BENEDETTO E VINCENZO GIUSTINIANI


Se infatti Roma costituisce per tutta la prima parte del XVII secolo un laboratorio di sperimentazione artistica che vede all'opera pittori come Caravaggio e Annibale Carracci, Nicolas Poussin e Claude Lorrain, ciò avviene anche grazie ad una fitta schiera di uomini di potere, committenti e collezionisti, capaci di creare occasioni di lavoro per gli artisti, procurandogli committenze, acquisendo loro opere per le proprie raccolte e alimentando così il nascente mercato dell'arte. Benedetto e Vincenzo Giustiniani sono fra i più attivi, aperti e creativi protettori delle arti della Roma di inizio Seicento. La famiglia Giustiniani, di origine genovese, si trasferisce a Roma da Scio nell'ultimo quarto del cinquecento e, una volta stabilito il Proprio ruolo istituzionale nella città (Benedetto è cardinale e Vincenzo banchiere), costituisce un punto di riferimento importante per la scena artistica della capitale. Il cardinal Benedetto e il marchese Vincenzo esercitano un ruolo di grande peso nell'affermazione di Michelangelo Merisi da Caravaggio a Roma (come dimostra l'acquisizione del primo S. Matteo per la cappella Contarelli in S. Luigi dei Francesi), i due fratelli accolgono nella propria dimora, il Palazzo Giustiniani a S. Luigi dei Francesi, numerosi artisti forestieri, attirati dal Nord dal nuovo stile del Caravaggio (Gerrit van Honthorst, Dirck Baburen, David de Haen, Nicolas Regnier), controllano alcune fra le più importanti imprese decorative cittadine (Chiesa di S. Maria della Vallicella, S. Maria sopra Minerva, S. Maria della scala, S. Prisca) e impiegano artisti promettenti ma non ancora affermati nel loro palazzo di Bassano di Sutri (Domenichino, Francesco Albani).
La potenza della famiglia Giustiniani era legata alla ricchezza in un modo così geniale da conferirle, se non ci tradisce la distanza dei tempi, un carattere agile, affabile, spregiudicato. Siamo negli ultimi anni di Clemente VIII Aldobrandini, ai primi anni di Paolo V Borghese. La controriforma non era ancora volta al termine a "la bella gente" di Roma e di fuori non si era lasciata convincere che i beni di questo mondo erano da buttar via. Anche Papa Sisto V, così sobrio ma santissimamente iracondo, spianava piazze e giardini. In Europa intanto le Fiandre sono in subbuglio. Spagna ed Inghilterra si giocano la supremazia sui mari. In Germania è lotta aperta tra luterani e cattolici. Ma A Roma i cardinali cambiano casa ad ogni stagione, ambasciatori, i nipoti del pontefici villeggiano da un giardino ad una vigna. Comici spagnoli danno a quei signori e a quelle dame il gusto dello spettacolo di fuori via: infine tutti banchettano e sono banchettati. Ma nel tourbillon dei grandi nomi, nel quotidiano gioco delle ambizioni e delle prepotenze Romane non capita mai che l'attenzione pubblica centri men che discretamente il casato dei Giustiniani. Erano ricchi, avevano palazzi e giardini famosi, ma solo Benedetto, il cardinale, viene ricordato dalle cronache e proprio quando entra di scena tutto il sacro collegio. Di Vincenzo si parla raramente, ed era gentiluomo coltissimo, di un'originalità vitale e profonda, umana soprattutto. Quando partiva per la sua terra di Bassano nessuno ne faceva parola: la sua carrozza non sollevava fragore ne veniva mostrata a dito.


Benedetto GiustinianiBenedetto Giustiniani
Benedetto Giustiniani di Bernardo Castello (1582 circa) - collezione Giustiniani. A destra una medaglia commemmorativa con S.Paolo decollato. Bologna, 1606.


