I GIUSTINIANI DI SICILIA
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A destra lo stemma dei Giustiniani presente a San Giorgio dei Genovesi a Palermo sormontato dalla corona Marchionale, nella rappresentazione la torre è nel corpo del'aquila.

I GIUSTINIANI A PALERMO

Il NOBILIARIO DI SICILIA del Dott. A. Mango di Casalgerardo così descrive i Giustiniani in Sicilia: Si vuole originaria di Genova dello stipite dei principi di Bassano, ecc., passati in Messina, dove godettero nobiltà dal secolo XVI al XVIII, ed in Roma. Noi la troviamo pure in Palermo ed in Siracusa, nelle quali città forse passarono da Messina. Nella mastra nobile del Mollica vediamo annotato un Giovanni Agostino Giustiniano; un Domenico lo troviamo giurato di Siracusa negli anni 1656-57, 1662-63 e 1666-67, e furono giurati nella stessa città nel 1682-83 un Giovambattista e nel 1712-13 un altro Domenico, che fu pure proconservatore in detta città nel 1722. Un Pietro vestì la toga senatoria in Palermo nel 1703-4. Arma: di rosso, al mastio d’argento esagono, merlato alla guelfa, torricellato di tre pezzi merlati alla guelfa, quello di mezzo più alto e più tozzo; col capo d’oro, all’aquila nascente spiegata di nero, imbeccata e coronata d’oro.

La storia dei rapporti tra Genova e l’isola è lunga e affascinante: nasce nel medioevo, quando alcune famiglie feudali liguri (i Ventimiglia tra gli altri) dispongono di terreni nell’isola che coltivano a grano. Via via la Sicilia è vista dai genovesi come una terra di emigrazione, come una base per commerciare, specialmente grano. Nel cinquecento la comunità genovese di Palermo è talmente numerosa che dispone di una propria chiesa (San Giorgio dei Genovesi). Ma i liguri sono anche a Sciacca, nei cui dintorni una località porta ancora oggi il nome genovese di San Giorgio, e a Siracusa. Da Palermo arriveranno poi nella valle del Belice, a Menfi, a Sambuca.

Un ramo Giustiniani di Genova è sicuramente presente in Sicilia, discendenti da Ottaviano Giustiniani. Lo stipite parte da un certo Ottaviano Giustiniani, figlio di Raffaele, nato nella metà del 1400, che ha due figli Andrea e Cipriano.
Cipriano sposa un'altra Giustiniani, Angeletta, figlia di Bernardo. A questo punto uno dei rami Giustiniani si unisce a quello Pallavicino: la figlia di Cipriano, Bernardina sposa Giovanni Battista Raggio, da cui nasce Giovanni Francesco, la cui figlia Faustina sposa Aleramo Pallavicino. Ancora a quell'epoca non sono arrivati a Palermo (come si vede dagli atti di battesimo).
Anche i Pallavicino, si trovavano coinvolti nella amministrazione della Maona a Scio. E’ da ritenersi perciò che il loro comune approdare nella terra di Sicilia si ricolleghi alla disfatta subita e alla fuga.
Un testamento di Camillo Pallavicino del 1642, molto elaborato, il quale, "avendo portato a Palermo grandi ricchezze", fra le altre disposizioni testamentarie, fondò un Monte di Pietà a suo nome.

Dall’altro figlio di Ottaviano Andrea, il primogenito, discende Vincenzo Giustiniani, morto nel 1612, figlio di Melchiorre, morto a Palermo nel gennaio del 1611, e sepolto lì. secondo la sua volontà, nella Chiesa di San Giorgio dei Genovesi.
Alla stessa stregua dei Giustiniani di Roma, certamente non è casuale il rapporto che a Palermo lega ai filippini il ricco uomo d’affari genovese Vincenzo Giustiniani del quondam Melchioni (Melchiorre) sì da disporre in loro favore nel 1611 il lascito testamentario di ben 300 onze contro le 150 assegnate ai teatini di San Giuseppe o le 100 al convento di San Francesco; e don Vincenzo - omonimo e sicuramente parente del cardinale Giustiniani (1519-1582), domenicano e vicino al Neri, nonché del nipote Vincenzo junior, il marchese romano committente di Caravaggio - legato a sua volta da parentela anche ai Dini di Firenze (sarà il nipote Gio. Battista Dini suo esecutore testamentario a commissionare a Jacopo da Empoli la pala d’altare con Il martirio di san Vincenzo da Saragozza per la sua cappella gentilizia in San Giorgio dei Genovesi), è amministratore degli stati siciliani (l’intera contea di Modica) di donna Vittoria Colonna, figlia di Marcantonio e sorella di Ascanio, duchessa di Medina del Riosecco e tutrice di don Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera, il futuro Grande Almirante di Castiglia. Così come nei riguardi del medesimo Ordine è precoce e continuo (sin a diventare negli ultimi suoi anni di vita presenza fissa in seno alla congregazione) il rapporto di Camillo Pallavicini, il ricchissimo banchiere di origine genovese, consanguineo e socio in affari di Nicolò Pallavicini a sua volta primo banchiere del duca di Mantova e cognato di quel cardinale Giacomo Serra che a Roma sappiamo in così stretto contatto con i filippini da promuovere nel 1606 la commissione a Rubens dei tre grandi dipinti per l’altare maggiore della chiesa Nuova, pur con l’evidente intervento dei Giustiniani.
Vincenzo Giustiniano era un Console come detto nel testamento e governatore a Palermo carica data dal Regno dei Borboni.
Come già visto nel capitolo sulle “ayudas de costa” ( Le ayudas de costa : la vendita di titoli nobiliari, terre e villaggi nel Regno delle due Sicilie nel XVII secolo), anche Vincenzo Giustiniani vendeva titoli,con le terre (contee,marchegiato,etc.....) prendeva gli affitti, gabelle ed contribuiva Primo erede di questo ramo di Vincenzo Giustiniano suo figlio Annibale, che alla morte del padre aveva solo 16 anni, nel suo testamento si nomina quale tutore il cugino Giovan Battista Dini, figlio di sua sorella Caterina Giustiniano.Vincenzo Giustiniano parla di Annibale durante 38 pagine del suo testamento.

Particolarmente emblematica risulta, quindi, l’eredità dell’Illustrissimo Vincenzo Giustiniani, figlio di Melchiorre, che in punto di morte, infatti, ricordò le proprie radici lasciando le ingenti ricchezze mobiliari e immobiliari all’Ufficio dei poveri di Genova in cambio dell’assegnazione annuale di piccole elemosine ai membri dell’albergo Giustiniani che ne avessero avuto bisogno per dotare le proprie figlie o perché inabili e particolarmente indigenti. Il testamento è rigorosamente in latino burocratico, redatto dal notaio Giovanni Carnisechi.
Vincenzo Giustiniani lascia anche, nel suo articolato testamento, in perpetuo al nipote Giovanni Battista Dini e alla di lui morte ai Deputati, onze quaranta annuali "ad effetto di mandarle nella Città di Scio per impiegarsi in opere pie", palesa la sua discendenza diretta dai Giustiniani di Genova; ed in altro passo si dichiara discendente da Tomaso Giustiniani Longo ( portando la testimonianza di numerosi notabili Genovesi).
Da Vincenzo Giustiniani segue la discendenza fino a Marianna Giustiniano ( forse storpiatura del cognome Giustiniani? Dal momento che nello stesso testamento si alternano le due forme ) andata in sposa a Silvestre Noto. La stessa Marianna ha goduto di un legato dotale, forse attribuibile alla ricchezza della famiglia Giustiniani.
Attualmente è possibile vedere la tomba di Vincenzo Giustiniani di Sicilia condivisa con il nipote Giovan Battista Dini, ornata dallo stemma di famiglia Giustiniani, nella Cappella Giustiniani nella Chiesa di Chiesa di San Giorgio dei Genovesi. Sull'altare della cappella la tela del toscano Jacopo Chimenti da Empoli con il “Martirio di San Vincenzo da Saragozza” (1614).
”…Tra le mura di cortina della vetusta Porta San Giorgio, i baluardi del castello a mare e la Cala leggendaria dei navigatori fenici, i mercanti di Genova eressero la loro chiesa nazionale, dedicandola al patrono della Serenissima repubblica a Sna Giorgio.
L’architetto, Giorgio di fazio, è un piemontese che parla il siciliano aulico del Carnalivari edei Gargini. Battista Carabio, lo scultore della Marina, introduce nel tempio la sua grafia rinascimentale chiara e ferma.
Palma, lo Zoppo di Gangi, Bernardo Castello e altri pittori lasciano, in San Giorgio, l’impronta della loro tavolozza generosa. I nobili mercanti possono essere orgogliosi di tanta opera, ma, ormai, le loro fortune volgono al tramonto, mentre Palermo si avvia verso la sua ultima grande stagione e, nel quartiere della Loggia, il Serpotta scatena l’elegantissima sarabanda dei suoi putti sorridenti…”.


