IL DIARIO DI VIAGGIO DI VINCENZO GIUSTINIANI



Nel 1606 Vincenzo intraprese un viaggio a cavallo attraverso il Nord Europa. Il resoconto di questa avventura è stato redatto da Bernardo Bizoni (“Relazione in forma di Diaro del Viaggio che corse per diverse provincie di Europa il Sig. Vincenzo Giustiniano marchese di Bassano l’anno 1606, per lo spazio di cinque mesi, la quale fu giornalmente scritta dal Sig. Bernardo Bizoni Romano il quale fece compagnia al marchese in quel viaggio come camerata ed amico e confidente”). suo accompagnatore, originale attualmente conservato in Vaticano (Bibl, Apostolica Vaticana, Ottob. 2646). Forse l’unico seicentesco di un viaggio di un Italiano in Europa, quando all’epoca era frequentissimo che tutta la nobiltà continentale facesse il contrario.
Il marchese parte all’età di 42 anni, nel pieno della maturità, per un viaggio di cinque mesi, che lo porterà fino in Inghilterra attraverso la Germania e la Francia. A quel tempo non era facile viaggiare, l’Europa era in piena controriforma, ovunque scoppiavano tumulti tra cattolici e protestanti, ed al nord la guerra delle Fiandre e la congiura delle polveri in Inghilterra.
La cronaca registra minuziosamente le vicende dei due viaggiatori romani, ai quali si aggiunse poi, in qualità di ospite del marchese, il pittore Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio, che per seguire il Giustiniani sospese i lavori nella sagrestia della casa loretana ottenuti in gara con il Caravaggio. La partenza avvenne da Roma il 18 marzo, "con intenzione di visitare la Santa Casa di Loreto e veder la città di Venezia, e poi di seguitare a vedere altri luoghi secondo [il marchese] avesse trovato buoni o cattivi incontri". E in effetti, poiché si offrirono al Giustiniani "per tutto amici e comodità indicibili e facilità grandissime d'aver denari per qualsivoglia somma... trascorse molto paese e lontano di quel che aveva presupposto", terminando il viaggio a Roma il 14 agosto 1606.
L’autore di questo diario, scritto in modo famigliare senza artifici con annotazioni divise giorno per giorno, è Bernardo Bizoni, romano, che si dichiara amico e confidente del Marchese, anche se molto più probabilmente era un “benvoluto” servitore, incaricato dallo stesso Marchese di prendere nota del viaggio con l’idea poi di stendere un racconto che se fu fatto andò disperso.
Non si conoscono i motivi di questo viaggio, ci piacerebbe pensare che fossero culturali piuttosto che di “lavoro”, come gli stesi che animavano i pittori nordici che all’epoca scendevano in Italia per trarne ispirazione. Vincenzo non parte con i lussi del suo lignaggio ma con una semplice “vettura” che alterna al suo cavallo “il gobbo”. Oltre lui ed il Bizoni: Giuseppe Facconi mantovano “che esercitava l’offizio di scalco e di foriero”, Pietro Borgono dalla Concordia, servitore, di Pietro da Fiorenzola staffiere, Giovanni Petit cuoco e vetturino a cavallo oltre ad “Onofrio e Pietro da Bassano, i quali per tutto il viaggio dovessero a piedi seguitare il padrone, aggiungendoli alla soprannominata compagnia: con l’ordine che i pedoni alternativamente e un pezzo per uno, andassero a cavallo sopra i cavalli men buoni”.
Ne viene fuori il ritratto di un “nobile popolano” che viaggia veloce e divide le stesse comodità, e scomodità, con i suoi compagni di viaggio, “generoso con le belle ostesse”, galante, ma se occorreva capace di bevute colossali come quando “gli convenne uniformarsi al costume del senato e dei brindisi di Norimberga”.
Vincenzo è uomo coltissimo, dotato di un originalità vitale e profonda, umana soprattutto. Lui che prestava soldi al Papa, era appassionato di ogni disciplina e puntò più sulla penna che sull’ambizione. La sua passione per il bello è così fine da disinteressarsi dei giardini delle Tuileris “perchè nell’idea l’aveva per quello ch’ell’era”. L’ambiente Romano ed aristocratico gli va stretto, gli appare opulento e privo di spunti, a Bruxelles quando Ambrogio Spinola gli offre la guida di un battaglione e sul punto di mollare i suoi quadri e i suoi palazzi per tentare l’avventura della guerra.
Vincenzo Giustiniani parte il 19 marzo 1606, domenica delle Palme da Bassano non prima di aver dato al Signor Francesco de Domo, maestro di casa di Bassano, le direttive durante la sua assenza (gli conferì “maggiore e straordinaria autorità”). Il cammino comincia “udita la messa di buon ora” per “i prati di Sutri e per il ponte di Nepi e lungo le mura del parco di Caprarola e giunsimo a Vallerano...” poi “verso Orte dove, con aver fatto passaggio per Vignanello e Bassanello, arrivammo alle ventitre ore”. Il viaggio prosegue poi per Amelia, Deruta, Assisi e via via fino a Loreto dove si aggiunge alla compagnia il pittore Cristoforo Pomaraccio. Poi attraverso Fano e Venezia, verso Bolzano “Insprug”, Monaco e via via fino a Londra e di ritorno la Francia e di nuovo in Italia passando per Genova per concludere di nuovo il suo viaggio a Bassano “dove il Signor Vincenzo fu incontrato da cavalli e pedoni con archibusi, sparando più volte per allegrezza, che era giorno di S. Gratigliano, Santo avvocato di Bassano: ove sta il capo e chiesa di detto Santo. Domencia 14 agosto si stette in Bassano, ove si fece amicizia con il padre guardiano dè Cappuccini e il padre Bonaventura Doria, genovese, già servitore del Signor Cardinale Ascanio Colonna e lunedì da Bassano a Roma, ch’era la vigilia dell’Assonzione della Madonna Santissima”.
