PALAZZO GIUSTINIANI - VEZZANO (Vezzano Ligure - La Spezia)

la mia foto la mia foto


STORIA:

Il territorio di Ceparana, la più importante frazione del Comune di Bolano si trova a circa 12 Km dal centro di La Spezia. È collocato in una piana alluvionale nei pressi della confluenza dei fiumi Vara e Magra contraddistinto da un territorio tipicamente ligure con terrazzamenti per la coltivazione agricola e ampie distese di uliveti e boschi di castagni, lecci e olmi. È favorito dalle vicine vie di collegamento lungo le direttrici commerciali tra Liguria, Toscana ed Emilia, e proprio a Ceparana ha termine l'antica e storica “Alta via dei monti liguri”, un percorso naturalistico lungo 442 km che partendo da Ventimiglia, nell'estremo Ponente ligure, si sviluppa sullo spartiacque delimitante il versante costiero ligure raggiungendo il settore levantino.
Vezzano Ligure è costituito da due insediamenti, di origine medievale, focalizzati intorno alle loro strutture difensive, posti su due distinte sommità collinari, a quote diverse, legati da una ulteriore struttura urbanistica disposta lungo la viabilità di collegamento. Essi si affacciano sulla confluenza della Magra con la Vara, là dove il letto del fiume che attraversa la Lunigiana storica, lasciati i percorsi tortuosi dell'Appennino si fa più ampio e piano.

Le origini del borgo si perdono nel tempo. Sicuramente la pianura ceparanese era popolata fin dall’Epoca romana ed ebbe un successivo sviluppo ai tempi dei Vescovi di Luni che la possedettero, così come altre zone limitrofe dello Spezzino e della Lunigiana. Non ci è noto l'esatto momento storico in cui Vezzano, sorse, ma il toponimo indica la sua derivazione da un fundus prediale romano, forse dovuto alla gens Vettia che può essersi stabilita qui a seguito della fondazione di Luni a datare dal 177 a.C. Tuttavia non manca chi ha ipotizzato che l'insediamento romano si sia sovrapposto ad una precedente istituzione ligure. Del resto, Tito Livio tramanda che i Romani, giungendo nella zona, la trovarono abitata da tribù liguri.

In epoca altomedievale Vezzano fu posseduta dalla famiglia Obertenga dei Malaspina, dalla quale passò sotto il dominio dei vescovi-conti di Luni. Il luogo crebbe d'importanza con la fondazione del monastero intorno al VI secolo ad opera del vescovo benedettino Venanzio, da cui il nome del borgo. Il primitivo borgo, sorto intorno all'edificio religioso, è citato in un diploma imperiale di Ottone I di Sassonia nel 963, ove si cita una curtis dotata di un mercato e di un castello: «Cortem de Ceparana cum mercatu et castro» ( questo documento relativo costituisce il più antico atto pervenutoci nel quale è menzionato Vezzano); ma è già noto nella descrizione dell'Itinerario Antoniniano e nella descrizione dell'Italia di Tolomeo, seppur con un altro nome. Il castello, esistente, secondo il predetto documento, fin dal secolo X, sorse nel sito del primitivo monastero.

Presumibilmente attorno all’XI secolo l’edificio fu dotato, per opera dei vescovi lunensi, di fortificazioni, di cui resta ancora visibile la torre campanaria. Nei borghi di V si era istituita una consorteria gentilizia, che, dopo lotte e tensioni, ottenne dal vescovo l'investitura feudale. Questi signorotti, domini de Vethano, appartennero forse alla dinastia estense. I castelli e le terre dominate dai Vezzano nel XI secolo furono molti e importanti. Frequentemente in lotta con i vescovi di Luni, i signori di V, trovarono i loro alleati negli imperatori. Con il declino delle piccole signorie Lunigianesi, anche i signori di V cominciarono a perdere potere e terre.
Con la decadenza dell'Impero e l'epoca delle invasioni Vezzano assunse una funzione difensiva e in questa fase si costruirono le torri e i castelli, si sdoppiò in due borghi distinti e situati a livelli diversi: Vezzano superiore e Vezzano inferiore, fin dal decimo secolo vengono documentate due curtes formate contemporaneamente da una comune matrice romana.

L'abbazia non ebbe vita lunga; in un documento del 1253, l'abate Giovanni dice di essere costretto alla vendita dell'abbazia a causa della povertà. La fortezza non ricoprì quasi mai importanti ruoli militari e fu, piuttosto, sede residenziale. Il feudo rimase possedimento della Diocesi di Luni fino al 1281 quando, come il capoluogo Bolano, rientrò nelle proprietà dei marchesi Malaspina che lo detennero fino alla ribellione paesana, scoppiata nel 1526 a causa dei presunti soprusi da loro perpetrati, e che portarono al coinvolgimento della Repubblica di Genova con la conseguente dominazione di quest'ultima, seguendone le sorti sino alla Campagna napoleonica del XVIII secolo.

Vezzano superiore dovette essere fortificato dai tempi più antichi, il castello ora distrutto, occupava il punto più alto, all'estremità nord-est del paese. Il torrione appartiene intorno al secolo XII, trasformato in piezometro (struttura per misurare la compressibilità dei liquidi).

Successivamente,nella parte inferiore di Vezzano, dovettero essere edificati l'altro castello (forse quello nominato del diploma ottoniano) e l'altra torre. Il castello si ricollega secondo il Guidoni nella sua "Per una storia urbanistica di Vezzano" ad altri castelli del periodo tra il VII e il IX secolo, in cui solitamente una torre rotonda costituisce l'estrema difesa, al centro del castello. All'esterno vennero costruite cinte difensive. Nel XIII secolo un castello in muratura sostituì quello più antico. Attualmente il castello è residenza privata: è il palazzo Giustiniani. All'inizio del XII secolo venne aggiunta al castello la torre pentagonale collegata al retrostante castello da un ponte di legno di circa sette metri di altezza.

Con la nuova dominazione francese rientrò come Bolano, dal 2 dicembre 1797, nel Dipartimento del Golfo di Venere, con capoluogo La Spezia, all'interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile del 1798 con i nuovi ordinamenti francesi, il territorio bolanese rientrò nel II Cantone. Con l'allontanarsi della meteora napoleonica, V. fu aggregata al Regno di Sardegna. Il comune subì una ristrutturazione amministrativa e perdette alcuni nuclei gravitanti sul golfo della Spezia ma acquistò Valeriano. Con l'unificazione dell'Italia, al nome Vezzano fu aggiunto l'aggettivo Ligure. Nel risorgimento non si trovano molti vezzanesi impegnati nei moti, tuttavia non mancarono contatti con le sette mazziniane attive a Sarzana. Nel 1853 una cellula mazziniana vezzanese prese parte al complotto di Felice Orsini però non condotto a termine. Nel 1859 si raccolsero i fondi per le famiglie dei volontari della seconda guerra d'indipendenza e lo stesso consiglio comunale deliberò un contributo a beneficio delle iniziative militari di Garibaldi. Dal 1859 al 1927 il territorio fu compreso nel V Mandamento di Sarzana del Circondario di Levante, facente parte della Provincia di Genova prima e, con la sua istituzione nel 1923, della neonata Provincia della Spezia. Inserito nella nuova provincia Vezzano perde a vantaggio del capoluogo lembi del territori: Melara, Termo e S. Venerio, ma non la propria identità storica e il segno di una indipendente e consapevole dignità. Non è un caso che sia i rappresentanti di famiglie borghesi vezzanesi, quanto operai e contadini siano tra i più attivi nella lotta della Resistenza contro il nazifascismo in Lunigiana, pagando un gravoso tributo di sangue alla causa della libertà.

la mia foto
veduta di Vezzano Ligure, sotto la torre Palazzo Giustiniani

 

IL CASTELLO:

Con il matrimonio celebrato ne1 1832 fra Pietro Giustiniani e Teresa Picedi vennero a unirsi due casati. I patrizi genovesi giunti a Ceparana nel XVIII secolo, vi si erano radicati entro i primi decenni dell'Ottocento, mentre i Picedi avevano radici profonde in queste terre. La sposa, dunque, avrebbe portato in dote alla famiglia non solo l'imponente castello-palazzo di Vezzano, che sin dal Medioevo aveva visto avvicendarsi le stirpi signorili detentrici del potere in loco, ma anche una grande tradizione della quale i Giustiniani sarebbero divenuti gli eredi.
I signori di Vezzano erano una potente consorteria consolidatasi tra i secoli X ed XI nel golfo della Spezia, lungo la Riviera, da Porto Venere a Sestri Levante, sulla sponda destra del Vara e nella bassa Val di Magra; essi avevano fissato la loro principale residenza a Vezzano, su un crinale che controlla gran parte di questo territorio. Le notizie più antiche dell'insediamento risalgono al 963 quando le corti con la fortificazione sono nominate nel diploma di Ottone I. Nulla si conosce di loro anteriormente al secolo XI; «le carte del monastero di San Venerio del Tino tramandano il ricordo dei primi personaggi sicuramente appartenenti al consortile: Ingo del fu Cono de castro Vezano, che nel 1055, insieme ai figli, alla nuora e ai nipoti, donava alcuni beni al monastero». L'appellativo con il quale essi erano indicati sembra voler sottolineare il ruolo centrale del castello «quale nucleo e origine del potere dei signori locali, potere che si consolidò nel tempo proprio attraverso il controllo del Distretto pertinente al castrum, nel quale essi esercitavano di fatto il dominatus loci: un vasto territorio, comprendente buona parte del golfo della Spezia e terre a San Venerio di Migliarina, Lerici, Marinasco e alla foce del fiume Magra».
Per consolidare il loro potere in Lunigiana, i Vezzano si avvicinarono all'imperatore Federico Barbarossa, ponendosi sotto la sua protezione nel 1154. Intanto, Genova aveva avviato l'acquisizione di alcuni possessi costieri dei Vezzano, funzionale alla politica di espansione nella Riviera di Levante e tesa ad accaparrarsi avamposti strategici per contrastare la potenza di Pisa e per liberare il mare dai saraceni. Ne1 1156 i Vezzano giurarono fedeltà a Genova. A cavallo del XIII secolo si schierarono al fianco del vescovo di Luni nella guerra intrapresa per contrastare il crescente potere dei Malaspina i quali, sul finire del XII secolo, avevano acquistato dai marchesi d'Este molti beni obertenghi con l'intenzione di costituire un vasto dominio che incamerasse anche i possessi vezzanesi. Il peso dei Vezzano nelle vicende locali si avviava, ormai, verso un drastico ridimensionamento e tra i1 1223 e il 1224 essi giurarono fedeltà a Genova.
Alla metà del XIII secolo Nicolò Fieschi, sotto l'egida del potente zio, papa Innocenzo IV, con successivi acquisti iniziò a costituire un vasto dominio territoriale in Lunigiana, dominio che nel suo progetto avrebbe dovuto avere la capitale alla Spezia. I Vezzano non ebbero la forza di opporsi al dilagare del Fieschi, anche perché uno di loro, Gualtiero (della linea degli Opizzoni), nel 1253 era divenuto arcivescovo di Genova proprio con il favore di Innocenzo IV. E così, nel 1254 Nicolò Freschi ottenne l'investitura feudale dei castelli di Tivegna, Castiglione, Bracelli, Padivarma e di ciò che Donna Matilda teneva in feudo dalla Chiesa lunense a Carpena, Vesigna, Follo, Valeriano e Vezzano. Fu necessario attendere che prendessero il Governo della città i ghibellini per veder tramontare la potenza del conte, capofila della parte guelfa. Nel novembre 1276 egli fu costretto a vendere a Genova moltissimi feudi e beni lunigianesi, tra i quali la terza parte della Giurisdizione di Vezzano. Le acquisizioni genovesi furono completate nel 1277, con le quote feudali di Guido e Guglielmo del fu Ugolino dei signori di Vezzano (linea degli Opizzoni), che si riservarono il diritto di esigere pedaggi oltre il fiume Magra, nonché i beni allodiali e l'edificio «castri veteris seu càssari» in Vezzano. Genova riconobbe agli antichi signori privilegi e immunità personali (che avrebbero conservato fino alla caduta della Repubblica, nel 1797), così come gli imperatori Federico II (1238), Arrigo VII di Lussemburgo (1312), Ludovico il Bavaro (1328), Carlo IV (1355).
La linea familiare degli Opizzoni, originata da Guglielmo Bianco, diede vita alla casata dei De Nobili, una delle più importanti della Lunigiana.
Nel XIV secolo le vicende della Lunigiana furono fortemente segnate dalla figura del condottiero Castruccio Castracani degli Antelminelli, ghibellino lucchese che aveva riunito nelle sue mani i diritti e le giurisdizioni del Vescovado lunense e del Comune sarzanese. La posizione egemonica raggiunta in Lunigiana fu per Castruccio l'avvio di un'ascesa politica che gli consenti di costituire un grande Stato ghibellino toscano: nominato vicario imperiale, divenne signore di Lucca e di Pisa e, ne1 1327, ottenne dall'imperatore Ludovico il Bavaro l'erezione dei suoi possedimenti in Ducato. Come capitano generale della Riviera orientale per i ghibellini genovesi, entro il 1321 completò la conquista dei borghi delle Cinque Terre, quindi s'impossessò dei castelli di Vezzano, Arcola e Trebiano, fino ad allora tenuti dai guelfi.
Nel 1339 Simon Boccanegra divenne doge di Genova, primo esponente della fazione popolare a ottenere la più alta carica dello Stato. Vezzano era, al tempo, unito ad Arcola in un'unica Podesteria e i castelli dei due borghi rappresentavano importanti baluardi di difesa delle terre genovesi, soprattutto contro l'avanzata dei Malaspina, motivo per cui Genova fu sempre attenta a mantenere efficienti le strutture e adeguata la guarnigione militare. Quando, nel 1409, cadde il breve Governo francese che aveva retto Genova per tredici anni, Corrado Doria provvide a recuperare all'obbedienza genovese i castelli di Trebiano e Vezzano, castelli che poco più tardi, nel 1437, sarebbero stati occupati da Nicolò Piccinino, capitano di ventura al servizio dei Visconti, e riconquistati entro il mese di ottobre dal doge Tomaso Fregoso.
Nel 1421 Tomaso Fregoso ricevette da Genova la Signoria di Sarzana, vera e propria capitale della Lunigiana, situata in posizione strategica e importante nodo stradale. Nel luglio 1448 1a Signoria di Sarzana passò, con una formale vendita, da Tomaso a Giano I Fregoso; alla morte di questi, avvenuta il 10 dicembre 1448, il Governo fu retto dalla madre Caterina Ordelaffi e dal fratello Ludovico, mentre suo figlio Tommasino avrebbe dovuto attendere a lungo prima di poter esercitare il potere sulla Signoria sarzanese. Intanto, dall'aprile del 1464 1a Superba era passata sotto il dominio degli Sforza. Ne1 1468 un'azione delle truppe milanesi costrinse i Fregoso a vendere la città di Sarzana a Firenze che, essendo già in possesso dei borghi di Albiano, Caprigliola e Stadano, poteva così completare la sua espansione in Val di Magra. In questo panorama i castelli limitrofi ancora in mano genovese - Trebiano, Arcola e Vezzano - acquisirono una grande importanza strategica, almeno finché Sarzana non tornò nel possesso di Ludovico e Agostino Fregoso, nel dicembre 1479. Firenze attraverso i propri commissari seguiva attentamente l'operato dei Fregoso. Così, il 24 aprile 1484 Ludovico e Agostino Fregoso cedettero al Banco di San Giorgio la Signoria di Sarzana con le fortezze di Sarzanello, Castelnuovo, Ortonovo e Falcinello.
Nel lungo periodo di permanenza in Lunigiana, i Fregoso avevano stretto rapporti con alcune eminenti famiglie locali, legandole a sé anche con vincoli matrimoniali: già nella seconda metà del XIV secolo Domenico Fregoso aveva dato in moglie la figlia Eufrosina al suo grande sostenitore spezzino Luciano Biassa, facendo in questo modo dei Biassa i più fedeli alleati nella Riviera di Levante insieme ai chiavaresi Ravaschieri. Nel XVII secolo lo storico vezzanese Angelo Angeletti, nella sua Relatione delle cose della città di Luni, ricordava che il conterraneo Gaspare Ottaviani, per molti anni fedele segretario del doge Ludovico Fregoso, aveva preso in moglie una dama dell'illustre casata genovese. Costei era Peretta Fregoso, figlia del consignore di Sarzana, Tommasino, e di Clemenza di Azzo Malaspina, del ramo di Mulazzo. Per parte di madre, quindi, Peretta discendeva da quei Malaspina che avevano dato origine alla linea vezzanese dei marchesi, politicamente vicini ai Fregoso. La stessa famiglia Ottaviani, pontremolese, aveva preso dimora in Vezzano al loro seguito: con i Malaspina arrivò, infatti, ser Cipriano Ottaviani di Pontremoli, che nella seconda metà del XV secolo abitava nel borgo e agiva come procuratore di Antonio Malaspina di Mulazzo. Peretta Fregoso annoverava, tra i parenti più prossimi della famiglia paterna, numerosi dogi di Genova: suo nonno Giano, il di lui fratello Ludovico, il suo stesso fratello Giano Maria e il cugino Ottaviano ricoprirono più volte la carica tra la metà del XV secolo e l'inizio del XVI. La figlia di Gaspare, Geronimetta (Minetta) Ottaviani, andò sposa a un altro vezzanese che aveva svolto
la propria carriera nell'apparato burocratico fregosiano: Orazio De Nobili, dottore in Utroque Iure, nel 1479 vicario della Prima Sala del podestà di Genova e luogotenente del vicario della Sala Superiore. Figlio di quel Giovanni De Nobili che nel 1433 aveva ricevuto dallo Stato genovese la conferma delle franchigie in quanto discendente degli antichi signori di Vezzano, Orazio aveva sposato in prime nozze Margaritina di Galeazzo Doria. Successivamente passò a seconde nozze, per l'appunto, con Minetta di Gaspare Ottaviani. Dagli atti relativi a una vicenda ereditaria sembra di capire che Minetta fosse madre del solo Paolo De Nobili, prete; di conseguenza gli altri figli di Orazio - Franceschetta, Angeletta e Geronimo - dovevano essere nati dalla sua prima moglie. Di essi, fu Angeletta a rinsaldare il legame della propria famiglia con i Malaspina di Vezzano. Questi marchesi appartenevano in realtà alla linea di Mulazzo e costituivano il ramo discendente da Ghisello fu Antonio medesimo che si fregiava del titolo marchionale di Santo Stefano d'Aveto e degli Edifici, il quale, rimasto privo del dominio diretto sui feudi aviti, nel corso del XV secolo si trasferì a Vezzano.
La vicinanza di questi Malaspina ai Fregoso è testimoniata dalle loro scelte matrimoniali, d’impianto marcatamente politico: Ghisello aveva sposato Elisabetta di Leonardo Ravaschieri dei conti di Lavagna, della nobile famiglia chiavarese capofila della fazione fregosiana, così come i suoi figli - Francesco e Pietro - presero in moglie due dame della casata dogale. La comunanza di interessi politici determinò la coesione tra i Malaspina e il clan degli Ottaviani-De Nobili: i loro notai ser Cipriano Ottaviani, suo figlio Guerrino e Giovanni Francesco De Nobili - rogavano per i marchesi e fornivano loro assistenza legale, mentre Angeletta di Orazio De Nobili (cugina in primo grado di Giovanni Francesco) andò sposa a Galeazzo di Francesco Malaspina. A seguito delle vicende legate alla divisione dell'eredità di quest'ultimo, i suoi figli distribuirono le proprie residenze nei territori che a ciascuno erano pervenuti, cosicché a Vezzano rimasero il detto Galeazzo e suo fratello Geronimo.
Nel primo trentennio del XVI secolo l'unica figlia di Guerrino Ottaviani (uno dei notai dei Malaspina di Vezzano), Clemenza, era andata sposa a Piceda Picedi, di antica famiglia originaria di Arcola, uomo d'armi defunto entro il 1561. Ebbero quattro figli maschi - Camillo, Domenico Maria, Carlo e Papirio, che vissero in Vezzano, dove la madre aveva ereditato tutti i beni paterni - e almeno una femmina, Angelettina579. Intanto, l'astro dei Fregoso si era progressivamente avviato al tramonto; cessate le feroci lotte contro gli Adorno per conseguire il dogato, nella vita politica genovese divenne predominante la figura di Andrea Doria, che nel 1528 varò una riforma costituzionale. Il progressivo avvicinamento di Doria alla Corona spagnola ebbe l'effetto di trascinare anche le principali famiglie di Genova e del Dominio nell'orbita della Spagna, dalla quale ottennero feudi e privilegi; lo stesso ammiraglio ricevette dall'imperatore Carlo V il Principato di Melfi. In questo mutato panorama politico, molti esponenti di famiglie notabili della Liguria si legarono ai principi Doria - prima ad Andrea, poi al suo erede Giovanni Andrea -, trovando impiego come ufficiali sulle loro galee al servizio della Spagna, oppure nei loro feudi o nell'apparato burocratico dello Stato genovese.
Come alcuni giureconsulti della famiglia De Nobili costruirono brillanti carriere nei feudi doriani, così anche i figli di Piceda Picedi trovarono spazio in questo ambiente: Papirio godeva della personale amicizia di Andrea Doria che, al tempo dei suoi studi a Pisa, inviò una personale supplica al duca di Firenze affinché concedesse al giovane studente di portare armi; intorno al 1573 Domenico Maria Picedi era patrono di una delle triremi della flotta che il principe Giovanni Andrea Doria aveva posto al servizio della Spagna581. Nato nel 1528 o, per alcuni, nel 1534, Papirio studiò legge a Padova, Pavia e Pisa e intraprese la professione di giureconsulto. La sua fortuna fu determinata dall'incontro con i Farnese, alla cui Corte era approdato con gli auspici dei Malaspina di Tresana. A Parma guadagnò la stima non solo del duca Ottavio, ma anche di Alessandro e di Ranuccio, che lo mandarono ambasciatore presso il papa, i re di Spagna e di Portogallo e l'imperatore. Per conto di Alessandro Farnese fu anche governatore di Novara e, dal 1572 per sei anni, suo agente a Milano. Ranuccio Farnese, succeduto al padre ne1 1592, volle Papirio residente a Roma; quello stesso anno era stato eletto papa Clemente VIII - al secolo Ippolito Aldobrandini - e il cardinale Odoardo Farnese brigava per combinare il matrimonio del fratello Ranuccio con la nipote del pontefice, Margherita, appena tredicenne. Con un'abilissima azione diplomatica Papirio convinse il papa e il restio Ranuccio a concludere le nozze, celebrate con grande sfarzo il 28 dicembre 1599. Il giorno successivo il duca conferì a Picedi la cittadinanza parmense, che si andava ad aggiungere ai diversi titoli e riconoscimenti da lui già ottenuti: le cittadinanze di Novara (1571), di Piacenza e di Roma, la nobiltà di Parma e di Piacenza, il titolo di conte e cavaliere dello Sperone d'Oro conferitogli da papa Innocenzo IX e, ne1 1581, l’ascrizione al patriziato genovese.
Il suo inserimento nel patriziato cittadino derivò probabilmente dalla parentela acquisita con gli Spinola di Genova: vedovo della prima moglie, la nobildonna piacentina Ersilia Forlani, nel luglio 1578 a Genova Papirio passò a seconde nozze con Maria Spinola. Fin dal 1592 aveva ottenuto dal papa la dispensa per entrare nell'Ordine della Milizia di Gesù Cristo dell'Ordine cistercense, pur essendo ancora maritato, con un motu proprio del pontefice al quale era allegata una dichiarazione della moglie, che acconsentiva alla sua ricezione. Dopo la seconda vedovanza, Papirio decise di abbracciare la vita religiosa. Il primo incarico di Picedi fu la prepositura della chiesa di Borgo San Donnino, eretta poi in Diocesi; la bolla papale dell'8 gennaio 1602 ufficializzava la sua nomina a vescovo della nuova Diocesi senza obbligo di residenza. Nel 1606, a seguito della rinuncia di Ferdinando Farnese al Vescovado di Parma, Picedi prese il suo posto, insediandosi solennemente il 30 novembre di quell'anno. Morì ottantenne a Parma, nel 1614, e trovò sepoltura in cattedrale, nella cappella di Sant'Agata dove furono apposte due epigrafi celebrative. Di Papirio Picedi - che fu membro dell'Accademia pavese degli Affidati - si conosce anche una discreta produzione letteraria. Egli possedeva un cospicuo patrimonio immobiliare in Vezzano, oltre a detenere i beni ereditati dalla madre, che comprendevano «un palazzo con casa colombara, orto e piazza circondato da muraglie, loco detto in Castello». Dunque, la «fabbrica degna di qualsivoglia gentiluomo» fatta da Papirio a Vezzano era il castello, che dovette pervenirgli dalla madre posteriormente al 1555, anno in cui ancora vi abitavano i Malaspina e forse anche gli Ottaviani, a loro legati da comuni interessi politici e, probabilmente, da parentela. Come che sia, nel 1575 Papirio aveva già trasformato l'antico fortilizio in propria residenza.
La casa vezzanese fu oggetto di restauri e rimaneggiamenti: qui Papirio volle apporre sul grande camino uno stemma partito con le armi Picedi e Spinola (a ricordo del suo secondo matrimonio) e sui cielini in ardesia delle finestre, lo stemma della sua casa; qui fece anche costruire una cappella dedicata, come quella del palazzo di Baccano d'Arcola, alla SS. Annunziata, alla quale - secondo la tradizione - attribuiva il merito di averlo salvato durante una tempesta marina che lo colse in un viaggio verso Barcellona. Dai due matrimoni Papirio Picedi aveva avuto sei figlie, si conoscono soltanto i nomi di cinque di loro: Costanza, Lavinia e Marzia (nate dalla prima moglie), Ersilia e Clelia Caterina Clemenza (nate dalla seconda).
Dopo la sua morte, a lungo le figlie contesero ai cugini la sua cospicua eredità. La lite verteva sul riconoscimento dell'autenticità di un atto di donazione fatta da Papirio ai nipoti ex fratre nel 1597, mentre si trovava a soggiornare nel castello dei Malaspina di Villafranca. La donazione riguardava tutti i suoi beni mobili e immobili posti nelle giurisdizioni di Arcola e di Vezzano (nei quali doveva essere compreso anche il castello), destinati ai nipoti Giulio, Marco e Camillo (canonico a Parma), con ordine di primogenitura e fedecommesso nelle rispettive linee, riservando al donatore l'usufrutto, la facoltà di poter disporre per testamento sino alla somma di 2.000 scudi e di vendere i beni in caso di bisogno. Nel 1611, mentre monsignor Picedi era ancora vivente, suo nipote Giulio morì lasciando eredi i propri figli: Guerrino, il reverendo Giovanni Carlo e i capitani Papirio e Piceda.
Nello stesso anno Piceda, ancora ignaro della donazione, commise un omicidio e fu bandito dal Dominio genovese; la Camera confiscò i suoi beni e li vendette a Marco. La successiva morte del monsignore, nel marzo 1614, segnò l'inizio di una lunga lite tra gli eredi. Negli anni seguenti Piceda prese parte alla guerra contro il duca di Savoia, terminata la quale fu graziato in considerazione dei meriti acquisiti al servizio della Repubblica; ne1 1627 chiese un nuovo impiego militare con un'apposita richiesta al Senato. Successivamente, tornò a vivere a Vezzano, dove nel 1627 sposò Isabella e nel 1628 nacque la figlia Lavinia. Riprese, quindi, a reclamare con forza presso il Senato il riconoscimento della primogenitura per rivendicare i propri diritti contro lo zio Marco e per tornare in possesso dei beni che gli erano stati confiscati nel 1611, poi acquistati dallo stesso zio.
Anche il fratello di Marco, Camillo Picedi, canonico della cattedrale di Parma, manifestò la propria indignazione per l'accusa che tendeva a «machiare la riputatione di tutta casa nostra». La situazione si risolse soltanto nel maggio 1642, quando Costanza arrivò a una transazione con i parenti. All'epoca, era ancora in vita uno solo dei donatari, il canonico Picedi, mentre dei suoi fratelli restavano gli eredi. In virtù dell'accordo, a Costanza sarebbe stato versato, a saldo di ogni suo diritto ereditario, un indennizzo di 6.850 lire di moneta genovese non appena il Senato avesse dissequestrato i beni, compresi i 2.000 scudi che monsignor Papirio si era riservato nella donazione. La figura del canonico si sarebbe rivelata nodale per le vicende successive della famiglia Picedi. Fattosi prete, nel 1612 lo zio, monsignor Papirio Picedi, lo nominò canonico di Parma; nel maggio 1629 fu eletto vicario capitolare e nel 1632 vicario generale. Ad Arcola Camillo patrocinò la costruzione del campanile della parrocchiale di San Nicolò.
La stirpe Picedi continuò in Vezzano con i discendenti del capitano Marco, molto legato allo zio monsignore, tanto da passare lunghi periodi a Parma con lui. Dalla moglie Camilla (di cui non si conosce il cognome), ebbe diversi figli: oltre a Clara e Giulio, Clemenza (1618) e Benedetta (1622), scomparse in giovane età, Maria Clara (1620), Clemenza (1622), sposa nel 1644 di Ottaviano Visdomini di Arcola, Benedetto (1623), canonico in Parma, Benedetta (1625) e Papirio. Quest'ultimo, seguendo la tradizione familiare, intraprese la carriera delle armi. Malgrado gli impegni militari lo avessero portato lontano, i figli suoi e di Caterina (della quale si ignora la casata) vennero alla luce nel borgo vezzanese: Clara (1635), scomparsa ancora bambina, Placidia (1636), Giulia (1639), altra Clara (1641), Marco (1642), Giovanni Giorgio (1645), poi canonico in Parma, Camillo Guerrino (1647), Benedetta (1650). Nel 1643 egli risiedeva a Vezzano. Nel corso del XVII secolo proseguirono i tradizionali legami dei Picedi con Parma, città in cui furono canonici Benedetto (figlio del capitano Marco) e Giovanni Giorgio (di Papirio fu Marco). Alla fine del XVII secolo la successione nella primogenitura spettava a Camillo Guerrino Picedi, che dovette intraprendere azioni legali per affermare i propri diritti. L’8 novembre 1695 fu creato conte dal duca di Parma Francesco Farnese, e dal 1712 divenne anche cittadino parmense.
Il conte, pur dimorando a Vezzano, restava comunque legato ad Arcola, terra d'origine della famiglia, e nel 1705 dotò largamente il santuario di Nostra Signora degli Angeli. Una prima moglie, Lucrezia Federici, gli diede quattro figli: Papirio, Giovanni Battista, Maria Camilla e Maria Caterina. Rimasto vedovo nel 1694, egli passò a seconde nozze con Silvia Lucrezia Maria Carzolo, dalla quale ebbe altri eredi: Lavinia (1696), Paola (1697), Nicolò (1698) e Giovanni Giorgio (1700). La famiglia del conte Picedi abitava il palazzo di Vezzano, la cui cappella ospitò nel 1690 le nozze di Maria Camilla, con Sebastiano Calani, nel 1722 quelle della sorella Costanza con il conte Nicolò Caranza di Varese (ligure). Il figlio primogenito di Camillo Guerrino, Papirio, percorse un brillante cursus honorem alla Corte dei Farnese. Tra il XVII ed il XVIII secolo in quella Corte operava Benedetto Mischi, insigne giurista che i Farnese avevano insignito di titoli nobiliari e di importanti cariche politiche. Nel 1710 Papirio Picedi ne prese in moglie la figlia Giulia, che portava lo stesso nome della nonna paterna, Giulia Ferrari, di Varese (ligure).
Nel 1730 Camillo Guerrino Picedi, ormai ottantatreenne, morì in Vezzano e trovò sepoltura nella chiesa, «in tumulo illorum de Picedis»; a Vezzano rimasero i suoi figli Nicolò e Giovanni Giorgio, che furono ascritti al patriziato di Sarzana. L'altro figlio, Papirio, che ormai da decenni viveva a Parma, scomparve entro il 1755 senza prole, lasciando eredi i due fratelli.
Poche sono le notizie relative a Giovanni Giorgio Picedi, che intorno al 1755 abitava a San Venerio, probabilmente nel palazzo di famiglia; più noto è suo figlio Camillo, personaggio di spicco nella Spezia del primo Ottocento: nel 1803, nel periodo della Repubblica Ligure, fu presidente della Municipalità della Spezia, compresa nella giurisdizione del Golfo di Venere e, durante il Regime francese, maire della città. Successivamente, quando Genova fu occupata dagli inglesi nell'aprile del 1814, lord Bentinck nominò un Governo provvisorio e stilò un elenco di notabili al quale attingere per la scelta dei membri del Grande e del Piccolo Consiglio: in tale elenco fu incluso anche Camillo Picedi. Nel 1815, al momento dell'annessione della Liguria al Regno di Sardegna, fu ancora annoverato tra le personalità di spicco della Riviera di Levante. Da Giovanni Giorgio Picedi nacque anche Angela, madre dell'erudito e letterato Lorenzo Costa, prezioso testimone dell'epoca risorgimentale a Genova e in Lunigiana.
L’altro figlio di Camillo Guerrino, Nicolò Picedi, nel 1729 aveva sposato Maria Caterina, figlia del conte Bartolomeo De Benedetti di Lerici, nella cappella del castello-palazzo dei Picedi. Da loro sarebbero nati Carlo Camillo (1741), Francesco (1744), Angela Teresa Margherita, Maria Giulia, Vittoria, Paola e Maddalena, rimasta nubile. Nicolò Picedi rimase vedovo entro il 1749 ed ebbe forse un secondo matrimonio, dal quale nel 1754 nacque Giuseppe.
Giuseppe si sarebbe dedicato alla vita militare, che lo avrebbe portato, nel 1796-97, al grado di tenente colonnello degli Scelti delle Cinque Terre; durante la Repubblica Ligure, nel 1803, fece parte della Municipalità di Sarzana.
Scomparso Carlo Camillo nel 1775, la stirpe di Nicolò Picedi continuò con Francesco, che unì al suo il cognome dei Benettini - patrizi sarzanesi - in seguito al matrimonio con l'ultima discendente di questa famiglia, Teresa. All'epoca, gli unici Picedi a risiedere a Vezzano erano i discendenti di Marco, uno dei beneficiari della donazione di monsignor Papirio, mentre i consanguinei, eredi di quel Giulio defunto nel 1611, dovevano essere da tempo tornati a stabilirsi ad Arcola. Alla metà del XVIII secolo un suo pronipote e omonimo, Giulio Picedi (di Marco del fu Giulio) deteneva i beni che il prozio, reverendo Giovanni Carlo, aveva destinato ai propri nipoti e pronipoti.
Francesco Picedi dimorava preferibilmente a Sarzana, ma rimanevano forti i rapporti con Vezzano, dove volle seppellire il piccolo figlio Giacomo, morto a soli nove mesi di età nell'agosto 1788; nella cappella del castello trovò sepoltura anche l'altro suo figlio, Giovanni Battista, che nel giugno 1819 perse la vita, quarantenne, carpito dalle acque del fiume Magra. Come ricorda la sua epigrafe sepolcrale, aveva sposato la. nobile Alessandra Alliata, discendente da antica famiglia pisana, un'unione matrimoniale ricordata dallo stemma partito ancora conservato nel palazzo vezzanese, ottenuto mediante ridipintura di una precedente arme Picedi-Spinola. Alessandra sopravvisse al marito vent'anni e dopo la sua morte, avvenuta nel 1839 a Sarzana, il figlio Camillo curò la traslazione delle spoglie nella cappella del castello di Vezzano, dove fu apposta una lapide in ricordo della donna.
Oltre a Camillo, Giovanni Battista e Alessandra Picedi avevano avuto anche una figlia, nata a Vezzano ma battezzata nella cattedrale sarzanese di Santa Maria i1 9 ottobre 1811, con il nome di Maria Francesca Tomasina Margherita, poi chiamata Teresa. Il suo matrimonio con Pietro Giustiniani, celebrato a Sarzana i1 9 ottobre 1832 e trascritto a Bolano l'anno successivo, determinò il passaggio della proprietà del castellopalazzo a questa famiglia. Fin dal XVIII secolo i Giustiniani detenevano cospicui possedimenti terrieri in Vezzano, ma fu il legame con i Picedi a favorire il loro radicamento nel borgo.
Da Teresa, Pietro Giustiniani ebbe cinque figli - Cesare Giacomo, morto bambino, Francesco Giacomo, Stefano Andrea Venanzio, Camillo Luigi Venanzio e Camilla Caterina Valpurga (poi moglie di Cesare Grossi del fu Luigi, di Bolano); alla morte dello zio materno Camillo Picedi, avvenuta nel giugno 1855, essi ne ereditarono i beni, dei quali entrarono in possesso soltanto nel 1860 dopo una vertenza giudiziaria.
Tra i figli di Pietro Giustiniani, Luigi si stabilì a Vezzano, dove nel 1887 fondò la Società Operaia Cattolica intitolata al pontefice Leone XIII.
Teresa Picedi Giustiniani morì a Ceparana il 23 gennaio 1846, a soli quarantuno anni. Il marito passò a seconde nozze con Carlotta Cecchi, che gli diede altri quattro figli: Teresa Caterina (1850), Benedetto Venanzio Ambrogio (alla cui discendenza sarebbe rimasto il palazzo avito di Ceparana), Giuseppe, ecclesiastico, ed Eugenia Petronilla Elvira, sposa del conte Giuseppe Picedi Benettini, già vedovo della cugina Laura Picedi.