IL TESTAMENTO DI VINCENZO GIUSTINIANI DEL GENNAIO 1611
in IL “CICLO VITALE” DI UN’ÉLITE CITTADINA: IL PATRIZIATO DI MESSINA IN ETÀ MODERNA di Fabrizio D'Avenia

Il meccanismo successorio del testamento di Vincenzo Giustiniani fu abbastanza complesso e per certi versi sfortunato. Nelle sostituzioni dell’erede universale prediligeva, infatti, in ogni caso la linea maschile di discendenza ed era stabilito secondo quest’ordine:
1. il figlio Annibale (sposato con Paola Matute, figlia di Ferdinando, consultore del viceré), unico maschio;
2. le figlie femmine Isabella (suora) e Giovanna (moglie di Giacomo Messina);
3. i figli delle sorelle: Giambattista Dini (Caterina), Luca Grimaldi (Lucrezia) e Domenico e Placido Di Giovanni (Brigida);
4. l’Ufficio del suffragio dei Poveri della città di Genova per la sovvenzione di opere pie.
Ebbene, tutti gli eredi previsti o morirono nel giro di qualche anno (Annibale morì a Palermo nel luglio 1611, Luca Grimaldi a Girgenti nel settembre 1617, Giambattista Dini nel 1624) o in ogni caso non lasciarono figli maschi, fatta eccezione per Placido e Domenico. L’eredita pervenuta nelle loro mani dovette senz’altro essere molto consistente, se nel testamento di Vincenzo era prevista la manumissione di ben sei schiavi e il versamento da parte degli amministratori dell’eredità, una volta soddisfatti tutti i creditori, di 20.000 onze nella tavola di Palermo come capitale iniziale di una nuova opera pia intitolata al testatore (l’Opera Giustiniani); ai parenti stretti venivano lasciate in tutto 3600 onze, alle quali si aggiungevano varie rendite vitalizie, per complessive 460 onze annuali, delle quali a Placido e Domenico toccavano 50 onze ciascuno, mentre i legati una tantum a conventi, monasteri ed enti assistenziali palermitani ascendevano complessivamente a 1100 onze. Inoltre, Giambattista Dini veniva nominato, insieme con il fiorentino Giovanni Carnesecchi e Giacomo Messina, amministratore dell’eredità e deputato dell’Opera Giustinani e, con il solo Carnesecchi, amministratore del principato di Paternò, contea di Adernò, Centuripe e Caltanissetta e della contea di Sclafani e Caltavuturo, precedentemente concessi in arrendamento al testatore per 2/3 da Antonio Moncada- Aragona, duca di Montalto e principe di Paternò, e dalla nonna Aloisia Moncada e de Luna-Vega, duchessa di Bivona (l’altro terzo era stato concesso a tal Angelo Giorgino. Per questa e tutte le altre disposizioni testamentarie). E fu grazie all’abbondante disponibilità finanziaria, agli stretti rapporti con Antonio e Aloisia e alla crisi finanziaria che i due Moncada in quel momento attraversavano, che gli amministratori dell’eredità Giustiniani acquistarono nel 1614 i feudi di Graziano, Gallidoro, Deliella, Grasta e Gebbia Russa della contea di Caltanissetta da don Antonio per 30.160 onze, e l’anno successivo quelli di Miano, Rovitello e Tavernola della contea di Sclafani da donna Aloisia per 16.000 onze: feudi finiti poi (1624) nelle mani di Placido e Domenico, figli di Brigida Giustiniani e di Scipione Di Giovanni. Il legame con i nobili messinesi di origine genovese si strinse ancora di più con Domenico, che nel 1620 sposò Gerolama, figlia di Giovanni Salvarezza -stabilitosi a Messina nella seconda metà del ’500- e di Elisabetta Bado. Giovanni era stato un ricchissimo mercante; nel 1595 aveva ricoperto la carica di console del mare di Messina "civium nobilium". Ovviamente, la prima preoccupazione di Giovanni era stata quella della successione a un così ricco patrimonio; al momento di testare, infatti, egli aveva un solo figlio maschio, Giovanni Diego Vincenzo, nominato erede universale; ben sette figlie femmine, nominate eredi particolari; e un altro figlio in arrivo, che sarebbe stato erede universale, se maschio, o erede particolare, se femmina. Venti anni dopo, nel 1620, al momento della stipula dei capitoli matrimoniali della figlia Gerolama con Domenico Di Giovanni, la situazione si era evoluta a totale favore delle femmine: Giovanni Diego Vincenzo era morto prematuramente, come anche la creatura, non si sa se maschio o femmina, che la moglie portava in grembo al momento del testamento: una situazione ancora più “sfortunata” di quella in cui si sarebbe trovato il suo concittadino Vincenzo Giustiniani undici anni dopo, e della quale avrebbero beneficiato ancora una volta i Di Giovanni. Gerolama portava infatti al marito una dote assai cospicua di circa 14.500 onze, costituita da una quindicina di rendite e soggiogazioni, «robba sposalitia», gioielli, una casa «solerata» in Messina, una schiava e denaro contante. Non stupisce allora che nel giro di tre anni, dal 1639 al 1641, lo stesso Domenico fosse in grado di acquistare dalla Regia Corte l’università di Castronovo, le baronie di Trecastagne -di cui diventò principe per concessione regia- e di Viagrande per 30.000 scudi (in cambio però della restituzione di Castronovo) e quella di Pedara per 12.500 scudi (rispettivamente 12.000 e 5.000 onze). E ancora nel 1660 comprò da Pietro Moncada, principe di Monforte e di Calvaruso, suo genero in quanto marito della figlia Teresa, la baronia di Saponara per onze 3686.10.2.
Nel 1666, alla morte di Domenico, il ricchissimo patrimonio feudale da lui accumulato nel giro di appena trent’anni -dalla prima investitura dei feudi Giustiniani nel 1622 (da questo momento in poi, i feudi frutto dell’eredità di Vincenzo Giustiniani verranno indicati in questo modo) al matrimonio del figlio Scipione con Marianna Miccichè nel 1652- andò diviso tra i figli. Al primogenito Scipione, erede universale, toccò la parte più consistente con il principato di Trecastagne e le terre di Viagrande e Pedara; al secondogenito Vincenzo la baronia di Saponara; agli altri tre figli, Mario, il sacerdote don Placido e fra’ Giovanni, una terza parte ciascuno della metà tanto dei feudi Giustiniani della contea di Sclafani e della contea di Caltanissetta62, quanto degli uffici di mastro notaio di Termini, Cefalù, Troina e Piazza, oltre a molti altri beni.
L’altra metà dei feudi e degli uffici spettava al fratello di Domenico, Placido, principe di Castrorao, come effetto delle disposizioni testamentarie rispettivamente di Vincenzo Giustiniani e di suo padre, Scipione Di Giovanni. In seguito, la quota dei feudi Giustiniani passò in successione ai tre figli di Placido: prima Vincenzo e poi Giuseppe, entrambi morti senza figli, e infine a Isabella; questa, andata in sposa nel 1640 a Visconte Morra, principe di Buccheri, la trasferì al figlio Francesco, sottraendola temporaneamente al patrimonio della famiglia di origine; la stessa cosa avvenne per la quota degli uffici di Cefalù, Termini e Troina, mentre quella di Piazza tornò al ramo di Trecastagne nella persona del principe Scipione. Ma la perdita a favore dei Morra, principi di Buccheri, fu ben presto recuperata con gli interessi, quando Isabella, figlia di Francesco Morra, sposò nel 1684 Domenico, figlio di Scipione, portando in dote anche i titoli di Buccheri e di Castrorao e la baronia di Meri. Tutto l’asse patrimoniale -i principati di Trecastagne (con Viagrande e Pedara), Castrorao e Buccheri; le baronie di Gatta, Mastra, Conforto e Meri; la metà dei feudi Giustiniani e degli uffici di Mastro notaio- era dunque adesso riunificato e in blocco passò alla figlia di Domenico e Isabella, Marianna Di Giovanni; unica eccezione l’altra metà dei feudi Giustiniani e degli uffici di mastro notaio, passati attraverso il matrimonio di Gerolama Caterina, figlia di Mario Di Giovanni, ai Ventimiglia di Geraci e Castelbuono.
Forti di un patrimonio feudale sempre più consistente, i Di Giovanni ricoprirono lungo il ’600 anche importanti cariche politiche, laiche ed ecclesiastiche, che ne fecero una della famiglie di spicco nella vita politica di Messina e di tutto il regno. Se alcuni membri del ramo di Salvo furono più volte senatori già a partire dal ’400 e la loro presenza nella giurazia cittadina si fece ancora più frequente nel ’600, la maggior parte dei maschi della famiglia, tanto dell’uno quanto dell’altro ramo, furono a partire dalla sua istituzione alla fine del ’500 e per buona parte del secolo successivo, membri autorevoli dell’Accademia della Stella, nonché confrati dell’Ospedale nuovo o componenti della confraternita nobiliare degli Azzurri



LA CHIESA DI SAN GIORGIO DEI GENOVESI A PALERMO
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A sinistra nella Capella Giustiniani l'iscrizione dedicatoria: "VINCENZO GIUSTINIANI, FIGLIO DI MELCHIORRE, DEDICO' QUESTO SACELLO AL BEATO VINCENZO VITTORIOSO E INVITTO NEI TORMENTI DEL MARTIRIO, L'ANNO DELLA SALVEZZA 1612 (la tela nell'arcata rappresenta il Martirio di San Vincenzo dello Zoppo di Gangi). A destra sul sarcofago del committente: A VINCENZO GIUSTINIANI, UOMO NOBILISSIMO E COSPICUO, GENOVESE, IL NIPOTE GIOVANBATTISTA DINI ERESSE, LACRIMANTE QUESTO TUMOLO. MORI' L'ANNO DEL SUO CONSOLATO, 1611, IL 22 GENNAIO.

