I Genovesi d'Oltremare i primi coloni moderni


Sulle coste della Crimea, dominante una piccola piana alluvionale orlata da una spiaggia di sabbia dorata, si erge una cittadella impressionante, dalle mura merlate che balzano all'assalto degli ultimi contrafforti dei monti Aila che ricadono improvvisi sul mare. I bassi declivi sono anch'essi cinti di mura che si aprono con una porta fortificata in modo potente, dietro alla quale si estendono vari spazi un tempo abitati, che oggi attendono l'opera degli archeologi per svelare i loro segreti.

Noi siamo a Soldaia, vecchia città bizantina, passata sotto il potere dei Mongoli nel 1249, poi divenuta colonia veneziana. E' di là che partirono per le loro lontane spedizioni verso la Cina il padre e lo zio di Marco Polo. Nel 1365, infine, i Genovesi se ne impadronirono e ne fecero il centro della Gothia, una concorrente della loro principale colonia, Caffa, situata un poco più a oriente su questa stessa riviera di Crimea.

Il turista contemporaneo non può essere che impressionato dalla possanza di queste “altre” Genova fondate sul rive del Mar Nero, ma anche nel cuore dell'Egeo. Nel cuore di Istambul, sull'altra sponda del Corno d'Oro, svetta ancora oggi la Torre di Galata che fu il perno della difesa della colonia genovese di Pera nel corso del XIV e XV secolo. Due isole greche Chio e Mitilene, conservano la loro cinta muraria, costruita dai Genovesi, i Giustiniani da una parte, i Gattilusio dall'altra. Le iscrizioni commemorative conservate nei musei locali o ancora sul posto, rammentano l'opera costruttiva dei podestà e dei consoli che fecero di ciascuna di queste colonie d'oltremare delle altre Genova, potenti e rispettate.

Con questi centri di Crimea e dell'Egeo, Genova non è alle sue prime esperienze di colonizzazione. Dagli inizi del XII secolo, sulla scia delle truppe crociate si erano formate delle piccole comunità liguri nei principali porti di Siria - Palestina in cui la Superba aveva ottenuto delle concessioni fondiarie, giurisdizionali e doganali in ricompensa dell'aiuto navale prestato nella conquista della Terrasanta. Ma questi quartieri, fatta eccezione per quello di Acri, che i Genovesi dovettero abbandonare nel 1258 a seguito dei violenti scontri con i Pisani e Veneziani dei quartieri vicini, non furono mai molto popolati: alcune famiglie di mercanti, sotto l'autorità di un console, vi rappresentano gli uomini d'affari della metropoli ed organizzano l'intenso movimento commerciale legato all'arrivo, due volte all'anno, delle galere e delle navi genovesi.



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La presenza Genovese in oriente nel XVI secolo


Invece, a partire dalla seconda metà del XIII secolo, la colonizzazione genovese prende tutt'altre dimensioni. L'occupazione del territorio è spettacolare: piccole comunità si stabiliscono tutt'attorno al Mar Nero, città come Caffa, Pera e Chio conoscono uno sviluppo eccezionale, si dotano di successive cinte di mura e animano la vita economica regionale, resistono agli assalti dei Greci e dei Mongoli, per non cadere che due secoli più tardi in potere degli Ottomani, superiori in numero, navi e potenza di fuoco. Queste esperienze di colonizzazione hanno una larga portata: esse costituiscono gli antecedenti medievali della colonizzazione moderna.

Esse si fondarono in primo luogo su grandi risorse umane. Per popolare i centri d'oltremare che conquista o riceve in concessione, Genova deve fare appello ai propri abitanti, certo, ma anche a tutte le comunità delle Riviere su cui si estende il suo potere. Un vasto movimento di emigrazione interessa tutta la Liguria e si diffonde alle città che intrattengono rapporti commerciali con la Superba.