La dimora Giustiniani di Vezzano inferiore è un austero edificio. Il castello-palazzo, con il fronte principale esposto a Oriente, è costruito a metà di un pianoro. Il castello è situato in via Genova, in posizione centrale, inserito nel suo nuovo assetto urbanistico. Comprende nel suo complesso i resti dell'antica abbazia e del convento di San Venanzio, che costituiscono le strutture del primo piano. L'elemento di spicco è la massiccia torre campanaria (rimasta pressoché intatta dopo i lavori di restauro nel corso dei primi anni del XX secolo dell'abbazia) dotata di quattro ampie bifore, nella quale secondo la leggenda, sarebbe stata nascosta una capra d'oro. La campana, denominata “La voce di Luni” fu asportata dai francesi nel periodo napoleonico e portata forse a Marsiglia, dopo essere stata ribattezzata “Cloche de la bonne mere” (Campana della buona madre). Nel corso del Novecento si sono alternati diversi acquirenti del castello. Oggi l'edificio è di proprietà privata e destinato ad abitazioni e locanda.
L'antica chiesa monastica, di cui i marchesi Giustiniani avevano acquisito il giuspatronato al momento dell'acquisto dei terreni, pur nella rovina doveva essere ancora una realtà “ingombrante" tanto da indurli, forse anche per ragioni di cantiere, a procedere soltanto in un momento successivo all'occupazione della navata centrale. Forse fu proprio la presenza dell'abitazione a risparmiare, almeno in parte, il muro settentrionale dell'aula liturgica, in corrispondenza del presbiterio e della cripta, costringendo i marchesi a mantenere un ambito di distacco. Non così è accaduto per l'altra parte del muro sul quale insiste l'attuale oratorio, segno evidente che è stato rasato e nascosto sotto il pavimento. Fu, infatti, lo spigolo del volume costruito all'interno della cripta a dettare l'allineamento sul quale si sarebbe attestato anche l'oratorio destinato a sostituire l'antica chiesa, completamente diroccata. Al livello del primo piano, sulla robusta struttura voltata sottostante, fu impostata la scala d'accesso ai piani superiori: affaccia su un vestibolo ornato con gli stemmi di famiglia, collegato all'esterno tramite una volta a botte a tutto sesto, ricordo del ponte levatoio medioevale, collegato al corpo scala a doppia rampa, simmetrico rispetto all'androne.
Al piano terreno si trova il portone d'ingresso, bordato da stipiti e architrave marmorei, sormontato dallo stemma Picedi affiancato a quello della famiglia piacentina dei Mischi. Oltre ad assolvere, come di consueto, le funzioni di servizio all'abitazione: cantina, cisterna, ecc., il piano contiene anche un appartamento di nobili proporzioni, con ampie sale voltate, probabilmente appartenuto a una struttura più antica.
Il piano nobile del palazzo si trova al livello del secondo solaio impostato a un'altezza tale da non essere più condizionato dalle strutture della chiesa monastica e ciò ha permesso, sotto il profilo della distribuzione interna e dell'organizzazione degli spazi, di operare una rotazione delle strutture portanti costruendo un'ampia sala centrale con gli affacci rivolti a Mezzogiorno, alla quale affidare le funzioni di rappresentanza e la distribuzione dei tre salotti rivolti a Est e a Ovest. I primi inglobano la torre e il corpo costruito nella cripta dell'abbazia, collegato direttamente al piano terreno mediante una scala a chiocciola dagli elementi in marmo, oggi scomparsa. Gli altri, affacciati sulla strada romana, includono il vano costruito in aderenza all'oratorio, attraverso il quale era possibile assistere alle celebrazioni che si svolgevano nella cappella, rimanendo all'interno del palazzo.
Nel salone del piano nobile del palazzo fa bella mostra di sé un elegante camino in ardesia, con la bocca disegnata da una robusta cornice rigirante, ornata da un cordone, fiancheggiata da mensole in forma di grifo: la parte inferiore di queste, con il piede ad artiglio, appoggia su un basamento a dado sostenendo l'altra, che rende più raffinata la forma assegnatale dalla statica, con il vibrato disegno delle ali e del profilo l’arcigno dell'animale mitologico, al quale era affidato il compito di ricordare la potenza di Genova. Due volute ornate con foglie d'acanto appoggiate sulle teste dei grifi reggono la cimasa del camino alle estremità della quale, in corrispondenza del piedritto della cornice, due vasi di forma ovoidale rastremati verso il basso, appoggiati su un basamento architettonico, fanno da contrappunto a una coppia di grifi affrontati, questa volta rappresentati nella loro completa fisionomia, rivolti verso il piedistallo, sormontato da un elmo con cigno alato, che mostra uno stemma bipartito: alla sinistra di chi osserva quello dei Picedi e a destra quello degli Spinola. Dopo la morte della prima moglie, la nobile piacentina Ersilia Forlani (luglio 1578), Papirio Picedi sposò, infatti, in seconde nozze Maria Spinola.
La cappella, dedicata alla Santissima Annunziata, è un vano rettangolare di sette metri e cinquanta per sedici e cinquanta circa, con il lato corto affacciato sulla strada romana, preceduto da un piccolo sagrato in ciottoli bianchi, rossi e neri, secondo modelli ampiamente diffusi nel Levante ligure durante il secolo XVIII. Accessibile dal cortile del palazzo affiancato dal volume contrapposto della sacrestia costruita sopra l'archivolto dell'ingresso. L'altare in stucco, addossato alla parete, è formato da due colonne composite, con capitelli ornati da frutta e rosette, appoggiate a un alto piedistallo, dal quale si distacca la mensa: sostengono la ricca trabeazione con timpano spezzato, sormontato da una coppia di cherubini che indicano lo stemma vescovile di Papirio Picedi, posto al centro. Un volto di cherubino collega la trabeazione con la cornice ornata con foglie d'acanto che ospita la tela raffigurante l'Annunciazione, datata 1689 di pregevole scuola genovese ricollocata dai Giustiniani probabilmente nel secondo ottocento. Papirio, infatti, secondo una tradizione tramandata dai suoi familiari, era particolarmente devoto alla SS. Annunziata e pare che il motivo fosse dovuto ad avvenimenti importanti, accaduti in varie circostanze della sua vita. La devozione alla SS. Annunziata era già attestata ad Arcola nella cappella della chiesa di San Nicolò che il nipote Camillo, canonico della cattedrale di Parma, ricevette in dono per aver pagato ne1 1676 la costruzione del campanile. Si può ipotizzare, quindi, che la devozione alla SS. Annunziata, da parte di Papirio Picedi e in seguito della sua famiglia, sia derivata dalla presenza del culto nella chiesa di San Nicolò d'Arcola, luogo del quale egli si riteneva originario. Sul lato della cappella di Vezzano, opposto all'altare maggiore, che reca le insegne di monsignor Papirio Picedi vescovo di Parma, quasi a siglare l'inizio e la fine della vicenda architettonica del palazzo, è collocata la lapide funeraria della contessa Alessandra Alliata Picedi apposta dal figlio Camillo: fu lui che, morendo senza prole, lasciò in eredità alla sorella Teresa il patrimonio degli avi, destinato a confluire in quello dei Giustiniani di Ceparana dopo il matrimonio, celebrato nel 1832, con il marchese Pietro.
A Sarzana, nel 1832, Pietro Giustiniani, figlio di Giacomo e Caterina Doria, aveva sposato Teresa, figlia del conte Giovanni Battista Picedi e di Alessandra Alliata. È molto probabile che la devozione all'Annunziata sia stata portata a Ceparana dopo questo avvenimento, probabilmente per proseguire una tradizione della famiglia Picedi, radicandosi tanto da trasmettere il titolo alla nuova chiesa parrocchiale, costruita sul terreno donato da Ida Giustiniani, dopo lo smembramento dalla parrocchia di Bolano, avvenuto i1 12 febbraio 1932. Il terreno era situato di fronte all'oratorio del palazzo, a valle della strada romana, ed era delimitato dal ciglio del deposito alluvionale sopra-elevato di circa una decina di metri rispetto al sottostante piano. Qui dovevano essere costruiti, la chiesa, l'edificio per le opere parrocchiali e l'asilo infantile. Il sacro edificio era un semplice volume generato da pianta rettangolare con tetto a capanna a due piani: al piano terreno era situata l'aula liturgica, al primo piano l'abitazione del parroco e del sacrestano, con ingressi separati, affacciati su un ampio loggiato coperto. L’interno della chiesa simile a un salone, che il solaio orizzontale rendeva un po' angusto e buio, aveva un unico ingresso centrale sormontato da una lunetta con l'immagine dell'Annunziata, dipinta da Luigi Agretti (1877-1937), una cappella laterale dedicata al Sacro Cuore di Gesù, aggiunta a partire dal 22 febbraio 1942, e sul fondo delle due pseudo navate laterali, le nicchie di San Venanzio e della Vergine delle Grazie. L'edificio fu consacrato da monsignor Costantini il 21 giugno 1931. L'altare maggiore di buona fattura, di gusto ligure, proveniente dalla chiesa di Migliarina, demolita e ricostruita nel 1926, era ornato con una tela dell'Annunciazione, sempre dell'Agretti, ispirata ai modi del Beato Angelico

