LA VITA AMMINISTRATIVA DEI GIUSTINIANI A CHIOS

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Una vecchia mappa mediovale del porto dell’isola di Chios

I possessi di Chio, sottratti alla giurisdizione del podestà di Pera e dei magistrati in partibus orientalibus, costituivano un organismo a sé stante, dipendente direttamente dal governo di Genova. Nelle proprie colonie Genova si riservava il diritto di nominare le cariche più importanti: podestà, consoli, scribi e tesorieri; tuttavia a Chio non si poteva intromettere negli affari della Maona, la quale invece aveva una certa influenza su queste assegnazioni.
Il rapporto tra la Repubblica di Genova ed i Giustiniani venne codificato in modo che la Maona assumesse tutti i compiti dell'amministrazione e della difesa del territorio di Chios, delle due Focee e di alcune isole del gruppo delle Sporadi: Samo, Icaria, Eussa, Santa Panagia, mentre la sovranità generale e i rapporti con gli Stati esteri, la giurisdizione civile, compresa la nomina di podestà e castellani, previo accordo con la Maona, rimanevano nelle mani della Repubblica.
I proventi commerciali e fiscali erano tutti devoluti alla Maona fino al raggiungimento del debito contratto con la Repubblica valutato in prima istanza in 200.000 lire genovine che avrebbe dovuto essere restituito in venti anni, ma che di fatto non lo fu mai.
Nell'atto di investitura della Maona la repubblica aveva introdotto una serie di considerazioni che giustificavano l'occupazione di quei territori in base alla necessità di difendere dai Turchi la cristianità.


costumi genovesi del '400
Costumi genovesi a Chios nel XV secolo.
Tratto da P.P. Argenti "The custumes of Chios. Their development from the XVth century to the XXth century"

La maona portò quindi avanti la sua attività di sfruttamento e controllo dell'isola di Chios assegnando vari compiti di governo locale ai suoi fondatori che avevano preso tutti il cognome di Giustiniani.
Iniziarono un importante opera di colonizzazione favorendo l'ingresso di famiglie Genovesi a cui venivano assegnate case e terreni con l'obbligo di assumervi la residenza stabile (non potevano allontanarsi per più di un anno).
La manodopera corrente era assunta localmente utilizzando anche i profughi, fuggiaschi dai territori occupati dai turchi sulla terraferma.
Si valuta che queste attività nei periodi più floridi rendessero almeno 80.000 lire genovine all'anno.

Dal punto di vista amministrativo, vediamo ora come era strutturata la Maona dei Giustiniani.
La convenzione con la vecchia Maona nel 1347, rimase in pratica in vigore fino al 1566.
L’alto dominio civile e penale delle isole era riservato a Genova che nominava per l’esercizio di questi diritti un podestà, l’unico d’oriente dipendente direttamente da Genova, mentre gli altri dipendevano tutti da quello di Pera.
Tale podestà era scelto tra una lista di 20 popolani redatta da Genova e presentata alla Maona che a sua volta ne selezionava quattro. Tra questi sei Genova sceglieva il podestà che restava in carica per un anno. Egli era un ufficiale genovese, con carica inizialmente annuale, pagato dal Comune al quale andava la sua stallia, la tassa sullo stipendio.  Il podestà esercitava la giurisdizione civile e criminale conformemente agli statuti di Genova, con le deroghe previste dalle convenzioni di Vignoso coi Chioti e della Maona col Comune, e in seconda battuta seguendo il diritto romano. La legislazione genovese, a cui si aggiungevano elementi ereditati dalla tradizione bizantina e adattati alle esigenze dei conquistatori, era estesa universalmente non solo a tutti i Genovesi, ma anche ai Greci, agli Ebrei e agli stranieri di origine latina. Gli Orientali beneficiavano quindi, in materia di procedura, di diritti pari a quelli dei Genovesi ed erano soggetti alle stesse leggi; le discriminazioni non erano determinate da differenze di stato, ma di ordine sociale: i notabili locali erano in grado di difendere se stessi e i loro beni e di trarre benefici dalla coabitazione coi Latini, il popolo invece non poteva che subire o ribellarsi. Il podestà aveva l’obbligo due volte l’anno (dal 1513 una volta sola) di percorrere l’isola, senza essere accompagnato dai Maonesi, per ascoltare le rimostranze degli abitanti e punire i funzionari colpevoli, e aveva la delega a battere moneta, secondo i tipi in uso in patria. Il suo seguito era composto, come nelle altre colonie genovesi, da un vicario giurisperito, un miles, quattro paggi, un interprete, un cuoco, tre scudieri, due trombettieri e un tamburino, oltre a 25 servitori chioti e 6 a cavallo per suo servizio personale. Era inoltre assistito dai Gubernatores Mahone, inizialmente sei, poi aumentati, che dovevano essere consultati prima di attuare qualunque provvedimento, tranne nell’amministrazione della giustizia. Egli poteva convocare un debitore per saldare il debito, assegnare a un creditore i beni di un debitore inadempiente, sanzionare l’emancipazione di un minore, ratificare gli arbitrati per le cause minori che erano delegati al vicario. Riceveva gli appelli per le sentenze dei rettori, mentre i ricorsi contro le sue decisioni venivano giudicati a Genova se il richiedente era di Chio, altrimenti da una commissione formata da due genovesi e due greci dell’isola, nominati dal nuovo podestà appena entrato in carica, che poi trasmetteva le decisioni alla madrepatria. La necessità di recarsi a Genova, con le conseguenti difficoltà non solo finanziarie che questo viaggio comportava, spingeva molti a rinunciare al diritto di appello. Per questo nel 1396 fu deciso che, se l’importo economico della causa in discussione non avesse superato i 100 iperperi, l’appello si sarebbe svolto sull’isola.
Dal 24 gennaio 1558 tale carica passò a quattro anni. Nel 1529 il diritto di scelta fu ristretto tra i nobili iscritti al 1528 nei 28 “alberghi” riformati della repubblica Genovese.
A lui era subordinato il “Castellano di Scio”, comandante della cittadella e della milizia dell’isola. Nominato da Genova su una lista di sei popolani scelti dalla Maona.
Il podestà ed il suo consiglio sceglievano il podestà e il castellano di Focea Nuova e Focea Vecchia.
Il castellano della fortezza di Chio (chiamata anche Colla) e di tutte le truppe sparse sull’isola. Egli doveva difendere il castello, anche dalla stessa madrepatria: se gli fosse stato chiesto di restituirlo senza il consenso della Maona, aveva il dovere di rifiutare e non sarebbe stato soggetto a nessuna azione giudiziaria né considerato un ribelle perché, secondo la prima convenzione, il Comune avrebbe ottenuto l’effettivo possesso di Chio, incluso il castello, solo dopo il pagamento delle 203.000 lire. Eccetto il podestà, il castellano e i loro seguiti, la designazione degli altri funzionari apparteneva alla Maona, che aveva una propria struttura interna e il cui organo più rappresentativo era l’assemblea degli appaltatores, cioè dei partecipanti. In base all’accordo del 1362 le azioni (duodena) e i dodici lotti, nei quali la concessione di appalto era ripartita, potevano essere ceduti ciascuno esclusivamente ad un concessionario affinché il numero dei soci rimanesse stabile. Già l’anno successivo però i duodena di spettanza della Maona Nuova divennero suddivisibili e negoziabili. Nel corso del tempo ci furono numerosi passaggi di proprietà (vendite o successioni ereditarie), anche in via frazionaria, tanto che, al momento della conquista turca, più di 600 persone possedevano frazioni dei titoli. L’amministrazione gravava su ciascuno dei soci per un dodicesimo a testa, anche qualora un singolo fosse venuto in possesso di più parti azionarie, e l’isola era divisa in dodici distretti amministrativi, otto nella regione settentrionale (Apanomorea) e quattro in quella meridionale (Catamorea), di cui uno diviso in due per portare a tredici le sortes.
Gli arconti o rettori che li governavano erano detti codespotae o protogeronti a nord e logariastai o logariastilae a sud. I castellani a capo di queste circoscrizioni (ad eccezione di quella di Volissos, diretta da un capitano) esercitavano compiti di polizia e di difesa contro i pirati, avevano il potere di giudicare le dispute dei contadini e di imporre multe per conto dei Maonesi. Secondo la convenzione del 1347 erano nominati dal podestà e dal suo consiglio, ma dopo il 1364 sembra che fossero scelti dai Maonesi. Gli altri incarichi amministrativi, castellanie, capitanati, scribanie, cariche militari e impieghi pubblici, venivano assegnati per estrazione.
Nel 1364 gli uffici maggiori erano accoppiati e distribuiti a sorte tra i dodici principali azionisti.
Dal 1379 le cariche relative alla galea della Maona furono assegnate dai governatori e vennero pertanto aggiunti altri officia da sorteggiare per l’amministrazione dei successivi sei anni. La durata aumentò nel 1391, quando è documentata l’assegnazione di tredici paia di cariche per tredici anni. Ogni tredici anni ciascun duodenarius ricopriva ogni mandato per un anno. Molte azioni però non appartenevano a singoli individui, ma a gruppi di persone, spesso eredi o discendenti dell’originale azionista; la carica perciò poteva essere esercitata da un rappresentante o venduta. La vendita fu una questione controversa: permessa nel 1364 e in un’ordinanza del 1397, venne vietata nel 1403, ma già lo stesso anno il provvedimento fu annullato. Di nuovo nel 1487 fu proibito al podestà di vendere incarichi, ma il divieto fu abrogato prima del 1499. Questa pratica era comune a tutte le magistrature d’Oriente, ma Chio sembrerebbe la più soggetta ad assegnazioni clientelari e vendite. Molte notizie riguardano la trasgressione all’obbligo per il quale le scribanie d’Oltremare dovevano essere conferite esclusivamente a membri del collegio dei notai genovesi: lontane ma ben remunerate, generarono un commercio illegale ma tollerato. La carenza di notai si registrava anche per quanto riguardava le necessità quotidiane e si cercò di ovviare al problema con nomine effettuate sul posto, soprattutto dai conti palatini, ma anche dal podestà e dal vescovo. Naturalmente anche i responsabili della produzione del mastice avevano un ruolo molto importante; nel 1379 gli ufficiali erano due: uno scriba masticis et ponderator e uno scriba masticis pro vendentibus, con una separazione tra la produzione e la vendita del prodotto. Una volta scaduto l’anno di carica tutti i funzionari erano tenuti a rendere conto dell’operato, presentando il resoconto dell’amministrazione ai loro successori; se le spese superavano il limite stabilito, essi dovevano risarcire personalmente le eccedenze, se, al contrario, vi era un surplus, questo andava alla Maona.

L’accentramento dei servizi amministrativi nelle mani della Maona si riflettè anche nelle poche commissioni presenti nell’isola, numerose invece nelle altre colonie genoves. A Chio vi erano l’Officium Turchie, l’Officium cavalerie Chii e soprattutto l’Officium Maris, che controllava i trasporti e il commercio marittimo, e l’ Officium Provisionis, composto da Latini non necessariamente membri della Maona, Greci o Ebrei, che si occupava degli approvvigionamenti. L’organizzazione della difesa era compito della Maona, che ne doveva sostenere le spese, ed era affidata in genere a mercenari (stipendiarii) Latini, anche se i Chioti si erano formalmente impegnati nelle convenzioni a difendere l’isola. All’inizio del XV secolo, in tempo di pace, la città di Chio era difesa da più di 250 armati, tra i quali gli homines de Colla, i balestrieri addetti alla sorveglianza della porta della cittadella, i cavalieri incaricati di accompagnare i Maonesi e gli arcieri che seguivano i funzionari che lavoravano a contatto con la popolazione locale. La convenzione del 1467 prevedeva che il podestà portasse con sé a Chio venti soldati, a cui se ne aggiungevano altri venti scelti in loco, a spese dei Maonesi, i quali erano tenuti anche a mantenere due soldati e un cavallo ciascuno.

