I GIUSTINIANI E LA SARDEGNA


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Per gentile concessione di ALBINO LEPORI (estratto da "I Giustiniani e la Sardegna in corso di pubblicazione).

La presenza Genovese in Sardegna risale fin dal XII secolo quando la Sardegna, isolata dall'Impero Bizantino sempre più lontano, organizzò in modo definitivo la propria autonomia politica. In quel periodo la Sardegna era suddivisa in Tormachie, o Parti o Luoghi, da cui originarono i Giudicati di Arborea, Torres, Gallura e Cagliari che furono presto vittime delle ambizioni commerciali di Pisa e Genova.
Cagliari e la Gallura cadono in potere di Pisa; Torres in mano di forti famiglie genovesi, ad eccezione di Sassari, che riuscì a diventare Comune autonomo. Soltanto Arborea conservò per più tempo la sua indipendenza.
Fin dai primi contatti Pisa e Genova fecero di tutto per imporre la loro presenza politica e garantire i propri mercanti con immunità ed esenzioni. I mercanti dapprima si interessarono del commercio del sale e dell'attività mineraria, ma in seguito, dopo essere riusciti a ottenere alcuni piccoli possedimenti, vi si stabilirono controllando anche il commercio interno.
Per la Superba, se da un lato la Corsica rappresentava un imprescindibile baluardo difensivo, dall’altro la Sardegna significava un territorio da sfruttare. Quest’ultima infatti era fonte di lana, formaggi, sale, grano, ferro e pellame tutti prodotti molto appetibili per gli interessi mercantili dei genovesi. Pisa e Genova non erano le sole a nutrire ambizioni sull’isola infatti, nel 1073 papa Gregorio ne rivendicò la sovranità, unitamente a quelle di Corsica, Spagna e Ungheria minacciando nel 1080 i sardi che, se non si fossero sottomessi alla sua volontà, sarebbero stati ceduti ad una di queste potenze straniere. Nel XII sec. genovesi e pisani ottennero dalle rispettive Chiese (le arcidiocesi delle due Repubbliche erano potentissime), a parziale indennizzo dell’attività prestata durante le Crociate, importanti tenute agricole e corposi privilegi fiscali quali l’esenzione daziaria.
Analoga fu la tecnica di penetrazione degli Ordini religiosi; ai Benedettini seguirono i Vittorini di Marsiglia e poi i Camaldolesi, i Vallombrosani. A tutti furono fatte grandi donazioni e ben presto ciascun Ordine arrivò controllare una rete di abazie e di monasteri. Oltre che agli Ordini religiosi, molte donazioni furono fatte all'Opera del duomo di Pisa e a quella del duomo di Genova. La presenza dei mercanti e dei monaci ebbe come conseguenza il coinvolgimento politico delle due Repubbliche in Sardegna.
Che il commercio fosse allora fiorente, pare indiscutibile, come pure l'agricoltura e che i pisani abbiano lasciato una splendente tradizione d’arte nell'architettura, è anche indubitabile. Tuttavia, l'Isola fu continuamente divisa e assediata, vittima delle aspirazioni economiche delle due grandi Repubbliche marinare e con l'ansia di liberarsi da coloro che considerava dominatori.
Nella prima metà del XIII secolo assistiamo all’alternarsi e affermarsi dei diritti della Chiesa e dell'Impero, alla crescente influenza di Genova e di Pisa, al nascere e ingrandirsi della potenza dei Massa e dei Visconti, dei Donoratico e dei Malaspina; nella seconda metà vediamo la fine e la trasformazione di tutti questi diritti, delle Signorie continentali e della preponderanza genovese.
L’imparentamento delle potenti famiglie Pisane e Genovesi con le grandi famiglie maiorali che erano al governo dei Giudicati condurranno allo smembramento e alla rovina dei Giudicati di Torres, di Cagliari e di Gallura. Tramonta la Sardegna giudicale, un vecchio mondo sopravvissuto nell'irrequieto e turbolento Medioevo europeo, rimasto in vita non tanto per la rispondenza alla comunità della sua struttura cittadina, quanto per la mancanza di contatti in cui era vissuto per circa quattro secoli, segregato dal resto dell'Europa e dai territori mediterranei degli altri due Continenti.