Benedetto Giustiniani (Scio 5 Giugno 1554 - Roma 27 Marzo 1621)
Dopo gli studi universitari, Benedetto intraprese la carriera ecclesiastica: nel 1585 acquistò la carica di Tesoriere generale e nel 1586 fu fatto cardinale da Sisto V. Svolse un ruolo significativo nella politica ecclesiastica di quegli anni; si ricorda in particolare la sua opera per il riavvicinamento del re di Francia Enrico IV di Borbone alla Chiesa cattolica.
Dal 1606 al 1611 egli fu Legato pontificio a Bologna, assolvendo la propria carica con grande fermezza e rigore, come attestano le fonti contemporanee e come dimostra il Bando generale promulgato a Bologna nel 1608.
La sua attività di collezionista, spregiudicato al punto da far sostituire di nascosto il S. Sebastiano del Francia nella Chiesa di S. Maria della Misericordia a Bologna con una copia, e di appassionato promotore della arti è testimoniata, in particolare, dagli scritti del bolognese Carlo Cesare Malvasia, il quale ci parla della passione del cardinale per la pittura "tenebrosa" e ci descrive il suo carattere "ritroso e severo" e impulsivo. Della sua abilità di inserirsi nel tessuto politico e sociale dell'epoca è testimonianza una sua biografia anonima che lo definisce così: "è officioso et efficace per l'amici. Ha molta solertia et è gran captatore di benevolenza con i grandi, perché gli lusinga et si mostra tenace de’ loro interessi, et sa facilmente interessarli conche s'ha guadagnata la confidenza del Papa…".
Il cardinale Benedetto fu ritratto da Caravaggio, in un dipinto finora sconosciuto menzionato nell'inventario della sua collezione.
Lo stemma di Benedetto Giustiniani è anche presente alla Biblioteca Archiginnasio di Bologna, dove fu legato Pontificio per cinque anni. Il cortile della Bibblioteca a doppio loggiato, risente dell'influenza dell'architettura dei collegi universitari, di cui a Bologna quello di Spagna rappresenta il prototipo, e ricorda i cortili dei palazzi nobiliari cittadini dove si svolgevano sontuose cerimonie anche di carattere pubblico. il cortile è adorno di stemmi e memorie scolpite o dipinte. In una posizione di grande rilievo, campeggia l'affresco in onore del cardinale Benedetto Giustiniani, dedicatogli da Diego de Leon Garavito, uno studente spagnolo nativo di Lima in Perù, primo studente "americano" all'Università di Bologna.
http://www.archiginnasio.it/storia_palazzo/visita2.htm


homeBando generale dell'illustrissimo e reverendissimo sig. Benedetto cardinal Giustiniano, legato di Bologna, pubblicato alli 23 di Giugno, & reiterato alli 24 di Luglio, 1610
S.Prisca sulla facciata l'iscrizione del Cardinale Benedetto Giustiniani titolare dal 1599 al 1611 che rifece la facciata nel 1600 (Anno Santo), la cui iscrizione è ancora visibile oggi.

Basilica di S.Maria sopra Minerva : la storia della Basilica, la Cappella Giustiniani dove è sepolto Benedetto Giustiniani

Dal sito dell’enciclopedia Treccani : Dizionario biografico degli Italiani, è presente la biografia di
Benedetto Giustiniani (Chio 5 luglio 1554 – Roma il 27 marzo 1621)

 


Vincenzo giustiniani busto in marmo del marchese Vincenzo giustiniani

Il Marchese Vincenzo Giustiniani di Nicolas Regner (1630 circa) - collezione Giustiniani (a sinistra), a destra un "bustino" marmoreo del Marchese Vincenzo delle dimensioni di un bustino "du Nain de Créquy" di François Duquesnoy (Bruxelles, 12 gennaio 1597 – Livorno, 12 luglio 1643), scultore Fiammingo, citato da Sandrart di cui si erano perdute le tracce ed ora facente parte della collezione di A.Deckers ad Heerlen in Olanda (per sua gentile concessione)


