guidate da Mauro di Piazzalunga e Pagano Della Volta.
Tale flotta diresse poi a Torcuosa e con Raimondo IV di Saint-Gilles, signore di Edessa,
lespugnò (nel marzo 1102).
Una terza spedizione in Terra Santa vede ancora protagonista Guglielmo Embriaco che con
una flotta della Repubblica di almeno 26 galee e 8000 uomini, senza contare i pellegrini,
si reca a Laodicea (1101). Terminato il pellegrinaggio a Gerusalemme, partecipa alla
conquista di Tiro e successivamente di Cesarea.
Alla morte del conte Raimondo, il nipote di Guglielmo di Giordano ed il figlio Bertrando
di Raimondo IV di Saint-Gilles chiesero ai Genovesi aiuto per espugnare Tripoli. Nel 1109
60 galee al comando di Arnaldo e Ugo, figli dellEmbriaco, partirono per
lOriente. Presero Tripoli (13 luglio 1109) e con Tancredi principe di Antiochia
Gibello. Bertrando di Saint-Gilles fu fatto Conte di Tripoli da Baldovino I di Gerusalemme
e donò ai Genovesi i restanti 2/3 di Gibelletto invece che cedere la parte di Tripoli che
aveva promesso. A Gibelletto, affianco ad Ansaldo Corso, venne lasciato Ugo Embriaco. Nel
1110 22 vengalee genovesi presero (su invito di Re Baldovino) Beirut e Mamistra e per via
delle loro imprese fu posta il 26 maggio 1105 una lapide murata nella tribuna della chiesa
del S. Sepolcro, costata 2.000 bisanti, il cui testo in oro attestava leroismo e le
concessioni fatte ai Genovesi e unaltra sopra laltare contenente
liscrizione "Praepotens Genuensium Praesidio". Avevano il possesso di
Mamistra, Salino, Gibello, Laodicea, Tortosa, Tripoli, Gibello, Beirut, S. Giovanni
dAcri, Gibelletto, Cesarea, Arzuf, Giaffa, Ascalona e più di un quartiere di
Gerusalemme. Nel 1127 Boemondo II confermò le donazioni fatte dal padre nel 1098 in
Antiochia, Solino e Laodicea. Nel 1135 Innocenzo II concesse franchigie nei regni di
Gerusalemme e Cipro. Nel 1136 12 galee nei pressi di Bugea (regno di Algeri) catturarono
una nave saracena e fecero prigioniero Bolfetto, fratello di Matarasso ed un carico di
8.500 lire ed ottennero un fondaco e il diritto di riscuotere unaliquota delle
imposte portuarie a Bugea. Il fondaco era più piccolo e unico rappresentante politico era
lo scriba; tutto si accentrava in un unico fabbricato (dogana, deposito, mercato, albergo
e chiesa). Nel 1137 22 galee andarono a caccia di 40 galee saracene capitanate da Mohammed
ibn Meimûm (Maimone), signore dAlmeria. Raggiunta Algeri e non riuscendo a
raggiungere queste navi assaltarono altre navi e saccheggiarono la costa. Nel 1142
lespansione nel Mediterraneo era tale che la Repubblica mandò ambasciatori Oberto
Torre e Guglielmo Barca alla corte di Costantinopoli ottenendone, sulla scia di Venezia e
Pisa, immediati privilegi. Nel 1104 i Genovesi con 40 galee aiutarono il conte Raimondo ad
espugnare Gibelletto (poi assegnato come feudo agli Embriaco) e, lasciato Ansaldo Corso a
presiedere la parte di città destinata a loro, aiutarono Re Baldovino ad espugnare S.