la mia fotoLa Chiesa di San Giorgio dei Genovesi (1579-1591), nella Piazza omonima a Palermo, è stata eretta a spese dalla numerosa colonia genovese residente a Palermo, sulla preesistente Chiesa di San Luca. Lo stile è gotico rinascimentale. Sul finire del 1300, infatti, i genovesi avevano il controllo quasi totale del mercato del grano e della seta e commerciavano ogni genere di merce. Memoria e testimonianza della loro influente presenza è la chiesa di San Giorgio dei Genovesi in Palermo. Questo “Pantheon” genovese ci permette di osservare, attraverso le lapidi tombali delle nobili famiglie genovesi qui conservate, quanto siano stati profondi e duraturi i rapporti tra le due città.
Il modello costruttivo della chiesa di San Giorgio dei genovesi è di probabile attribuzione ad Antonello Gagini e venne realizzato dal suo allievo Giorgio Di Faccio (Fazio), con inizio del cantiere attorno al 1579.
L'atto di cessione della chiesa di S. Luca alla nazione genovese (7 luglio 1576) fu furmato da Giovan Battista Giustiniani, come console sostituto, in cui la Confraternita di S. Luca concede alla “nazione” genovese la proprietà della chiesa di S. Luca, delle dipendenze e dei terreni adiacenti. (ASPa, Notai defunti, not. Barnaba Bascone, vol. 7479, 1576).
La cupola è ottagona e si erge su quattro pilastri decorati da trentadue colonne di marmo bianco. All’interno, oltre all’abside contenente un altare dedicato a Santa Rosalia, la chiesa è arricchita da dieci cappelle, cinque di esse portano gli stemmi dei liguri fondatori: Giovanni Agostino Signo, Leonardo del Bene, Andrea Malocello, Melchiorre Giustiniani, Tommaso Lomellino. A quest’ultimo si deve la cappella della Madonna di Savona. Inoltre nelle quattordici tombe terranee è conservata quella di Sofonisba Anguissola (Cremona 1527- Palermo 1625 ), famosa pitttrice , allieva di Michelangelo, sposata in prime nozze con Diego Filippo Moncada palermitano ed in seconde nozze con Orazio Lomellino patrizio genovese sepolto in questa stessa chiesa.
la mia fotoLe lastre tombali esistenti nella chiesa di San Giorgio dei genovesi di Palermo ci ricordano inoltre numerosi nomi di famiglie liguri che in Palermo trovarono una seconda patria. Oltre ai Giustiniani, i De Franchi, gli Spinola, i Bozolo, i Doria, i Rivarola, i Cavanna, i Pallavicini, i Semeria, i Navone, uno Scorza dei Conti di Lavagna e poi ancora: Barabino, Sori, Vignolo, Merello, Spinetto, Molinelli, Durazzo, Mazza, Pernice, Magliolo, Valanzoni, Zerbi, Nigro, Nicolò e Pera Colombo contrassegnati dal blasone del grande navigatore. Un Riario della illustre famiglia savonese ed altri.
Nella Chiesa Martirio del beato Vincenzo da Saragozza, del toscano Jacopo da Empoli (qui a sinistra), la cui rma e data sono state rese leggibili dal restauro della ne degli anni ‘60, che confermò una precedente intuizione della Paolini. Come poi sottolineato da Abbate, l’acquisto di quest’opera nel 1614 definisce ulteriormente la capacità del mercato nel corrispondere alle committenze dei Genovesi di Sicilia, in questo caso specifico da parte di Vincenzo Giustiniani che la volle collocata dopo la sua morte nella cappella di famiglia (V. Abbate, Quadrerie e collezionisti…, 1990, p. 36; Idem, La città aperta…, 1999, p. 40, dove sottolinea che «questo della pala del Giustiniani è l’unico caso di una committenza specica con riferimento speci co al nome del titolare della cappella».)
La Chiesa non è attualmente visitabile.
LA CHIESA DI SAN GIORGIO DEI GENOVESI A PALERMO: UNA PROBLEMATICA ATTRIBUZIONE di Giovanna D'Alessandro
San Giorgio dei Genovesi di Rita Cedrini

Genova e i Genovesi a Palermo 1978-2025 Dalle celebrazioni del IV Centenario della fondazione della Chiesa di San Giorgio dei Genovesi alla sua ricostruzione virtuale di Elisa Bonacini
La mostra “Genova e i Genovesi a Palermo”, allestita a Palazzo Ducale a Genova (dicembre 1978-gennaio 1979), nacque dalla collaborazione fra le istituzioni siciliane e genovesi. Si trattava di una mostra documentale, in cui spiccava il prestito di sette opere da Palermo. Dagli organizzatori fu concepita come un “episodio” all’interno di un percorso di riscoperta del contributo storico-artistico di matrice genovese in Sicilia, e nello specifico a Palermo, grazie a un processo conoscitivo-conservativo avviato sin dal 1951 da Giorgio Vigni, Soprintendente alle Gallerie e Opere d’Arte della Sicilia e proseguito dal suo successore Vincenzo Scuderi, sulle opere d’arte di alcuni contesti, quali l’Oratorio di Santo Stefano (1951) e la Chiesa di San Giorgio dei Genovesi (1967-68). Grazie alla documentazione d’archivio e fotografica rinvenuta presso le amministrazioni siciliane e genovesi e alla testimonianza di alcuni protagonisti, si è potuto ricostruire il processo che ha condotto all’allestimento genovese, privo di un vero catalogo, ma corredato di una pubblicazione che ha raccolto gli scritti relativi ai seminari organizzati a latere. La ricostruzione di quella mostra costituisce lo spunto per un aggiornamento del quadro dell’apporto storico-artistico genovese a Palermo e si concretizza in due soluzioni di reenactment digitale, una mostra virtuale e immersiva su ArtSteps e un virtual tour interattivo (realizzato e descritto nel volume da Andrea Paolini, Università degli Studi di Genova), inserendosi così nel dibattito sulla Digital Art History. Il percorso virtuale presenta i principali contesti analizzati già all’epoca (Basilica di San Francesco d’Assisi, Chiesa di San Giorgio dei Genovesi, Oratorio di Santo Stefano) e le nuove attribuzioni sopravvenute negli ultimi 50 anni, che consentono di aggiornare quelle precedenti e di allargare la prospettiva in merito ad altre committenze della nazione genovese ad artisti genovesi (Oratori del SS. Rosario a San Domenico e di Santa Cita; Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola). Il virtual tour “ricolloca” digitalmente le immagini d’epoca della mostra del 1978-79, all’interno di un modello fotogrammetrico 3D del Salone del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale a Genova, appositamente realizzato.
Curioso aggiungere che Santa Rosalia sia diventata anche patrona di uno dei quartieri più importanti di Genova, facendo registrare uno dei pochissimi casi di culto della Santuzza al di fuori della Sicilia. Il quartiere genovese di cui parliamo è Pegli, un tempo un borgo indipendente abitato in prevalenza da pescatori. Culto dovuto al Giannettino Doria cardinale di Palermo nel 1624, anno del ritrovamento delle ossa di Santa Rosalia, quando secondo la tradizione la santa apparve in sogno a Girolama La Gattuta, una ricamatrice di Ciminna recatasi nella grotta di Monte Pellegrino, rivelandole il luogo in cui avrebbe dovuto scavare per trovare un “tesoro”. Qualche mese dopo le ossa di Santa Rosalia, portate in processione per Palermo avrebbero miracolosamente guarito la città dalla peste, dando origine al mito della Santuzza. Fu lui a riconoscere ufficialmente l’autenticità del ritrovamento e ad indire la processione solenne che avrebbe fatto cessare la pestilenza, avviando così il fervente culto della Santuzza, una devozione che naturalmente colpì anche i numerosi mercanti appartenenti alla Nazione Genovese di Palermo. Forse fu su loro richiesta che il Cardinale Doria autorizzò il trasferimento di una piccola parte delle reliquie della Santa a Pegli, nella chiesa dei Santi Martino e Benedetto, dove tutt’ora sono custodite.
Quando circa 30 anni dopo, la peste colpì Genova e gran parte della riviera ligure, a Pegli si ricordarono della storia di quella Santa di cui possedevano le ossa, che qualche anno prima aveva miracolosamente salvato Palermo dallo stesso male. Questa storia, fu alimentata anche dalla memoria e dai racconti di marinai e mercanti che avevano assistito alla prodigiosa processione del 1625, diffondendone il mito in tutti i porti del Mediterraneo. Così i pegliesi, già decimati dalla piaga, decisero di rivolgersi alla Santuzza, che a quanto pare ripeté il miracolo anche in quella circostanza. Come segno di devozione e ringraziamento, qualche anno più tardi Santa Rosalia fu proclamata patrona di Pegli, e da allora ogni 4 settembre si tiene una processione solenne in suo onore.
Nel quadro a destra Santa Rosalia di Valerio Castello (1658) nella Chiesa di S. Girolano di Castelletto a Genova. Nel dipinto il committente viene rappresentato mentre guarda l’osservatore ed indica la Vergine Maria. La tela non sembra essere originaria del complesso, ma proveniente dalla vecchia Chiesa di San Gerolamo e le fonti sottolineano i riflessi di carattere lombardo che influenzarono l’iconografia di Valerio Castello. Anche Santa Rosalia viene descritta come una bellissima giovane dai capelli sciolti, che indossa un saio da penitente, rappresentata in orazione.
Il culto di Santa Rosalia da Genova a Palermo di Giovanni Ferrero
Da Palermo a Genova: i nobili genovesi e il culto di Santa Rosalia di Federica Burlando Burani