I GIUSTINIANI:

Francesco Giustiniani Recanelli (Chio, 1649), diretto discendente di Pietro Recanelli Giustiniani († ante 1385), nel 1717 acquista le terre e quanto restava dell’antica abbazia di San Venanzio a Ceparana, allora nella podesteria di Bolano. Ha, così, inizio un’avventura imprenditoriale e umana, nel contesto storico del declino della Repubblica di Genova. È questo uno dei molteplici aspetti della storia della grande “Famiglia Albergo” genovese, che può forse inquadrarsi in un più ampio fenomeno che interessò il ceto dirigente della Repubblica: l’insediamento dall’antica “Dominante” alla periferia, nel corso del XVIII secolo. I Giustiniani rappresentano, comunque, l’unico caso documentato di una famiglia del grande patriziato genovese che abbia scelto di trasferire la propria residenza e i propri interessi in “periferia”, in un’area agricola di confine, avviando un’avventura imprenditoriale di rilievo.
La storia della famiglia Giustiniani in questa sede, vede in sé tutte le peculiarità del rapporto tra i potenti e le popolazioni locali, in particolare quello dei patrizi genovesi che in loco godevano di esenzioni dal pagamento delle tasse, con le comunità locali sempre più pressate dal fisco genovese. I privilegi fiscali, sempre meno tollerati dalla comunità locale, furono all'origine delle lunghe e onerose vertenze legali che contraddistinsero i primi decenni di presenza dei Giustiniani nel territorio545. Lo status di patrizio genovese consentì a uno dei figli di Francesco, Giacomo Giustiniani, colui che stabilì definitivamente la famiglia in Ceparana, di ricoprire il ruolo di governatore della Spezia da1 1794 al 1796. In quella veste egli, in un momento delicatissimo per la politica della Serenissima, fu chiamato a presiedere il processo ai giacobini spezzini (Marco Federici, Luigi D'Isengard, Giambattista Bertucelli, Carlo Comparetti, Gregorio Torretti e altri), accusati di congiura contro il Governo genovese. Nel corso del secolo seguente i membri della famiglia, spesso identificati col cognome Giustiniani Ceparana, appaiono sempre più radicati nel territorio e, a fianco della categoria dei grandi proprietari terrieri, esprimono, ora, personalità di rilievo anche in campi diversi, tra cui quello professionale (molti sono, infatti, gli avvocati), quello religioso e quello militare.
A seguito del matrimonio fra il marchese Pietro Giustiniani e la contessa Teresa Picedi, la famiglia eredita anche il sontuoso castello-palazzo di Vezzano Ligure (di cui è ancora proprietaria), da sempre fulcro del potere e del prestigio di quest’area. Cosicché, dal 1866, divisi nelle due prestigiose residenze di Ceparana e di Vezzano Ligure, costituiscono un elemento rilevante del contesto sociale di questa parte della Lunigiana.