Giovanni dAcri. Ottennero per questo una via, 1/3 dei quartieri periferici, 300
bisanti annui e lesenzione dai tributi nonché il titolo viscontile per Sigibaldo,
canonico di S. Lorenzo. Alla morte del conte Raimondo, il nipote di Guglielmo di Giordano
ed il figlio Bertrando di Raimondo IV di Saint-Gilles chiesero ai Genovesi aiuto per
espugnare Tripoli. Nel 1109 60 galee al comando di Arnaldo e Ugo, figli
dellEmbriaco, partirono per lOriente. Presero Tripoli (13 luglio 1109) e con
Tancredi principe di Antiochia Gibello. Bertrando di Saint-Gilles fu fatto Conte di
Tripoli da Baldovino I di Gerusalemme e donò ai Genovesi i restanti 2/3 di Gibelletto
invece che cedere la parte di Tripoli che aveva promesso. A Gibelletto, affianco ad
Ansaldo Corso, venne lasciato Ugo Embriaco. Nel 1110 22 galee genovesi presero (su invito
di Re Baldovino) Beirut e Mamistra e per via delle loro imprese fu posta il 26 maggio 1105
una lapide murata nella tribuna della chiesa del S. Sepolcro, costata 2.000 bisanti, il
cui testo in oro attestava leroismo e le concessioni fatte ai Genovesi e
unaltra sopra laltare contenente liscrizione "Praepotens Genuensium
Praesidio". Avevano il possesso di Mamistra, Salino, Gibello, Laodicea, Tortosa,
Tripoli, Gibello, Beirut, S. Giovanni dAcri, Gibelletto, Cesarea, Arzuf, Giaffa,
Ascalona e più di un quartiere di Gerusalemme. Nel 1127 Boemondo II confermò le
donazioni fatte dal padre nel 1098 in Antiochia, Solino e Laodicea. Nel 1135 Innocenzo II
concesse franchigie nei regni di Gerusalemme e Cipro. Nel 1136 12 galee nei pressi di
Bugea (regno di Algeri) catturarono una nave saracena e fecero prigioniero Bolfetto,
fratello di Matarasso ed un carico di 8.500 lire ed ottennero un fondaco e il diritto di
riscuotere unaliquota delle imposte portuarie a Bugea. Il fondaco era più piccolo e
unico rappresentante politico era lo scriba; tutto si accentrava in un unico fabbricato
(dogana, deposito, mercato, albergo e chiesa). Nel 1137 22 galee andarono a caccia di 40
galee saracene capitanate da Mohammed ibn Meimûm (Maimone), signore dAlmeria.
Raggiunta Algeri e non riuscendo a raggiungere queste navi assaltarono altre navi e
saccheggiarono la costa. Nel 1142 lespansione nel Mediterraneo era tale che la
Repubblica mandò ambasciatori Oberto Torre e Guglielmo Barca alla corte di Costantinopoli
ottenendone, sulla scia di Venezia e Pisa, immediati privilegi.
I genovesi sono protagonisti delle prime crociate, e per tale motivo molto spesso
ricompensati con piccole colonie non solo a Cesarea ma anche a: Tortosa (Siria), Tripoli
(Libano), Acri, Gebelet, Beirut. A Gibeletto si crea un possedimento "personale"
degli Embriaci fino al XIII secolo quando l'occupazione degli ultimi territori cristiani
li costringe a passare a Cipro.
Tutti questi eventi portano Genova ad essere di fatto autogovernata. La nascita della rete
coloniale incrementa il commercio e spinge i genovesi all'evoluzione di nuove forme
creditizie e assicurative.
Genova si affaccia prepotentemente sullo scenario internazionale ma ciò non porta alla
sperata stabilizzazione sociale e "familiare" della madre patria.
Con la crescita politico-miltare-economica di Genova, aumenta la necessità di ampliare
l'area di influenza e di controllo sui territori limitrofi. Genova si espande nel nord del
Tirreno. Il controllo del levante ligure è una necessittà primaria per poter realizzare
una zona sicura tra Genova e la rivale Pisa. I territori genovesi arrivano fino a
Portovenere per contrapporsi a Lerici pisana (poi occupata). Il controllo del ponente è
più articolato e diplomatico, volto ad integrare quelle città che già si autogovernano.
Dopo tanta miseria Genova, finalmente, scopriva la ricchezza portata da tutte quelle
attività che si erano sviluppate dopo le prime Crociate. Naturalmente, questa nuova
agiatezza aveva portato un po' di benessere al popolo e molta agiatezza ai "boni
homines", ma anche tanti problemi di non facile soluzione. Ecco cosa accadde in quel
periodo, secondo Vittorio Giunciglio nel suo libro "I sette anni che cambiarono
Genova":
"Con la gloria delle spedizioni in Terra Santa e con la ricchezza che queste avevano
portato, Guglielmo Embriaco ed il vescovo Airaldo, si trovarono a dover risolvere tre
grossi problemi, causati dal raddoppio della popolazione, e cioè: quelli dellacqua,
del grano e della costruzione di un molo in porto. Per fortuna i soldi non mancavano, la
cassaforte della Compagna Communis era piena.