Il 6 aprile 1297, con la bolla papale «Ad honorem Dei onnipotenti Patris», il pontefice Bonifacio VIII nominava Giacomo II d’Aragona re di Sardegna e Corsica, in cambio di un consistente censo feudale annuo. La Santa Sede mirava, così, a rimuovere una delle maggiori cause delle lotte tra Pisa e Genova e contemporaneamente creava i presupposti per mettere fine alla oramai ventennale guerra del Vespro in Sicilia. Quella decisione che dovette restare inoperante per decenni, costituì la premessa della conquista aragonese della Sardegna, con moventi di fondo economico-strategici.
Con la conquista aragonese, si avvia un intenso processo d’infeudazione con l’assegnazione di terre, ville e rendite relative ai finanziatori, ai sostenitori e ai partecipanti alla spedizione. La concessione dei feudi fu, pertanto, una delle conseguenze della conquista e portò allo sviluppo di una situazione destinata a durare per più di sei secoli. In tal modo la Corona contava di legare a se, col vincolo feudale, tutti i signori che vi possedevano beni e rendite, e i nuovi feudatari provenienti dall'aristocrazia dei Regni iberici e dalla borghesia imprenditoriale, mercantile e finanziaria catalana, ai quali affidava terre e ville, quale ricompensa per l'aiuto militare ed economico assicurato nel corso della conquista. Occorreva, inoltre, difendere il nuovo Regno, la cui conquista era costata l'impegno di ingenti spese e un notevole sacrificio di vite umane, non più tollerabili dalla sola Corona d'Aragona, le cui finanze apparivano assai deboli.
Le grandi famiglie genovesi, fra le quali gli Spinola e i Doria ne presero atto “obtorto collo” ma per conservare le loro signorie, misero in atto una intelligente strategia; prima che gli spagnoli si impossessassero realmente dell’isola nel 1325, organizzarono numerosi matrimoni misti con la nobiltà locale, tramandandosi così il titolo di Giudice nei vari territori e mantenendo così una certa autonomia. La famiglia che ne trasse i maggiori vantaggi fu quella dei Doria che a partire da Andrea (solo un antenato omonimo del celebre ammiraglio) fu sempre presente nell’amministrazione dell’isola. La situazione militare, d'altra parte, non si era ancora risolta in quanto sul recente dominio incombevano pericoli interni ed esterni, provenienti gli uni dai giudici Arborensi, gli altri da Genova e Pisa, che mal sopportavano la presenza catalana.
Il progressivo affermarsi del sistema politico aragonese, soprattutto a seguito dell'abbandono dell'Isola da parte di Pisa e nonostante la resistenza opposta dai giudici Arborensi, produrrà nel quadro della geografia insediativa di queste aree, ma anche su tutto il resto dell'Isola, un marcato e irreversibile declino degli insediamenti rurali sparsi.
Alla morte di Giovanni II, avvenuta nel 1479, si realizzò l'unione dei due più importanti Regni della penisola iberica le cui premesse risalivano al 1469 con il matrimonio tra Ferdinando, figlio di Giovanni, e Isabella erede al trono di Castiglia. Ferdinando il Cattolico, unificando la legislazione, si sforzò di cancellarvi quanto ricordava Pisa e Genova: la lingua, la cultura, le costumanze, il diritto, il modo di vivere erano divenuti spagnoli.
Dalla fine del Quattrocento fino a tutto il Seicento, l'Isola divenne un Regno periferico di un Impero mondiale i cui interessi gravitavano non più nel Mediterraneo ma nell’Atlantico. Chiusa in se stessa, fu sfiorata appena dai principali eventi della storia europea, assunse il carattere di Isola dimenticata e misteriosa. Fu un lungo periodo di pace, turbato da un tentativo di sbarco francese nel 1527, durante le guerre tra Carlo V e Francesco I, che portò all'assedio di Castelsardo, alla capitolazione di Sassari e al suo saccheggio.
Nonostante la Sardegna sia rimasta nell’orbita spagnola fino al trattato di Utrecht del 1713, quando venne ceduta all’Austria, i Genovesi seppero tutelare con astuzia i propri interessi. soprattutto quelli del controllo delle saline di cui la Repubblica di Genova deteneva il monopolio e il possesso delle miniere di piombo argentifero di Villa Chiesa.