Pietro Recanelli, uno dei principali maonesi di Chio, aveva sposato Margherita figlia del potente Gabriele Adorno, doge di Genova dal 1363 al 1370 e anch'egli maonese di Chio, e di Violante di Giovanni Giustiniani Garibaldi. Da Pietro de Recanellis e Margherita Adorno nacquero tre figli maschi, Gabriele, Pietro e Giovanni, i quali il 18 giugno 1385 erano già orfani del padre e posti sotto la tutela della madre e di altri fedecommissari. Pietro e Margherita lasciarono con i propri testamenti un patrimonio posto sotto vincolo di fedecommesso che, convertito ora in luoghi del Banco di San Giorgio, ora in beni immobili, avrebbe sempre costituito nei secoli successivi un forte legame tra i loro discendenti stabilitisi nell'isola di Chio e la Patria d'origine. Particolarmente significativo risulta il testamento che la «domina Margarita filia quondam spectabiliis domini Gabrielis Adurni uxor quondam spectabiliis domini Petri Rechanelii» dettò i1 15 maggio 1431. La donna era all'epoca in età avanzata e le erano premorti due figli, Giovanni, che non risulta aver lasciato discendenza, e Gabriele.
Le preoccupazioni di Margherita erano rivolte, soprattutto, al figlio Pietro, battezzato col nome di Enrico, ma chiamato Pietro dopo la morte del padre secondo una consuetudine genovese, che la donna definiva «... demente, sive non sane mentis ...». A Pietro legava, quindi, l'usufrutto a vita della terra con casa e casette nella villa di Fassolo e di una terra con casa in Voltri, precisando che tutti i redditi ricavati da tali beni avrebbero dovuto essere impiegati per garantire il sostentamento e ogni altra necessità del figlio. Per salvaguardarne maggiormente i diritti, poi, lo nominava erede universale, sostituendogli, nel caso (certo) in cui fosse morto senza prole legittima, i nipoti ex filio Giovanni Mastino, Francesco e Giannettino figli del defunto Gabriele. Poneva tutta l'eredità sotto vincolo di fedecommesso, stabilendo che estinguendosi la discendenza legittima maschile dei nipoti sarebbero subentrate quelle delle figlie femmine di Pietro e Margherita: Violante, all'epoca già defunta, Argenta, Sobrana e Maria, e della nipote ex filia Margherita, figlia di Pietra Recanelli e del defunto Battista Pinelli. Infine, specificava come fosse suo desiderio che le proprietà di Fassolo e di Voltri rimanessero in perpetuo al figlio Pietro e ai nipoti Giovanni Mastino, Francesco e Giannettino, e ai loro discendenti maschi «de Recanelis de Iustinianis», proibendone l'alienazione. Tutti e tre i fratelli, Paolo Battista, Pietro e Filippo, ebbero cospicua discendenza, in particolare da Pietro sarebbe derivata la linea giunta nei secoli successivi a Ceparana, documentata costantemente dalle ascrizioni al patriziato genovese a partire da Antonio Giustiniani fu Pantaleone fu Pietro fu Gabriele546. Pietro Giustiniani di Antonio, nominato coerede dallo zio Francesco e diretto ascendente dei Giustiniani giunti in Lunigiana nel Settecento, fu ascritto al patriziato nel 1637. Egli contrasse due unioni matrimoniali, la prima con la nobile genovese Despina Giovo fu Antonio, dalla quale nacquero i figli Raffaele, Stefano e Tomaso, la seconda con Cornelia Giustiniani di Paolo, dalla quale nacque il solo Paolo. Pantaleone Giustiniani fu Stefano si unì in matrimonio con Maria Giustiniani del fu Francesco fu Bernardo i1 9 maggio 1666, avendo ottenuto dispensa sia per la consanguineità in secondo e in terzo grado che li legava e sia perché la sposa non aveva ancora compiuto i dodici anni necessari a contrarre il matrimonio. Dalla loro unione nacquero in Chio Stefano, battezzato i1 5 novembre 1668, e Francesco, battezzato i1 27 febbraio 1681.
Il rientro a Genova di Francesco Giustiniani fu Pantaleone avvenne negli anni a cavallo del Settecento, conseguentemente agli eventi drammatici vissuti dalla popolazione chiota tra il 1694 e i1 1695. Nel 1717 acquista le terre e quanto restava dell’antica abbazia di San Venanzio a Ceparana, allora nella Podesteria di Bolano. Egli era stato costretto ad abbandonare l'isola con la famiglia nel 1695, in seguito alla repressione attuata dai turchi nell'ambito del conflitto in atto con i veneziani. Come molti altri membri della stessa Famiglia, anche questi Giustiniani, perduti i propri beni nell'isola, si erano rifugiati nella città greca di Modone, dominio veneziano in Morea, ottenendovi beni, sino a quando, nel 1715, furono nuovamente costretti alla fuga dall'avanzata turca. Francesco, che giovanissimo aveva militato nell'Esercito veneziano combattendo nelle guerre contro i turchi in Morea, perduti prematuramente i genitori, si dovette far carico dei numerosi fratelli e sorelle, e rientrare a Genova. Qui, si pose al servizio della Repubblica come ufficiale delle sue galee, adoperandosi per recuperare i capitali depositati nel Banco di San Giorgio e metterli a frutto per riordinare la situazione finanziaria della propria famiglia. A Genova nel 1715, sposò Maria Giacinta Alerame, appartenente a una facoltosa famiglia del ceto non ascritto, ma con legami profondi in seno al patriziato, la quale portò a lui una dote cospicua e ai loro figli l'eredità del consistente patrimonio immobiliare paterno. Subito dopo, nel 1717, avviò una nuova fase della storia della sua famiglia, reimpiegando i capitali aviti nell'acquisto di una tenuta appartenuta all'antica abbazia di San Venanzio in Ceparana. Seguirono l'acquisto di una casa alla Spezia e di altri, numerosi, beni terrieri, tanto da fare dei Giustiniani una delle famiglie più cospicue di tutta la comunità di Bolano e senz'altro quella più influente nel territorio di Ceparana, dove attuarono una sorta di Signoria di fatto.
Nel corso del Settecento si succedettero a Ceparana due generazioni della famiglia Giustiniani, dapprima Francesco, che può essere considerato il pioniere, poi lo stesso Francesco insieme con i figli Stefano Venanzio e Giacomo Venanzio (chiamato Giacomo) e, infine, il solo Giacomo colui che, se pur con notevoli difficoltà, avrebbe radicato definitivamente se stesso e la propria famiglia in questo territorio. Qui i Giustiniani sarebbero rimasti per due secoli sino a quando, dopo l'avvio del processo industriale alla Spezia, iniziato con la costruzione dell'Arsenale militare, i contadini scelsero il lavoro dell'officina, e la tenuta, rimasta priva della necessaria mano d'opera, fu in parte abbandonata, in parte asservita a un rapido sviluppo urbanistico.
L'impresa avviata da Francesco Giustiniani fu indubbiamente molto impegnativa, anche perché alle potenzialità del territorio si contrapponevano lo stato di arretratezza dell'agricoltura in tutta quest'area e le cattive condizioni in cui versava la tenuta degli olivetani. Nei decenni successivi all'acquisto, egli avrebbe dovuto affrontare le difficoltà provocate da eventi naturali, come inondazioni dei fiumi e gelate invernali, o da eventi bellici, come il passaggio di truppe nel 1746, durante l'invasione del territorio ligure da parte delle truppe austriache. La guerra portò pesanti devastazioni nelle valli del Genovesato, mentre la capitale Genova era stata occupata dagli austriaci; ma anche le vallate dell'estremo Levante ligure dovettero sopportare il peso del passaggio dei soldati stranieri e nel territorio di Bolano in particolare, dal 24 giugno a tutto settembre 1748, stanziarono truppe, il cui mantenimento fu a carico della comunità.
Con l'acquisto dei terreni, Francesco Giustiniani aveva subito anche mirato al controllo di quelle strutture produttive, quali l'osteria, i torchi o frantoi, la fiera, che nei territori feudali sarebbero stati appannaggio del feudatario, ma in questa sede erano un monopolio della comunità locale. Forse per questo, egli cercò di affrancarsi dalla giurisdizione di Bolano, rivendicando l'indipendenza di Ceparana da questa. Arrivò addirittura a sostenere che il territorio che egli aveva acquistato dai monaci fosse un feudo ecclesiastico, sul quale egli aveva giurisdizione, incontrando in ciò anche la ferma opposizione del Governo della Repubblica. Avendo acquistato dei terreni che permettevano un buon raccolto di olive, abbandonarono ben presto l'idea di portarle a frangere nei torchi del Comune, anche se gli Statuti della comunità lo imponevano, ma si costruirono un proprio torchio privato e tutte quelle opere necessarie al suo funzionamento, come il canale per addurvi l'acqua e la strada per facilitarne l'accesso. Disponendo di molti prodotti provenienti dall'agricoltura, diedero avvio ad attività commerciali, anche queste fino ad allora riservate al Comune. Fu senz'altro un'impresa molto impegnativa, ma l'impegno maggiore essi dovettero produrlo nel definire i rapporti con la comunità in cui si erano venuti a inserire, sia intesa come Amministrazione comunale per la definizione dei reciproci diritti, sia con molti privati per lo stesso motivo e per altre ragioni contingenti. I lavori che prima Francesco e, poi, Giacomo Giustiniani fecero realizzare nei propri possedimenti furono numerosissimi, importanti, e urtarono spesso con le consuetudini locali, gli interessi di privati e quelli del Comune, tanto che furono frequentissime le cause legali avviate sia da una parte che dall'altra. L'accanimento con cui i bolanesi ostacolarono, ad esempio, la costruzione del torchio da parte di Francesco Giustiniani, era dovuto al mancato rispetto di una prerogativa comunale sancita dagli accordi con Genova, ma anche dall'impellente bisogno che il Comune aveva dei redditi derivanti dall'appalto dei propri torchi. E lo stesso discorso vale anche per l'apertura dell'osteria, della pizzicheria e del macello. C'era forse anche un antagonista occulto dietro tutti gli attacchi portati ai nuovi arrivati, ed erano le famiglie che detenevano il potere economico e componevano le amministrazioni comunali, gestendo quindi le risorse del Comune, unite tra loro in una rete di rapporti di parentele, di amicizie e di interessi, dai quali per il momento restarono esclusi i Giustiniani. Francesco Giustiniani non riuscì mai a inserirsi nella comunità di Bolano, né a imporsi su di essa, tanto che dopo circa un trentennio di residenza tra La Spezia e Ceparana, nel 1751 avrebbe deciso di rientrare con la famiglia a Genova, proseguendo a distanza le molte dispendiose cause che aveva in corso con la comunità e con alcuni privati. Il figlio Giacomo, non senza difficoltà, sarebbe, poi, rientrato con la propria famiglia a Ceparana per restarvi definitivamente; mentre i figli avrebbero proseguito le attività paterne nel corso dei primi decenni del XIX secolo, ampliando e migliorando i propri possedimenti. Anche in seguito al matrimonio, celebrato il 16 novembre 1800, tra la primogenita Silvia, allora diciottenne, e Luigi Grossi, la famiglia si sarebbe, infine, inserita a pieno diritto nel tessuto sociale bolanese, condividendo con le vecchie famiglie dei Grossi, dei Galli, dei Galeazzi, dei Chilosi, gli stessi benefici e le stesse responsabilità.
Dopo l'acquisto della tenuta di Ceparana dai monaci, Francesco Giustiniani aveva subito iniziato ad acquistare altri terreni, oltre a una casa alla Spezia, e ad apportare migliorie ai propri possedimenti, tanto che già nel 1718 il valore complessivo dei suoi beni risultava più che raddoppiato. Si era, inoltre, prodigato per raccogliere le prove dei diritti sempre esercitati dai monaci sull'osteria e sulla fiera di Ceparana. Erano, perciò, insorte quasi subito delle divergenze tra la comunità e il nuovo proprietario, ma probabilmente ci dovette essere da entrambe le parti una buona disposizione a risolverli pacificamente se nel 1720 la comunità decise di nominare due persone che la rappresentassero esclusivamente nelle vertenze in corso o che avrebbero potuto verificarsi in futuro con Giustiniani.
I rapporti tra Francesco Giustiniani e la comunità di Bolano furono regolati da questa convenzione per circa dodici anni, durante i quali Francesco continuò a consolidare i propri possedimenti, ma nel corso de1 1732 le divergenze tra le parti andarono acuendosi e venne a rompersi il rispetto dell'accordo. I motivi di contrasto erano l'osteria, la fiera, il torchio che Francesco aveva fatto costruire a Ceparana e la pretesa esenzione da qualsiasi tassazione locale non solo da parte del proprietario, ma anche dai suoi fittavoli. Su tutte le motivazioni di contrasto prevalse, però, quella che in un certo senso le riassumeva tutte e che suscitò l'interesse e le preoccupazioni del Governo di Genova: la pretesa di Giustiniani di essere lui il detentore della giurisdizione in Ceparana, che in pratica sarebbe stato un antico feudo ecclesiastico, autonomo non solo dalla comunità di Bolano ma anche dai Capitanati della Spezia e di Sarzana.
Il canale che dai monti soprastanti Bolano conduceva le acque sino al fiume Vara, costituì sempre una importantissima fonte per l'irrigazione dei campi che attraversava, e nello stesso tempo provocò sovente pesanti danni alle colture per le improvvise inondazioni. Francesco Giustiniani pensò subito di porre rimedio a questo rischio, sostenendo interamente a proprie spese la costruzione di un primo muro di protezione sul lato del canale. Quando, dopo ulteriori danni, nell'ottobre del 1752 costruì un nuovo muro in prosecuzione del precedente e con lo scopo di estenderlo all'intero canale, pretendendo, a lavori ultimati, la partecipazione alle spese dei proprietari dei terreni più o meno beneficiati da tale opera, si aprì un nuovo fronte legale. Si opposero alle richieste di Giustiniani alcuni dei principali proprietari terrieri della zona, nonché molti altri conduttori di terreni, dando vita a una vertenza legale che si sarebbe protratta negli anni seguenti. Un motivo di contrapposizione tra la comunità e Francesco Giustiniani era costituito dalla pretesa che questo aveva di essere esente dalla tassa imposta a tutti gli abitanti per contribuire alle spese pubbliche, sotto forma di una percentuale sui beni immobili per i possidenti e di un esborso fisso sull'industria per coloro che non possedessero beni. Nel 1738 la comunità di Bolano avviò una causa legale contro Francesco Giustiniani, «per la tassa dovuta». Siccome la sentenza fu sfavorevole a Francesco Giustiniani, questi interpose appello. Esaminata la supplica, il magistrato concesse quanto richiesto.
Alla morte di Francesco (avvenuta a Genova il 5 luglio 1758), per sua volontà testamentaria rimasero eredi della tenuta di Ceparana, posta sotto vincolo di perpetuo fedecommesso, i soli figli Stefano e Giacomo, mentre eredi universali del restante patrimonio erano tutti i quattro figli maschi; di questi, però, Antonio era ritenuto dal padre incapace di intendere e di volere e Pietro era irreperibile, perciò gli altri due fratelli furono dichiarati amministratori anche delle loro quote ereditarie, fornendo adeguate garanzie della loro conservazione. Furono quindi Stefano e Giacomo a dover sostenere le cause iniziate dal padre, che sia alcuni privati che la Comunità di Bolano si affrettarono a rinnovare.
La decisione dei fratelli Giustiniani di costruire un torchio e un mulino, convogliandovi le acque del canale del Rì, riaccendeva in una volta sola tutti i principali motivi di contrasto che avevano contrapposto per un quarantennio il loro defunto padre ai bolanesi. Dal 1751, Francesco aveva ristabilito la famiglia a Genova e sempre più rare dovevano essere state le sue visite a Ceparana, ove era rappresentato dal figlio Stefano. La volontà dei fratelli Giustiniani, in particolare di Giacomo, di costruire una nuova struttura produttiva attesta un rinnovato interesse per riprendere quell'impresa avviata dal padre e rallentata nei suoi ultimi anni, sia per avversità climatiche, sia per le lunghe e dispendiose cause con la comunità e i privati. Nel febbraio del 1761, comunque, i fratelli Giustiniani diedero inizio alla costruzione di un mulino e di un torchio da olio a Ceparana, che avrebbero dovuto essere alimentati dalle acque del canale del Rì attraverso un acquedotto realizzato scavando un fossato attraverso le loro terre e quelle di altri privati. I lavori avviati urtarono subito sia con gli interessi di alcuni privati sia con quelli della comunità, che negava, innanzitutto, il diritto a chiunque di costruire un frantoio da olio. Da questo momento i rapporti tra i due fratelli, che sino ad allora erano apparsi molto uniti, si fecero difficili, complicati dalle condizioni di salute di Stefano, andatesi progressivamente aggravando negli anni successivi, tanto da costringerlo a ritirarsi nella propria casa di Genova.
Fu Giacomo che continuò a interessarsi della proprietà in Ceparana, incontrando, però, gravi difficoltà sia per l'ostilità dei bolanesi sia per le avversità climatiche. Danneggiamenti alle colture o agli alberi e furti campestri erano molto frequenti e molto diffusi in tutte le campagne. Era una forma di microcriminalità in parte dovuta anche alla miseria, ma talvolta veniva usata per danneggiare persone con cui si era in lite o con cui non c'era un modo legale per rifarsi. Se il danno era piccolo e se erano noti i colpevoli la questione poteva essere risolta tra le parti, ma se i danni erano importanti e continuativi, si imponeva il ricorso alle autorità competenti. In questa situazione, probabilmente, si ritrovarono i fratelli Stefano e Giacomo Giustiniani, se il 3 aprile 1772 si risolsero a denunciare al Senato che nei loro terreni posti nei territori di Bolano, Vallerano, Follo, Bastremoli e Vezzano, molte persone, in modo particolare bolanesi, commettevano furti e provocavano danni introducendovi bestie e in altri modi, e chiesero che venisse stabilita una sanzione maggiore di quelle che si concedevano solitamente nei, così detti, bandi di terra.
Nel corso del Settecento gli amministratori comunali dovevano gestire una situazione molto difficile, le cui cause erano le scarse risorse del territorio, uno stato d'indebitamento crescente, un sistema fiscale che, oltre che sentito come ingiusto dalla maggioranza dei bolanesi, si era rivelato anche inadeguato a far fronte alle necessità minime del Comune. Alla fine del 1779, però, su quei beni i Giustiniani ancora non pagavano tasse. Nonostante non fossero mai state sanate le divergenze con la comunità, dopo il matrimonio con la nobile genovese Caterina Doria, celebrato ne1 1780, Giacomo scelse di stabilirsi a Ceparana, dove nacquero molti dei suoi figli. Sembra che negli anni successivi le divergenze andassero stemperandosi, mentre Giacomo a Genova acquisiva sempre maggior autorevolezza personale, tanto che nel 1794 fu nominato alla carica prestigiosa di governatore della Spezia. L'incarico, normalmente molto impegnativo per la pluralità e la complessità delle funzioni, nel biennio in cui fu addossato a Giacomo Giustiniani fu particolarmente delicato e importante per il cruciale momento storico che stava vivendo la Repubblica di Genova, travagliata da molti problemi interni e impegnata a mantenere una difficile neutralità tra la Francia e l'Inghilterra, allora in guerra, che avevano fatto del territorio della Repubblica genovese il loro terreno di scontro per la conquista dei porti. In quel periodo egli dovette essere poco presente a Ceparana, come testimonia il fatto che disponeva anche di una casa alla Spezia, dove si fermava alla fine del suo lavoro quotidiano, anche in considerazione del fatto che la strada che avrebbe dovuto percorrere non era molto agevole e che spesso le udienze nella Curia spezzina, presso cui svolgeva la propria attività di giusdicente, si svolgevano fino a tarda ora della sera. Nel 1796, alla fine del proprio mandato, egli tornò a Genova, prima di tutto per adempiere agli obblighi formali legati alla conclusione del mandato stesso, ma probabilmente vi si trattenne un tempo più lungo perché nel frattempo anche Caterina Doria doveva essersi portata in quella città, dove ne1 1794 era nato il loro ultimogenito, Benedetto.
La fine del mandato di Giacomo Giustiniani venne a coincidere con gli ultimi mesi di vita della Repubblica oligarchica che, dopo aver cercato un impossibile equilibrio fra Francia, Inghilterra e Austria, e sotto la pressione sempre più forte della Francia, si avviava, in cambio della promessa di protezione di questa Nazione ed eventualmente di qualche piccolo ingrandimento territoriale, a rinunciare alla propria neutralità, tenacemente difesa nei secoli. In questo periodo sembra che le funzioni di capo famiglia nella casa dei Giustiniani a Ceparana fossero svolte dalla moglie di Giacomo, Caterina Doria, che a quell'epoca aveva quarantaquattro anni. Nel palazzo di Ceparana vivevano, oltre ai figli, Silvia, la maggiore, che nel 1798 aveva sedici anni, Francesco di quattordici, Stefano di undici, Pietro di dieci, Marianna di sei, Marina di sette e Benedetto di quattro, anche due fratelli di Caterina, Giuseppe e Andrea Doria. Il primo sembra avesse qualche compito legato alla gestione dei fondi e agli interventi di manutenzione indispensabili nelle loro proprietà560.
Secondo un articolo comparso sul “Monitore Ligure” del 29 maggio 1799, Giuseppe Doria avrebbe avuto qualche parte nella sollevazione dei contadini contro i francesi, di cui si riconosce ad Andrea il ruolo fondamentale. Negli anni seguenti egli fu sempre vicino ai nipoti Giustiniani, che affiancò spesso nell'amministrazione dei loro beni. Parecchi anni dopo era presente come testimone, insieme con un altro dei suoi nipoti, Benedetto, al matrimonio della nipote Maria con il nobile Niccolò Zucchi di Pontremoli, che fu contratto il 28 ottobre 1820, nell'oratorio della famiglia Grossi a Bolano. Andrea Doria dovette vivere solo saltuariamente a Ceparana, perché, essendosi egli arruolato nell'Armata del principe di Condé, dal 1782 al 1796 combatté sul Reno e quando, nel 1797, l'Armata Condé passò al servizio dello zar di Russia, Paolo II, diventò a tutti gli effetti un ufficiale russo e seguì tutte le Campagne di quell'Esercito compresa quella che lo portò all'occupazione della Spezia nell'agosto del 1799.
Pur essendo Giacomo Giustiniani il titolare dei beni registrati nel territorio del Comune di Bolano, talvolta ad assolvere gli obblighi ad esso connessi era Caterina e ciò probabilmente accadeva quando Giacomo per vari motivi non era presente a Ceparana, ma è anche probabile che egli demandasse alcune incombenze alla moglie per motivi di salute. Già alla fine del suo mandato di governatore, infatti, egli aveva seri problemi di salute, tanto che dovendo recarsi all'ufficio dei Conservatori del Mare vi si faceva portare con la portantina. Giacomo ufficialmente compariva come abitante a Genova, dove aveva conservato la sua casa
nell'ambito della parrocchia di Nostra Signora del Carmine. Ne1 1799 l'amministrazione comunale di Bolano si rivolse al commissario dell'Amministrazione centrale perché chiarisse se Giustiniani, il quale abitava a Genova ma aveva il resto della sua famiglia a Ceparana, dovesse pagare la tassa personale a Genova o se, invece, la tassa dovesse essere «imposta da questa Municipalità». Nella seduta del Consiglio comunale del 29 giugno dello stesso anno il cittadino presidente presentò copia di lettera del Ministero in questione trasmessa dal commissario, che stabiliva che il cittadino Giacomo Giustiniani doveva pagare la tassa personale «in questo Comune».
Dopo la vittoria di Marengo (13 giugno 1800), Napoleone ridiede vita alla Repubblica Ligure e cominciò un periodo di relativa pace che avrebbe avuto la sua conferma con il trattato di Lunéville, che fu firmato con l'Austria nel febbraio. del 1801. È proprio in questo periodo che si verificano gli eventi più importanti per la famiglia: il matrimonio della primogenita Silvia e la scomparsa di Giacomo e Caterina. Giacomo Giustiniani era stato nei confronti della comunità locale un personaggio di grande rilevanza, ma era pur sempre rimasto un estraneo. Era un patrizio genovese, aveva rivestito un incarico di prestigio come quello di Governatorato della Spezia, ma nel Comune dove alla fine aveva scelto di risiedere con la propria famiglia non solo non aveva ricoperto nessun incarico pubblico, e almeno all'inizio, aveva incontrato molta avversione. Le molte vertenze legali protrattesi nel corso degli anni avevano impedito che egli assumesse quel ruolo di "protettore" della comunità locale che altrove nelle Riviere i patrizi possidenti, in loco avevano assunto nei confronti del Governo di Genova.
Il 16 novembre 1800, la primogenita di Giacomo e Caterina, Silvia, sposò Luigi Grossi del fu Vincenzo, appartenente alla nobile famiglia dei Grossi di Sarzana, che a suo tempo era stata tra quelle che avevano ostacolato alcune iniziative di Giacomo. Il 23 ottobre 1802 nacque il loro primo figlio, che fu battezzato con i nomi di Federico Giuseppe Vincenzo Giacomo. Il 29 luglio 1803 morì Caterina Doria e, per fare cosa grata al di lei genero Luigi Grossi, il pievano Vincenzo Bordigoni diede il proprio assenso perché venisse sepolta nell'oratorio di San Rocco a Bolano. Poco più di un anno dopo, il 20 dicembre 1804, morì anche Giacomo e anch'egli venne sepolto in San Rocco. I1 28 settembre 1806 il secondogenito Francesco, all'epoca ventiduenne, sposò la contessa Chiara Caimi di Pontremoli, dalla quale due anni dopo, il 1° settembre 1808, nacque il loro primogenito, battezzato con il nome di Cesare Giuseppe, nella cappella di San Venanzio. La famiglia Giustiniani faceva ormai parte del tessuto sociale della comunità di Bolano, anche perché, con il matrimonio di Silvia con un membro di una delle famiglie più autorevoli del luogo, erano venute meno quelle forme di preclusione che erano state messe in atto nel primo periodo del loro insediamento. Con i figli di Giacomo si rinsalderà anche il vincolo con le terre e le persone che vi lavorano, anche perché i giovani, specialmente Benedetto, si occuperanno personalmente, aiutati da persone di fiducia, della gestione dei poderi, dell'organizzazione e dell'arricchimento della tenuta.
Nel 1805, con l'annessione della Repubblica Ligure all'Impero francese, il servizio militare era divenuto obbligatorio anche per la Liguria. Nel 1808 Pietro Giustiniani compiva i vent'anni, l'età del servizio militare, e rientrava nel contingente di leva previsto per quell'anno. Pietro non si presentò alla chiamata e venne cercato nel Comune in cui aveva residenza, ma invano. Il servizio militare era, con la pressione fiscale, una delle istituzioni più impopolari introdotte dall'Amministrazione francese, e, come già accaduto in Francia, dove era in vigore fin dal 1798, un gran numero di giovani cercava di sottrarvisi. Nel 1806 i casi di renitenza nel Comune di Bolano erano stati numerosi e il sindaco era assillato da continue richieste di intervento per convincere i giovani a presentarsi all'ufficio del sottoprefetto. In un tale clima è dunque comprensibile come potesse essere nato il sospetto che anche Pietro Giustiniani volesse sfuggire a un'eventuale chiamata. Il fatto che, infine, si sia presentato depone contro una sua defezione o un tentativo di defezione.
Il 6 aprile 1814 Napoleone abdicò e la Liguria fu provvisoriamente affidata a lord Bentick, il quale soltanto il 26, con il proclama che prometteva un ritorno all'antico Governo con il ripristino della Costituzione dello Stato genovese esistente prima del 1797, avrebbe creato un Governo provvisorio in attesa che le potenze vincitrici di Napoleone decidessero delle sorti dell'ex Repubblica di Genova. Quando si trattò di nominare le persone più adatte a sostenere questo incarico di fronte al Governo, in un momento tanto delicato, la scelta dei consiglieri cadde anche su Francesco Giustiniani, che evidentemente godeva ormai della fiducia della comunità bolanese. L'ultimo evento importante del 1814, per la famiglia Giustiniani, fu il matrimonio di Marianna, sorella di Francesco, che il 24 agosto nella cappella del palazzo Giustiniani sposò il nobile avvocato Francesco Guano di Bergassana. Era quello anche l'ultimo anno di vita della Repubblica di Genova, prima di essere annessa, in virtù del Trattato del Congresso di Vienna, al Regno di Sardegna.  