Il dominio “utile”, dell’isola spettava ai Giustiniani, associati nella Maona.
Abbiamo ricordato che la Maona (nuova) nasce il 14 novembre 1362, si rinnoverà come “albergo” il 21 gennaio 1373 per altri 20 anni ed il 10 febbraio 1391 per altri 25 anni, alla data dei quali il 21 settembre1418 divenne perpetua.
Il numero originario delle quote era di “12 e 2/3”, ogni “azione” (duodeno) era divisa in 3 (Karatti grossi) divisi a loro volta in 24 altre parti (Karatti piccoli), per un totale di 38 karatti grossi e 304 piccoli. Tutti titoli negoziabili e trasmissibili agli eredi.
Il numero complessivo dei partecipanti alla maona Giustiniani nel 1566 era, come ricordato, di oltre 600.
Specie nei primi anni della Maona le quote vennero più volte compravendute. In allegato un atto del notaio Paulus Savina del 19 maggio 1381, che testimonia possessori e titolarietà.
Ecco l’elenco delle famiglie che possedevano i “12 e 2/3” quote delle “azioni” al 1497:
1 ) 1 duodeno ai CAMPI
2 ) 1 duodeno ai CAMPI
3 ) 1 duodeno ai ROCCA
4 ) 1 duodeno ai GARIBALDI
5 ) 1 duodeno ai BANCA
6 ) 1 duodeno ai RECANELLI
7 ) 1 duodeno ai LONGO
8 ) 8 karatti piccoli ai SAULI
8 karatti piccoli ai GIUSTINIANI
6 karatti piccoli agli ADORNO
9 ) 19 karatti ai LONGO
1 karatto piccolo agli ADORNO
3 karatti piccoli ai CAMPI
10) 20 karatti piccoli ai PATERII
1 karatto piccolo ai GIUSTINIANI
11) 18 karatti piccoli ai FURNETTO
1 karatto piccolo agli ADORNO
1 karatto piccolo ai CICERO
4 karatti piccoli ai SAULI
12) 22 karatti piccoli ai FURNETTO
2 karatti piccoli ai PATERII
13) 6 karatti ai PATERII
6 karatti piccoli ai FRANCHI
6 karatti piccoli ai DE PAOLO
6 karatti piccoli ai GIUSTINIANI


la mia foto
Chios - Palazzo Giustiniani sede del museo di storia antica


CREATING QUALITY VISITOR EXPERIENCES: A BEST PRACTICE MANAGEMENT CASE AT THE PALAZZO GIUSTINIANI IN CHIOS, GREECE di Dorothea Papathanassiou-Zuhrt e Maria Doumi

Le decisioni “fondamentali” erano prese sulla base delle 13 quote originali.
La Maona aveva un “Consiglio grande” ed un “Consiglio piccolo dei quaranta”.
Ciascuna azione aveva un voto. Ciascun karatto piccolo rappresentava 1/24 di voto.
9 era il numero legale per le “novità”. 10 per abrogare i decreti vigenti a Scio.
In base alla divisione in tredicesimi, si dividevano oltre agli utili, le castellanie, i capitanati, le scrivanie e tutti gli impegni pubblici.
Gli incari erano assegnati su una programmazione di una certo numeri di anni per estrazione a sorte, con la disposizione che nessun Maonese potesse ricoprire lo stesso incarico per due anni consecutivi.
Nel XV secolo, quando gli affari della Maona non erano molto floridi, tale prassi fu sostituita dalla vera e propria “vendita” delle cariche al miglior offerente, ma dal 24/11/1495 si ripristinò l’antica usanza mediante il riparto a sorte per una serie di 26 anni.
Oltre ad alcuni “consiglieri” ed al podestà, a Genova gli interessi dei Giustiniani erano rappresentati da sei governatori (aumentati a 9 dal 19/11/1476) che esercitavano il loro ufficio a turno.
Focea Vecchia era infeudata alla Maona, governata dai Gattilusi di Lesbo.
Focea Nuova ebbe diversi governatori: Pietro Recanelli (1364-1391), Raffaello Paterio (1391-1395), Tommaso Paterio (1395-1405), Giovanni Adorno (1405-1424), Percivalle Pallavicini (1425-1427), Enrico Giustiniani-Longo (20/9/1427 - 1437), Francesco Drapperio (1437-1447) ed infine l’ultimo governatore Paride Giustiniani- Longo figlio di Enrico dal 1447 al 1455 anno della conquista Turca.
Le finanze tranne un breve periodo nel XV secolo furono sempre molto floride, tali da pagare sia i tributi a Genova che ai Turchi, sia da garantire un cospicuo utile annuo.
Le forze militari dell’isola oscillavano tra i 300 e gli 800 uomini più un certo numero di mercenari.
Oltre la cittadella c’erano 36 siti tra castelli e rocche fortificate.
I quindici castelli di Scio oltre la Cittadella erano: Colla, Calomoti, Cardamile, Lamista, Late, Lecovere, Melanete, Pannuccelli, Perparea, Pigri, Pitio, Sant’Elena, S.Giuliano, Valisso (il più fortificato) e Vigo.
L’isola di Scio aveva un proprio vescovo autonomo, il primo fu Manfredo de Coronato nel 1363 i successivi furono tutti o dei Pallavicini o dei Giustiniani fino al 1879 (Ignazio Giustiniani).

L’isola aveva numerose Chiese, conventi ed ospedali. Uno di loro era anche a Roma per i Maonesi indigenti, fondato nel 1530 dal vescovo Benedetto Giustiniani.
La famiglia ha vantato oltre a uomini di Chiesa, anche uomini d’arte, citiamo Andreolo Banca (1385-1456) autore della storia in versi latini della guerra contro Venezia del 1431, suo figlio Angelo Banca, Leonardo Garibaldi, latinista e vescovo di Lesbo morto nel 1482, Girolamo Giustiniani (1544-1600) autore di una storia di Scio, il latinista Alessandro Giustiniani (nato nel 1515) ed il botanico Francesco Giustiniani.
La popolazione di Scio nel XV secolo oscillava tra i 90.000 e i 120.000 abitanti, avendo un costante incremento con i cristiani fuggiti dai serragli turchi o riscattati dalla Maona.
Il ceto dominante, la prima classe, erano i Giustiniani con i loro famigliari.
Poi venivano, come seconda classe, i “Burgenses”, di sangue latino, quasi tutti genovesi, per lo più commercianti o piccoli latifondisti. per conquistarsi posti di rilievo avevo come unica strada quella di imparentarsi con i Giustiniani (tra loro le famiglie Paterio, Navone, Sanginbene, Campanaro, Ciprocci, Cavallini, Coresio).
Al terzo livello gli “Arconti Greci”, la popolazione di sangue Greco per lo più dedica a piccoli commerci.
Al quarto livello tutte le persone di origine greca dedite ai lavori servili, nelle cave di mastice e nell’agricoltura.
Al quinto livello gli ebrei, dediti per lo più all’usura, costretti a vivere nel ghetto (potevano uscire solo durante la settimana Santa), ed a portare un cappello giallo, oltre a fare in certi momenti dell’anno atto di sudditanza e sottomissione ai Giustiniani.
Al sesto livello i forestieri non residenti nell’isola.

Per quanto riguarda lo stato d'animo dei componenti della Maona si nota che essi non si consideravano coloni provvisori con l'idea fondamentale di ritornare in patria non appena raggiunta la prosperità economica. Al contrario si consideravano a tutti gli effetti cittadini Scioti, pur non dimenticando la loro origine, tanto che le loro case portavano gli stemmi Giustiniani.
I Giustiniani usavano per le scritture locali una curiosa lingua che era il greco scritto in caratteri latini che i greci chiamavano "FRANCHIOTICO". Esempi di questa lingua si trovano ancora in alcuni istituti religiosi dell'isola.


I PODESTA’ DI CHIOS DURANTE L’AMMINISTRAZIONE GIUSTINIANI

Dai documenti notarili pervenuti.
tra parentesi il perido di governo)