Vincenzo Giustiniani (Scio 13 Settembre 1564 - Roma 27 Dicembre 1637)
Nato nel 1564 dal piccolo sovrano di Scio, il padre Giuseppe. Arriva a Roma con la famiglia a due anni nel 1566 scacciato dai Turchi. La famiglia si stabilì a Roma e romana fu la sua educazione, sia nel senso di un legame molto forte con i modelli ecclesiastici dell’educazione e della formazione dei giovani in età controriformista, sia di apertura verso le nuove ricerche scientifiche.
Il Marchese è a Faenza nel 1606 in compagnia di Cristofano Roncalli detto il Pomarancio, uomo dottissimo, grande pittore. I due entrano nel Duomo e si fermano a guardare la Disputa nel tempio, una tela sul primo altare. Pomarancio pretende di illustrarlo al marchese, formulando ipotesi sull'autore. Ma le ipotesi sono sbagliate. Vincenzo, invece, riconosce la mano di Dosso Dossi e possiamo dire oggi che l'attribuzione era esatta.
Il piccolo aneddoto spiega chi fosse il Marchese e quanto di arte se ne intendesse sul serio. Lui e il fratello maggiore Benedetto avevano raccolto l'aspetto più bello e nobilitante dell'eredità paterna. Giuseppe Giustiniani aveva infatti destinato parte delle sue fortune a una piccola collezione che il cardinale Benedetto aveva accresciuto con scelte innovative e intelligenti. Alla sua morte, nel 1621, Vincenzo aveva sviluppato enormemente questo retaggio, costituendo un insieme di quadri e sculture ben documentato dall'inventario del 1638.
Quest'amore per il bello lo porterà a diventare uno dei più grandi collezionisti d'opere d'arte del secolo XVII. Il marchese è talmente orgoglioso della sua collezione che si preoccupa di proteggerla anche dopo la morte.
Nel testamento affida le opere agli eredi e successori con clausole severe e minacce mo­rali affinché la collezione non sia dispersa o tanto meno alienata. Ma circa cinquant' anni dopo la sua morte, la raccolta è venduta.
Il marchese Vincenzo fu uno dei principali protagonisti del collezionismo romano di primo Seicento. Come scrisse il suo amico Theodor Ameyden egli "…di tutto discorreva, di tutto s'intendeva, anche delle scienze più recondite".
Accorto collezionista dotato di fine intuito si accostò alle correnti più innovative della pittura del suo tempo, sostenendo nel suo ruolo di mecenate la diffusione del realismo di matrice caravaggesca e dimostrando in più occasioni un'apertura alle novità che pochi suoi contemporanei seppero condividere.
Al contempo, Vincenzo coltivò una viva passione per l'antico, accumulando una straordinaria quantità di sculture e bassorilievi che letteralmente invasero tutti gli spazi delle sue residenze. La natura eclettica dei suoi interessi è dimostrata dall' inventario della sua biblioteca, nel quale sono elencati volumi di storia, di filosofia, ma anche di astrologia, medicina e divinazione.
Per comprendere meglio il profilo intellettuale del marchese, è utile esaminare anche i volumi presenti nella sua biblioteca e riportati nell'inventario redatto nel 1638.
La "libraria" del suo palazzo in Roma comprende circa 376 opere, alle quali vanno aggiunti circa venti volumi conservati nel palazzo di Bassano.
Nella biblioteca sono assenti, per esempio, testi di musica, disciplina che per la verità interessa molto Vincenzo; prevalgono invece trattati filosofici d'impostazione neostoica, volumi concernenti l'astrologia, le scienze naturali, l'astronomia e testi scientifici d'argomento esoterico ed occulto. L'interesse per l'occultismo è testimoniato dalla presenza di un volume sulle profezie di Nostradamus. Inoltre questa passione per la cultura scientifica trova conferma anche negli affreschi presenti nel palazzo di Bassano.
La volta della "Galleria" dipinta da Francesco Albani raffigura pianeti, costellazioni e segni zodiacali. La composizione iconografica delle grottesche affrescate nelle stanze delle stagioni suscita, invece, sensazioni esote­riche ed occulte. Vincenzo Giustiniani è un personaggio erudito e dotto, incline ad accogliere senza pregiudizi, le novità culturali della sua epoca.