I discendenti di Giacomo Giustiniani a Ceparana e a Vezzano
Da Giacomo Giustiniani, rimasto unico erede dei vasti possedimenti terrieri acquisiti dal padre Francesco a Ceparana e in altre località limitrofe, e dalla moglie, la nobile genovese Caterina Doria, era nata, nell'ultimo ventennio del XVIII secolo, una numerosa prole: Maria Giacinta, Maria Silvia, Anna Pettonilla, Francesco Giuseppe, Ambrogio Maria, Stefano, Pietro, Anna Maria, Marina, Marianna, Maria Antonia Giacinta e Benedetto, che avrebbe garantito alla famiglia una folta discendenza nel corso del secolo successivo. In età relativamente avanzata i Giustiniani avevano concluso un matrimonio di spicco per la primogenita, Maria Silvia, che appena diciottenne il 16 novembre 1800 sposò Luigi Grossi fu Vincenzo, appartenente a una famiglia ascritta al patriziato di Sarzana e detentrice da secoli di vasti possedimenti terrieri nella Giurisdizione di Bolano. Le nozze sancivano l'inserimento della famiglia Giustiniani nel ceto dirigente locale. Giacomo e Caterina si sarebbero spenti a Ceparana pochi anni più tardi: lei nel 1803, lui nel dicembre 1804, alla vigilia dell'annessione della Repubblica Ligure all'Impero francese. Alla morte di Giacomo tutti i suoi quattro figli maschi ed eredi universali - Francesco, Stefano, Pietro e Benedetto - erano ancora minorenni.
Negli anni seguenti le giovani di casa Giustiniani vennero destinate a unioni matrimoniali volte a rafforzare i legami della famiglia con il notabilato locale che avrebbe esercitato le pubbliche cariche nella Lunigiana sabauda: dopo il già menzionato matrimonio di Silvia con Luigi Grossi, furono concluse le nozze di Maria Anna con l'avvocato Francesco Guano, celebrate il 24 agosto. Successivamente un'altra delle sorelle Giustiniani, Maria Antonia Giacinta, i1 18 ottobre 1820 sposò il nobile pontremolese Nicolò Zucchi. Il 16 aprile 1810 i fratelli Giustiniani, ciascuno erede per un quarto del padre, avevano concluso la divisione del consistente patrimonio immobiliare pervenuto in eredità a Giacomo dallo zio materno Pietro Battista Alerame e già sottoposto a vincolo di fedecommesso. Tra i beni era inclusa una casa a Genova, presso piazza Campetto. L'immobile era incluso tra quelli compresi nella divisione tra i fratelli Giustiniani avvenuta nel 1805. Nel relativo atto si era precisato che i beni erano originariamente vincolati a un fedecommesso istituito dal prozio Alerame, ma che la metà era ora libera e spettante ai quattro fratelli in parti uguali, a seguito della legge della Repubblica Ligure che nel 1799 aveva abolito i fedecommessi, mentre l'altra metà era già pervenuta anteriormente a tale abolizione al solo Francesco, come figlio primogenito. Rispetto, poi, all'originario patrimonio immobiliare del fedecommesso Alerame, Giacomo aveva alienato beni della metà liberata dal vincolo per un valore di 40.000 lire di Genova. Si era, poi, proceduto al dettagliato elenco di tutti gli immobili appartenuti al fedecommesso e distribuiti fra Genova, Sestri Ponente e la Val Polcevera. Dell'eredità di Giacomo Giustiniani facevano parte anche alcuni redditi in Milano.
Cresciuti a Ceparana, i quattro fratelli Giustiniani avevano sviluppato un legame ormai indissolubile con il territorio. Mentre il loro padre e ancora di più il loro avo, Francesco Giustiniani, si erano rapportati a queste terre da nobili genovesi che dalla capitale guardavano a questa parte del Dominio come luogo di nuove opportunità economiche, ora i Giustiniani erano notabili della Provincia che guardavano al centro del Ducato di Genova, nel più ampio contesto rappresentato dal Regno di Sardegna con capitale in Torino. In questo nuovo panorama, i Giustiniani parteciparono alla vita pubblica bolanese ricoprendo, al pari degli altri notabili locali, le principali cariche amministrative. Nel marzo del 1818 il maggiore dei fratelli, Francesco, fu nominato sindaco di Bolano, ma ottenne l'esonero dalla nomina per essere prossimo a trasferire il proprio domicilio a Genova. Due anni più tardi entrò a far parte del Consiglio comunale il fratello minore, Benedetto, nominato vicesindaco nel febbraio del 1821 e riconfermato nella carica nel giugno 1822. Nell'elenco dei candidati alla nomina di sindaco redatto dal Consiglio comunale il 5 novembre 1822 comparivano sia Benedetto, all'epoca ventottenne, vicesindaco in carica, compreso tra i consiglieri (che per prassi venivano candidati), sia il trentenne Pietro Giustiniani, tra gli esterni al Consiglio. Nel gennaio 1823 Pietro fu nominato sindaco, ma si dimise dalla carica nell'aprile successivo, consentendo la permanenza nel Consiglio comunale di Benedetto, che altrimenti avrebbe dovuto esserne escluso per il legame di parentela col sindaco. Quello dei fratelli Giustiniani che ebbe una presenza più significativa nella pubblica amministrazione bolanese fu, però, il marchese Stefano, sindaco dal giugno 1835 al 1843. Nella lista dei candidati per il biennio 1837-1838, compaiono sia Stefano che Pietro. Fu designato Stefano, confermato ancora nel febbraio de11839 e del 1840 e nel gennaio 1843, ma non terminò l'ultimo mandato, che avrebbe dovuto avere fine nel 1845. Nell'agosto 1847 entrò nel Consiglio comunale Pietro Giustiniani e negli anni successivi vi si avvicendarono suo figlio Francesco e il nipote Ignazio (figlio di Stefano), garantendo una costante rappresentanza della casata nell’amministrazione del Comune.
Benedetto Giustiniani venne menzionato con grande risalto nella “Gazzetta di Genova” del 10 aprile 1824 per essersi reso protagonista di un atto eroico il 25 marzo precedente, salvando dal fiume Magra i passeggeri di due carrozze dirette in Toscana. Secondo quanto narrato dal giornale, i rispettivi vetturini, uno di Genova e uno di Alessandria, forse per risparmiare il costo della scaffa (la zattera con la quale si passava il Magra), avevano tentato di guadare il fiume trovandosi in grave pericolo: la prima carrozza si era rovesciata e l'altra era stata sommersa dalle acque. Il gesto valse a Benedetto anche il plauso del sovrano, che gli fu espresso dal governatore e comandante generale di Genova, il barone Ettore D'Yenne.
L'episodio che appare in qualche modo più significativo della piena affermazione dei Giustiniani nel tessuto economico della valle è l'acquisto dei frantoi o torchi comunali, da parte di Stefano e Pietro Giustiniani nel 1835. Negli anni successivi, dal 1841 al 1849, Francesco Giustiniani risultava proprietario di un albergo in Ceparana, chiamato Locanda del Rio, gestita per suo conto da Gerolamo Raffini: anche in questo caso si trattava di un'affermazione economica importante, un "risarcimento" alla famiglia per la lunghissima vertenza con la comunità di Bolano che l'omonimo antenato, Francesco Giustiniani, aveva affrontato per ottenere il diritto di tenere un'osteria aperta in Ceparana.
I quattro fratelli Giustiniani, figli di Giacomo, diedero origine ad altrettante linee familiari che si distinsero nel corso del secolo seguente nel panorama sociale lunigianese.