  1. MELIANO ADORNO (1347-1348)
  2. NICCOLO’ CICOGNA (1358) ANGELO ARCHERIO (1379-1380)
  3. NICCOLO’ MUSCA (1380-1381)
  4. DANTE DI GABRIELE DA GUBBIO (1381)
  5. BARTOLOMEO DE CURIA (1388)
  6. ANSALDO DI ANSALDO (1392)
  7. NICCOLO’ FATINANTI (1395-1396)
  8. FRANCESCO GIUSTINIANI DE GARIBALDI (1398)
  9. LIONELLO MARUFFO (1399)
  10. BARTOLOMEO ROVERINO (1401)
  11. UGHETTO DE MARTINO (1402)
  12. GIOVANNI DA ZOAGLI (1402)
  13. DEXERINUS DE PODIO (1403)
  14. BATTISTA VIGNOSO (1404)
  15. LEONARDO TARIGO (1408)
  16. NICCOLO’ BRANCALEONE (1409)
  17. BARNABA DE FRANCHI (1410)
  18. PIETRO DE FRANCHI OLIM DE (1412)MAGNERRI
  19. NICCOLO’ DE BLASIA (1425)
  20. LUCHINO DE GOANO (1426)
  21. LEONARDO GIUSTINIANI (1427)
  22. TOMMASO DI ANDREA GIUSTINIANI FURNETO (1427)
  23. ANDREA DE CORSIO (1431)
  24. TADDEO DA ZOAGLI (1437)
  25. LANCILLOTTO GIUSTINIANI (1442)
  26. ANDREA DE CORSIO (1443)
  27. FRANCESCO RE (1444)
  28. ANTONIO CARENA (1444)
  29. RAFFAELE MONTALDO (1445)
  30. MANUELE RAPALLO (1447)
  31. BATTISTA GIUSTINIANI (1448) ANDREA DE FRANCHI TORTORINO (1449)
  32. BARTOLOMEO DA LEVANTO (1450)
  33. CRISTOFORO DA CORVARA (1451)
  34. GALEAZZO GIUSTINIANI LONGO (1451-1452-1454)
  35. GABRIELE DA RAPALLO (1454)
  36. GALEAZZO GIUSTINIANI LONGO (1454)
  37. GABRIELE DA RAPALLO (1455-1456)
  38. PIETRO GIUSTINIANI DE CAMPIS (1456-1457)
  39. BATTISTA LEARDO (1457-1458)
  40. GREGORIO GIUSTINIANI (1458)
  41. TOMMASO GIUSTINIANI DE FURNETO (1460)
  42. PIETRO GIUSTINIANI (1461)
  43. GUGLIELMO MARUFFO (1464)
  44. ANTONIO DE FRANCHI JULA QD. PETRI (1465)
  45. BATTISTA GIUSTINIANI (1467)
  46. GIOVANNI FRANCESCO GIUSTINIANI (1468)
  47. ALESSANDRO GIUSTINIANI (1468-1469)
  48. FRANCESCO PALMARIO (1468-1469)
  49. ANTONIO MONTALDO (1470-1472)
  50. GIOVANNI FRANCHI (1475)
  51. LEONARDO GIUSTINIANI (1476)
  52. LEONARDO DI PARIDE GIUSTINIANI LONGO (1477)
  53. RAFFAELE DI TOMMASO GIUSTINIANI (1479)
  54. EDOARDO DI FRANCESCO GIUSTINIANI FURNETO (1480)
  55. STEFANO BRACELLI (1482)
  56. LORENZO GIUSTINIANI BRANCA (1483)
  57. TOMMASO PRESENTA (1484)
  58. OBERTO FOGLIETTA (1486)
  59. LEONARDO MARUFFO (20 FEB. 1487)
  60. BATTISTA GIUSTINIANI DE CAMPIS (1487-1488)
  61. LEONARDO MARUFFO (1488)
  62. GIOVANNI BATTISTA DI TOMMASO GIUSTINIANI (1491)
  63. LUCA DI LANCILLOTTO GIUSTINIANI MONEGLIA (1495)
  64. DOMENICO ADORNO (1496)
  65. DEMETRIO GIUSTINIANI – LEONARDO GIUSTINAINI (1496)
  66. GEROLAMO DE GOANO (1499)
  67. NICCOLO’ DI SILVESTRO GIUSTINIANI DE CAMPIS (1504)
  68. GIOVANBATTISTA DI BRIZIO GIUSTINIANI FURNETO (1507)
  69. GIACOMO GIUSTINIANI (1511)
  70. NICOLA DI ANDREOLO GIUSTINIANI (1512)
  71. AMBROGIO CAFFAROTO (1514-1515)
  72. MATTEO DE FRANCHI BULGARO (1516)
  73. BARTOLOMEO GIUSTINIANI QD. IOHANNIS (1517)
  74. GIOVAMBATTISTA DI LORENZO GIUSTINIANI NEGRI (1518-1520)
  75. FRANCESCO DI LORENZO GIUSTINIANI BRANCA (1520)
  76. GIOVAMBATTISTA DI BRIZIO GIUSTINIANI (1521)
  77. BERNARDO GIUSTINIANI QD. BAPTISTE (1522)
  78. BALDASSARRE DI BATTISTA ADORNO (1527)
  79. NICOLA DI VINCENZO GIUSTINIANI GARIBALDI (1528)
  80. DOMENICO DI GIO. ANTONIO GIUSTINIANI DE CAMPIS (1529)
  81. BERNARDO GIUSTINIANI (1530)
  82. NICCOLO’ SAULI GIUSTINIANI (1533)
  83. ALESSANDRO GRIMALDI PATERIO (1534)
  84. DOMENICO GIUSTINIANI QD. ANTONII (1534)
  85. NICOLA DI ANDREOLO GIUSTINIANI (1538)
  86. L – I (1548)
  87. N – I (1548)
  88. FRANCO SAULI GIUSTINIANI (1552 – 1553)
  89. GIOVAMBATTISTA GIUSTINAINI (1558)
  90. VINCENZO GIUSTINIANI GARIBALDI (1562 – 1566)




la mia foto
1696, Isolario, Vincenzo Maria Coronelli


Nuclei famigliari da Genova a Chio nel quattrocento
Il questo link uno studio di Laura Balletto su come i Giustiniani seppero interessare allo sviluppo dei commerci di Chios anche i nativi isolani, che si sentirono così gradualmente, per così dire, genovesizzati, anche attraverso vincoli familiari. Oltre a tutto ciò, l’isola di Chios divenne ben presto meta d’un notevole afflusso immigratorio, che vide arrivare in loco non solo gente proveniente da Genova e dalla Liguria, ma altresì da altre regioni italiane ed anche extra italiane. Ed uno degli elementi che caratterizzò questa immigrazione - e che storicamente appare fra i più importanti ed interessanti - è rappresentato dall’afflusso nell’isola di Chio di più membri di un medesimo gruppo familiare, i quali talvolta, dopo un certo tempo, rientrarono in patria e talvolta, invece, restarono colà vita natural durante, vi defunsero e vi vennero sepolti. Gli esempi che, circa questo fenomeno, si possono trarre dalla lettura di anche soltanto una parte dei numerosissimi atti notarili pervenutici, redatti da notai genovesi e/o liguri nell’isola di Chios nel Quattrocento, sono molti e si riferiscono ai più diversi livelli della scala sociale.


ECONOMIA E  COMMERCIO DEL MASTICE SOTTO LA MAONA GIUSTINIANI

Trovandosi all’incrocio di diversi assi marittimi, l’isola fu un fondamentale punto di ridistribuzione commerciale: prodotti locali e degli altri stanziamenti liguri del Levante, risorse provenienti dall’Anatolia, dall’Armenia, da Cipro, Rodi2, Costantinopoli e dalla Crimea destinati a Genova e ai mercanti occidentali, articoli del commercio internazionale verso l’Asia Minore. Il commercio di importazione ed esportazione, oltre a quello di transito (soprattutto dopo la caduta in mano turca delle isole settentrionali del Mar Egeo) fu fonte di ricchezza, e fin dal governo degli Zaccaria, l’esportazione del mastice e il traffico dell’allume diedero un forte impulso commerciale all’isola, ma la struttura economica locale rimase per la massima parte agricola. Prima del 1346 la società chiota era formata da un ceto di contadini, uno di operai, artigiani e commercianti che vivevano nella capitale e nei pochi centri maggiori, e dalla classe dominante, legata alla tradizione feudale bizantina, proprietaria di terre e di palazzi, oltre che di mandrie, greggi e armenti. Per favorire la colonizzazione latina, Vignoso e compagni stabilirono di assegnare parte delle terre confiscate ai greci coinvolti nella cosiddetta ‘congiura del metropolita’ ai propri compatrioti a condizione che questi si stabilissero a Chio con le proprie famiglie, consentendo loro di assentarsi per ragioni di commercio solo per un periodo di tempo limitato. Per avere una presenza latina più diffusa sul territorio, gli immigrati ricevettero spesso appezzamenti sparsi, anche di diverso tipo: vigne, frutteti, giardini, campi. Gli assegnatari, in genere artigiani o commercianti, non avevano però conoscenze pratiche di agricoltura né delle tradizioni agrarie locali utili a valorizzare al meglio i terreni ricevuti. Per questo la soluzione adottata più comunemente, anche dai Maonesi divenuti ormai proprietari fondiari, fu quella di lasciare lo sfruttamento agricolo in mano agli indigeni, limitandosi a percepire tasse e affitti e a commercializzare i prodotti del suolo. La stessa situazione, con i Latini presenti nella fase commerciale, ma non in quella produttiva, parrebbe presentarsi in tutte le colonie genovesi di Levante per i prodotti cerealicoli e nell’attività ittica. I Genovesi cercarono anche di organizzare in modo razionale le colture agricole: nel nord predominavano i vigneti, nella parte centrale dell’isola piantagioni di gelsi e nel sud il mastice. Il mastice, insieme all’allume, il sale e la pece fu uno dei monopoli in mano ai Maonesi.

Come abbiamo più volte ricordato, il ruolo principale della Maona Giustiniani era quello dello sfruttamento del commercio del mastice nell'isola di Chios. La Maona operava in un vero regime di monopolio. Parte dei profitti venivano comunque con aliquote ben precisate stabilite secondo l'annata a difesa dell'isola. Chio produceva mastice in regime di monopolio naturale e ogni stadio della produzione era severamente controllato dagli ufficiali «super laboreriis et recoleriis seu recolictis masticis in insula Syi». Nella convenzione stipulata con il Comune genovese il 26 febbraio 1347 fu stabilito il diritto della Maona di sovrintendere alla coltura del lentisco e alla raccolta e commercializzazione del mastice senza doverne rendere conto al Comune e ai suoi rappresentanti locali. Genova probabilmente ereditò il sistema bizantino per la gestione dell'affare del mastice, con qualche iniziale difficoltà dovuta all’inesperienza degli immigrati e per “talune sfasature tra l'operato della lontana madre-patria e le azioni dei suoi rappresentanti in loco. Nell'isola era prevista una struttura amministrativa ben organizzata con impiegati incaricati dello stoccaggio del prodotto, contabili e procacciatori di noli per il trasporto del prodotto. Le attività di estrazione del prodotto e raffinamento erano supervisionate da "potestà".

La Maona assegnava un’area da coltivare e pretendeva una quantità di mastice proporzionale al numero di alberi presenti all’interno dei confini; coloro che non riuscivano a consegnare l’ammontare dovuto erano soggetti a pesanti sanzioni finanziarie . Per le quantità in eccesso vi era invece un prezzo fisso al peso e l’eccedente veniva immagazzinato o addirittura bruciato, sia per mantenere i prezzi alti anche in anni di sovrabbondanza, sia per non “forzare le piante alla produzione” . Il mastice raccolto nell’annata del contratto di compravendita era detto ‘nuovo’, quello dell’annata precedente ‘vecchio’; vi era inoltre differenza tra il mastice ‘non garbellato’ come si raccoglieva dalla pianta e quello ‘garbellato’, mondato di fogliame, terra e pezzi più piccoli, attraverso la ‘garbellatura’. Quando parliamo di annata è bene ricordare che non esiste una rigida definizione, con una data fissa di inizio: i Genovesi ereditarono dal sistema bizantino la definizione di ‘anno del mastice’ da aprile a aprile o da maggio a maggio, ma poi usavano il proprio sistema contrattuale da gennaio a gennaio.
Il mastice veniva venduto in blocco per più anni a negozianti o associazioni che si impegnavano a commerciarlo in specifiche regioni. Nel 1360 vi erano tre grandi settori geografici: la costa anatolica a nord di Rodi e la Romania, che comprendeva Crimea, Costantinopoli e Grecia; Cipro, Siria, Egitto, Rodi, Armenia e le terre turche a sud di Rodi; i paesi d’Occidente. In seguito le forniture furono destinate al territorio greco, all’Occidente, all’Asia Minore e infine a Siria, Egitto e Barbaria (le città dell’Africa settentrionale e occidentale). Per ciascun settore erano fissati contingenti annuali e prezzi, e i profitti della vendita, una volta dedotti i costi d’amministrazione e di difesa dell’isola, erano divisi tra gli azionisti. Nessun privato poteva vendere il mastice a stranieri, e per ladri e ricettatori vi erano pene molto severe, che andavano dalla fustigazione alla mutilazione (più o meno grave a seconda dell’ammontare delle libbre di merce frodata) fino all’impiccagione. Per esempio per il furto di meno di 10 litri di mastice (pari a 2 chili di prodotto) era prevista una forte multa e per chi non era in grado di pagarla, l'amputazione di uno dei due orecchi. Per il furto dai 10 ai 25 litri, la marcatura a caldo con un ferro rovente sulla fronte. Tra i 25 e i 40 litri , il taglio del naso e dell'orecchio destro. Oltre 200 litri o in caso di recidività l'impiccagione. Pene analoghe erano previste anche per i ricettatori di partite di mastice rubate.
Ricompense erano previste per gli informatori. Kyriakus Pitsiccoli, scrittore Genovese dell'epoca, riporta un proverbio "se desiderate vivere a Chios, proteggete il mastice e non rubatelo mai".  Il lavoro forzato (benché i contadini greci restassero in teoria uomini liberi), il controllo della produzione, la vendita all’ingrosso da parte di una società aggiudicataria, il monopolio accuratamente controllato, dalla raccolta fino alla vendita al dettaglio, ha portato alcuni studiosi a parlare di una ‘economia di piantagione’ nel senso moderno del termine. Nel XV secolo il mastice rappresentava la metà delle rendite dell’isola e, nonostante le crescenti difficoltà nella contrattazione per l’assegnazione dell’appalto, il suo monopolio permetteva ancora ai Maonesi di pagare il tributo annuale ai Turchi e di trarne comunque qualche guadagno.
Furono stipulati vari contratti di sfruttamento con il Governo della Repubblica Genovese. Al pari furono stipulati contratti con Aziende e commercianti di tutta il versante orientale del Mar Mediterraneo: Cipro, Rodi, Costantinopoli, Alessandria, porti della Grecia e della Siria.