Presso l'Istituto dell' albergo dei poveri di Genova una cospicua documentazione sia del lascito di Vincenzo Giustiniani (di Palermo) che delle successive vicende.
Un'altra Cappella dedicata a San Giorgio dei Genovesi è anche presente nel Duomo di Sciacca. Giuseppe Bonachia, detto Mayharata. Quest'ultimo, il più noto dei pittori di mattonelle in Sicilia, è l'autore della imponente fascia maiolicata dell'interno della Cappella di San Giorgio dei Genovesi di Sciacca, imponente per estensione, per grandiosità espositiva e cromatismo. Per comporre la fascia e il pavimento della Cappella dei Genovesi erano state prodotte 2.475 mattonelle del costo complessivo di once 26. Del vasto arazzo, con raffigurante scene del Vecchio e Nuovo Testamento, rimangono solo sei grandi pannelli, conservati nel locale Istituto d'Arte.

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Cappella Giustinaini, Chiesa di San Giorgio dei Genovesi: a sinistra la volta della Capella con lo stemma di famiglia, al centro la tomba di Vincenzo Giustiniani.L’iscrizione dedicatoria riporta:  “B (eato) VINCENTIO INVICTISSIMO TORMENTORUM VICTORI VINCENTIUS IUSTINIANUS MELCHIONIS F(lius) SACELLUM HOC D(ICAVIT) AN (NO) SAL(UTIS) MDCXII”. Sul sarcofago del committente: “VINCENTIO JVSTINIANO PRIMARIO AC NOBILISSIMO VIRO, GENUENSI JO (HANNES) BAP (tista) DINI NEPOS TUMULUM HUNC MOERENS PUSUIT. OBIIT SUI CONSULATATUS AN(n)O MDCXI XXII JAN(uarii). (Traduzione: “A Vincenzo Giustiniani, uomo mobilissimo e cospicuo, genovese, il nipote Giovan Battista Dini eresse, lacrimante questo tumulo. Morì l’anno del suo consolato, 1611, il 22 gennaio. Vincenzo Giustiniani, figlio di Melchiorre, dedicò questo sacello al beato Vincenzo vittorioso e invitto nei tormenti del martirio, l’anno della salvezza 1612.” (l’anno della dedicazione è discordante dall’anno della morte del committente che l’epigrafe del sarcofago fissa nel 1611.) . A sinistra la tela del Martirio di san Vincenzo da Saragozza” del toscano Jacopo Chimenti da Empoli (1551-1640) posta sull'altare.

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Teatro genealogico delle famiglie nobili Siciliane Nel testo settecentesco di Filadelfio Mugnos, la presenza dei Giustiniani in Sicilia.

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LA CASA GRANDE SOLERATA DELLI FORMAGGI (Palazzo Berrocal, Palermo)
(testo a cura di Pietro Valguarnera)

la mia fotoNel cuore del quartiere Albergheria di Palermo, nei pressi dello storico mercato Ballarò, tra la via Università e la piazzetta Ballarò, di fronte la chiesa di S. Anna dei Calzettieri, al n° 20 della Rua Formaggi, sorge Palazzo Berrocal, l’antica Casa solerata delli Formaggi.
L’edificio attuale, della superficie di circa 300 mq, è composto da 3 piani oltre ai seminterrati e ad un ammezzato. I motivi architettonici che caratterizzano la facciata, il portone di ingresso e i balconi, sono improntati all’architettura del ‘600 ed internamente il soffitto del salone centrale del primo piano è affrescato dal noto pittore e decoratore Giovanni Lentini il Vecchio.
Dai documenti esistenti in famiglia risulta che il fabbricato esisteva già alla fine del ‘500. Nel 1603 i fratelli Gianni e Bartolomeo Conversano, proprietari dell’immobile, con atto stipulato dal notaio Girolamo Bracco, lo cedono a Don Fabio e Don Francesco Giustiniani, rispettivamente padre e figlio (atto stipulato presso il notaio Girolamo Bracco il 18 ottobre 1603).
Don Fabio Giustiniano, figlio di Don Giuseppe, appartenente alla nobile famiglia dei Giustiniani di Genova, “trasferitosi da giovinetto a Palermo, havrebbe ingradite mirabilmente le sue facoltà, essendo passato a miglior vita nel 1625”. Proprietario della Casa grande solerata delli Formaggi, è erede del legato di Don Vincenzo Giustiniani, figlio di Melchiorre, probabilmente suo parente, morto nel 1612. Contrae matrimonio con la nobile palermitana Donna Virginia Conversano, con la quale procreò: Donna Elisabetta Giustiniani, che sposa il gentiluomo palermitano Don Vincenzo Parisi, figlio del Magnifico Angelo Parisi, gentiluomo cosentino, e Benigna Ilar. Nel 1608 Don Fabio Giustiniano assegna alla figlia Elisabetta onze 84 annuali, nelle quali soggiogò la casa grande solerata, sita nel quartiere dell’Albergheria nella strada delli Formaggi” (capitoli matrimoniali stipulati presso il notaio Vincenzo de Blasi, 28 agosto 1608).
Il 13 luglio 1621, Fabio Giustiniano, con atto stipulato dal notaio Girolamo Cireneo,”compra da Vincenzo Tignaso mezzo denaro di acqua della generale misura, scorrente nella contrada Sichiavia, e dichiara di condurla in Palermo nella giarra vicino la chiesa dell’Annunziata della Pinta, e di portarla nella di lui casa sita in Rua Formaggi”. Dal matrimonio di Donna Elisabetta Giustiniani con Don Vincenzo Parisi, nasce: Don Girolamo Parisi Giustiniani, nobile palermitano, erede universale del padre Vincenzo (testamento del 30 dicembre 1626), che sposa la nobile Donna Lucia Bracco, dalla quale viene al mondo: Donna Virginia Parisi, erede universale del padre Girolamo (testamento del 23 agosto 1663). Educanda nel monastero di Montevergini, sposa l’11 marzo 1682, il capitano Don Giuseppe Muriel de Berrocal, nobile spagnolo di Granada, figlio di Don Pedro Muriel de Berrrocal, Consultore del Regno di Sicilia, e di Donna Ana Francisca Mazuelos (atto di matrimonio, archivio della Cattedrale di Palermo). Tra gli altri beni, Virginia Parisi porta in dote la Casa grande delli Formaggi (capitoli matrimoniali sottoscritti dal notaio Daidone di Palermo, 20 ottobre 1682). Muore nel 1706. Da questa unione nasce: Don Francesco Muriel de Berrocal, Capitano di fanteria, Senatore di Palermo, che sposa Donna Anna Gagliardo. Rimasto vedevo contrae nuove nozze con Donna Antonia Castiglione, figlia di Don Giuseppe Castiglione, barone di Belici e Timparussa (capitoli matrimoniali, notaio Salvatore Tinnaro, 27 ottobre 1726). Da questo matrimonio nasce: Don Giuseppe Muriel de Berrocal, Comandandante del Battaglione degli Invalidi di Palermo, già Guardia del Real Corpo, che sposa a Napoli Donna Maria Fiorillo, figlia del cavaliere Don Fabrizio (atto di matrimonio, parrocchia SS. Francesco e Matteo, 2 aprile 1755) .Da questo matrimonio nasce nel 1760 l’unica figlia: Donna Francesca Berrocal, che eredita i beni familiari. Il 5 aprile 1782, presso il notaio Barone di Palermo, vengono sottoscritti i capitoli matrimoniali tra Donna Francesca Berrocal e il Dottore Don Rosario Somma, figlio di Don Giuseppe e Donna Margherita Ronsvalle.
Tra i beni dotali Francesca porta al marito la Casa di Rua Formaggi e il legato proveniente da Vincenzo Giustiniani.
Il 26 aprile 1818, con atto in notar Magliocco, Don Rosario Somma e Donna Francesca Berrocal, risultano proprietari della Casa grande di Rua Formaggi, che così viene descritta: 1) 2 Catodi, uno a destra, uno a sinistra;  2) Entrata con pile ed acqua corrente;  3) 1 mezzalino in detta entrata a 1° piano con camera e cucina;  4) 1 piccolo magazzino in dette entrata;  5) 1 stalla, ove una scala porta in altro mezzalino a 1° piano con due piccole stanze;  6) 1 mezzalino di 3 stanze a primo piano, nella prima fuga della scala grande; 7) Quarto nobile a II piano;  8) Quarto grande a III piano;  9) Quartino ad ultimo piano;  10) Altro quartino ad ultimo piano;  11) Un catodio in vicolo della Noce. 12) Carretteria grande sotto monastero di Santa Chiara.
Dal matrimonio di Donna Francesca Berrocal con il dottore in Legge Don Rosario Somma nasce il 21 gennaio 1798: Donna Giuseppa Somma, erede del Palazzo di Rua Formaggi e del legato di Vincenzo Giustiniani, che sposa il 25 luglio 1816 il dottore in Legge Don Salvatore Lentini, di nobile famiglia di Castelvetrano. Da questa unione nasce il 18 luglio 1834: Donna Giovanna Lentini che nel sposa nel 1857 Don Antonino Raimondi di antica famiglia originaria di Prizzi. Da costoro viene al mondo nel 1860: Maria Teresa Raimondi, che sposa nel 1886 Giuseppe Amorelli, di nobile famiglia sambucese. Da questa unione nascono: Agata, Audenzio, Giovanna, Vincenza, Alfonso. Il 24 febbraio 1927 tra gli eredi di Teresa Raimondi (Agata, Audenzio, Giovanna, Vincenza, Alfonso), con atto stipulato in notaio Ficani, si procede alla divisione del palazzo di Rua Formaggi nel seguente modo:
1) a Giovanna Amorelli, tutti i corpi bassi dell’edificio e l’ammezzato:
2) ad Audenzio Amorelli, il piano nobile, che verrà alienato nel 1966 ed acquistato dalla signora Angela Buttafuoco Scichilone, suocera di Salvatore Valguarnera;
3) ad Agata Amorelli, il 2° piano quale erede testamentaria di Carmela Lentini;
4) a Vincenza Amorelli, il 3° piano composto da due quartini.
5) ad Alfonso Amorelli, l’antica Carretteria sottostante il monastero di S. Chiara. Agata Amorelli, nata nel 1887, sposa nel 1923 Pietro Valguarnera, di antica famiglia palermitana. Eredita dalla prozia Donna Carmela Lentini, figlia di Don Salvatore e Donna Giuseppa Somma, il secondo piano del palazzo di Rua Formaggi. Da questo matrimonio nascono: Salvatore (1924-2003) e Giuseppe (1926) Valguarnera, che ereditano l’antica “Casa solerata delli Formaggi” dei Giustiniani, la cui memoria storica e culturale viene custodita e trasmessa dagli eredi Valguarnera.