La linea di Francesco Giustiniani
Francesco, il maschio primogenito di Giacomo Giustiniani, nato a Ceparana l'11 luglio 1784, il 28 settembre 1806 aveva sposato a Pontremoli Chiara Caimi di Giuseppe fu Cesare, appartenente a facoltosa e distinta famiglia pontremolese, il cui padre aveva ricevuto il titolo di conte dal duca di Parma nel 1794. Durante gli anni dell'Impero francese, Francesco Giustiniani ricoprì cariche di rilievo a Bolano. In seguito risiedette con la moglie a Genova ove aveva ereditato la maggior parte del patrimonio immobiliare pervenuto ai Giustiniani dalla famiglia Alerame e, in particolare, la casa grande presso la chiesa di Nostra Signora del Carmine. Continuò ad alternare i soggiorni a Ceparana con periodi di residenza in Genova. Negli anni Quaranta dell’Ottocento commissionò il restauro dell'antica cappella di San Venanzio attigua al palazzo di Ceparana, come ricorda un'epigrafe al centro del pavimento dell'aula.
Nella casa genovese morirono la moglie Chiara, scomparsa a soli trentasei anni nel 1820, e la figlia diciottenne Luigia nel 1832. Oltre a questa sfortunata giovane, Francesco aveva avuto anche Cesare, Giovanni Stefano, Giuseppe, monaco missionario morto a Baltimora il 23 ottobre 1886, e Giacomo, spentosi senza prole a Ceparana nel 1877. Il primogenito Cesare prese in moglie la cugina Anna Grossi, ma non ne ebbe prole e scomparve a Ceparana il 22 marzo 1859; Giovanni Stefano sposò dapprima Caterina De Barbieri, avendone i figli Domenico Ottone, Callista (moglie di Francesco Bertolini) e Ferruccio, marito della nobile milanese Lina Avogli Trotti. Rimasto vedovo, Giovanni Stefano si sposò una seconda volta con Angela Dassori - dalla quale ebbe Francesco e Ida Maria (andata in sposa nel 1874 ad Alberto Dentoni) - e si spense a Ceparana nel 1880. Da Domenico Ottone e dalla moglie Francesca Fabiani nacquero Giovanna, Pietro, ufficiale di cavalleria e marito della nobile milanese Caterina Avogli Trotti, e Stefano Luigi, che prese in moglie Giulia Del Monte ed ebbe Silvana, Francesca, Maria Luisa e Giovanni Domenico. Da Francesco di Giovanni Stefano (1861-1945) e da Giuseppina Bongiovanni (1866-1936) nacquero, invece, Angela (1886- 1958), moglie del conte Francesco Colonna (1881-1962), Raul e Ida (1891-1971). Raul fu un valoroso militare: tenente dell'Esercito italiano, nel 1917 combatté sul Carso riportando mutilazioni alle gambe e la perdita di un occhio e guadagnando una medaglia d'argento al valor militare. La sua scelta di sposare una giovane di ceto sociale inferiore, Amelia Luporini, causò una grave frattura con la famiglia, cosicché Raul dovette vivere con i soli proventi della sua professione di avvocato. Trascorse gli ultimi anni di vita a Ceparana e morì i1 24 ottobre 1926 in tragiche circostanze a Bottagna: fu inghiottito dalle acque del Vara mentre cercava di attraversare su un carro il fiume in piena.
Sua sorella Ida fu l'ultima Giustiniani della linea di Ceparana e donò al Comune il terreno sul quale costruire la nuova chiesa parrocchiale di Ceparana, l'edificio per le opere parrocchiali e l'asilo infantile; dopo la morte dell'altra sorella, Angela (1958), sposò il cognato Francesco Colonna (a sua volta deceduto nel 1962); morì nel 1971, lasciando erede universale la nipote Anna Maria Ramò Giustiniani, la quale donò a sua volta al Comune di Bolano la cappella gentilizia dedicata a San Venanzio.