Oltre al mastice l'altra ricchezza di Chios era l'allume, oggetto di un traffico intenso che i Genovesi provarono a controllare fin dalla fine del XIII secolo, quando in effetti quasi non esistevano carichi di allume orientale (da Focea, ma anche da altre miniere nell’Asia minore) che non fossero trasportati da navi genovesi. L’Occidente, in quel periodo, non era molto ricco di allumiere e il trattato del 1346 tra Simone Vignoso e i Focesi non sembra lasciar dubbi che lo scopo della conquista delle due Focee fosse quello di ritornare in possesso delle miniere un tempo tenute dagli Zaccaria. I proventi di Focea Nuova, concessa in appalto, spettavano ai Maonesi. Focea Vecchia, pur sempre giuridicamente dipendente dalla Maona, era stata data nel 1402 ai Gattilusio di Lesbo, e in mano loro rimase fino alla conquista turca. I due grandi porti di smercio erano Chio, per le rotte verso la Romania e Cipro, e Genova per l’esportazione in Italia e Oltralpe, soprattutto verso l’Inghilterra, le Fiandre (Bruges era il maggior mercato internazionale dell’allume nel XV secolo) e l’Andalusia. Dopo l’occupazione turca di Focea nel 1455, i mercanti genovesi continuarono a frequentarla e gli stock accumulati a Chio alimentarono ancora per qualche tempo il mercato occidentale. Il loro esaurimento nel 1458 mandò in crisi le industrie occidentali dei tessuti e dei pellami, fino a che non furono individuate nel 1461 le miniere dei Monti della Tolfa, vicino Civitavecchia. Altre due privative erano concesse in appalto: il sale e la produzione della pece. La Maona provvedeva a stabilire il prezzo del sale e a rifornire un apposito magazzino presso il quale i Chioti erano obbligati a comprarlo dall’appaltatore della gabella. Era vietato importarlo o procurarselo in altri modi (dal mare o raccolto da eventuali depositi naturali) e la pena dei contravventori era lasciata all’arbitrio del podestà, ma non mancavano le frodi, compiute soprattutto dagli abitanti costieri. La pece era un prodotto essenziale per fabbricare natanti di ogni tipo e, probabilmente, anche per impermeabilizzare i tetti; i picearii erano tenuti a fornire al commerciarius, cioè all’appaltatore, un determinato quantitativo di prodotto, fissato dalle disposizioni della Maona. Anche per questo materiale era vietata la compravendita privata.

L’isola aveva una fiorente produzione agricola e ortofrutticola, ma si trattava in gran parte di colture di tipo specializzato: oltre al lentisco a sud, orti, oliveti, vigne, gelsi e dal ‘400 aranceti; di conseguenza Chio non era autosufficiente da un punto di vista alimentare e necessitava, ad esempio, di importare il grano dall’area pontica o, dopo la caduta di Costantinopoli e degli Stretti in mano turca, dall’area egea e dalla Penisola balcanica. Il vino locale, il cui consumo era pesantemente tassato, era molto apprezzato all’estero, e veniva quindi esportato. Nonostante vi fosse un’importante produzione vinicola, era fondamentale anche l’approvvigionamento del vino, soprattutto da Creta (in particolare quello di Candia) malgrado i provvedimenti della Maona cercassero di escludere vini stranieri dal mercato dell’isola.
Venne sviluppata la coltura del gelso, preesistente all’insediamento genovese, e la seta fu, insieme al mastice, una delle produzioni principali dell’isola. Nel XV secolo la seta prodotta in loco veniva esportata a Genova, insieme a quella di Mitilene, Candia e Rodi e a quella proveniente dal Mar Caspio che raggiungeva Bursa (l’antica Prusa, nella Turchia nordoccidentale) con le carovane.
L’industria serica fu impiantata a Chio nonostante i tentativi delle corporazioni artigiane medievali di impedire la divulgazione dei segreti delle arti fuori dalle mura cittadine e il decreto dogale del 1452 che vietava ai lavoratori della seta di emigrare da Genova. Se nel 1483 e nel 1498 le autorità dell’isola riconsegnarono alla madrepatria alcuni artigiani giunti di nascosto, nel 1523 il doge richiese inutilmente la restituzione di altri setaioli che si erano trasferiti. In un periodo in cui la situazione economica e commerciale dell’isola era precaria per le continue e crescenti minacce dei Turchi, l’impianto di un’attività a carattere artigianale, e l’esercizio della filatura in particolare, era infatti visto positivamente. Proprio il campo tessile, raggruppava dal 22 al 28% degli artigiani noti, seguito da quello alimentare: tavernieri, panettieri, mercanti di spezie.
Un’altra attività rilevante era quella della lavorazione del legname in tavole, concessa in appalto dalla Maona, i cui addetti (i samdarii, taglialegna e segantini), godevano di esenzioni fiscali. Una risorsa isolana che soddisfaceva i bisogni locali, ma alimentava solo un modesto commercio di esportazione, era invece il sapone. La fabbrica, già attestata a fine 1300, era di proprietà della Maona, che la appaltava ad un imprenditore privato, cedendogli insieme anche gli artefices che vi lavoravano.

Già dagli accordi del 1347 le navi genovesi che andavano o tornavano dal Levante dovevano effettuare una sosta di un giorno a Chio, sia per motivi economici, favorendo così le attività locali, sia per ragioni di sicurezza.
Anche dopo il 1453 l’isola continuò ad essere centro di transito e di smistamento di merci provenienti e dirette verso i maggiori porti del Mar Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico e il principale scalo sull’itinerario marittimo del Mar Nero. La seconda metà del ’400 fu un’epoca di grande fioritura del commercio nel Levante: la Turchia e i territori del suo impero erano mercati che assorbivano molti prodotti italiani e Chio era al centro del nuovo sistema economico-commerciale.
Nonostante alcuni momenti di stasi e depressione e una notevole instabilità monetaria già esistente alla fine degli anni ’70 del XV secolo, nei primi decenni del XVI secolo l’economia isolana ritrovò dinamismo, forse anche grazie ai provvedimenti adottati fin dal 1484 e reiterati nel 1491 per favorire la presenza e l’attività di mercanti turchi. Alla vigilia della conquista ottomana dell’Egitto (1517) venne riattivata la rotta verso la Siria e Alessandria e frequenti erano i rapporti con la Sicilia, grande centro di approvvigionamento alimentare.
Numerosi documenti attestavano rapporti commerciali a lunga distanza ancora nel XVI secolo, ad esempio con l’Inghilterra.
Proprio l’Inghilterra e le Fiandre rappresentavano i punti d’arrivo della più importante rotta marittima fra l’isola di Chio e l’Occidente, in particolare i porti inglesi di Southampton e di Sandwich e quelli fiamminghi di Bruges e di Sluis-l’Ecluse.
Altra rotta marittima importante era quella che dai Balcani passava per Salonicco ed Enez (città turca nella regione di Marmara, al confine con la Grecia ), soprattutto per la frutta e gli schiavi, di cui Chio era un centro di smistamento più che un mercato particolarmente attivo. Importazioni ed esportazioni coinvolgevano le merci più disparate: grano e orzo, frutta, vino, olio, miele, frutta secca e altre cibarie, spezie, legname, cotone, seta e panni, pellame, cenere, metalli, schiavi. Oltre naturalmente al notevole traffico del mastice e dell’allume.
Dall’Asia Minore provenivano in primo luogo prodotti alimentari, e in particolare cereali come il grano (importato però anche da Salonicco, Negroponte e da porti occidentali), il frumento (da Focea insieme alle fave) e il riso; si trattava di prodotti destinati non solo al consumo locale, ma anche all’esportazione.
Il cotone era quasi sempre di origine orientale, mentre le lane avevano provenienze diverse; anche queste merci venivano sia importate sia esportate: si commerciavano panni a Salonicco e sacchi di lana a Focea.
Già dalla metà del XV secolo il traffico della seta, bene di lusso per eccellenza dopo le pietre e i metalli preziosi, sostituì per i Genovesi quello del pepe e dello zenzero. Il commercio delle spezie, che raggiungevano le fiere e le città dell’Europa del Nord, passando per il porto di Genova, aveva un ruolo secondario rispetto all’entità e alla regolarità del traffico della seta. Possiamo individuare due correnti commerciali riguardanti il settore tessile che partivano da Chio: una diretta a Genova e alle sue industrie seriche, l’altra alle città inglesi e fiamminghe e alle loro fabbriche di stoffe. Caratteristica peculiare degli scambi tra l’Oriente e il Mare del Nord era l’assenza di scalo a Genova, in entrambe le direzioni (ad esempio per l’importazione di stoffe inglesi).
Oltre ai coloranti, come la noce di galla per il nero e il «cremex», seme scarlatto ottenuto dalla cocciniglia, si esportavano anche metalli, soprattutto rame e ferro, e pece. Nonostante la modesta produzione locale, vi era inoltre un grande mercato del sapone, soprattutto verso il mondo islamico, e un importante traffico di olio: intorno alla seconda metà del XIV secolo la maggior parte dell’olio imbarcato da navi genovesi per Chio (ma anche per Tana, Caffa e Galata) proveniva dalla Spagna ed era acquistato con il ricavato della vendita dell’allume.

IL SISTEMA FISCALE DI CHIOS AI TEMPI DEI GIUSTINIANI

Anche per quanto riguarda la fiscalità, la Maona riprese in parte il sistema bizantino, introducendo modifiche secondo la legislazione genovese, le esigenze locali e le esperienze acquisite. Una parte considerevole delle entrate era rappresentata da tasse e diritti doganali di ogni genere, ma la fiscalità diretta aveva un ruolo secondario, rispetto alle gabelle che fornivano la maggior parte delle risorse.

Tasse dirette
Le tasse dirette erano imposte dal podestà, dopo il formale ed esplicito consenso del governo genovese, dei Giustiniani e dei Chioti; uno dei privilegi più importanti posseduto dai Greci era infatti che nessuna nuova tassa potesse essere decisa senza il loro consenso308, anche se non è chiaro quanto fossero effettivamente liberi di esprimersi.
Tra i principali tributi diretti vi erano l’akrostikon, imposta fondiaria ereditata dai Bizantini che gravava sui beni sia dei Greci sia dei Latini, e un’angaria pro capite detta kapnikon, inizialmente di 6 iperperi, che ogni capofamiglia pagava annualmente. Questo testatico gravava tanto pesantemente su tutti i subditi et habitatores dell’isola, a eccezione dei Genovesi che ne erano esenti, da essere considerato una della principali cause di emigrazione, con grave danno per la Maona. Per questo motivo nel 1395 i Maonesi ne richiesero a Genova l’annullamento e la sostituzione con gabelle indirette.
Il podestà Niccolò Fatinanti dopo aver consultato i Greci, i burgenses latini, i codespotae dei distretti rurali e i Maonesi, propose di diminuire il kapnikon da 6 a 2 iperperi, limitando le numerose esenzioni concesse in precedenza. Sarebbero così venuti a mancare dai 900 a 1.400 iperperi, coperti in parte dalla Maona (non oltre i 600 iperperi) e in parte dall’aumento delle gabelle su vino, importazioni, senseria (censaria) dei greci, bestiame minuto e carne da macello. Il 14 marzo 1396 la proposta venne accettata dal Doge e dal suo consiglio. I produttori del mastice, i marinai della galea della Maona, i lavoratori della pece e del legname in tavole, i settuagenari e gli infermi senza figli maschi rimasero esentati, ma a masticarii, pexarii e tabularii restarono gli oneri di forniture obbligate.