Nel 1606 Vincenzo intraprese un viaggio nel Nord Europa che, passando per la Germania, lo condusse fino in Inghilterra e quindi, sulla via del ritorno, in Francia. Le tappe del suo itinerario, i luoghi e gli incontri che lo colpirono maggiormente, sono riportati nel diario che ne dà il resoconto (Diario di viaggio di Vincenzo Giustiniani di Bernardo Bizoni). Vincenzo Giustiniani riconosce nel viaggio un valore assoluto per la formazione dell’individuo. L’esperienza delle cose non si conquista senza uscire dalla patria: è necessario, quindi, sprovincializzarsi per aprire la mente, sviluppare una «vera cognizione delli vari costumi, del vario modo di governare, del guerreggiare, […] delle diversità delle province e delle città […]» come scrive lo stesso marchese. Il suo pensiero si spinge oltre: per acquistar l’esperienza che sia sufficiente alla prudenza, - afferma - sarà necessaria la peregrinazione per mare e per terra, secondo varie e diverse regioni, per mera elezione, però non per necessità, e con tale osservazione di tutte le cose importanti che occorrono, che si possa soddisfare alla curiosità del peregrino. Il viaggio autentico, dunque, è quello che si intraprende per elezione, per libera e incondizionata scelta, per amore della conoscenza, per curiosità: colui che viaggia per necessità non può veramente conoscere, perché il suo animo non sarà sgombro da affanni e pregiudizi, teso al perseguimento di un fine immediato e materiale. È un pensiero straordinariamente moderno che accoglie lo spirito della rivoluzione scientifica affermatosi proprio nel XVII secolo e che fa di Giustiniani un precursore: nel 1625, a Londra, Francesco Bacone pubblicherà Of Travel, proclamando il viaggio un percorso obbligato per la formazione della futura classe dirigente, ribadendo, però, che «a pochi è dato di ricercare, esplorare, imparare e raggiungere la vera accortezza e la saggezza che è il vero viaggiare». Si ravvisa in questi due piccoli trattati una “concezione aristocratica” del viaggio, nel senso platonico del termine: la conoscenza autentica è prerogativa di una mente libera, viaggiare è aprirsi all’esterno, alienandosi con la partenza per ritornare migliori di come si parte. Il filosofo Seneca, infatti, ammoniva Lucilio a denudarsi prima di partire senza portare se stesso in viaggio.
Vincenzo è anche autore di una serie di scritti sulle arti e sui mestieri, elaborati in forma di lettere indirizzate a Theodor Ameyden. Tra questi sono di fondamentale importanza, non soltanto per la comprensione del suo gusto artistico ma anche per le molte informazioni che se ne possono trarre, i Discorsi sulla pittura, sulla scultura, sulla musica e sull'architettura.
Il suo interesse per la medicina è testimoniato dal ritrovamento di un prezioso cofanetto di medicinali da viaggio appartenuto al marchese Vincenzo, che oltre a fornire un prezioso contributo circa la sua preparazione medica, ci fornisce una testimonianza sulla conoscenza dei rimedi medicinali dell'epoca (The Giustiniani medicine chest articolo di J Burnet in inglese su Medical History 1982 July; 26(3): 325–333).
Vincenzo è una figura emblematica della cultura umanistica quando questa è ormai al suo tramonto. Roma visse una sorta di secondo Rinascimento nei primi venticinque, trenta anni del Seicento e Vincenzo ne fu un altissimo esponente. Proseguiva la tradizione familiare dedita alla vita politica ed economica. Ma chiarissima è la sua dedizione verso la cultura, ben documentata dai Discorsi dedicati alla pittura, alla musica, all'architettura, alla scultura, ma anche alla caccia e all'arte di viaggiare, agli usi e costumi di Roma e Napoli e all'arte di servire in tavola. Di grande rilievo è il Discorso sopra la pittura in cui Giustiniani dimostra una vastissima competenza. Se ne ricava l'immagine di un Thomas Buddenbrook del Seicento, preoccupato di conservare la strabiliante fortuna economica, ma in realtà tutto concentrato sulla piacevolezza del vivere, sulle soddisfazioni dell'intelletto, e nutrito di un eletto dilettantismo.
Vincenzo non è un tecnico, ma colui che sa cogliere la quintessenza delle arti al di là delle regole che le amministrano, di cui, peraltro, dubita acutamente. A proposito della musica, scrive infatti che persino la consonanza, quale principio indimostrabile di necessità del comporre, può essere messo in discussione, se la musica non consonante risulti in definitiva bella.