Per il grano, fu consigliata dal Vescovo lespansione oltre Appennino, nel territorio
diocesano genovese. Fu scelta la zona lungo la via Postumia. Perciò furono incorporati
prima i paesi di Vultabbio (Voltaggio), Palodio (Parodi Ligure), Gavi e Libarna
(Serravalle Scrivia). Per il porto fu decisa la costruzione di un molo a partire dal
Mandraccio e parallelo alla Ripa Maris. Gettando grosse pietre, per oltre cento metri fu
creata una massicciata per difendere Sottoripa dalle mareggiate del libeccio. Questo è il
vento che soffia da sudovest e non essendoci ostacoli, provocava allora grosse ondate
provenienti dalla Lanterna, che si riversavano sul Mandraccio.
Nessuno in porto lavorava in occasione di "libecciate". I mariti potevano
tornare a casa anzitempo e giustificati potevano fare altre cose... altrimenti
allepoca, chi non lavorava, trovava il piatto girato dallaltra parte! Questo
primo molo fu chiamato in seguito "molo vecchio". Alla radice del molo fu eretta
la prima dogana dItalia. Fu chiamata così perché doveva tassare le merci
"coloniali" provenienti dal mondo arabo. Infatti "dogana" deriva da
"diwan" che in arabo significa "registro". Le gabelle venivano divise
in due: metà al Comune e metà alla Chiesa di San Lorenzo.
Siccome in quel punto era ubicato questo misterioso edificio, chiamato poi la "casa
del boia", si ritiene che proprio questa fu la prima sede della dogana, spostata poi
nel 1270 a palazzo San Giorgio.
Questo edificio fu costruito dai benedettini prima di salpare per la Terra Santa, così
come la facciata di San Lorenzo e torre Embriaci. Essi costruirono pure la Chiesa di San
Giovanni Battista a Gihello, colonia genovese. La Chiesa è tuttora funzionante in Libano,
come parrocchia cristiano - maronita. La «casa del boia" è stata spostata anni fa
in piazza Cavour, numerando ogni pietra, per lasciar passare la rampa discendente della
Sopraelevata.
Per quanto riguarda l'acqua fu decisa una derivazione per il Burgus a partire da Piazza
Manin, Circonvallazione, Castelletto, Piazza Nunziata, Porta Sottana, Piazza Caricamento.
Qui bisogna aprire una parentesi, riguardo l'antico acquedotto proveniente da Prato, che a
mezza costa raggiungeva Piazza Manin dopo circa 24 chilometri per andare giù fino al
Mandraccio. Il Comune di Genova ritiene che sia stato fatto dai genovesi a partire dal
1100 circa, non conoscendosi la storia anteriore al 935, quando furono bruciati dai
saraceni i documenti storici della città.
Fortunatamente dagli « Annales » del famoso storico Tito Livio, sappiamo quanto successe
a Genova prima del 200 a.C., quando Annibale valicò le Alpi con gli elefanti e si
accampò sul Trebbia.
Genova ospitava allora la flotta navale romana comandata da Cornelio Scipione, mentre
Savona quella cartaginese di Magone (fratello di Annibale). Magone saputo della partenza
delle navi romane, venne a Genova una mattina del 205 a.C., distruggendo e bruciando tutte
le case della città, che allora andavano dal Mandraccio a Sarzano. Tutto il bottino
razziato fu portato a Savona, alleata allora dei Cartaginesi. I genovesi fortunatamente
riuscirono a fuggire. Quando tornarono, al vedere lo scempio delle loro case, venne loro
il cosiddetto "magone". Espressione usata tuttora in dialetto, per definire
grossi dispiaceri. Quando il Senato romano venne a conoscenza del fatto, con commozione e
gratitudine proclamò i genovesi soci dei romani, varando subito provvedimenti per la
ricostruzione della città. Inviò il pretore Spurio Lucrezio con due legioni di soldati e
con pieni poteri. Egli era anche ingegnere del genio militare. Per prima cosa eresse un
muro di cinta, a fianco di un lungo fossato di canne che partiva da "Porta
Superana" fino ad un altro canneto, più corto, perpendicolare allo stesso. Nacquero
così le denominazioni di "Canneto il Lungo" e "il Curto", arrivate
miracolosamente fino ad oggi, tali e quali.