Fonti:
- Filadelfo Mugnos, Teatro Genealogico delle Famiglie nobili, Feudatarie del Regno di Sicilia, libro VII (Famiglia Titolate, Parisi-Giustiniani)
- Libro di Assento, Carte varie (Archivio privato Valguarnera)


la mia fotoLa Rua Formaggi (tratto da Le Rue palermitane: la Rua Formaggi da Palermoweb.com) La “Rua Nova o Formaggio” si trova nel quartiere dell’Albergheria è questa strada anticamente percorreva la parte esterna del versante meridionale delle antiche mura del perimetro punico che intercorre il piede “fenicio” che va dalla salita Raffadali, che la sconvolse nel XV secolo appunto per realizzare questa salita che permise ai Gesuiti di costruire una strada di comunicazione con il “Cassaro” l’odierno corso Vittorio Emanuele affinché raggiungessero il loro Collegio Massimo, oggi sede della biblioteca regionale siciliana. A questa "Rua Nova" gli si dovette cambiare nome per non confonderla con la vicina e costruendo “strada nuova” che successivamente si chiamò via Maqueda dal Vicerè che cercò di raffinare. Per costruire questa salita si dovette distruggere anche la casa che a quel tempo apparteneva a Nicolò Formaggio e con essa il “vico Formaggio”, nome che passò all’antica “Ruga Nova”.
In questa via sorsero intorno al XVI-XVII secolo, numerosi palazzi nobiliari che ingentilirono e resero la strada di grande prestigio sociale. Le più rinomate famiglie cittadine del cinquecento vi costruirono le loro splendide dimore che successivamente vendettero ad altri nobili che ambivano ad abitare sulla via Nuova (Maqueda), non vi riuscivano per ovvi motivi poiché mancavano luoghi abitabili, alla fine si stabilivano e compravano in via del Bosco.
Sul lato meridionale della strada si apre il bel portale cinquecentesco di palazzo Gravina, principi di Palagonia, proseguiva il palazzo dei Balestreros marchesi di Buongiordano, successivamente quello dei Beninati marchesi di Sant’Andrea, poi dal conte Ventimiglia che successivamente nel 1838 vi istituì un famoso ospizio,oggi presente al numero civico 32 rimane in rovina. Dirimpettaio si trova palazzo Bosco di Belvedere Lanza o del Bosco, ristrutturato e restaurato, oggi ospita gli uffici della Provincia di Palermo, nel 1785 vi si riunivano gli Accademici del Buongusto, questa era una delle tante accademie che nel XVI secolo erano molto diffuse e quasi sempre erano ospitate in palazzi nobiliari. Nella parte più vicina all’ingresso che tocca il mercato di Ballarò, dove la strada si biforca, si trova la piccola chiesetta di San Nicolò da Tolentino, appartenuta ad una confraternita fondata nel XVII secolo. La chiesetta rimane quasi distrutta con il tetto scoperchiato, ne resta integra la cripta, dove venivano posti ad essiccare, con una complessa procedura molto conosciuta nel settecento, e di conseguenza esposti i corpi dei confrati deceduti. In questo tratto si affaccia l’esteso palazzo cinquecentesco Oneto San Lorenzo che possiede un esuberante portale manieristico che dà accesso alla corte interna formata da arcate a pieno centro. La breve e importante strada che era la via Bosco, in quel periodo rappresentava una delle arterie principali della città, in cui passavano cortei e processioni religiose. Vi si introduceva la processione di Sant’Agata che partendo dalla chiesa della “Pedata”, attraversava “Porta Sant’Agata” e raggiungeva via delle “Pergole” e, attraversando piazza del “Carmine” giungeva alla “Ruga Grande” (via Bosco) dalla quale si portava verso la “Fieravecchia” (piazza Rivoluzione). Vi si svolgevano i cortei nuziali delle famiglie nobili, formati da dame e cavalieri che accompagnavano lo sposo a luogo in cui la sposa riceveva l’anello e dove si compivano le cerimonie religiose, o quella di un conoscente d’alto rango in cui concludere la festa. Da qui passò il corteo nuziale di donna Aldonza con don Giovanni di Sotto, che partendo dal convento di Santa Caterina dove si trovava la futura sposa, al palazzo di Colantonio Spatafora, nella piazza del Carmine dove furono ospitati gli sposi per la prima notte di nozze.


I GIUSTINIANI A MESSINA

la mia fotoDopo la caduta di Chios, diverse famiglie Giustiniani si erano stabilite a Messina, dove già nel 1561 il console della Nazione genovese era Raffaele Giustiniani. Il nucleo più noto è quello di Andrea Giustiniani fu Bernardo, che aveva sposato un’altra sorella del cardinale Vincenzo Giustiniani Banca, Lichinetta, avendone i figli Bernardo e Cassano. Bernardo nato a Messina il 21 settembre 1573 fu canonico di Messina, teologo e vescovo d’Anglona nel 1609. Morì il 16 novembre 1616 e fu tumulato nella chiesa matrice di San Giovanni di Chiaromonte nella sua Diocesi. 
Don Giacomo de Messina di Gotho, Tesoriere del Regno di Sicilia sposa il 14 Ottobre 1597 la cugina donna Giovanna Giustiniani di Messina, figlia di don Vincenzo Giustiniani; il nipote don Antonio Mario Tommaso de Messina Campolo, che fu poi Senatore di Messina nel 1651-52, sposa il 19 Aprile 1631 la consanguinea donna Maria Giustiniani Belli figlia di don Cassano Giustiniani e di donna Caterina Belli dei conti di Chelmo.
A Messina si era trasferito anche Vincenzo Giustiniani del fu Melchione della branca olim Monelia, istitutore di una importante fondazione in favore dei discendenti. Gli interessi commerciali della famiglia in Sicilia sono documentati da alcune procure rogate dal notaio Nicolò Murro e rilasciate da Melchione Giustiniani, figlio di altro Melchione e di Maria de Valdetaro fu Galeazzo, rientrato a Chio già nel 1568, al cugino, il già menzionato Gaspare Giustiniani fu Lancillotto, per seguire i propri interessi in Genova, Messina e in tutta l’isola di Sicilia: la prima risaliva al 9 gennaio 1567, conseguentemente alla quale l’11 aprile successivo, a Genova, Gaspare Giustiniani sostituiva a sé nella procura il nobile Percivalle Bulam del dominus Nicolò, agente in Messina e in tutta la Sicilia.
Melchione aveva avuto dalla moglie Isabella Giustiniani de Forneto fu Ottaviano, i figli Vincenzo, Luca (morto bambino), Brigida che sposò Scipione Giustiniani di Giovanni, anch’egli stabilitosi a Messina e capostipite dei principi di Tre Castagne e dei principi di Castrorao, Caterina, moglie di Michele Dini, e Lucrezia, andata sposa al nobile genovese Alessandro Grimaldi di Chio. Vincenzo di Melchione, nato a Chio nel 1547, si stabilì in Sicilia, prima a Messina e poi a Palermo, ove morì nel 1611. Con testamento rogato il 12 gennaio di quell’anno dal notaio Gian Luigi Blondo e pubblicato il 16 marzo successivo istituì erede universale il figlio naturale legittimato Annibale e i suoi discendenti, stabilendo che nel caso di loro estinzione succedessero i nipoti Domenico e Placido Giustiniani, figli della sorella Brigida, Giovanni Battista Dini, figlio della sorella Caterina, e Luca Grimaldi, figlio della sorella Lucrezia, e che mancando anche queste linee restasse erede dell’intero patrimonio l’Ufficio dei Poveri della Repubblica di Genova, con obbligo di destinarne i proventi con preferenza ai Giustiniani. Inoltre, Vincenzo istituiva un’opera pia in favore della famiglia Giustiniani, con precedenza agli appartenenti alla sua linea familiare e ai consanguinei, dotata di un capitale di 50.000 scudi depositati. Il figlio Annibale si spense a Palermo nel 1612 e l’eredità e la fondazione istituita da Vincenzo furono oggetto di aspre vertenze nella famiglia Giustiniani
Nel IL “CICLO VITALE” DI UN’ÉLITE CITTADINA: IL PATRIZIATO DI MESSINA IN ETÀ MODERNA di Fabrizio D'Avenia, troviamo delle interessante considerazioni si Giustiniani presenti a Messina, in un'attestazione di Genova del  7 marzo 1558, viene registrata presso il consolato genovese di Messina, 4 maggio, XIV indizione, 1616, dove tra l’altro si legge: «nobilis Andreas Iustinianus, filius quondam Bernardi, est civis nobilis Genuensis et de familia nobili Iustinianorum antiqua et clara hac nostra urbe Genue». Il testo analizza in particolare le vicende del matrimonio tra l'altra sorella di Vincenzo, Brigida che sposa nel 1585 Scipione (Giustiniani) Di Giovanni, portandogli in dote 1825 onze, dal matrimonio i figlio Placido e Domenico.