Tasse indirette
La produzione agricola e il commercio marittimo erano i campi più soggetti a tassazioni e innumerevoli erano i tributi sui consumi (chiamati introytus, tolta o cabella), la cui riscossione veniva appaltata dalla Maona per una serie di anni ai propri soci o anche ad altri genovesi. Le normative sul vino e sulla seta erano tra le più antiche, risalenti al 1351, e sembrano richiamarsi a una precedente legislazione bizantina. Sul vino gravava il maggior carico fiscale: un fiorino per ogni botte di vino esportata dall’isola, un’imposta su quello prodotto318, una su quello importato e un’altra sulla vendita del vino al minuto.
Erano tassati l’importazione e la vendita di tessuti e, dopo il 1354, anche tutti gli acquisti di seta o di tessuti di seta. Vi erano imposte sul bestiame, sulla vendita di olio, granaglie, legumi e frutta da guscio, sugli animali da soma, una del 10% su alcuni prodotti agricoli, un’ introytus sul legname in tavole e uno sulla pece. C’erano la gabella sul sale, sull’olio, sulla carne, sugli animali da macello, sulla macinatura, sulle pietre preziose e quella della senseria. Come a Genova, era tassato il gioco d’azzardo (introytus baratarie).
Anche la tassazione sugli schiavi sembra riflettere quella di Genova, con imposizioni sulla compravendita, la manomissione e il possesso; non è chiaro se vi fosse un’imposta sugli schiavi in transito o ‘in fissa dimora’, ma sappiamo che vi erano oneri fiscali sull’estrazione di schiavi turchi dall’isola e che l’esportazione era soggetta alla normativa sul movimento delle navi.
Vi erano tasse doganali (comerchia) e dal 1455 venne imposto il drictus Chii, anche sulla circolazione delle merci nel Mediterraneo a opera di Genovesi o di mercanti stranieri con navi genovesi. Già dal XIV i Genovesi furono esenti dalle tassazioni sulle transazioni commerciali, mentre gli stranieri anche se a Genova beneficiavano di esenzioni grazie ad accordi tra il Comune e la loro madrepatria, a Chio dovevano pagare il comerchium. I gravami fiscali che colpivano i forestieri, categoria che includeva anche i greci di Chio e in generale tutti coloro che non erano ‘Ianuensis vel habitator vel burgensis presentis civitatis et insulle Chii qui benefficio Ianuensium gaudeat’ avevano lo scopo di favorire le iniziative dei Genovesi. Questi ultimi godevano di vaste e quasi totali esenzioni in diversi campi, ad esempio i dazi di transito, e ciò rendeva particolarmente gravoso l’onere che i Greci e i forestieri dovevano sostenere.

Cespiti minori
Le multe erano tra i principali metodi di punizione per i criminali e costituivano una delle maggiori fonti di entrate regolari. Chi trasgrediva il pagamento delle imposte era soggetto a pene pecuniarie che ammontavano a 12 denari per ogni denaro dovuto e non versato. La somma era in genere divisa in tre tra la cancelleria della Maona, l’appaltatore dell’imposta e il privato che denunciava il reato e a cui si garantiva l’anonimato. Nel caso di concorso di colpa dell’appaltatore, il gettito veniva invece diviso a metà tra la Maona e il denunciante.
Vi erano i diritti del peso pubblico e quello di caducità, secondo il quale la Maona ereditava i beni dei Chioti defunti senza eredi naturali e testamentari (per consuetudine la Maona erogava un terzo per la celebrazione di messe per l’anima del defunto) e concorreva, per un terzo delle sostanze, con gli eredi testamentari e con tutti gli eredi naturali, che non erano discendenti legittimi.
L’argomoniatico consisteva in una cifra che la vedova doveva pagare se non aveva intenzione di risposarsi; era di origine greca, ma si pensa che nel periodo genovese avesse anche la funzione di incoraggiare i matrimoni misti (data la scarsa presenza di donne occidentali nell’isola) e limitare i figli nati in concubinaggio o da schiave. Fin dai tempi di Vignoso i carcerati erano tenuti a pagare 5 carati per il proprio mantenimento, anche se spesso venivano estorte somme maggiori, come prova il divieto assoluto di far pagare di più, emanato dal Doge e dal Consiglio degli anziani in data 13 febbraio 1391. Un’ apodisia, cioè la licenza scritta del collettore d’imposta che testimoniava il pagamento, era necessaria per chi voleva lasciare l’isola e, con alcune esenzioni, per effettuare operazioni di carico e scarico.
Vi erano infine gli affitti dei magazzini pubblici e dei beni demaniali e varie decime, tra cui quella sul bestiame, sui mulini e la decatum ortorum civitatis Chii et suburbiorum, secondo la quale chiunque (greco o latino) fosse in possesso o tenesse in locazione una terra, doveva versare all’appaltatore la decima parte di tutte le herbe e di alcune verdure che vi nascevano nell’anno di appalto.

Uscite
Le uscite comprendevano il pagamento dei tributi e dei censi, le spese ordinarie (principalmente quelle di amministrazione) e quelle straordinarie. La Maona doveva pagare il censo annuo alla Repubblica (che nel 1380 era stato ceduto al Banco di San Giorgio), al quale fino al 1455 venne devoluto il prodotto dell’appalto di Focea Nuova.
Dal 1355 fu dovuto il tributo annuo all’imperatore bizantino e dal 1415 il versamento pecuniario alla Sublime Porta, che nel corso del tempo aumentò sempre più, senza includere i donativi per i visir. Gli stipendi delle ambascerie che si recavano a Costantinopoli si aggiungevano a quelli dei governatori e di tutti gli altri impiegati.
Vi erano inoltre le spese per il mantenimento della galea dell’isola e per la manutenzione del porto, ordinaria, dato il costante pericolo di insabbiamento a causa dei depositi alluvionali di un torrente, e straordinaria, come lo svuotamento necessario in seguito all’assedio del 1431 o le varie riparazioni.
Attacchi e assedi implicavano naturalmente spese militari e poi lavori di restauro, ad esempio delle mura, e dal 1453 la costante minaccia turca rese necessarie ingenti spese per costruire e potenziare le fortificazioni e per mantenere gli armamenti in pianta stabile. Per fare fronte a queste esigenze già nel 1454 furono eliminate alcune esenzioni e aumentate le tasse sui beni importati dai forestieri, sui sensali e sul vino.

 
IL MASTICE DI CHIOS

Il mastice (“masticha” in greco) è il prodotto tipico dell’isola. In particolare lo si produce nel sud dell’isola in 24 villaggi nella regione della “Matichicoria” (villaggi del mastice).
Il prodotto ha una denominazione di origine controllata (D.O.P.) come “gomma” e può essere prodotto soltanto nell’isola di Chios.
L’associazione produttori del mastice “Enosi Mastikhoparagogon Khiou” (Union of Khios mastic producers) indirizzo Monomakhos 1, nella Chora.
Un vecchia tradizione di Chios fornisce una spiegazione sul fatto che soltanto il lentisco di Chio produca il prezioso Mastice e il perchè tutti i vari tentativi di produrlo altrove effettuati dagli antichi Romani ai gorni nostri siano andati falliti.
Il 14 maggio dell’anno 249 dopo Cristo sotto le persecuzioni cristiane dell’imperatore Decio, fu martirizzato San Isidoro soldato romano convertito proveniente da una famiglia pagana. Accettò il martirio pur di non abiurare la Fede. Fu trascinato legato per una mano e per un piede ad un cavallo selvaggio dalla Chora a Neochori nel sud del paese, attraverso le foreste di lentisco.
Gli alberi come per miracolo, piansero alla visione della sua sofferenza, “testimoni pingenti e silenziosi della sofferenza del giovane cristiano”.
Così spiegano il perché lo stesso albero il lentisco, che esiste in molti altri luoghi del mediterraneo, produca “lacrime” di mastice solo a Chios.
Un'altra leggenda parla della sua diffusione. Il suo odore penetrante prodotto dai fiori stregò la figlia del sultano Medjit: costui, alla fine del 700 ne ordinò la coltivazione estesa di questa pianta su tutta l'isola e da allora Chios rimase nota come l'isola del mastice (mastiha).
Oggi il clero utilizza il mastice anche nell’incenso e nella preparazione dell’Olio Santo cresimale.
Più prosaicamente la scienza ha cercato la spiegazione di questa singolarità nelle particolari condizioni climatiche della regione e nelle caratteristiche del suolo e nella probabile presenza di correnti geotermiche legate alla natura vulcanica di Chios.
Il mastice deriva dalla pianta del Lentisco (Pistacia lentiscus Chia o latifolia) della famiglia delle Anacardiacee. E’ un arbusto che cresce fino a 1 m di altezza. Le foglie, che rimangono verdi tutto l'anno, sono coriacee e lisce. Il frutto è una bacca, rossa o nera, delle dimensioni di un pisello. Originario delle isole della Grecia è ora diffuso in tuta l’area mediterranea, coltivato nei terreni secchi, tra carrubi o lecci.
La parte utilizzata è la resina e le foglie raccolte in luglio-settembre praticando delle incisioni sul tronco e sui rami: la resina che fuoriesce si rapprende all'aria sotto forma di masserelle tondeggianti. Si presenta sia lacrime sia in pezzatura piccola di colore giallastro tra il trasparente e l’opaco, con un odore caratteristico.
La densità è di 1,06 e il suo punto di fusione e tra i 60 e 110 gradi, l’acidità tra 50 e 70.
La resina si lava delicatamente per asportare le impurità raccolte alla superficie, quindi si essicca e si conserva in scatole di legno.
Il suo gusto è leggermente dolciastro, è utilizzato nell’alimentazione (gomma da masticare, aromatizzatore di bevande e gelati, liquori), nella cosmetica e nella farmacologia.
Il mastice alimentare ha proprietà astringenti ed aromatizzanti oltre ad essere una sostanza adesiva naturale.
Il Mastice contiene un acido aromatico e un'essenza ricca di pinene. Masticato diventa una pasta malleabile come la cera, che aderisce ai denti. Grazie alla sua azione antinfiammatoria e antisettica, combatte la piorrea e la gengivite (infiammazione delle gengive). E' utile nella cura della paradontosi (infiammazione dei tessuti di sostegno del dente), che è la principale causa della caduta dei denti. Inoltre, profuma l'alito, producendo una sensazione di freschezza e di pulizia. Si utilizzano, al pari del mastice, per sciacqui eseguiti con il decotto, per disinfiammare le gengive e rinforzare la dentatura.