E' convinto che il suo tempo sia quello delle novità. E l'arte è il campo sovrano dove il concetto della novità deve essere cercato. Può sorgere l'ipotesi che trovare la novità coincida con l'idea stessa della bellezza. Vincenzo non è però un teorico, scrive per capire e far capire, come quando spiega le tante maniere con cui si può dipingere. La sua prospettiva è piuttosto quella del gusto. Non predilige nulla in assoluto anche se porta in palmo di mano un eroe dell'arte come Caravaggio.
Vincenzo è amico degli intellettuali e degli artisti. La ricostruzione della mirabile Galleria di Palazzo Giustiniani, strapiena di statue e di dipinti, non è oggi facile, come non è facile coglierne il senso che doveva esprimere. Anzi le fonti che conosciamo e che sono state sviscerate da Danesi Squarzina, danno l'impressione di un accumulo enorme e quasi disordinato. Quello che si capisce leggendo gli scritti del marchese, si riscontrava forse anche nella Galleria dove si moltiplicavano tantissime cose e molto varie. Un modello per gli altri che infatti lo imitarono e basterebbe il caso di Scipione Borghese.
Forse c'era una suprema sprezzatura, proprio nel senso rinascimentale del termine, sovrastante alle scelte e ai comportamenti del marchese, che leggeva Galilei ma non era certo uno scienziato. Teneva l'Amore Vincitore velato perché è talmente bello quel quadro del Caravaggio che i visitatori del palazzo, da lui accolti ben volentieri, si sarebbero fermati lì davanti e non avrebbero visto altro. Ma certo quando lo mostrava lo stupore e l'ammirazione dovevano essere notevoli, perché il putto alato sembra venirci addosso, ma ride e prende in giro tutto il mondo o, forse, esprime sensi così remoti e ancestrali da intimorire. Le spiegazioni restavano incerte, difficili e arcane ma non per questo meno divertenti. Ha fatto scuola a tutto il mondo ma non ha mai chiarito come stessero davvero le cose.
Vincenzo Giustiniani dimostrò vaste competenze architettoniche, una puntigliosa conoscenza della scultura - di materiali e tecniche -, nonché un raffinato gusto nell’ideare giardini, fra calibrate geometrie del verde e suggestioni letterarie. L’affascinante complessità di questo "incomparabile ingegno" traspare appieno dagli acuti e brillanti "Discorsi" sull’architettura, la pittura e la scultura (recentemente ripubblicati nelle edizioni Città del Silenzio con una prefazione di Lauro Magnani).
Discorso sulla pittura di Vincenzo Giustiniani
Durante i suoi studi, Vincenzo, per volere del padre, fu vicino ad Arcadelt e di Lasso, allora massimi musicisti viventi. La frequentazione dei due compositori gli ha permesso di conoscere i progressi in atto a Venezia, Ferrara e soprattutto Mantova, dove soprattutto de Wert stava istituzionalizzando i modi del «componere a più voci». È dunque evidente che Giustiniani ha conseguito, non solo una solida conoscenza delle tecniche della composizione, ma che anche ha vissuto dall’interno la rivoluzione delle scuole musicali regionali che alla fine del Cinquecento investe Roma, Venezia, Napoli. Grazie alla preparazione conseguita, alle personali ed indubbie capacità musicali ed agli interessi coltivati, Vincenzo sviluppò una viva passione per l'antico, che non si riversò soltanto nel collezionismo, ma anche nella catalogazione e nello studio della maniera; non solo, ma fu proprio la particolare strutturazione degli interessi e degli studi che permise al marchese di considerare l’arte prodotta dalla sua epoca e dal passato, non come opera a sé stante, indipendente da tutto e tutti, ma come finalizzata ad un pubblico, con ciò considerando l’arte stessa come modello propositivo e non come prodotto indiscutibile. Non deve stupire perciò se, ad una natura eclettica dei suoi interessi (dimostrata dall'inventario della biblioteca, nel quale sono elencati volumi di storia, filosofia, astrologia, medicina e divinazione), non corrispondano però volumi e testi correlati agli interessi da lui coltivati. Ad esempio, non sono presenti nella Libraria di Palazzo Giustiniani, testi di musica, disciplina che egli amava e che proponeva anche ai propri ospiti, soprattutto in sostituzione dei soliti giochi e/o intrattenimenti di corte.
Si veda sull'argomento lo stralcio del pregevole saggio: Preliminari all'edizione critica del Discorso sopra la musica de' suoi tempi di Vincenzo Giustiniani (1628) a cura di Gennaro Tallini. (vedi anche RIVISTA DI STUDI ITALIANI Anno XXVI n.1 giugno 2008)