Asp, Processi, fz. 973, fasc. 215, Pietro Di Gregorio (1660), f. 49r, attestazione del «Dux et Gobernatores Reipublice Genuensis» riguardo alla nobiltà della famiglia Giustiniani, Genova 7 marzo 1558, registrata presso il consolato genovese di Messina, 4 maggio, XIV indizione, 1616, dove tra l’altro si legge: «nobilis Andreas Iustinianus, filius quondam Bernardi, est civis nobilis Genuensis et de familia nobili Iustinianorum antiqua et clara hac nostra urbe Genue». Andrea era marito di Lucrezia Giustiniani, «ultima principessa di Scio», ma oriunda di Messina, a sua volta sorella di Vincenzo. I Giustiniani erano in effetti originari di Chio, isola delle Sporadi meridionali, di fronte alla costa anatolica, contesa tra genovesi e veneziani fino all’occupazione turca del 1566, evento che provocò un flusso migratorio verso Messina. Stessa sorte dei Giustiniani, quella dei Franchi, loro parenti, il cui capostipite messinese fu Antonio, «aggregato a quella nobiltà» nel 1538 (MINUTOLO, A., Memorie del Gran Priorato di Messina, op. cit., p. 107).


CONTRADA GIUSTINIANI (CIFALINO - SIRACUSA)
In vernacolo Giustilianu o Giustiliani. Alla sezione fondi rustici del 1843 Cifalino nominato Giustiniana. Si è quasi perduta l'identificazione della contrada Giustiniani, in quanto si è creata confusione con il luogo dove esisteva un casello con diritto di fermata per i treni dell'ex ferrovia Siracusa - Vizzini, che venne denominato Giustiniani. La contrada Giustiniani, con relativa masseria, trovasi in località Cifalino, a confine con il territorio comunale di Floridia, fra la strada statale 124 ed il vallone Cifalino. In vicinanza della masseria esiste una fonte d'acqua con una portata di quasi 2 litri al secondo, denominata Giustiniani. Si crede che il toponimo sia di origine bizantina, legato a qualche edicola votiva esistente nella zona. Penso invece che bisogna andare cauti su tali affermazioni, in quanto non esiste alcun documento comprovante queste ipotesi e non ho rinvenuto in Sicilia, alcun luogo chiamato San Giustiniano. Esisteva invece nei secoli precedenti, in Siracusa, tracce dalla presenza dei Giustiniani. Nella cronologia senatoria della città di Siracusa si trovano i seguenti giurati: Domenico Giustiniani ( 1662 e 1666): Giambattista Giustiniani ( 1670). Mario Giustiniani ( 1690). Domenico Giustiniani (1720). Tra i religiosi una suor Maria Crocefissa Giustiniani, abbadessa del monastero di S. Benedetto, nel sec. XVIII. (tratto da Antonio Randazzo da Siracusa con amore)


FAMIGLIA GIALLONGO - GIUSTINIANI
Secondo lo studioso di araldica Villalba,  Pietro Longo Giustiniani stabilendosi a Palermo nel 1482 e successivamente a Castronovo di Sicilia utilizzando lo stemma araldico dei Longo Giustiniani usava dire "io sono Pietro già Longo", così nasce il ramo della famiglia siciliana Giallongo. Lo stemma di questa famiglia è a tutti gli effetti uguale a quello dei Giustiniani (con corona baronale). Famiglia nobile di Genova al dir del Villabianca Opuscoli traendo origine da' Longo detti poscia Giustiniani.
Di questa famiglia sono degni di menzione un Antonio vice secreto di Patti sotto i Martini; un Giacomo, giurato di Taormina nell’anno 1488; un Ignazio, barone di Fiumetorto e Ricalxacca, senatore di Palermo nel 1754-55, e Bernardo Giallongo e San Martino ultimo investito di detta baronia a 13 gennaio 1760.
Il capostipite Pietro "Già Longo fu", fu regio milite e castellano di Castronuovo, ove fermò sua residenza 1485, il di cui figlio Pietro Antonio ebbe conferita la carica di visitatore delle fortezze del regno di Sicilia 1554. Fiorirono poscia Antonio, sacerdote e fondatore dell'abbazia di santa Maria degli Agonizzanti in Castronuovo con patronato nella sua famiglia; Domenico investito de' feudi Fiumetorto e Racalxacca 1666; Vincenzo Abate come sopra; Antonino investito de' feudi di Fiumetorto e Rocalxacca 1694; Ignazio investito 1734, senatore di Palermo 1754; ed infine Bernardo investito 1760.
Oggi i Giallongo sono concentrati (circa 400 famiglie) tutti nella provincia di Siracusa e Ragusa. A Castronovo non rimane più nessuno tranne le varie opere realizzate dai Giallongo (Chiese, Mulini e Palazzi). A Palermo esiste Palazzo Giallongo di Fiumetorto con lo stemma dei Giustiniani e oggi di proprietà del Comune di Palermo e una valle a Naso in provincia di Messina che chiamasi Giallongo. (si ringrazie per queste rige il dott. Giuseppe Giallongo Cravè. Notizie in parte trovate sul "Nobilario di Sicilia" del dott. Mango di Casalgerardo sopra citato)