Il mastice viene utilizzato anche nella pittura. Disciolto a freddo o a caldo in essenza di trementina fornisce un'ottima vernice finale per i dipinti a tempera e ad olio.

USO OMEOPATICO DEL MASTICE
Per le gengiviti, la piorrea e la paradontosi. Il mastice viene utilizzato masticato o in pasta dentifricia.
Per i sciacqui utilizzare un decotto di foglie e fusti giovani (100 g per 1 litro d'acqua) fino a un massimo di 5 volte al giorno.

L’OUZO AROMATIZZATO AL MASTICE
Il Regolamento CEE N. 1576/89 del 29.51989, stabilisce le regole generali relative alla definizione, alla designazione e alla presentazione delle bevande spiritose.
Per essere denominata ouzo la bevanda spiritosa aromatizzata con anice deve: essere elaborata esclusivamente in Grecia; essere ottenuta dalla combinazione degli alcoli aromatizzati per distillazione o macerazione, con l'impiego dei semi dell'anice ed eventualmente del finocchio, del mastice derivante da un lentisco indigeno dell'isola di Chios e di altri semi, piante e frutti aromatici; l'alcole aromatizzato per distillazione deve rappresentare almeno il 20 % del titolo alcolometrico dell'ouzo.
Tale distillato deve: essere ottenuto per distillazione in alambicchi tradizionali discontinui di rame di capacità uguale o inferiore a 1 000 litri, avere un titolo alcometrico non inferiore a 55 % vol e non superiore a 80 % vol.
L'ouzo deve essere incolore, con un tenore di zucchero uguale o inferiore a 50 grammi a litro.

SITI SUL MASTICE
Mastic Gum - Il sito ufficiale del Chios Gum Mastic Growers Association, sicuramente il più completo in materia.
Saranti Mastic Gum
Greek products: Il portale dei prodotti Greci
Le proprietà antibatteriche e omeopatiche del mastice
TETTERIS Ouzo - The best Chian Ouzo. Then again, that's a matter of taste.
Chios Chamber of Commerce (in greco)



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L'Europa alla fine del XV secolo

LA VITA A CHIOS AI TEMPI DEI GIUSTINIANI

 
Una divisione della popolazione in ceti risulterebbe troppo schematica per una società che, mutevole per sua stessa natura, lo era ancor più nei domini genovesi, dove le diverse realtà di genti, etnie e confessioni che vi transitavano e che li popolavano venivano accettate, anche, e forse soprattutto, in nome di un “opportunismo empiristico”. Tappa quasi obbligata per gli itinerari verso il Vicino Oriente, l’Anatolia turca o il Mar Nero, Chio attirava una popolazione in movimento (mercantI, armatori, marinai), ma incoraggiava l’insediamento stabile di nuovi abitanti, ad esempio garantendo esenzioni fiscali agli immigrati, di qualsiasi etnia, che sposavano donne della masticaria. Per ottenere una visione d’insieme di questa popolazione composita ed eterogenea è forse più opportuno seguire una ripartizione per categorie etniche e per appartenenza religiosa, che spesso si identificavano tra loro. Chio restò sempre un territorio con una popolazione prevalentemente di etnia greca e poi di graduale e progressiva penetrazione turca, nel quale coesistevano anche l’elemento ebraico e quello latino, insieme a un’esigua minoranza di maroniti.

Latini
Nella categoria dei Latini erano compresi i Maonesi e i burgenses (in genere Genovesi e Liguri), coloro che provenivano da città italiane, da nazioni europee e dagli altri territori latini nel Levante. Essi erano attratti dalla politica della Maona, interessata principalmente a stimolare l’attività economica. Dopo la prima dominazione genovese (1304-1329) la presenza occidentale defluì rapidamente e non sembra che gli 800 soldati della guarnigione di Martino Zaccaria, come pure la maggioranza dei residenti occidentali, siano rimasti nell’isola.
Una delle prime preoccupazioni di Simone Vignoso fu quella di favorire il popolamento latino, ma malgrado gli sforzi e l’afflusso di più membri di un medesimo gruppo familiare, la presenza degli occidentali restò minoritaria, concentrata nella capitale e più rarefatta nelle campagne, anche se forse meno rada nella Mastichochora.
Con la requisizione delle 200 abitazioni nel castrum e la possibilità per i Genovesi (e Latini in genere), negli otto mesi seguenti alla conquista, di comprare dai Greci altre dimore all’interno delle mura a un prezzo fissato da un arbitrato, si facilitò l’insediamento dei Latini nella cittadella, ma non si escluse che i Genovesi potessero stabilirsi fuori di questa, nei quartieri dove i Greci erano in maggioranza.
Benché la cittadella diventasse il luogo privilegiato di residenza dei Latini, non fu l’origine etnica degli abitanti che stabilì la distinzione tra questa e i burgi, ma piuttosto l’aspetto di questi due insiemi urbani.
A differenza del monopolio istituito da Venezia nei suoi territori egei, nulla impediva ai nongenovesi di dedicarsi al grande commercio: essi dovevano solo pagare i diritti di dogana, mentre le merci dei genovesi ne erano esenti. Che fossero di origine ligure o meno, i Latini possedevano un certo numero di privilegi, tra i quali la possibilità di ricoprire cariche precluse ad altre etnie, soprattutto nell’apparato amministrativo e militare: per esempio tutti gli uomini a cavallo in servizio a Chio dovevano essere di stirpe latina come anche gli uomini del ‘Castro de Colla’. Nel 1410 tutti i dipendenti del Podestà erano Latini e alcune cariche relative alla gestione del mastice erano aperte solo a questa etnia.
La presenza genovese e ligure costituiva la maggioranza della popolazione di provenienza occidentale, con individui originari non solo di Genova e dintorni, con nomi magnatizi quali Giustiniani e Spinola, ma anche delle due Riviere (con una prevalenza degli oriundi da quella di Levante, che aveva più basse condizioni economiche rispetto alla Riviera di Ponente), dell’entroterra, dell’Oltregiogo e della Lunigiana.
Dopo la caduta di Costantinopoli furono molti i Genovesi e i Liguri, insieme ad altri occidentali, che si rifugiarono a Chio, a volte nella speranza di poter ritornare a Pera o in patria, altre con l’intenzione di continuare nell’isola la loro attività. Nonostante gli oriundi spesso prendessero dimora stabile a Chio, morendovi e venendovi sepolti, cercarono sempre di preservare la loro nazionalità e i legami con la madrepatria, ad esempio mandando i figli in Italia per la loro educazione alle università di Pavia, Padova e Bologna.
Era diffuso anche il ricorso al matrimonio per procura, che consentiva di sposare donne rimaste in patria, e le chiese di Genova e delle città liguri erano spesso incluse tra i beneficiari dei lasciti testamentari dei Genovesi d’Oriente, non solo di Chio. Una clausola del testamento di Maria, figlia quondam domini Petri Iustiniani de Rocha e vedova di Neapolioni Justiniani quondam domini Octoboni, redatto il 27 giugno 1456, riporta: Item legavit voluit statuit et ordinavit quod dicantur seu celebrentur in Ianua pro anima ipsius testatricis post mortem suam mille misse […]
Fra le presenze occidentali più numerose dopo i Genovesi e i Liguri, vi erano quelli che potremmo chiamare ‘italiani’: utilizzando le odierne denominazioni vi erano cittadini dal Veneto (Venezia, Padova), dalla Lombardia (Milano, Pavia), dal Piemonte, dall’Emilia Romagna (Parma, Bologna, Piacenza, Rimini), dalla Toscana (Firenze, Prato, Pisa, Lucca, Siena), dalla Campania (Amalfi, Gaeta, Napoli), dalla Sicilia e dalla Sardegna, ma anche da Ancona, Roma e, in numero inferiore, da altre città.
Altri occidentali provenivano dalla penisola iberica (soprattutto dalla Catalogna e dalla Castiglia, ma anche da Siviglia, Saragozza e dalle isole, per esempio, Maiorca) e dal sud della Francia (dalla Linguadoca con Montpellier, Carcassone, Narbona, Perpignano e dalla Costa Azzurra con Marsiglia, l’isola di Hyeres, Nizza), insieme a presenze fiamminghe, soprattutto da Bruges, e tedesche.
In maggioranza mercanti, talvolta erano anche artigiani e professionisti, come Periconus ferrerius de Maiorica e il phisicus maestro Gabriele di Saragosa Aragonum; o avevano ruoli nell’amministrazione, come Pietro Theothonicus e Anechino di Bruges, servienti del podestà nel 1381 e nel 1394.
A queste presenze andavano ad aggiungersi quelle di individui provenienti da altre località dell’Oriente mediterraneo e della regione pontica; soprattutto nel Quattrocento immigrati da Smirne, Rodi, Cipro, Caffa, Costanza, Candia, Famagosta, Teologo, Mitilene, Focea, Pera si rifugiarono nell’isola man mano che l’avanzata turca procedeva e conquistava territori prima soggetti ai Latini.
In particolare per gli esuli peroti, Chio fu il rifugio più vicino e sicuro. Nonostante solo una piccola percentuale di fuggiaschi (circa l’8%) non fece poi ritorno a Pera o a Costantinopoli, l’arrivo dei profughi ebbe conseguenze spesso problematiche, dal punto di vista delle esigenze immediate della vita quotidiana e sotto l’aspetto economico (strascichi di problemi finanziari non risolti, affari in sospeso, procure rilasciate ad individui che erano rimasti nella città conquistata e che vennero poi revocate).
Dagli atti leggiamo che Antonius de Cabella, considerato il 15 gennaio 1454 ancora burgensis Pere, il 26 febbraio seguente è olim habitatore Pere et macellario e che Bonum de Costa, burgensem Pere il 18 giugno 1453, il 2 marzo 1454 è habitator Chii. Abbiamo poi i testimoni in un atto del 5 febbraio 1454 Nicolao de Filippis, Nicolao Macagna et Bartholomeo de Rapallo calligario et Dimitri Fabio de Langasco, olim habitatoribus Pere, ma anche Antonius de Luco e Iohannes Iorno de Finario, pelliparius, entrambi indicati come olim habitator Pere.