A conferma della sua grande sensibilità artistica, all’inizio del Seicento, con estrema perizia ed ancora attualità si era autorevolmente espresso sul tema della pittura dei fiori, in questo modo: “Il saper ritrarre fiori ed altre cose minute, due cose particolarmente si richiedono: la prima, che il pittore sappia di lunga mano maneggiare i colori, e ch’effetto fanno, per poter arrivare al disegno vario delle molte posizioni de’ piccoli oggetti e alla varietà de’ lumi: e riesce cosa assai difficile unire queste due circostanze e condizioni a chi non possiede bene questo modo di dipingere, e sopra tutto vi si ricerca straordinaria pazienza: ed il Caravaggio disse che tanta manifattura gli era a fare un quadro buono di fiori, come di figure”.
Così scriveva a Roma, all'inizio del Seicento, un grande collezionista ed esperto d'arte, il marchese Vincenzo Giustiniani. L'autorevole richiamo alla secca e profonda sentenza di Caravaggio segna, di fatto, l'investitura ufficiale, l'atto di battesimo della natura morta.
Questo genere pittorico, inteso come soggetto autonomo e perfettamente autosufficiente, non come "contorno" a una storia, stava muovendo i primi ma decisivi passi. Era importantissimo rigettare fin dall'origine l'ipotesi che potesse trattarsi di un tipo di pittura "minore", secondaria rispetto ai temi nobili e "alti" della religione e del mito, della letteratura e della storia affrontati nelle accademie di Belle Arti.
"Fare un quadro buono" (memorabile è il tono pratico, materiale, diretto usato dallo stesso Caravaggio) è lo scopo di tutti i pittori, e il soggetto diventa irrilevante. Fin dai primi decenni del Seicento, la natura morta sboccia con una forza dirompente, diventando il più importante fenomeno nella cultura pittorica europea e del mercato dell'arte internazionale tra la fine del Rinascimento e l'inizio dell'età barocca.
Bastano pochi anni e le composizioni di fiori, di frutti, di armi, di libri, di strumenti musicali, di curiosità esotiche e di ogni altro possibile tipo di oggetti inanimati entrano trionfalmente nelle gallerie principesche e nelle raccolte più selezionate.
Un successo dilagante si diffonde nei Paesi cattolici come nell'Europa protestante e calvinista, unisce le nazioni e gli artisti più diversi nella ricerca di raffinatezze seducenti e di sottili simbologie, fino all'inganno ottico e all'allegoria esoterica.
Quel genere inaugurato da Caravaggio e dai maestri fiammingo-olandesi di fine Cinquecento, inizialmente riservato a pochi raffinati cultori, in grado di spendere somme elevatissime per assicurarsi i primi, rari esempi di natura morta, si espande fino alle case borghesi, diventa il soggetto prediletto anche nelle dimore comuni: e ha mantenuto questo ruolo fino ai nostri giorni, senza cedimenti.
D'altro canto, si deve ammettere che la preoccupazione del marchese Giustiniani era in parte giustificata: soprattutto durante il XIX secolo, mentre si formavano i grandi musei nazionali e prendeva corpo una manualistica di storia dell'arte, la natura morta (figlia prediletta di un secolo poco amato, come il Seicento) viene emarginata. Di molti specialisti si perdono le tracce, si dimentica la vita, si oscura l'identità. Centinaia di tele, in alcuni casi ritenute oggi memorabili capolavori, finiscono nell'oblio dei depositi.
Con fatica ma con crescente passione, i critici del Novecento hanno via via riscoperto i maestri, i momenti culminanti, le opere-simbolo, i significati nascosti nella natura morta. A poco a poco si è riannodato il filo di un discorso interrotto e frammentato: negli ultimi dieci anni, una serie quasi ininterrotta di mostre, studi, pubblicazioni ha riportato in auge il genere della natura morta, rilanciato ai vertici dell'attenzione del pubblico, dei critici, del mercato.
Saper ritrarre fiori: sembra un modo di dire, ma invece è la chiave dell’intera frase. Il marchese Giustiniani usa per i fiori il verbo ‘ritrarre’, come se si trattasse di persone: significa che i fiori non hanno solo un’apparenza fenomenica, ma anche, come tutti noi un’ ‘anima’, un’interiorità segreta, che si manifesta in ciò che noi vediamo.