LE AYUDAS DE COSTA IN SICILIA
Nella prima metà del secolo XVII, il sovrano spagnolo Filippo IV, costretto da impellenti necessità di denaro occorrente per le sue continue operazioni belliche su vari fronti, cominciò a vendere nei suoi grandi possedimenti sparsi ovunque in Europa, tutto ciò che si poteva vendere ed anche quello che non si poteva vendere, paradosso nascente dalle urgenti direttive provenienti da Madrid. La Sicilia rientrò in questo mercimonio di vendite di feudi, di titoli nobiliari, di casali ed onorificienze, di cui furono controparte attiva alcuni intraprendenti e spregiudicati banchieri genovesi, fra cui ricordiamo Giovan Andrea Massa, Vincenzo Giustiniani, lo Scribani, il Costa, il Vigo.
Il Massa comprò all’asta i casali di San Giovanni La Punta e San Gregorio per 8.000 scudi e poi San Giovanni Galermo (458 abitanti nel 1642), Sant’Agata Li Battiati, Trappeto, Tremestieri, Mascalucia, (ceduta poi a Nicolò Placido Branciforte con 1413 ab. e 414 case nel 1652), Plachi (rivenduto indi ai Valguarnera (con il titolo di principe), Camporotondo (venduto poi nel 1654 a Diego Reitano con il titolo di marchese) e San Pietro Clarenza per complessivi 35.000 scudi, più Misterbianco (904 case e 3656 ab.) poi rivenduto ai Trigona di Piazza Armerina per 32.000 scudi di cui 20.000 alla Regia Curia (Corte). Parimenti l’11 luglio 1640 furono venduti al mercante messinese don Domenico Di Giovanni i casali di Trecastagni e Viagrande per 30.000 scudi, atto poi ratificato a Madrid il 6 febbraio 1641, poi seguiti dall’acquisto del casale della Pedara per 12.500 scudi, oltre all’offerta di 800 onze (2.000 scudi) in prestito alla Regia Curia, con un interesse che non avrebbe superato il 12% e che avrebbero dovuto essere restituiti solo se i casali fossero stati riscattati dalla città di Catania, dalla quale erano stati separati.
Tale vendita comprendeva nel territorio gli abitanti, le case, i mercati, le strade, le trazzere, i fondaci, le osterie, i macelli, le carceri, i boschi, le terre coltivate, i mulini ed i trappeti, le vigne, gli abbeveratoi, le ghiande, le miniere di metallo, oppure eventuali monete o tesori nascosti sottoterra, i ponti, i pedaggi, le varie tasse, i diritti di nomina dei vari ufficiali del fisco, della guardie, del maestro notaro etc. L’acquirente dei suddetti casali, staccati dall’antica giurisdizione della città di Catania fu - come già detto - il mercante e banchiere messinese don Domenico Di Giovanni. Questi era figlio di Scipione (I) e Brigida Giustiniani, fortunati eredi delle immense ricchezze e quindi dell’impero mercantile dell’armatore e banchiere genovese Vincenzo Giustiniani, che poi trasmisero al suddetto erede Domenico.
Questi, entrato in possesso delle ingenti somme ereditate, pensò di investire comprando i suddetti casali di Catania (cfr. D. Ligresti, Catania e i suoi casali, Cuecm, 1995) e i relativi titoli nobiliari che la Regia Curia (Corte) aveva messo all’asta. La vendita permetteva agli abitanti di conservare tutte le immunità ed i privilegi precedenti e consistenti negli usi civici di seminare, pascere, ghiandare, fare carbone e legna nel territorio della Mensa vescovile dove ricadevano i territori dei casali acquistati. I cittadini, sotto la direzione ed il controllo dei portulani potevano ammassare e poi far distribuire cereali e derrate varie in occasione di epidemie, carestie oppure guerre ed invasioni. Il Di Giovanni, pagando il prezzo suddetto per l’acquisto dei casali, non aveva fatto solo un favore alla R. C., fornendole soldi liquidi, ma aveva portato a termine un ottimo investimento finanziario. Ciò infatti gli avrebbe permesso il controllo strategico di alcune importanti vie di comunicazione e di traffico, tra cui la Regia Trazzera che dal litorale jonico portava, attraverso Pisano, Fleri, Viagrande, a Catania e l’altra trafficata strada che perpendicolare a questa, conduceva all’importante scalo di Acitrezza. Il Di Giovanni prese possesso dei casali e subito vi nominò delle persone di fiducia come Antonio Pappalardo a Pedara, incaricato come capitano giustiziere della milizia territoriale, composta da 6 cavalieri e 3 fanti per Trecastagni e 4 cavalieri e 12 fanti per Pedara.
Tuttavia don Domenico, per seguire i suoi affari in Messina, risiedette solo temporaneamente a Trecastagni che però cercò di abbellire al meglio. Infatti fece edificare quello che poi fu detto il Palazzo del principe, cioé un edificio a due piani, con scalone centrale grande ed ampia corte, destinato ad essere sede degli organismi giurisdizionali dello "Stato dei Di Giovanni" (Giarrizzo, introd. al testo di G. Pappalardo, pagine storiche della di barone di Pedara il principe aveva occupato il 56mo posto nel Parlamento siciliano. Nel 1652 il Senato di Catania, il giurista Cutelli ed il vescovo Gussio richiesero alla Regia Corte di ritornare in possesso dei casali venduti nel 1640/41 ai Trigona, al Massa e al Di Giovanni e per i quali venivano offerti 149.500 scudi raccolti con immensi sacrifici dai cittadini e così suddivisi: 129.500 scudi come prezzo dei casali e 20.000 scudi come regalia. Dopo una serie di consultazioni e verifiche la Regia Corte concedette il suo benestare ed i casali furono riacquistati dalla città etnea il 7 maggio 1652, mentre i mercanti ritornarono in possesso delle somme prima sborsate. Tuttavia, due anni dopo, nel 1654 la Regia Corte ebbe bisogno di denaro per cui rivendette di nuovo ai suddetti banchieri gli stessi casali per cui i Di Giovanni, dopo due anni di assenza, ritornarono con la persona del principe Domenico in possesso dei feudi acquistati così due volte. Poco tempo dopo, tuttavia il Di Giovanni, richiamato dai suoi affari cittadini si ritirò ben presto a Messina dove si spense il 18 maggio 1666. Il 16 settembre dello stesso anno il figlio erede Scipione ottenne l’investitura dei feudi e dei titoli nobiliari annessi. Al contrario del padre, Scipione si trasferì quasi definitivamente a Trecastagni per curare in loco i suoi interessi "etnei". Come aveva già fatto il suo genitore, delegò alcuni elementi della famiglia Pappalardo di Pedara (la più illustre del periodo e del centro), quali don Ludovico (fratello di don Diego) e Alessandro Pappalardo a ricoprire le funzioni di capitano di giustizia il primo, e di suo amministratore il secondo. Alle sue dirette dipendenze passavano anche i giurati mentre parimenti gli venne confermato il diritto del mero e misto imperio già concesso a suo padre, cioè il potere di amministrare la giustizia compresa la pena di morte: cosicché lo Scipione divenne un piccolo sovrano nelle terre alle sue dipendenze. Gli stessi giurati, oltre agli interessi del principe feudatario dovevano curare la riscossione dei donativi spettanti alla Regia Corte ed erano incaricati pure di fissare le mete (i prezzi) delle derrate alimentari di maggior consumo popolare. Sotto il dominio di Scipione (II) Trecastagni risaltò come la piccola capitale dello "Stato". Infatti il principe a partire dal suo insediamento (1666) iniziò a far costruire il Convento dei Padri Francescani Riformati con l'adiacente Chiesa dedicata a Sant'Antonio da Padova, ai piedi del piccolo, ma storico colle detto del "Mulino a vento".
Il Convento, con il portico affrescato in seguito dal pittore acese Giovanni Lo Coco (1667-1721), subì tutta una serie di vicissitudini nel corso dei secoli, diventando di volta in volta municipio, pretura, carcere, scuola e perdendo quindi le sue caratteristiche iniziali. Attualmente la Chiesa presenta affreschi del suddetto pittore, marmi policromi e intarsi barocchi, oltre al sepolcro del figlio di Scipione, Domenico (III), spentosi nel 1696. Il periodo in cui Scipione (II) governò il suo "Stato" non fu certamente sereno come ci fanno sapere le fonti storiche coeve, se consideriamo l'eruzione dell'Etna, la guerra di Messina e il terremoto del 1693. Nel 1669, il 9 marzo il principe si trovò ad affrontare la terribile eruzione scoppiata a poca distanza dal paese di Nicolosi. Per cercare di intervenire secondo nuovi dettami scientifici e non seguendo la tradizione che si era servita sempre di Santi o di reliquie contro il fuoco avanzante, Scipione fece venire da Messina il famoso scienziato Borelli per cercare di affrontare scientificamente il fenomeno della lava.
Da questo connubio di potere e scienza vennero fuori degli ordini messi poi in pratica dal Cavaliere Gerosolinitano di Pedara don Diego Pappalardo. Questi, coadiuvato dagli acesi Giacinto Platania e Saverio Musmeci, con un gruppo di uomini tentò di deviare la colata. Gli uomini suddetti coperti da spesse coltri per difendersi dal calore della lava, cercarono di deviare il cammino del torrente di fuoco ammonticchiando massi. La manovra stava per avere un certo successo quando furono impediti da gruppi di uomini di Paternò colà intervenuti. Questi ultimi non volevano che la lava deviata si dirigesse verso le loro campagne. Probabilmente questo fu il primo tentativo documentato di deviazione della lava con le sole forze umane, senza che ci si rivolgesse, come si era sempre fatto nel passato a Dio, tramite l'intercessione di Santi, soprattutto di Sant'Agata della quale si era utilizzato spesso il sacro Velo. Esauritasi la crisi vulcanica, nel 1672 Scipione si ritirò a Messina dove c'era bisogno della sua presenza poiché la situazione politico-sociale della città non faceva presagire niente di buono. Scoppiata poco dopo la guerra tra Francesi e Spagnoli, combattuta per lunghi periodi nell'isola, Scipione mantenne un atteggiamento alquanto strano ma poi si schierò con i primi e quando questi furono sconfitti fu imprigionato insieme al fratello Vincenzo e poi scarcerato. Ai confini del suo "Stato", in territorio di Fleri Pisano, durante questa guerra furono costruiti un Fortino, una Muraglia ed una Porta (cfr. A. Patanè, Il Fortino di Castel Roderigo..., in Memorie e rendiconti dell'Accademia Zelantea, Acireale, 1993) per controllare la Via Regia ed eventualmente bloccare la marcia dell'esercito francese verso il centro dell'isola e Catania. La costruzione delle suddette strutture militari fu coordinata dal Senato acese e finanziata da don Diego Pappalardo. Questi, approfittando dell'assenza del principe ritornato a Messina, tentò di fare del centro di Pedara la capitale dello "Stato" dei Di Giovanni (cfr. G. Giarrizzo op. cit. pag. 13), a scapito di Trecastagni. Il tentativo messo in atto si estrinsecò con uno sforzo economico enorme e che portò al completamento della Chiesa Madre nel 1691, alla costruzione del Teatro, all'istituzione di scuole, all'apertura di strade, all'effettuazione della fiera e della festa di Agosto, sontuosa e fatta conoscere in tutto il territorio etneo per mezzo degli scritti di don Ludovico Pappalardo. I domini dei Di Giovanni subirono un contraccolpo alla fine del Seicento. L'erede di Scipione, Domenico III, l'11 agosto 1696 premorì al padre e fu sepolto nella Chiesa dei Francescani di Trecastagni dove una lapide segnala il suo sepolcro. Mancando altri eredi, fu chiamata a succedergli la nipote Marianna (o Anna Maria) figlia di Domenico e di Isabella Morra e Cottone, la quale il 27 febbraio 1710 sposò a Palermo Giuseppe Alliata principe di Villafranca. Finiva cosìl'era dei Di Giovanni su quel territorio che passava sotto gli Alliata. Come inquadrare storicamente il loro breve regno a Trecastagni, Pedara e Viagrande? Non abbiamo molte notizie in proposito, tuttavia sappiamo che cercarono di migliorare i commerci, costruirono strade, chiese, palazzi, conventi e scuole. L'attività che ne derivò attirò parecchia gente che preferì essere soggetta alla loro signoria piuttosto che sottostare alle angherie di altri feudatari. Secondo l'acuta analisi storica del Giarrizzo, i gruppi dirigenti messinesi cercarono di controllare politicamente ed economicamente il territorio stratigoziale che andava da Patti a Lentini per mezzo di "investimenti significativi in infrastrutture varie e in trasformazioni fondiarie da parte del principe di Trecastagni e dei suoi vassalli".
Negli anni che vanno dal 1672 in poi risaltò il ruolo predominante di Pedara che divenne un centro importante per i trasporti di merci e persone. Ne fecero testo le venticinque "redini" di muli che, con la guida dei bordonari trasportavano carbone, legna e neve nei centri costieri ionici e grano soprattutto a Messina. Un breve "regno", quindi quello dei Di Giovanni che però lasciò tracce ben visibili nel territorio che fu parte attiva delle loro iniziative, spesso connesse con quelli che fuorno i grandi avvenimenti della seconda metà del secolo XVII nella Sicilia Orientale e di cui abbiamo già fatto cenno.
Tali eventi lasciarono tracce indelebili che ancora oggi, pur tra grandi difficoltà, resistono all'usura del tempo e all'incuria degli uomini e sono testimoni del loro illustre passato.