Il XVIII secolo si apre per la Sardegna, come per gran parte dell'Europa, con un avvenimento di vasta portata internazionale, la Guerra di Successione spagnola (1700-1713), dove si contrapposero i pretendenti al trono di Spagna Carlo III d’Asburgo (sostenuto da Gran Bretagna, Paesi Bassi, Asburgo, Savoia e Portogallo) e Filippo V di Borbone (sostenuto da Francia e Baviera). La nobiltà sarda si divise tra i due schieramenti. Prevalse il Borbone, ma l’antico Regno di Sardegna sorto a Bonaria nel 1324 passò agli Asburgo con il Trattato di Utrecht (1713). Dopo l’effimera riconquista spagnola ad opera del cardinale Alberoni, con il Trattato di Londra del 2 agosto 1818 la Sardegna passò ai Duchi di Savoia, precedentemente insigniti della Sicilia. In questo modo Casa Savoia, conquistando la dignità regale, entrava a far parte delle grandi casate europee e la Sardegna tornava nell’alveo per essa naturale della civiltà italiana. Il primo Vicerè sabaudo, il Barone di Saint-Rémy entrato in carica il 2 settembre 1720 in nome di S.M. Vittorio Amedeo II di Savoia, doveva però giurare davanti agli Stamenti sardi di rispettare i trattati internazionali, i privilegi e le leggi dei precedenti governi, come stabilito dal Trattato di Londra.
Il passaggio dalla dominazione spagnola a quella piemontese, a parte gli aspetti formalmente fastosi delle cerimonie di insediamento e di giuramento, avvenne senza scosse o contraccolpi per la classe dirigente e per il resto della popolazione.  Vittorio Amedeo II mirò a ristabilire incontrastata l’autorità sovrana al di sopra dei feudatari e di ogni classe di cittadini, a mettere ordine nel caos giudiziario, amministrativo e finanziario; volle abbassata la riottosa nobiltà”. L’antica controversia sull’alta potestà pontificia sull’isola fu risolta con l’accordo del 25 ottobre 1726, con cui Papa Benedetto XIII derogava al diritto d’investitura in favore di Vittorio Amedeo II. In questo modo il Sommo Pontefice rinunciava all’alta sovranità sulla Sardegna, che era stata all’origine dell’atto di infeudazione alla Corona d’Aragona del 5 aprile 1297. la tua foto
Solo in parte toccata dalle conquiste Napoleoniche, l’isola restò emarginata dai moti rivoluzionari della metà del XIX secolo. Il 3 marzo 1799 arrivarono a Cagliari il nuovo Re Carlo Emanuele IV (salito al trono nel 1796),la famiglia reale e l’intera corte sabauda, costretta a lasciare Torino a seguito dell’invasione francese del 1798. Il secolo si chiuse con la morte dell’erede al trono e ultimo rampollo del ramo principale dei Savoia, il piccolo Carlo Emanuele, sepolto nella cripta della Cattedrale di Cagliari nell’agosto 1799.
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, le rivendicazioni anti-protezionistiche si ebbero anche in Sardegna. Nei primi decenni del Novecento, la Sardegna era ancora una delle regioni più arretrate d’Italia: gran parte dei villaggi era privo di reti idriche e fognarie, la comunicazione tra i centri abitati era complicata per la presenza di poche strade, l’economia si basava principalmente sulla pastorizia e l’agricoltura. La condizione della popolazione non era delle migliori, l’alimentazione non era adeguata, la malaria mieteva vittime un po’ ovunque, il tasso di analfabetismo era ancora molto elevato. Ma v’era un problema contingente, serio e drammatico, che doveva essere affrontato con urgenza: riuscire a ricollocare i soldati che rientravano dal fronte; e le strutture produttive non erano in condizione di offrire un lavoro alle centinaia di giovani che erano stati in guerra. Peraltro, la guerra aveva offerto ai sardi, nonostante le gravi perdite subite, l’occasione di vivere Un’esperienza in cui fu possibile creare un’unità di intenti tra persone che provenivano dalle diverse zone dell’Isola e che mai si erano sentite appartenenti a un popolo.