Il Bizoni dà un resoconto in sostanza opaco, per quanto riguarda gli avvenimenti politici, militari e religiosi pur notevoli di cui egli ed i suoi compagni furono in qualche modo spettatori, dai contrasti confessionali in Germania, alla guerra nelle Fiandre, alla repressione dei cattolici in Inghilterra. La sua attenzione si rivolge piuttosto ai costumi strani, all'episodio curioso, al paesaggio mutevole con osservazioni talvolta di una sapida ingenuità ("da Padova, per tutto lo Stato veneziano i cavalli delle campagne sono sauri di pelo di vacca perché stando sempre nei carri e nelle stalle con buoi e vacche, nel montare prendono sempre quel fantasma"), e soprattutto ai monumenti d'arte, illustrati con notizie spesso preziose e con commenti e confronti che, per riecheggiare i giudizi del Giustiniani e del Pomarancio, costituiscono una testimonianza autorevole del gusto barocco. La Relazione è pure un documento importante per la conoscenza della vita degli Italiani nell'Europa del tempo: con loro i rapporti dei viaggiatori sono frequenti, sia per incontri casuali - come quello di Innsbruck con "un romano pelamantelli di Campo di Fiore", o quello, sulla strada da Norimberga a Stoccarda, con il cadavere di un impiccato "alchimista italiano che aveva defraudato o ingannato con le sue invenzioni il duca" sia per le visite alle colonie italiane con le quali la comitiva, grazie alle importanti relazioni del Giustiniani, entra continuamente in contatto: così a Norimberga, con un cospicuo gruppo di mercanti assai influenti delle famiglie Capponi, Torrigiani e Olgiati; a Colonia, con il nunzio pontificio Coriolano Garzadori e con l'architetto Pompeo Targone; a Bruxelles con lo Spinola e gli altri capi dell'esercito spagnolo; a Londra, con il residente toscano Ottaviano Otti e con altri italiani, tra cui alcuni costretti ad abbandonare il paese in seguito alla scoperta della "congiura delle polveri", come il genovese Pompeo Mari; a Parigi, con il nunzio Maffeo Barberini, poi papa Urbano VIII, e ancora con mercanti e gentiluomini di stanza presso la corte o nelle varie città attraversate dal Bizoni e dai suoi amici.
Esiste un'opera nella letteratura di tutti tempi che riassume, forse integralmente, i significati concreti e simbolici legati al tema del viaggio: l'Odissea di Omero, lo stesso che la leggenda vuole nato a Chios, terra natale di Vincenzo Giustiniani, dove si trova l'enorme pietra che il poeta usava come sedia durante l'insegnamento (“Daskalopetra” - Pietra del Maestro).
Il viaggio di Ulisse è un viaggio di ritorno, ma rileggendo attentamente l’Odissea, si nota che il viaggio non può consistere solo nell'approdo al porto finale, ma piuttosto nel superamento di mille pericoli, ostacoli, prove e nella verifica di mille esperienze. Il viaggio diventa prova di conoscenza, nel senso più ampio del termine. Il viaggio di Vincenzo Giustiniani è diverso dai “Gran tour”, con l'espressione si é soliti definire il viaggio di istruzione e di formazione, ma anche di divertimento e di svago, che le élites europee attraverso l'Italia nel seicento. Non è un viaggio per l’estetica e l’arte ne per la ricerca dell’avventura, lui che aveva vissuto l’esilio dopo la conquista Turca di Chios. In Vincenzo sembra prevalere lo stimolo naturale alla ricerca del nuovo, l'istintiva attrazione per l’ignoto, la sfida al confronto, l'abilità di relazionarsi con il diverso da noi, la capacità di adattamento a situazioni imprevedibili, la ricerca del genuina visione della vita. Un percorso vissuto soprattutto con semplicità, con compagni “del popolo”, senza il peso ne della sua ricchezza ne della sua nobiltà.

Il testo, è stato rieditato due volte:
- B. Bizoni, Europa Milleseicentosei, a cura di A. Banti, Milano 1942
- B. Bizoni, Un viaggiatore aristocratico del '600. Il marchese Vincenzo Giustiniani, a cura di Lisa Poggi, Nicomp, 2007



"cavaliere di virtù e meriti incomparabili, noti a tutto il mondo … Non vidi mai tale ingegno al mondo …. Di tutto s’intendeva, di tutto discorreva, anche delle scienze più recondite; e con essere affabile aveva ridotto in casa sua una conversatione di cavalieri et uomini letterati ….
Fece mobilissimo viaggio in tutta Europa, il quale pose in carta e diresse a me”
(Almayden parlando del Marchese Vincenzo I Giustiniani e delle sue doti di sapiente, mecenate e viaggiatore, pubblicato da un Cod. Ottoboniano della Vaticana)
Appunti su Etampois dal diario del Viaggio del marchese Giustiniani
di Bernardo Bizoni



home

Torna alla pagina iniziale di Enrico Giustiniani i