tratto da "I Di Giovanni" di Antonio Patanè
La freccia verde online n.79
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I GIUSTINIANI DI GENOVA
tratto da I Giustiniani di Genova

stemma giustinianiPur se antiche tradizioni, non suffragate da prova storica, farebbero risalire i Giustiniani alla gens Anicia romana, è solo una leggenda, ancorché accolta da tutti i cronisti e storiografi che si occuparono di questa famiglia, quella che vede i due casati Giustiniani di Genova e di Venezia discendere dai figli di Giustino II, nipoti di Giustiniano imperatore Romano d’oriente, Marco e Angelo vissuti verso il 720 d.C. Curioso anche il fatto che, allora come oggi, i Giustiniani di Genova e di Venezia si sentissero in un certo modo consanguinei, nonostante le due Serenissime Repubbliche nel corso della storia fossero più nemiche che amiche.
Molte comunque sono le presenze della famiglia Giustiniani individuate in diverse località dell’area mediterranea fin dall’anno mille.
In effetti i Giustiniani di Genova più che da antiche discendenze, “nascono” a Genova il 27 febbraio 1347, come “nome” di una società: la “Maona”, la prima società per azioni documentata nella storia, sorta per lo sfruttamento, per conto della Repubblica Genovese, dell’Isola di Chios nell'Egeo nord orientale, patria di Omero e ricca di un albero, il lentisco, che solo qui, produce una sostanza resinosa: il mastice, fonte all'epoca d'enorme ricchezza. Ben presto i “Maonesi”, appartenenti a famiglie già in vista nella Genova di allora, assunsero tutti il nome di Giustiniani perdendo il proprio. Pur continuando a mantenere un saldo legame con la madrepatria e ricevere prestigiosi incarichi di governo, i Giustiniani mantennero il dominio di Chios fino al 1566, alla conquista da parte degli Ottomani, diventando una sorta di Sovrani dell’isola, pur mantenendo il loro status di "Nobilis Civis Januae", nobili “cittadini” Genovesi. Il popolo di Chios infatti chiamava i Giustiniani con i titoli di Signori, Principi, Sovrani; i documenti e gli scrittori li appellano come “Dynastae” alla greca.
La casata dei Giustiniani fu “albergo”, un’istituzione privata ma riconosciuta dagli statuti genovesi, sino alla riforma del 1528 e influenzerà non solo la vita politica ma anche l’urbanistica cittadina, poiché gli alberghi impongono la contiguità dell’abitazione ai propri aderenti che abitano case distribuite attorno a piazze private e talvolta munite di una propria chiesa. La pratica dell’endogamia, cioè l’uso di contrarre matrimoni all’interno dell’albergo, contribuisce a formare, di generazione in generazione, inoltre, un’unica famiglia dove tutti sono consanguinei e tutti si sentono parenti. I Giustiniani, avevano fatte proprie tutte le prerogative della nobiltà genovese. Erano qualificati come mercanti, dove il termine identificava i banchieri e i protagonisti dei grandi traffici internazionali che spesso godono fuori dal dominio genovese di vere e proprie signorie feudali. I Giustiniani si imparentavano abitualmente con stirpi signorili liguri e italiane e vi appartenevano giureconsulti, medici, cavalieri, alti prelati e uomini di cultura.
Nel panorama politico genovese l’albergo Giustiniani si mantiene quasi sempre neutrale e difficilmente prende parte evidente ai frequenti scontri tra le diverse fazioni nel corso dei secoli. Con la costituzione della Repubblica aristocratica Genovese, instaurata da Andrea Doria nel 1528, il ruolo e lo status dei Giustiniani trovano pieno riconoscimento.
Negli oltre duecentocinquant’anni di vita della Repubblica, i Giustiniani diedero cinque dogi, innumerevoli senatori e altri magistrati di governo.
La caduta di Chios nel 1566 e il martirio dei giovani della famiglia, che rifiutando di abiurare la fede cristiana, saranno a lungo additati ad esempio dalle potenze occidentali impegnate nella lotta contro l’Islam, non impedisce ai Giustiniani di reagire mantenendo potere e prestigio in patria e nelle altre sedi di nuova residenza, prime fra tutte Roma e la Sicilia. Benchè privi delle antiche prerogative signorili, hanno ancora una distinzione sociale indiscussa ed era prassi per tutti trascorrere un periodo a Genova, probabilmente per curare i propri interessi sulle rendite del Banco di San Giorgio che tutti gli alberghi avevano e che costituiscono un elemento di continuità per le generazioni.
Dalle testimonianze emerge un vero attaccamento di tutti i Giustiniani a Genova sia per quelli che vi risiedono, sia per quelli che hanno fatto fortuna altrove e il senso di appartenenza al clan è sempre fortissimo e ciò è dimostrato dalla perdurante prassi delle nozze endogamiche anche dopo il XVII secolo. E’ certamente complesso descrivere le peculiarità dei vari rami Giustiniani che si sono susseguiti nei secoli, tutti uniti da comuni interessi e dalla partecipazione alla Maona, ma nello stesso tempo con elementi propri, come la vocazione militare di alcuni o quella diplomatica di altri; difficile anche ricostruire le biografie degli innumerevoli personaggi di spicco che portarono il nome dei Giustiniani alla notorietà in ogni campo. Non possiamo comunque non citare i fratelli Benedetto, cardinale e Vincenzo. banchiere, già proprietari nel XVI secolo del palazzo che a Roma porta ancora il nome della famiglia, ora sede del Senato che a buon diritto si possono considerarsi i primi grandi collezionisti di opere d’arte della storia. La loro collezione, dispersa dalla fine del '700, vantava solo in opere d'arte “1.867 sculture e 820 dipinti tra cui quindici Caravaggio”, opere di cui nessun “viaggiatore” dell’epoca di transito a Roma ometteva la visita. Curiosa la vicenda giudiziaria del testamento di Vincenzo Giustiniani del 1631, che lasciò parte dei suoi beni a tutti i discendenti Giustiniani, maschi e femmine, che avessero potuto vantare una parentela con quelli di Chios, anche se non direttamente con lui. L'interminabile battaglia giudiziaria finì solo nel 1958, con l’accertamento di ben 288 aventi diritto.
Per concludere ricordiamo l’incisiva descrizione della famiglia fatta dallo storico Agostino Della Cella che nel 1782, celebrandone la storia, ricorda: «Altresì in Roma luminosa risplende la Giustiniana famiglia al presente nei signori Principi di Bassano Giustiniani genovesi, i quali continuando verace affezione alla Patria seguitano a voler l’ascrizione fra la genovese nobiltà. In altre parti d’Italia, poi, nella Spagna, Francia e Fiandra han continuato per più tempo e forte tutt’ora continuano altri rami di cotesta nobilissima famiglia, con cariche illustri e decorati di titoli e signorie pregiatissime... al presente di vita in più rami riluce in Genova la Giustiniana famiglia corredata anche in comune di redditi e dispense considerabili et in particolare di copiose ricchezze, ornata di titoli, feudi, signorie».


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