Greci
La grande maggioranza della popolazione era costituita da Greci, con una naturale prevalenza dei nativi di Chio, ma vi erano anche quelli di origine straniera, dalla Morea, da Mitilene, Costantinopoli e Salonicco, che aumentarono con l’avanzata turca del XV secolo, quando individui provenienti ad esempio da Caffa e Pera, si rifugiarono nell’isola insieme ai profughi latini.
I Greci erano socialmente divisi tra la nobiltà locale, una media borghesia e la massa che viveva nelle campagne; questa distinzione riprendeva in parte quella della società bizantina di Chio in dynatoi, aristocratici che detenevano le ricchezze e le terre, e penetes, coloro che le coltivavano.
I nobili che avevano concluso il trattato del 1346 con Vignoso, pur avendo mantenuto alcuni dei privilegi concessi dagli imperatori bizantini, costituivano una classe inferiore rispetto ai burgenses latini, a meno che non fossero questi stessi burgenses. Avevano garantiti la libera disposizione dei beni, oltre che le rendite delle loro chiese e dei loro monasteri, e avevano interessi comuni all’aristocrazia mercantile genovese, con la quale condividevano i profitti del commercio marittimo.
La maggior parte della popolazione era impiegata nell’agricoltura, in particolare nell’estrazione del mastice, e nell’allevamento, ma i Greci occupavano anche un posto di rilievo nel piccolo commercio e nelle produzioni artigianali, nella distribuzione e nel settore alimentare. Si occupavano del trasporto interno dei prodotti agricoli fino alla città, del traffico di cabotaggio locale ed erano spesso reclutati come equipaggi delle navi. Svolgevano anche professioni quali banchiere, macellaio, calzolaio, panettiere, locandiere, muratore, maestro d’ascia; in particolare sappiamo che magistri antelami, masachani e samdarii erano per lo più greci. Era comune che donne greche si ponessero al servizio di occidentali per il disbrigo di faccende domestiche, ma vi erano anche servitori maschi, come Giorgio, figlio di Constantinus Nacaratus habitator Syi, che venne impegnato dal padre come famullo per 8 anni presso Ambrosio Vegio civi Ianue.
Benchè esclusi da certe cariche, in alcune liste di stipendiati risulta che i Greci potevano ricoprirne altre. Almeno fino all’inizio del XV secolo furono autorizzati a partecipare alle aste per l’appalto della riscossione delle tasse: nel 1404 l’imposta sull’olio era riscossa da Stephano Triantaphylos, e un greco nel 1413 divideva la responsabilità per il comerchium angariae con un Latino.
Nel 1409 con il cambio di regime i Greci furono privati non solo delle posizioni all’interno del Consiglio del Podestà assegnate dal Boucicaut, ma anche dell’eleggibilità per quelle cariche amministrative precedentemente a loro accessibili, e un regolamento del 1428 proibì l’iscrizione di Greci nei registri della cancelleria: Item deliberaverunt quod dicti domini gubernatores non scribi faciant in eorum cartulario cancellarie nomen alicuius Greci qui (qui) non serviat vel tiret stipendium de quo scribitur in cartulario cancellarie ipsum habere et hoc ut dicti Greci non possint recusare eorum goardias et angarias solvere.
Essi potevano essere testimoni e arbitri in controversie civili tra greci, ma anche tra greci e latini o ebrei, e da questi potevano ricevere procure, come il papas Leo di Costantinopoli da parte di Elia Moscholia, iudeus.
Erano inoltre proprietari della maggior parte delle botteghe in burgis, che affittavano indifferentemente a connazionali o, più spesso, a Latini; in generale le condizioni di vita dei Greci che erano dediti ad attività finanziarie, professionali e artigianali erano paragonabili a quelle dei loro pari latini.
I Greci avevano propri notai, ma questi erano utilizzati di preferenza quando erano coinvolte solo parti greche, nonostante un rogito di un notaio greco avesse valore legale e fosse produttivo di obblighi e diritti anche per i contraenti latini. Anche quando si rivolgevano a notai occidentali essi mantenevano le loro modalità di giuramento: Qui omnes iuraverunt ad sancta Dei evangelia videlicet dictus Johannes Franciscus et ceteri greci super figura Jhesu Christi et eius Matrus corporaliter tactis scripturis et figuris predictis de veritate dicenda admoniti ut moris est.
Compaiono anche le formule: iurantes more grecorum osculando maiestatem; more grecorum super imaginibus sanctorurn, corporaliter tactis; ad Sancta Dei Evangelia, corporaliter tacti Maiestatibu more greco; super maiestate more Grecorum; ad sancta dei evangelia, super pectus sive more Grecorum o ad sancta Dei Evangelia, tactis corporaliter ymaginibus Sanctorum, more Grecorum e alcuni pensano che il notaio o gli autori degli atti portassero con loro le icone per la stipulazione giuridica o che a volte i rogiti si svolgessero in chiese ortodosse. Altra consuetudine conservata dai notai greci fu quella di datare i propri atti secondo l’era bizantina, che iniziava nel 5508 a.C. e il cui anno incominciava il primo settembre423. […] erat vigore publici instrumenti scripti et compositi manu Nicole Plasmi Canavuri, notarii greci, anno VI°DCCCLXXXVIIII, die VII° ianuarii, secundum cursum Grecorum, et de ipsis dictus Georgius se a dicto Iane bene contentum et soluturn vocavit et vocat. […].

Ebrei
Quando i Genovesi arrivarono nel Levante, gli Ebrei vi si erano già stabiliti da tempo, costituendo un ceto indigeno influente nel campo finanziario e commerciale, e sotto il dominio genovese continuarono a svolgere le loro attività, talvolta essendo persino ammessi a cariche pubbliche.
Sappiamo che a Chio nel XI secolo vi erano una quindicina di famiglie ebree e verso il 1160 Beniamino de Tudela riporta la presenza di circa 400 giudei; la prima testimonianza della loro presenza nell’isola dopo la conquista di Vignoso è del 1362. 
Nel 1394 esisteva già una ‘piazza degli ebrei’ e sempre nell’ultimo decennio del XIV secolo si hanno notizie di una ‘giudecca’. Il nucleo ebraico permanente risiedeva infatti in una parte di castrum compresa tra il piccolo palazzo della cancelleria e una delle porte della cittadella ed era denominata Judaica o contratta Judaiche.
Almeno dall’inizio del XV secolo il quartiere ebraico, dove si trovava tra l’altro la sinagoga, era aperto ad altre etnie: Maonesi e Greci possedevano beni all’interno del perimetro della Giudecca e vi abitavano, e ugualmente ebrei possedevano beni e risiedevano in altre zone. Pur concentrata nella contrata Iudaice la comunità ebraica non sembra essere stato oggetto di discriminazioni come durante il periodo bizantino, al contrario di quanto affermavano autori di fine ‘800 quali Finlay e Hopf, secondo i quali gli ebrei erano confinati in un ghetto e obbligati a portare un berretto giallo come segno di riconoscimento. Da una lettera di papa Martino V a Leonardo, vescovo di Chio, risulta che nel 1423 nessun segno esteriore distingueva i cristiani dagli ebrei e la prima testimonianza del contrario è del 1551.
Tra gli obblighi a cui dovevano ottemperare vi era invece un donativo annuale di una bandiera di Genova (bianca con croce rossa) per la Chiesa di San Giorgio e la recita di preghiere per il papa in occasione delle festività natalizie e pasquali. Sintomi rilevanti del regime di tolleranza adottato dalla dominazione genovese furono la possibilità di matrimoni misti, nonostante l’autorità ecclesiastica condannasse le unioni con ebrei, e la concessione ad alcuni membri della qualifica di burgenses di Chio.
Spesso alla pari dell’elemento latino, gli ebrei a Chio godevano in ogni caso di diritti uguali alla minoranza greca: avevano sinagoghe, rabbini e anch’essi giuravano secondo le loro usanze: super licteris ebraicis, more iudeorum o super litteris ebraicis, more ebraico o super litteris ebraycis, more Ebreorum; tactis corporaliter libris ebruaicis biblie more ebreorum o iurantium super biblia more ebreorum o ancora tactis eorum propriis manibus scripturibus ebraicis, more Iudeorum.
Entrambe le minoranze erano soggette al pagamento del kharaj (caragium in latino), tassa su case e terre che serviva a pagare il tributo dovuto ai Turchi, e dovevano fornire una quota annuale di grano; solo in seguito alla caduta in mano turca di Pera e delle altre colonie genovesi, la popolazione latina di Chio non fu più esentata da questi obblighi.
In generale usufruivano della legislazione genovese, potevano effettuare affari e agire come curatori di terzi, anche cristiani. Documenti riportano di prestiti effettuati da esponenti della comunità ebraica ai massarii et gubernatores della Maona, che li ricevevano in nome e per conto di quest’ultima; spesso in cambio di prestiti immediati concessi da ebrei venivano ipotecate quantità di mastice dei raccolti futuri. Non erano però unicamente prestatori: vi era una considerevole presenza ebraica nel campo della navigazione, nella tratta degli schiavi (seconda solo a quella catalana e genovese) e nelle professioni liberali, in particolare come medici. Vi erano anche tintori, maestri d’ascia e altri artigiani, e mercanti, che trafficavano in sapone, olio vegetale, sego, pellicce, tappeti, farina, grano, lino, coloranti, vino. Il ruolo che i giudei occupavano nella società chiota è testimoniato oltre che dall’urbanistica, anche dal coinvolgimento nell’amministrazione dell’isola, seppure a condizioni non vantaggiose.
Parliamo in particolare dell’ Officium provisionis grani civitatis Syi, che si occupava principalmente dell’approvvigionamento annonario, fondamentale dato il tipo di agricoltura sviluppata sull’isola. L’incarico era gravoso, dovendo provvedere a generi di prima necessità “in una situazione di bisogno perennemente insoddisfacibile o quasi” e per questo la rinuncia alla nomina, che poteva ricadere su Ebrei, Greci o Latini, comportava una multa. L’integrazione è testimoniata inoltre da lasciti testamentari a dominacio Syi, dalle collaborazioni tra ebrei e latini e greci in campo economico e dalla presenza di testimoni latini in atti riguardanti contraenti giudei.
Pur essendo la più antica minoranza religiosa, presente sull’isola fin dall’epoca romana, gli israeliti furono sempre la più piccola delle comunità organizzate. In genere essi sembrano essere appartenuti alla categoria degli stranieri non soggetti al kapnikon e pertanto difficilmente censibili, considerando anche che non tutti erano residenti in Chio e, soprattutto per quanto riguarda gli ebrei di provenienza straniera menzionati negli atti, è difficile distinguere tra gli abitanti e coloro che erano di passaggio.
Sappiamo però che il loro numero aumentò in seguito all’espulsione degli ebrei dalla Spagna del 1492, quando molti sefarditi si rifugiarono nell’isola e vennero a costituire la maggioranza della comunità ebraica chiota.