I GIUSTINIANI IN SARDEGNA

La presenza Giustiniani in Sardegna ruota intorno alla figura di Giuseppe Luigi Mulas Mameli apparteneva a un importante casato ogliastrino. Il padre Antonio, nato a Loceri nel 1807, fu sindaco e medico condotto di Tortolì per diversi lustri. La madre Rosa, sorella del ministro Cristoforo, apparteneva al ramo lanuseino della famiglia Mameli. Attorno ai loro discendenti, Giuseppe Luigi e i suoi fratelli Maria e Rafaele, è possibile elencare una nutrita serie di personaggi che hanno concorso alla storia contemporanea, non solo della Sardegna ma, più in generale, d’Italia.
Carlo Mulas, nipote di Giuseppe (figlio del suo primogenito Antonio) convolò in prime nozze a Cagliari, il 29 novembre 1938, con Rita Carboni Boy Giustiniani; e, rimasto vedovo, si risposò, il 14 novembre 1945, con la cognata Lia Giustiniani. Le due sorelle Rita e Lia erano figlie di Ottorino Carboni e Giuseppina Giustiniani, figlia del marchese Andrea Giustiniani Recanelli e di Donna Anna Asquer, nata a Cagliari nel 1853 dal visconte di Fluminimaggiore Francesco e da Donna Giuseppa Salazar. Costoro ebbero tre figli: Enrico, nato a Ceparana nel 1878 e morto all’età di dodici anni; Giuseppina, nata a Vezzano Ligure il 23 ottobre 1877; Teresa, nata a Venezia il 21 dicembre 1879 e deceduta a Cagliari il 9 marzo 1961. Cosicché, quel ramo dei Giustiniani che discendeva direttamente dal grande Pietro, Signore di Chio e capo della “Maona” genovese, si trasferì in Sardegna.

Ottorino nacque a Nuragus nel 1874 e ne fu sindaco per diversi anni, dall’onorevole Enrico Carboni Boy e da Donna Rita Nieddu. Dal suo matrimonio con la marchesina Giuseppina Giustiniani nacquero nove figli: Andrea, Enrico, Maria Teresa, Francesco, Rita, Anna, Lia, Carmela e Michele. Dopo la scomparsa di Giuseppina, avvenuta a Nuragus nel 1928, Ottorino si risposò con la cognata Teresa Giustiniani, ma non ebbero prole. la tua foto
la tua fotoA Giuseppina Giustiniani si deve l’acquisto dell'altare maggiore della Chiesa parrocchiale di Nuragus intitolata a santa Maria Maddalena, proveniente dalla chiesa del Santo Monte di Cagliari. Giuseppina porta nella villa di Nuragus nella piccola cappella dove i Carboni Boy si riunivano per pregare, un trittico che raffigura la Vergine con il Bambino, affiancata da due angeli, entro una tripartizione ottenuta da archeggiature dipinte, con pilastrini a base esagonale, rosoncini e bifore cieche entro archi ogivali. Uno dei due angeli presenta alla Vergine un giglio, mentre l'altro porta le mani al petto incrociandole. Si tratta, con tutta evidenza, di una Madonna del Sacro Cuore di Gesù. La Madonna degli Angeli è venerata anche in Lunigiana, regione d’origine delle marchesine Giuseppina e Teresa Giustiniani: presso il santuario omonimo, ad Arcola. Proprio nel territorio dei Colli di Luni, dove si trovano anche Bolano e Ceparana, da cui il santuario dista circa 10 chilometri: posto sulla sommità del colle nell'antico borgo del paese, con una vista panoramica sulla piana in cui il Vara confluisce nel Magra. La devozione popolare alla Madonna degli Angeli è ancora ben viva ad Arcola e nei dintorni. La tripartizione del pannello potrebbe alludere a un culto sincretico dei vari titoli devozionali della Vergine Maria, con particolare richiamo alla Madonna del Sacro Cuore di Gesù, alla Madonna degli Angeli (oltre che del Carmine e delle Grazie), nonché alla Santissima Annunziata. Tutti culti legati all‟affezione dei Giustiniani/Picedi di Ceparana e Vezzano. Le marchesine Giuseppina e Teresa Giustiniani possedevano numerose opere d’arte. Tra queste una pregiata collezione di quadri, che ereditarono Rita, Lia e Carmela Carboni Boy. Così, alcuni quadri di proprietà di Antonello Mulas, figlio di Lia, già facenti parte delle collezioni d‟arte dei marchesi Giustiniani. Tra questi L‟Allegoria di Diana e il trionfo della virtù sull‟eros, del XVII secolo, e una preziosa Madonna attribuita a Carlo Dolci; e un nucleo di sei tele, ora conservate presso l’abitazione di Maria Gioia Lalli di Ripalta, figlia di Carmela, «alcune di grande qualità artistica, seppure diverse per tematica e ambito culturale». Si tratta di opere «di un indiscusso valore storico e artistico, testimoniando una raffinata cultura collezionistica riconducibile alla nobile famiglia Giustiniani».