Spurio Lucrezio edificò sul colle di Sarzano il solito Oppidum romano, che comprendeva
gli alloggi per i legionari, mense, magazzini vari ed infine l'immancabile Castrum per la
Pretura, prima sede del governo cittadino. Il castello era ubicato, dove ora ci sono i
ruderi dell'ex Chiesa di S. Maria in Passione. Dopo aver ricostruito anche le case,
chiamò la piccola città "Janua", che in latino vuol dire "porta di
casa". Ciò significa che per un romano allora, trovarsi a Genova era come essere a
casa propria."
GENOVA TRA LANNO 1100 ED IL 1200: LA STRUTTURA DELLE PRIME COLONIE GENOVESI, LE PRIME GUERRE ESPANSIONISTICHE
La struttura tipica delle colonie appartenenti alle città marinare (di cui quella
genovese del 14 luglio 1098 è il primo esempio) era differente da quelle finora in auge
(greche e latine). Si componevano di un quartiere della città dotato dalcune case
in legno ad uno o due piani; gli artigiani avevano le botteghe allineate nella strada
principale (Ruga Genuensium) che dirigeva verso il mare ed era attraversata da numerosi
vicoli ciechi. Si chiamava embolo se la via era fiancheggiata da portici dove erano
situati case e fondachi.
In porto una banchina era a loro riservato ed era chiusa con una catena mobile, subito
dopo vi era la dogana dove si pagavano le tasse imposte dalla colonia (solitamente la
colonia era esente dai tributi locali); di fronte alla dogana gli scribi genovesi detti
"commerciari" stilavano i documenti in arabo. Al piano superiore vi era un
alloggio temporaneo per mercanti.
Nei pressi (in alcune zone nello stesso edificio della dogana) vi sono i magazzini di
deposito Fondaco, se un edificio, o Volta, se un solo locale.
In piazza, luogo di raduno della colonia, vi erano gli edifici pubblici in pietra e
mattoni: la Loggia Comune e la Chiesa.
Alcune colonie hanno anche la zecca, per battere moneta propria, e a volte un bagno,
macelli, mulini, un pozzo ed un forno. In alcuni casi tengono alcuni appezzamenti di terra
coltivabili subito fuori città in modo da avere immediate scorte in caso dassedio
ma se ne curano poco.
In sostanza erano un punto dappoggio per i mercanti, che operavano in forma privata,
durante la navigazione o al termine di una via carovaniera.
Allinterno di tale quartiere si viveva come in patria, si parlava la stessa lingua e
un magistrato (Console o Visconte), inviato dalla madrepatria, tutelava i diritti e i
privilegi dei coloni di fronte allautorità locale.
Avevano larga autonomia politica, ecclesiastica, giurisdizionale e fiscale; in Terrasanta
sispiravano al regime feudale (il capo colonia portava il titolo di Visconte ed
aveva funzioni sia politiche sia giudiziarie) ma sempre sottostando alla legislazione
penale e commerciale in vigore a Genova.
Con landar del tempo, le colonie presero a seguire sempre di più le leggi della
madrepatria, eccetto che per i delitti di sangue, integrate con ordinanze locali e
iniziarono a battere moneta locale.
Un tale dominio, frammentario ma solido, si appoggiava su un fatto di diritto (con una
serie di contratti) più che sulloccupazione militare e forse per tale motivo durò
più a lungo di quanto si potesse pensare.