Dal sito dell’enciclopedia Treccani : Dizionario biografico degli Italiani, è presente la biografia di
Vincenzo Giustiniani (Chio 13 sett. 1564 - Roma il 27 dic. 1637)
MUSICA E MECENATISMO A ROMA NEL PRIMO SEICENTO. VINCENZO GIUSTINIANI E IL “DISCORSO SOPRA LA MUSICA DE’ SUOI TEMPI”
di Gennaro Tallini


Marchese Vincenzo Giustiniani (13 September 1564 - 27 December 1637)

Vincenzo's father, Giuseppe Giustiniani, had been the last Genoese ruler of the Aegean island of Chios, which had been a family possession for centuries. In 1566 the island was lost to the Turks, and Vincenzo and his elder brother Benedetto were taken by their father to Rome, where an uncle was already a cardinal. Giuseppe Giustiniani became a banker, and by the time of his death in 1600 was financier to the Vatican and one of the richest men in Rome.

Giustiniani followed his father into the family business, while Benedetto entered the Church and became a cardinal himself by 1587. Both brothers were keen supporters of art, and the collection they established became one of the most important in its age. On Giustiniani's death - Benedetto died in 1621 - it contained over 300 paintings (15 by Caravaggio) and more than 1200 pieces of sculpture, and the various catalogues constitute an invaluable resource for early 17th century art. The collection itself was broken up at the beginning of the 19th century, when the king of Prussia acquired over 160 paintings, the most important of which were destined for museums in Berlin. Today the Berlin Gemäldegalerie houses 43 paintings from the Giustinani collection while other works are to be found in Potsdam’s Neues Palais and Bildergalerie Sanssouci. Further examples can be seen in the National Gallery, London, the Hermitage Museum, St. Petersburg and the Kunsthistorisches Museum, Vienna. More paintings from the collection have been traced to collections and museums in Europe and the United States.

 Giustiniani followed interests in many other fields, writing essays in architecture, music, and art, as well as on such practical matters as hunting, travel, and horse trading. A friend and neighbour of Caravaggio's first patron, cardinal Francesco Maria Del Monte, he extended his own friendship to the artist, purchasing Saint Matthew and the Angel when it was rejected by church officials for its perceived lack of decorum.

He died in Rome in 1637.


Vincenzo Giustiniani der Jüngere (* 13. September 1564 in Chios, † 27. Dezember 1637 in Rom), genannt Marchese Giustiniani, Neffe des gleichnamigen Kardinals Vincenzo Giustiniani, war ein wichtiger römischer Gemäldesammler.

Im Jahre 1566, als Chios von genuesischem Besitz an das Osmanische Reich überging, gelangte er mit seiner Familie nach Rom, wo er aufwuchs. 1606 ist seine Anwesenheit in Faenza bezeugt, wo er im dortigen Dom ein Bild Dosso Dossi zugeordnet haben soll. Im selben Jahr unternahm er eine fünfmonatige Reise, die ihn über Deutschland nach England und auf dem Rückweg über Frankreich führte. Sein Reisebegleiter Bernardo Bizoni führte darüber ein Tagebuch.

Er wird als Mann mit vielseitigen Interessen geschildert: von Geschichte und Philosophie (insbesondere Stoizismus) über Astrologie und Medizin bis zur Wahrsagerei. Das Verzeichnis seiner Bücherei im Palazzo Giustiniani in Rom, heute Sitz des italienischen Senatspräsidenten, enthält fast 400 Werke. Besondere Bewunderung hegte er für den Maler Caravaggio. 1815 kamen 70 seiner Gemälde nach Berlin und dienten 1830 zum Aufbau des Alten Museums.

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