la tua fotoDei figli di Ottorino Carboni Boy e Giuseppina Giustiniani: Enrico Ingegnere e Rita, coniugata con Carlo Mulas, che ebbe due figli: Elisabetta (Sissi), nata nel 1939, e Ottorino, nato nel 1941. Purtroppo durante la Seconda Guerra mondiale, Rita e i suoi due bimbi restarono vittime la tua fotoDi un’esplosione a Perugia e perirono tutti il 4 luglio del 1944. Carlo Mulas, rimasto vedovo, si risposò con la cognata Lia e dallo loro nacque Antonello Maria l’8 settembre 1946. Carmela, gemella di Lia si coniugò con il conte Vittorio Lalli di Ripalta. Ebbero una sola figlia, Maria Gioia che convolò a nozze con Luigi Ciusa.
Maria Gioia ereditò dalla madre Carmela, la quale a sua volta l’aveva ereditata dalla marchesina Teresa Giustiniani, una pregiata collezione di quadri, che conserva nella sua abitazione cagliaritana. Anna Carboni Boy Giustiniani. Anna sposa a Cagliari, nel 1945, il barone Enrico Baum Von Appelshofen.

Attraverso questi personaggi, con i loro antenati e affini, è possibile ripercorrere gran parte della storia moderna e contemporanea della Sardegna. Altrettanto suggestiva è la gloriosa storia dei Giustiniani Recanelli e della Famiglia “Albergo” genovese alla quale appartenevano. Nel 1857, Pantaleo Giustiniani Recanelli (Genova, 1780-1867), diretto discendente di Pietro Recanelli († ante 1385), fu riconosciuto erede di un fedecommesso del marchese Vincenzo Giustiniani, proprietario degli omonimi palazzi di Roma e di Bassano romano.

Francesco Giustiniani Recanelli, nato a Chio nel 1668, diretto discendente di Pietro, nel 1717 si stabilì a Ceparana (Comune di Bolano) in Lunigiana, dove acquistò i resti di un antico monastero restaurandolo ed edificando l’attuale palazzo, con l’annessa cappella. Il marchese Andrea Giustiniani, nato a Ceparana il 30 novembre 1837, genitore di Giuseppina e Teresa e figlio di Pietro e Teresa Picedi, era diretto discendente del magnifico Francesco Giustiniani Recanelli, che acquistando, appunto, le terre e quanto restava dell‟antica abbazia di San Venanzio, a Ceparana, diede inizio a un’avventura imprenditoriale e umana che, nel contesto storico del declino della Repubblica di Genova, vide i membri della famiglia affermarsi nel panorama sociale ed economico lunigianese. A seguito del matrimonio celebrato nel 1832 fra il marchese Pietro Giustiniani e la contessa Teresa Picedi, la famiglia eredita anche il sontuoso castello-palazzo di Vezzano Ligure, da sempre fulcro del potere e del prestigio di quest’area, che ha visto succedersi prima i signori di Vezzano e, poi, le famiglie Ottaviani, De Nobili, Malaspina, Picedi e, infine, Giustiniani.