Gente da poco, soldati, marinai, avventurieri, ma anche giovani che fanno il loro apprendistato d'affari, membri dell'aristocrazia mercantile partono per qualche mese o qualche anno, si stabiliscono in oltremare, prendono mogli o concubine, chiamano la loro famiglia, sempre con la nostalgia della loro terra natale, della loro parrocchia d'origine, che non scordano nei loro legati testamentari. Minoritari in rapporto ai Greci, o a gli Armeni o ai Mongoli che li circondano, questi Genovesi d'oltremare costituiscono più dell'80% della popolazione occidentale delle colonie.

Il carattere “nazionale” della colonizzazione è molto marcato: pochi Veneziani e Pisani nelle colonie genovesi, in pratica nessun ligure nelle colonie veneziane, Creta, Corfù o Negroponte. L'attaccamento alla metropoli non esclude da parte di questi espatriati degli sbalzi d'umore, allorchè i loro interessi non coincidono con quelli che persegue il Comune: si vedrà, ad esempio, la Maona di Chio prendere una certa distanza dalla madre patria e i suoi membri, i Giustiniani, scendere a compromesso con i Turchi allo scopo di mantenere la loro isola il più a lungo possibile. Così si costituisce una società coloniale dominatrice, dove l'unico scopo è quello di valorizzare, al meglio, le risorse dei territori d'oltremare per soddisfare i bisogni della metropoli e ancor più del sistema artigianale di tutto l'Occidente medievale.

Le colonie genovesi, in effetti, non mancano di risorse. Le sponde della Crimea, ai confini del mondo mongolo, vedono arrivare nei loro porti i prodotti dell'Estremo Oriente, seta e spezie, tanto ricercate nel mondo occidentale. Esse propongono in scambio, fino al cuore dell'Asia, panni e tele, vino e balocchi. Esse raccolgono gli schiavi, bocche inutili delle tribù caucasiche, che vanno a servire nelle famiglie agiate delle città d'Occidente o a potenziare i feudi agricoli della Sicilia.

Esse sono il punto d'incontro privilegiato tra il mondo della steppa e della foresta e le città mercantili mediterranee. Intermediari fra economie complementari, le colonie genovesi sono anche centri che valorizzano le più importanti risorse locali: cera, miele, pellicce e cereali per quelle di Crimea, allume destinato a fissare le tinture delle stoffe d'Occidente per Focea (Asia Minore), mastice, questo “chewing-gum” del Medioevo per Chio, che contingenta la produzione e commercializzazione in tutto il mondo. La nascita dei primi “cartelli commerciali” si deve allo spirito d'invenzione dei genovesi d'Oltremare.

Per riuscire a valorizzare gli insediamenti, non c'era affatto bisogno di sottomettere pesantemente le loro popolazioni. Era sufficiente coinvolgere le élite indigene e lasciare loro una parte dei profitti, mantenendo la gente comune nella propria condizione ancestrale. I genovesi non si interessano molto alla propagazione della fede cristiana: i membri dei nuovi ordini mendicanti - francescani e domenicani - seguono i mercanti nella loro avanzata, fondano chiese e una gerarchia missionaria nei paesi “tartari”, ma esse spariscono insieme alla dominazione politica occidentale che le ha fondate. I fenomeni di acculturazione restano molto limitati: l'introduzione di qualche parola orientale nel vocabolario corrente e la creazione di un dizionario trilingue, persiano, cumano e latino nei centri genovesi di Crimea, non può nascondere l'insignificante pochezza dei contatti intellettuali fra quei due mondi.

Liguri e Orientali vivono fianco a fianco senza integrarsi, salvo a livello dell'élite o a qualche caso di concubinaggio fra il popolo minuto. Perciò, nella misura in cui si sviluppa la dominazione genovese, si opera un processo di orientamento dell'élite, soprattutto in ambito ellenico: i Giustiniani soccombono alla dolcezza dell'isola di Omero e si distaccano a poco a poco dalla loro metropoli che dà loro poco sostegno.

Dominazione politica ferma, sviluppo economico pesante, soggezione culturale leggera: gli insediamenti genovesi d'oltremare sono stati il “laboratorio” della colonizzazione moderna. I Portoghesi, nei loro possidimenti d'Africa e d'Asia, piuttosto che gli Spagnoli nelle loro colonie d'oltre-Atlantico, hanno tratto profitto dalle esperienze effettuate nelle “altre” Genova.