Nel 1118 la Compagna che era ancora temporanea e durava in quel periodo 4 anni ebbe i
Consoli in carica solo per due anni. Si giunse nel 1122 ad un Consolato annuale (fino al
1163), al fine di evitare labuso di potere. Ma già nel 1128 vediamo che
lintero blocco consolare dellanno precedente venne riconfermato. Nel 1121 in
questa politica di suddivisione del potere furono istituiti i Clavigeri (custodi delle
chiavi dellerario pubblico e quindi Tesorieri), gli Scrivani e i Cancellieri del
Comune. Dal 1125 nella stesura dei contratti e delle laudi consolari si dovettero
sottoscrivere i nomi dei testimoni. Inizialmente i Consoli dei Placiti mantennero una
giurisdizione territoriale (inizialmente due per ogni Compagna) ma poi si ridussero di
numero e già nel 1135 deliberavano per due parti del Comune, ognuna di quattro Compagne,
una verso Palazzolo (centro città) e laltra verso il Borgo (periferia). Dal 1156 i
Consoli incaricati di amministrare giustizia sia in Borgo che in Palazzolo operavano nello
stesso luogo, il palazzo dellArcivescovo, anche se in stanze separate. In questo
periodo le Compagne aumentano di numero: nel 1130 divennero 7 e lo stesso anno si
introdusse sperimentalmente la separazione tra gli incarichi tra i Consoli dei Placiti e
del Comune. Nel 1133 divenne effettiva tale divisione e lanno dopo le Campagne,
ormai identificate geograficamente, divennero 8. Da questanno il Comune era
consapevole di essere nato: chiunque approdava venne tassato in favore dellOpera del
Molo: 12 denari per chi veniva doltremare, un quartino per chi veniva dalla Provenza
e una mina di sale per chi veniva dalla Sardegna. Sul capo del promontorio detto
"capo di faro" esisteva un fortilizio romano che dominava lAurelia ed era
custodito per decreto consolare dagli abitanti della periferia. Al suo interno venne
eretta nel 1128 la Lanterna. Da almeno un secolo Genova aveva riaperto i valichi
appenninici e si era ricollegata alla "Francigena" sia per deviarne parte del
traffico sul suo porto che per collocare le merci che affluivano dallOriente nei
mercati lombardi e doltralpe. Pisa fu inizialmente avvantaggiata dal suo
collegamento diretto con la "Francigena" ma Genova in poco tempo la superò
collegandosi al mercato di Asti e monopolizzando il traffico marino con la Provenza che
gli permetteva di commerciare direttamente, lungo la via del Rodano, con le fiere di
Champagne e Fiandra. Dato che i porti di Provenza e Catalogna erano arretrati sia per il
dominio feudale che per la lunga oppressione saracena che avevano subito installarono
colonie nel golfo del Leone, soprattutto a Saint-Gilles, tentando di instaurare un dominio
politico sulla falsariga delle città in Terrasanta. Con limprovviso e prepotente
dischiudersi dei mercati orientali, lespansione economica richiese un controllo
sicuro sulle vie di comunicazione e commerciali con lentroterra ed una riduzione
della concorrenza di porti del litorale ligure.
Nei primi decenni del primo millennio si accende la rivalità tra Genova e Pisa. I Pisani
in questo momento di rinascita si espansero verso il Tirreno meridionale mentre i Genovesi
verso la Provenza e la Catalogna.
Nel 1015 su invito di Papa Benedetto VIII Genova e Pisa cacciarono i Saraceni da Sardegna
e Corsica. I Genovesi simpossessarono amministrativamente della Corsica mentre i
mercanti pisani penetrarono a livello commerciale individuale. Il papato le considerava
sue proprietà per i diritti derivati dai Carolingi.
Nel 1060 i Genovesi per contrasti sui feudi corsi entrarono in guerra con Pisa e vennero
sconfitti da 12 galee pisane a Bocca dArno. Nel 1062 a Portofino furono i Pisani ad
essere sconfitti.
Nel 1091 Papa Urbano II, in lotta con lantipapa Clemente III, cedette in locazione
perpetua alla chiesa pisana tutta la Corsica e gli diede facoltà di nominare i Vescovi e
lanno successivo su consiglio della Contessa Matilde di Toscana elesse Arcivescovo,
Metropolita dellisola, il Vescovo Damberto (poi patriarca in Terrasanta) e gli diede
facoltà di consacrare i Vescovi Corsi. In Spagna dove le due flotte operavano
congiuntamente alle notizie provenienti dalla Patria scoppiarono i primi dissapori. Il
Papa, sia per le discordie tra Genova e Pisa, sia perché i Vescovi corsi rifiutarono tale
consacrazione, dovette revocare tale privilegio e consacrarli di persona.
1118 i Consoli inviarono 10 galee a Gaeta su richiesta di un legato di Papa Gelasio II: lo
liberarono dallantipapa Gregorio VIII e lo portarono a Genova. Lungo la strada, a
Pisa, rinnovò la concessione della Metropolitana e poi proseguì per Genova verso la
Francia. Mentre era a Genova, alloggiato nel palazzo vescovile, consacrò ad ottobre S.
Lorenzo in costruzione ed autenticò le ceneri di S. Giovanni Battista. Quando diresse
verso la Francia la flotta genovese lo scortò fino alle bocche del Rodano.
La minaccia costringe i pisani ad accettare le condizioni di resa genovesi. Scampato
l'imminente pericolo, Pisa riprende le scorrerie spesso con esito a loro sfavorevole. La
mediazione pontificia porta alla revoca dei privilegi pis