La linea di Stefano Giustiniani
Stefano Giustiniani del fu Giacomo, sindaco di Bolano dal 1835 al 1843, trascorse molti anni a Ceparana ma spesso fu presente anche in Genova. Sposò la nobile milanese Valpurga Martignoni, figlia del console generale austriaco a Genova, Giuseppe Martignoni, e di Giuseppa Allegretti. Morì il 27 ottobre 1873. Dalla moglie Valpurga, spentasi a Ceparana nel 1850, ebbe due figli: Ignazio e Maria. Il primogenito, nato il 27 settembre 1827 a Ceparana, sposò Emilia Merani ma non ebbe discendenza; morì a Ceparana il 18 novembre 1872. La secondogenita di Stefano e Valpurga, nacque a Ceparana il 6 marzo 1835 e fu battezzata con i nomi di Caterina Filomena Maria Giuseppa. Divenne moglie dell'avvocato Paolo Podestà, celebre archeologo di Sarzana: da loro sarebbe nato Ignazio Guido Podestà Lucciardi, erede del titolo e dei beni della famiglia dell'ava paterna, prefetto del Regno e sposo della nobile Annunziata Felloni Scassi.

La linea di Pietro Giustiniani
I due matrimoni di Pietro Giustiniani del fu Giacomo furono all'origine dei due rami nei quali si divise in seguito la famiglia. Dalle prime nozze con Teresa Picedi del conte Giovanni Battista, discendente del celebre Papirio Picedi ed erede del castello di Vezzano, tra il 1834 e il 1841 nacquero in Ceparana quattro maschi - Cesare Giacomo, morto bambino, Francesco Giacomo, Stefano Andrea Venanzio e Camillo Luigi Venanzio - e una figlia femmina, Camilla Caterina Valpurga, sposa del bolanese Cesare Grossi fu Luigi. Ad essi rimase il castello di Vezzano, mentre gli altri mantennero le proprietà in Ceparana.
Il primogenito di Pietro, Francesco, dopo gli studi ginnasiali, nel 1853 fu ammesso all'Università di Genova ove studiò Leggi. Le nozze con Luisa Scassi, figlia del conte Agostino e della marchesa Rosa Rivarola, lo legarono strettamente alla principale nobiltà ligure dell'epoca: l'avo paterno della giovane sposa era il conte Onofrio Scassi, illustre medico e professore di Medicina nell'Ateneo genovese, personalità politica affermatasi in età napoleonica, divenuto sindaco di Genova durante il Regno di Sardegna e insignito del titolo di conte da re Carlo Felice ne1 1830. L’avo materno era, invece, il marchese Stefano Rivarola, patrizio genovese di antica famiglia chiavarese, uomo politico di primo piano, fondatore della Società Economica di Chiavari e sindaco di Genova. Dei fratelli di Luisa, Onofrio (nato a Genova il 13 agosto 1836) fu ufficiale del Novara Cavalleria e trovò la morte alla battaglia di Montebello, il 20 maggio 1859, che gli valse la medaglia d'argento al valor militare; Angiola sposò il marchese e generale Francesco Sauli, patrizio genovese; mentre Carolina, la minore, fu moglie di Cesare De Nobili della Spezia e, rimasta vedova, il 4 dicembre 1864 si unì in matrimonio con il dottore Jacopo Felloni, patrizio pisano nativo di Cascina e residente a Sarzana. L'unione di Francesco Giustiniani e Luisa Scassi fu funestata dalla morte di due figli maschi in tenerissima età, entrambi chiamati Onofrio Agostino: il primo, nato il 13 ottobre 1861, si spense il successivo 12 novembre; il secondo venne alla luce il 2 novembre 1865 ma morì a Torino in tenera età. In seguito Francesco perse anche la moglie e, cinquantatreenne, spirò a Vezzano nel 1889.
Il fratello minore di Francesco Giustiniani, fu il nostro personaggio: Stefano Andrea Venanzio. Egli fu ufficiale di Marina e a Cagliari, nel 1875, prese in moglie la nobile Annetta Asquer Salazar, dalla quale ebbe tre figli: Enrico, Giuseppina e Teresa (vedi: I Giustiniani e la Sardegna).
Il terzogenito di Pietro Giustiniani, Camillo Luigi Venanzio, chiamato Luigi, prestò servizio militare nel Corpo dei Bersaglieri e sposò Alberta Bernucci figlia di Domenico, patrizio di Sarzana, e della torinese Emilia Menchinelli Zucchi. Da loro nacquero a Bolano Maria Augusta (1871), a Vezzano Guglielmina, Giuseppina, Maria Pia, Pietro, morto bambino, Angelica, mancata anch'ella in tenera età ad Arcola, e altro Pietro, destinato a dare continuità alla famiglia. Delle figlie di Luigi e Alberta, Maria Augusta andò sposa nel 1893, in Vezzano, a Giovanni Battini Rossi di Fivizzano, mentre Maria Pia i1 7 settembre 1908 divenne moglie del professore Francesco Luigi Mannucci, nativo di Torino ma di famiglia sarzanese, con una cerimonia tenuta nella cappella del castello vezzanese dallo zio della sposa, monsignor Giuseppe Giustiniani, uno dei chierici camerarii di papa Pio X. Rimasto vedovo, Francesco Luigi Mannucci avrebbe sposato la cognata, Guglielmina Giustiniani.
Alla morte del marchese Pietro, spentosi improvvisamente nella propria casa di Ceparana il 14 febbraio 1858, il titolo nobiliare spettò ad Andrea. Tuttavia, per la morte in tenera età del proprio figlio Enrico, fu Luigi il continuatore della discendenza blasonica. Quest’ultimo si spense nel suo castello di Vezzano qualche anno dopo, il 20 luglio 1913, all'età di settantaquattro anni, e i1 23 fu tumulato nella tomba di famiglia eretta nel cimitero parrocchiale.
La seconda linea familiare discendente da Pietro Giustiniani prese origine dal suo secondo matrimonio: vedovo di Teresa Picedi, spirata a Ceparana nel 1846, impalmò Carlotta Cecchi, dalla quale ebbe Teresa Caterina, andata sposa nel 1871 al medico Alberto Nardini di Lerici, Benedetto Venanzio Ambrogio, il suddetto Giuseppe che scelse la vita religiosa, ed Eugenia Elena Petronilla Elvira la quale, ventiseienne, nel 1882 divenne moglie del maturo conte Giuseppe Picedi Benettini, vedovo della cugina Laura Picedi.
Benedetto, formatosi al Collegio delle Missioni a Savona e laureato in Leggi all'Università di Genova, nel 1896 fu ispettore generale incaricato di reggere la Prefettura di Sassari, città della quale fu, poi, prefetto (1896-1898); esercitò questa carica successivamente ad Arezzo (1898-1900), Sondrio (1900-1901) e Foggia (1901-1902). Dal suo matrimonio con Isa Barbatti ebbe Aldo (1878), Olga Elena (1880) e Mario (nato a Roma nel 1885).

La linea di Benedetto Giustiniani
Il marchese Benedetto Giustiniani di Ceparana, il più giovane dei figli di Giacomo, negli anni della giovinezza fu particolarmente presente nella vita ceparanese, dedicandosi alla cura dell'azienda agricola familiare; nel 1824 si era reso protagonista dell'eroico salvataggio dei passeggeri di due carrozze nel fiume Magra, cui abbiamo già accennato. L'anno seguente, il 31 maggio 1825, sposò a Genova una dama di antica nobiltà: Francesca Saveria Di Negro, figlia del marchese Lazzaro Francesco fu Paolo Geronimo e di Teresa Carenza Giustiniani, del marchese Orazio. La sposa era sorella del marchese Orazio Di Negro (1810-1872), che sarebbe divenuto un valente ufficiale della Regia Marina Sarda, ammiraglio, senatore del Regno (1861) e ministro della Marina nel Governo Farini (1863). Dopo le nozze Benedetto si stabilì a Genova, ove fu impiegato come regio funzionario. Dei numerosi figli che ebbe da Francesca Saveria, il primogenito Giacomo Antonio (1826) e la secondogenita, Caterina (1827), morirono in tenera età; altri tre maschi, Francesco Orazio, Cosimo Giuseppe e Giacomo Pietro, come lo zio materno intrapresero la carriera militare. Il primogenito, Francesco Giustiniani, nel 1850 era tenente di vascello nella Regia Marina. Avviato a una brillante carriera, si spense prematuramente il 15 agosto 1854.
Il secondogenito di Benedetto, Cosimo, nato a Genova il 10 ottobre 1831, studiò nel Collegio genovese dei gesuiti (1845-1847) e nel 1848 iniziò gli studi all'Ateneo di Genova, ove seguì prima Magistero e Filosofia (1848-49), poi, Leggi (1850-54). Intrapresa la carriera nella Regia Marina, Cosimo Giustiniani fece parte del Commissariato di Marina e spirò i1 2 giugno 1864.
L'altro figlio di Benedetto, Giacomo (1835-1892), tra il 1851 e i1 1854 studiò anch'egli Legge all'Università di Genova e fu ufficiale nella Fanteria di Marina. Morì senza lasciare discendenza, come pure i fratelli Francesco e Cosimo e le sorelle Teresa Carenza, moglie del marchese Giovanni Luca Raggi, e Maria Maddalena.


Vedi anche sull'argomento:
I Giustiniani in Lunigiana
I Giustiniani e la Sardegna
Palazzo Giustiniani a Bolano - Ceparana

la mia foto

Torna alla homepage di Enrico Giustinianini