Michel Balard - IL SECOLO XIX - 29/4/2001

(Michel Balard è Professore ordinario di Storia Medioevale all'Università di Parigi (Sorbona) e si è formato all'Archivio di Stato di Genova, dove ha studiato per anni.)


GENOVA COME ESEMPIO STORICO DI SOCIETA’ TOLLERANTE E MULTIETNICA


Anche in questo caso è interessante capire cosa accadeva quando Genova era la Superba Repubblica, la Dominante dei Mari. Come osserva Roberto Lopez, autore di un celebre libro sulle colonie genovesi, Genova fu probabilmente la sola importante città italiana nella quale le associazioni artigiane rimasero sempre aperte a chiunque superasse gli esami tecnici di ammissione, stranieri compresi.
Genova non attuò alcuna forma di protezione per le sue attività mercantili e consentì agli stranieri residenti d'esercitare quasi tutte le attività commerciali permesse ai propri cittadini. Non sorprende quindi che Genova fu estremamente liberale nel concedere la naturalizzazione degli stranieri, contrariamente alla maggior parte delle città italiane che frapponevano ogni sorta di ostacoli. A Venezia, per fare un esempio, la cittadinanza piena veniva concessa solamente per meriti straordinari. Solo nel basso medioevo, in un periodo di depressione, una legge del 1404 esigeva un minimo di residenza di tre anni. Altrimenti Genova accordava immediatamente tutti i privilegi della cittadinanza a chiunque promettesse di accettarne i doveri.
Acutamente il Lopez rimarca che «questa politica, adottata anche nelle colonie del mar Nero e del Levante, fu uno degli strumenti migliori della potenza genovese secondo la testimonianza di un ammiratore non sospetto, un senatore veneziano del XIV secolo».
Perfino quando nel mondo era diffusa la schiavitù, l'atteggiamento dei genovesi si rivelava estremamente tollerante anche con gli schiavi, prevalentemente donne di razza bianca, non mancando la mano d'opera maschile. Infatti le schiave potevano essere riscattate e, come ci informa il Belgrano, moltissimi documenti notarili comprovano che i padri non esitavano a riconoscere i loro figli illegittimi, spessissimo nati da relazioni con schiave.
Questo accadeva nella Serenissima Repubblica di Genova: chi accettava i doveri, ossia le leggi e i costumi della città, era accolto senza difficoltà: poteva diventare cittadino e godere dei diritti che ne derivavano. In questo senso Genova era una città cosmopolita, un luogo dove confluivano gli interessi del mondo di allora, ma non era multietnica perché richiedeva agli stranieri la completa integrazione e il rispetto della città e dei cittadini. Ben altra cosa rispetto alla situazione di oggi in cui, sotto un apparente rispetto delle tradizioni dei popoli, si consente una continua violenza sui genovesi e si tollera un'ignobile situazione di sfruttamento degli stranieri.