Vedi anche sull'argomento:
I Giustiniani in Lunigiana
Palazzo Giustiniani Vezzano - La Spezia
Palazzo Giustiniani a Bolano - Ceparana


Albino Lepori è nato a Tortolì nel marzo del 1953, socio del Centro Sardo Studi Genealogici e di Storia locale, e dell’Istituto Italiano dei Castelli - Sezione Sardegna. Ha pubblicato i volumi: Oristano e Provincia (1990, AA.VV.); Temi sull’Oristanese tra passato e presente (1990); Tortolì, la sua storia e il suo mare (1991); Selegas e la frazione Seuni (2001); La Sardegna e il Vino (2003); Raccolta di tradizioni sarde (2003); La Diocesi d’Ogliastra, nelle sue sedi di Tortolì e Lanusei (2004, AA.VV.); Tortolì e la sua gente, attraverso i secoli (2005); Ricerca storica delle chiese campestri “rurali” dell’Oristanese (2006, AA.VV.); Scorrendo per la Sardegna (2010); Ogliastra. Cultura, archeologia e arte (2013, AA.VV.); Temi d’Ogliastra (2013); Ogliastra. Miti, leggende, tradizioni (2013); Tra gli eroi di Dogali (2014); L’Eroico miliziano, Antonio Pisano (2015); Tortolì. Feste e Festas de Sartu (2016). Ha, inoltre, pubblicato suoi scritti nelle riviste: “Almanacco di Cagliari”, “Quaderni Bolotanesi”, “Quaderni Oristanesi”, “Rassegna di Diritto e Tecnica Doganale”, “Sardegna Magazine News”, “Studi Ogliastrini”; e nei periodici “L’Ogliastra”, “Il Giornale della Trexenta”, “Il Portico”, “Il Ritrovo dei Sardi”.


IL COMMERCIO DEL CORALLO IN SARDEGNA - una fiorente attività dei Genovesi... e dei Giustiniani


La pesca del corallo ebbe, entro il bacino occidentale del Mediterraneo, uno sviluppo millenario, attivata nei mari di Tunisi, di Algeri e del Marocco, in Spagna, in Provenza, sul litorale della Penisola e lungo le nostre isole, per opera di Africani, di Catalani, di Provenzali e particolarmente di Italiani.
Nel medioevo furono le grandi Compagnie dei coralli Marsigliesi, Genovesi e Pisani a contendersi il corallo Mediterraneo.
I Genovesi furono molto attivi in particolare sulle coste africane, la Sardegna e la Corsica. Scrittori arabi ricordano come nel secolo X e nei successivi la pesca del corallo venisse esercitata nel Magreb, a Bona, a Ceuta e in particolare, per l'eccellenza della qualità, a Marsacares (La Calle). Molti mercanti accorrevano colà da varie parti per quel lucroso commercio, che si svolgeva per mezzo di appositi sensali; mercanti che Fazio degli Uberti ci fa sapere essere «Pisani e Genovesi - con altri più, che guadagnan molt'oro». Vivi erano i rapporti dei Pisani con la Barberia nel XII secolo, assai prima quindi del trattato conchiuso nel 1230, dal quale, pattuendovisi che «si deva dilatare il loro fondaco come quello dei Genovesi», si comprende che questi dovevano già godervi vantaggi anche maggiori.
Del 1153-54 sono i primi patti stipulati da Genova col re del Marocca Ammiramuno, e in seguito rinnovati dall'Ambasciatore Ottobono degli Alberici (1261); ma anteriori certo furono i loro traffici in quei mari. Ottimo il fondaco genovese in Tunisi, ricostruito nel 1244 da Ogerio Ricci; mentre fin dal 1235 si era costituita in Genova la prima Maona, che fu appunto quella per la conquista di Ceuta, dove già fin dal sec. XI fioriva una colonia genovese, come attesta il ricordo di un vicus genuensis colà esistente.
Quando la borghesia genovese si organizza, già alla fine del sec. XI, nella Compagna, e tende a conquistare, contro i Saraceni, il predominio nel commercio della parte settentrionale del bacino occidentale del Mediterraneo, essa si crea una propria finanza, pur non distruggendo del tutto i diritti vicecomitali ed arcivescovili, fondandola su una vera e propria politica commerciale, che, più tardi, nel XVI sec., assumerà carattere protezionistico verso la fiorente industria locale.
Per ora, con politica analoga a quella di Venezia, si tendeva ad assicurarsi il monopolio del commercio con un sistema di tariffe differenziali. Nel secolo XII abbiamo le prime notizie storiche riguardanti l'attività dei pescatori liguri. Nel 1154 gli uomini di Portofino dediti alla pesca del corallo, ricostruivano in forma di piccolo tempio, che del fatto conserva memoria in una lapide, la cappella di S. Giorgio.
Quanto alle coste Africane, la pesca del corallo fu lungamente nelle mani dei locali i quali da essa ritraevano il maggior guadagno; passò poi ai Catalani e nel 1451 ai Genovesi ottenendone il privilegio per tutta la costa dal Ras-Djebel (Capo Rosso) verso occidente. Tale privilegio veniva concesso per dieci anni, a cominciare dal 1° maggio 1452, al genovese Clemente Cicero, che aveva associato, oltre i fratelli Giacomo, Giorgio e Simone, Leonardo Lomellino, Nicolò Giustiniani e Lodisio, Lazzaro ed Arduisio Spinola, e si stabiliva in Marsacares, dove venivano all'uopo innalzati edifici e fortificazioni, sotto la protezione della stessa Repubblica.
Le pescherie di Marsacares (costa Algerina) prosperarono rapidamente, e numerosi partecipi all'impresa, per un numero vario di carati (ossia «parti» dell'appalto), troviamo fra le più cospicue famiglie genovesi: Lomellini, Spinola, Giustiniani, Doria, Salvago, Pinelli, Lercari, Negrone, Vivaldi, oltre ai De Gradi, lombardi stabilitisi a Genova.

la tua fotoI documenti che ci parlano della pesca del corallo in Sardegna da parte dei Genovesi risalgono solo al XIV secolo. A sensali da coralli accennano gli Statuti per il porto di Cagliari del 1317, e si sa che nel 1338 il Visconte di Bosa concedeva libertà di pesca e di commercio del corallo nel mare del suo territorio. Bosa fu già signoria dei Malaspina; Alghero fu perduta definitivamente dai D'Oria nel 1354, dopo la battaglia combattutasi in quelle acque fra 60 galee genovesi e 80 veneziane e catalane collegate insieme, ma solo nel 1448 i Catalani toglievano a Nicola D'Oria Castelgenovese, che assumeva allora il nome di Castelaragonese. Erano queste appunto le zone corallifere più importanti della Sardegna. Pietro IV d'Aragona già aveva concesso ad Alghero nel 1355 particolari privilegi per la pesca del corallo, privilegi confermati in seguito da lui stesso e da Alfonso il Magnanimo nel 1444. Cacciati dalla conquista aragonese, i Genovesi intensificarono la pesca su altri lidi soprattutto Corsica e coste Africane, ma senza abbandonare la Sardegna, nella seconda metà del sec. XV, troviamo appaltatore delle pescherie di Alghero un Francesco Giustiniani, a cui succedevano nel 1469, con atto del 20 marzo, Eliano Spinola e Giacomo Maruffo. Questi nominavano governatore delle pescherie Lodovico Boneto ed ottenevano dal Governo della Repubblica protezione contro i corsari barbareschi e nostrani, che infestavano i mari (1473).
Il consorzio Genovese era riconosciuto dal Governo della città ligure e nelle istruzioni date nel 1473 a Giuliano De Franchi, comandante le triremi per la custodia del mare, c’erano anche quelle di prestare aiuto e protezione alle barche di detta società. Il che tornava a vantaggio di tutti i pescatori su una costa costantemente infestata dai pirati genovesi anch’essi come Battine Cerisola, Pietro Prezenda, Nicolino Palazzo, Benedetto da Quarto e Brizio Giustiniani la cui impresa si ritrova in un documento del 1495 dove le sue triremi saccheggiano del corallo alcune barche di Portofino che facevano ritorno dalle pescherie di Sardegna, anche se in quel periodo Brizio Giustiniani, sotto il comando di Francesco Spinola, era stato inviato contro i francesi a Rapallo. Probabilmente furono I figli di Brizio, Battista e Galeazzo Giustiniani, che con le loro galere erano al servizio del Re di Spagna che aveva emanato delle regole molto strette sulla pesca del corallo che vietava di portarlo in terre “straniere”.