GENOVA UNA CITTA' DI FAMIGLIE


Dall’età della prima Crociata - vinta grazie al prode genovese Guglielmo Embriaco, il conquistatore di Cesarea e Gerusalemme che porta segretamente in città il Santo Graal, cercato a lungo senza successo dai Cavalieri della Tavola Rotonda come dal moderno Indiana Jones - ha inizio la storia più gloriosa di Genova, che conoscerà il suo culmine nel Siglo de Oro, e ha inizio anche l’epopea dei cognomi nobiliari.
I mercanti delle Repubbliche, promotori di una formidabile spinta alla crescita economica, istituirono i rudimenti, che affinarono anche sul piano giuridico, del capitalismo, incentivando i progressi tecnologici legati alla navigazione , a ragione ritenuta il fondamentale supporto per il primigenio accumulo.
Il dominio del mare assicurò, almeno fino al XVI secolo, la grandezza e la prosperità legando, attraverso varie e intricate vicissitudini, il sistema economico al sistema politico. Al dominio del mare conseguì quello degli spazi terrestri; Venezia, Genova, via via le altre città amministrarono un vasto retroterra che fornì uomini, soldati, prodotti di sussistenza e che fu causa di aspre contese tra il Consiglio urbano e i signori feudali .
Con l’ottenimento del dominio del mare si affermò un «patriziato mercantile» dove i più ricchi popolani si infiltrarono - non senza fatica perché essi rappresentavano pur sempre un’aperta sfida ai codici morali ed etici presenti nell’epoca - nella nobiltà e mentre verso la metà del secolo XII la principale distinzione di classe passava ancora fra nobiles e semplici artificiati, l’irresistibile tendenza all’espansione commerciale avrebbe portato alla creazione di una aristocrazia composita, di «nobili antichi» (come gli Spinola,i Doria, i Fieschi) e di «nobili popolari» (come i Giustiniani); tutti coloro che avevano fatto fortuna si affrettarono a diventare cavalieri, mentre i più vecchi casati, a partire dall’inizio del secolo XIII, consolidarono la loro posizione territoriale estendendo i propri possedimenti territoriali e stringendo matrimoni con le aristocrazie baronali .
I mercatores genovesi, appoggiandosi alle «virtù del denaro», spingevano, trovando unità di intenti, per l’accesso alle più alte cariche e vi riuscirono pienamente nel XIII secolo, soli o uniti ad una parte della vecchia aristocrazia, dirigendo le istituzioni, il dogato, riducendo il potere dei vescovi, acquistando possedimenti che consolidarono e fusero con quelli appartenenti alla nobiltà «di casata», controllando la città, le colonie e diventando infine la vera classe dominante.
Per la Genova dell’epoca la famiglia rimane il perno centrale oltre che degli affetti anche degli affari. Genova è una società comunale nella quale i nuclei familiari rivestono un enorme potere, come dei veri e propri centri lobbystici ante litteram
«È il cognome il vero “blasone” di una storia genovese che, pur avendo fatto precocemente del denaro una chiave di volta della sua storia, ha serbato fede costante a una fiera arcaicità di modelli, mantenendo saldamente legata alla famiglia l’organizzazione istituzionale in tutti i tempi».
Quest’attitudine conservatrice, spiega la Professoressa Gabriella Airaldi (che ha curato per la Fratelli Frilli Editori la prefazione alla riedizione del libro "Le famiglie nobili genovesi" di Angelo M. G. Scorza del 1924) si riverbera altresì nell’esistenza del blasone, che tradisce «il desiderio e la volontà di richiamarsi a quei valori cavallereschi e guerrieri, che sono fondamento dell’identità nobiliare europea». Fortemente mediterranea ma al tempo stesso legata al continente, l’antica Genova nobiliare non fu soltanto una città a vocazione mercantile, dunque, ma il crocevia di aspirazioni, ideali e vocazioni tipicamente e autenticamente europei.


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Gli orizzonti aperti. Profili del mercante medievale , a cura di G. Airaldi, Torino 1997 © degli autori e dell'editore. (Indice. - Gabriella Airaldi, Introduzione. Per la storia dell’idea di Europa: economia di mercato e capitalismo. - Jacques Le Goff, Nel Medioevo: tempo della Chiesa e tempo del mercante. - Roberto S. Lopez, Le influenze orientali e il risveglio economico dell’Occidente. - Eliyahu Ashtor, Gli ebrei nel commercio mediterraneo nell’alto medioevo (secc. X-XI). - Abraham L. Udovitch, Banchieri senza banche: commercio, attività bancarie e società nel mondo islamico del Medioevo. - Nicolas Oikonomides, L’uomo d’affari. - Armando Sapori, La cultura del mercante medievale italiano. - David Abulafia, Gli italiani fuori d’Italia. - Gabriella Airaldi, Modelli coloniali e modelli culturali dal Mediterraneo all’Atlantico. - Jacques Heers, Il ruolo dei capitali internazionali nei viaggi di scoperta nei secoli XV e XVI. - Gabriella Airaldi, L’eco della scoperta dell’America: uomini d’affari italiani, qualità e rapidità dell’informazione)

Molto documentazione su questo periodo storico su:



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