Nel 1493 Ferdinando il cattolico ordina la stretta osservanza dei privilegi concessi nel 1355 da Pietro IV agli algheresi; confermati dallo stesso, nel 1377 o 1383 e riconfermati da Alfonso V nel 1444. Tutti coloro che corallavano nei mari sardi tra Capo Manno e l’isola Asinaria, sia che fossero sudditi o stranieri, dovevano far porto e dogana in Alghero. Ciò in conseguenza dei diritti reclamati da Villamary, signore di Bosa a cui spettava il privilegio della pesca del corallo nel tratto di mare menzionato, e la facoltà di concedere porto in Bosa e di esigere i diritti sul corallo pescato.
Alla fine del XV secolo, Ferdinando il Cattolico ripristina l'antico privilegio di esclusiva di pesca al corallo agli spagnoli.
Dopo il 1528, con l'avvicinamento della Repubblica Genovese alla Spagna, la situazione migliorò, i Lomellini ottenevano l'isola di Tabarca, e il 3 febbraio 1553 Carlo V concede a Genova il diritto di pesca del corallo a Capo Carbonara in Sardegna, ad Azor Zapata ed Antonio Ledda di Cagliari, i quali dovevano a lor volta cederla a Germano e Battista Vassallo di Portofino.
Nel 1599, furono scoperti ricchi banchi di corallo presso le isole di S. Pietro e S. Antioco, dopo cinque anni di libero sfruttamento, venivano concesse al mercante genovese Giovanni Antonio Marti per sei anni, privilegio poi prorogato per un altro sessennio e per più largo tratto di mare da Ogliatro all'isola Maldiventre.
Il regime concessorio non impedì ai pescatori provenzali a corallare sulle coste sarde, presso Porto Scuso, Sarrabus, Carbonara, Porto Paglia e alle isole di S. Pietro e S. Antioco. Mentre anche i liguri non cessavano di pescare anche sugli altri punti del litorale e particolarmente ad Alghero.
In Sardegna, come in generale per gli appalti concessi dal governo spagnolo, si seguiva il sistema di pagamento delle gabelle in percentuale sul corallo pescato, da corrispondersi ora in natura, ora in equivalente moneta, e, come massimo, in ragione della quinta parte del valore, ossia del 20 %.
Ancora nel XVII secolo, il mare sardo era frequentatissimo da navi mercantili e da pesca. Sono questi gli anni in cui il Commissario generale Carillo, venuto nell'isola per riordinare gli uffici, nella sua «Relaçion al rey don Philippe» (1612) riferiva, fra l'altro, che «i Francesi e i Genovesi erano in continua relazione con i Sardi per la pesca del tonno e del corallo, che si faceva nelle acque di Bosa, di Alghero e di Castello aragonese, dove non meno di trecento legni si vedevano talvolta in una sola primavera».
Molto articolato era il controllo del pagamento delle gabelle sul commercio del corallo. Padroni o i capitani dei vascelli si obbligavano a denunciare «fedelmente e realmente» i coralli pescati, tanto in Corsica quanto in Sardegna, ai giusdicenti di Aiaccio, Calvi e Bonifacio, per la prima, e al console genovese di Bosa, per la seconda.
Alla cacciata dei genovesi dalla Sardegna (sec. XIV-XV), gli Aragonesi imponevano agli stranieri (ché Alghero ne era stata esentata) la cessione della ventesima parte del ricavato della pesca. I citati ordinamenti del 1509-1511 seguivano sempre il criterio del tributo proporzionato al quantitativo della pesca, fissandolo in una data somma a seconda del peso.
Verso la fine del secolo (1693) troviamo ancora genovesi alla pesca presso le isole deserte della Molara e della Tavolara con l'interessamento e la protezione del proprio Governo.
Attività che continuò anche quando l’isola passò ai Savoia nel XVIII secolo, con la partecipazione attiva dei pescatori rivieraschi, sotto regolamenti rinnovantisi più volte fino al 1846 che sancì la libertà della pesca in Sardegna per le varie popolazioni della penisola.

Fonti:
Francesco Podestà - I genovesi e le pescherie di corallo nei mari dell”isola di Sardegna in Miscellanea di Storia Italiana serie III - Torino, 1900
Liguri pescatori di corallo di Onorato Pastine - Giornale storico e letterario della Liguria – luglio/settembre 1931


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