Altre comunità, stranieri e schiavi
Esigue minoranze erano costituite dai maroniti, i quali possedevano un monastero nella città di Chio, e dagli armeni, che però non sembrano comparire negli atti della fine del XIV secolo. La presenza dell’elemento ottomano era consistente: al tempo di Cristoforo Colombo nel capoluogo erano stanziati un migliaio di turchi e vi risiedeva un kadi (giudice religioso a capo di un distretto amministrativo) che a partire dalla fine del XV secolo era stipendiato dalla Maona.
Non mancavano nell’isola gli agentes serenissimi regis Turcharum e nel 1413 Cagi Sati ogli Turchus lugatus [!] et ambaxiator magnifici domini Joanit Turchi a proposito di un caso riguardante Cagi Sorti de Theologo presentava al podestà Paolo di Montaldo literas tenori infrascriptis [credencie] representans in literis grecis redatas in literis latinis. Gli stranieri residenti a Chio erano principalmente mercanti, ma non sempre ciò è specificato, come nel caso di Giovanni de Etiopia, Niger, Christianus catolicus, che il 9 luglio 1465 si dichiara debitore verso un cittadino genovese.
A rendere ancor più composito il quadro etnico della società chiota vi erano gli schiavi, con un’estrema varietà di provenienze: tartari, bulgari, greci, turchi, circassi, russi, armeni, saraceni, bosniaci, albanesi, mingreli (sottogruppo etnico dei georgiani), valacchi. Chio conosceva il commercio e la presenza di schiavi fin dall’epoca classica e i genovesi erano abituati alla presenza di schiavi in patria, per questo sia latini sia greci erano coinvolti negli scambi. Ego Sergi Carvogni, grecus de Syo qu. Nicole, Caloceti, vendo, cedo, mando et traddo tibi Conradino de Mari, filio Gandi, civis Janue, sclavum unum meum de genere Turcorum ettatis annorum viginti octo vel circa, nomine Aycat, sanum et integrum omnibus suis membris.
Dopo il 1381 gli schiavi greci sembrano scomparire, in concomitanza con la diffusione, negli ultimi decenni del secolo, dell’idea che i latini e i cristiani, quanto meno i cattolici, non potessero essere ridotti in servitù. Vi sono infatti documenti nei quali schiavi riconosciuti di religione cattolica venivano dichiarati liberi: […] sclavum de proienie Tartarorum etatis annorum XXIIII [..] se presentasse in Syo coram domino potestate Syi in eius curia, asserens se esse christianum ab nacione catolicum et nunquam fuisse sclavum ymo liberum, francum et hominem sui iuri . Qui dominus potestas Syi, visis testibus productis per dictum sclavum liberavit ipsum […].
Un esempio altrettanto interessante è quello presentato da un atto del 1 ottobre 1453 con cui una schiava venne manomessa a condizione che mantenesse la religione cattolica: Domina Isabella, filia condam Borruellis Salvaighi et uxor condam Ambrosii de Nigro, per se et suos heredes manumissit, quitavit, liberavit et absolvit a sua potestate et dominio et omni vinculo et iugo servitutis Caterinam, Iarcasiam seu Zicam, suam servam, absentem tanquam presentem, cum hac tamen conditione et lege, quod dicta Caterina teneat semper fidem catolicam; quam si mutaverit, cadat a presenti manumissione et sit semper serva. Le informazioni sugli schiavi ci vengono in massima parte dalle numerose minute redatte dai notai genovesi concernenti la vendita, l’affitto o l’affrancamento.
Data la scarsa presenza dell’elemento femminile latino, nell’isola le schiave avevano un rilievo particolare, non solo come domestiche e balie, ma anche in qualità di compagne e madri, come si vede dai casi di convivenza e di prole illegittima, talvolta legittimata. Item dicit dicta Elena quod habuit et habet filios duos naturales ex semine suprascripti quondam Petri de Ripalta olim domini dicte Elene […] Baptista de Vignana tabernarius burgensis Chii quondam Rainaldi habens sclavam natam ex Cateria eius sclava vocatam Teodosiam ad presens etatis mensium sex vel circa […]
Un’incidenza nel tessuto economico-sociale l’avevano anche i liberti, che aumentarono di numero quando la minaccia turca si fece più pressante e le manomissioni più frequenti. Nonostante la richiesta di manodopera, soprattutto maschile, dagli atti non sembrerebbe risultare la presenza di schiavi nelle campagne, mentre ve ne erano al servizio di artigiani; talvolta dopo l’affrancamento questi entravano in società con l’ex-padrone, mettendo a frutto i segreti dell’arte imparata.
Un esempio è quello di Manoli Morayto de Achaya, detto Varentino, schiavo greco al servizio del tintore Diego di Siviglia, che una volta manomesso rimase a lavorare come tinctor pannorum con l’ex-padrone diventando socio di minoranza dell’azienda (il suo compenso sarebbe stato un terzo di ciò che guadagnavano).
La clausola che impegnava Manolo a non insegnare a nessun altro nell'isola l'arte della tintoria fa pensare che il maestro occidentale abbia insegnato i segreti del mestiere al proprio servo, poi elevato a collega, ma Balletto non esclude che possa essere avvenuto il contrario. Oltre a compravendite di interesse locale, Chio era punto di passaggio per il commercio di esportazione degli schiavi diretti soprattutto verso l’Occidente, ma anche verso l’Egitto.

Cives, burgenses, habitatores… I documenti notarili
Negli atti notarili gli individui citati vengono in genere identificati, oltre che con nome e cognome (e a volte patronimico), con la menzione della loro provenienza e del loro status. A partire dal 1359-1360 troviamo termini quali cives, burgenses, habitatores, incolae e subditi. Il termine cives non aveva un significato univoco: se era seguito da Ianue indicava i cittadini a tutti gli effetti, genovesi d’origine che usufruivano di tutti i diritti politici ed economici, se era invece accompagnato dal nome di una località o regione sotto il dominio della Superba non implicava la cittadinanza genovese. La definizione della città di Chio come civitas aveva una valenza talvolta solo territoriale: i suoi abitanti non erano qualificati come cittadini di pieni diritti e la rara designazione di civis Chii indicava la residenza permanente sull’isola, per la precisione all’interno del castrum, senza avere connotazioni giuridiche di cittadinanza. Pasqualino di Pontremoli in un atto del 25 giugno 1394 è indicato come burgensis Syi mentre il 4 febbraio 1398 troviamo presentibus testibus Nicolao Rechanello et Pasqualino de Pontremulo civibus Syi, ma non si tratta di un cambiamento di status, in quanto il 12 febbraio seguente compare nuovamente come Pasqualinum de Pontremulo, burgensem Syi.
Altri esempi sono Cosma Cigalla et Iacobus de Valeperga, cives Chii, duo publici extimatores civitatis et insu1e Chii, Enrico Goasaegoa, Angelo de Tacio e Gregorio de Turrillia, Francisco Alberico, Johanne Pezono et Lazarino de Rappalo, civibus civitatis Chij.
Molti privilegi erano concessi alla borghesia, tra i quali l’esenzione dal pagamento dell’angaria e di altre tariffe sull’attività commerciale e la possibilità di essere consultati su questioni importanti, ma la pienezza dei diritti, come l’accesso agli uffici governativi, apparteneva solo ai Maonesi. Questa situazione cambiò temporaneamente quando il maresciallo Boucicaut concesse quattro posti nel consiglio del Podestà ai borghesi, ma al successivo cambiamento di governo la misura fu annullata.
La distinzione tra Maonesi e burgenses non era però netta, in quanto un membro della Maona poteva essere un borghese, così come lo erano molti membri di famiglie nobili: si tratta di un termine legale, non sociale.
Dal XV troviamo designati in questo modo non solo Latini (in maggioranza genovesi), ma anche membri delle comunità orientali, greci ed ebrei, che venivano ricompensati della loro lealtà al governo con privilegi tra i quali l’esenzione da alcune tasse. Questa designazione non implicava però che fossero nativi dell’isola e non era neppure una semplice constatazione di domicilio, benché i diritti di cui godevano fossero connessi con la residenza in loco.
Tra gli occidentali non liguri presenti negli atti solo una piccola percentuale portava il titolo di ‘borghese di Chio’, come Laurentio de Terdona, Johanne de Ast burgensibus Syi e Bernardum de Cesena, burgensem Syi, i due publici extimatores comunis Syi, Raffael Ioxepe et Ianotus de Mediolano, [bu]rgensses Syi, Iohanne de Ancona condam Petri, Colla Boçutus de Neapoli, speciarius, ma anche Manuel de Parma, Bartholomeus de Padua, Thomas de Loreto, tutti burgensis Syi.
La restante parte indicava invece al notaio la città di provenienza: Simon de Aversa regni Neapolit qu. Henrici e Jacobus de Simonino de Anchona, Jacobum Faxolum d’Ast , Ambrosia Prana de Mediolano. Lo stesso facevano i greci non nativi: Anthonius Petri, balistarius de Constantinopoli, Michael de Famagusta quondam Georgii, Antonio de Iacobo de Metelino e gli stranieri come Catip Bassa Turchi de Bergamo.
Mentre la qualifica di burgensis o civis era legata a specifiche condizioni di nascita o acquisizione ed era in genere definitiva, quella di habitator sembra fosse temporanea e dipendente della residenza: per questo troviamo oriundi di Pera o Genova chiamati habitor Crete o habitator Veneciarum e molti habitatores Chii, in genere provenienti da aree non genovesi, inclusi greci ed ebrei.
Era inoltre possibile che, avendo un recapito sull’isola, un individuo fosse considerato habitator Chii pur mantenendo la propria cittadinanza d’origine, oppure avesse una doppia qualifica di civis et habitator Syi (come Donainus de Via e Thomas de Pergamo o l’ebreo Moyses de Meir) o di burgensis et habitator, distinguendo chiaramente l’appartenenza alla comunità cittadina dalla residenza.
Più numerosi i soggetti qualificati in questo secondo modo, come i testimoni dell’atto del 8 novembre 1359, Nicolaus Bergadanus, Nicolaus Torrelus, Julianus Badachinus, Nicolau Rezanus, faber, burgenses et habitatores Syi498 o del 16 marzo 1381: […] presentibus testibus Richiardo de Nigro, Archerio de Nigro, fratribus, Nicolao Lagorio de Saona quondam Iacobi, burgensibus et habitatoribus Syi.
Non si tratta di una particolarità di Chio, in quanto troviamo anche: […] presentibus testibus Laurentio Carena quondam Gabrieli , Iohanne Logio de Arenzano et Paulo Savina, notario, civibus et habitatoribus Ianue, o Iohanne de Goascho , Paulo Savina, notarii et Iohanne de Goano, civibus et habitatoribus Ianue.
Da notare infine che la doppia qualifica non era ad esclusivo appannaggio dei latini: […] presentibus testibus dicto Nicolao Moschambario, interpetre, Anthonio de Pinu quondam Dominici et Sergio Protomastro,magistro axie, habitatoribus et burgensibus Syi, ad hec vocatis et rogatis.
Il resto della popolazione rientrava nelle categorie subditi et incolae, dove i primi erano i greci, soggetti alla dominazione genovese definiti normalmente grecus de Syo o grecus Chiensis, e i secondi gli abitanti stabili dell’isola non greci. L’importanza degli atti non toglie tuttavia i dubbi sulla loro precisione, dati i numerosi casi nei quali mancano elementi di qualificazione dei soggetti o quelli in cui uno stesso individuo compare con qualifiche differenti.
Oltre a Pasqualino di Pontremoli vi sono i casi di Andriolus de Castiliono quondam Bernabe che il 13 marzo 1381 viene indicato come burgensis Syi e il 26 marzo habitator Syi; di Anthonius de Turri, interpres curie Syi che il 9 gennaio 1381 è habitatore civitatis Syi, il 10 burgensis Syi e il 7 febbraio di nuovo habitator, e di Antonius Sagimbem che risulta il 4 marzo 1394 burgensis Syi, il 10 marzo habitator Syi e il 30 luglio di nuovo burgenssi. È lecito dubitare che si tratti di un cambiamento di status giuridico.
Vi sono infine termini generici quali grecus o de Chio, per i quali possono solo essere avanzate ipotesi: de Syo potrebbe essere stato usato sia per i greci (come Iane Coresio) sia per individui di altre nazioni, mentre grecus per allogeni dall’isola.
Un altro aspetto problematico dell’utilizzo di documenti notarili si riscontra negli studi toponomastici: in genere venivano mantenuti i nomi originari, ma trascritti come intesi dai latini, e spesso con un’approssimazione e variabilità che fanno pensare si tratti di denominazioni occasionali e non codificate stabilmente.
In modo analogo l’uso degli stessi per effettuare un computo della popolazione può solo dare risultati approssimativi e limitati all’arco di tempo degli atti analizzati: le percentuali calcolate da Balard in base agli atti redatti tra il 1394 e il 1408 non saranno valide per i periodi seguenti, dovendo tener conto di numerose variabili tra le quali emigrazioni, immigrazioni, pestilenze, incursioni piratesche, guerre.
Altre fonti non presentano minori problemi, come si nota dalla discordanza tra un manoscritto anonimo di metà XVI che parla di 120.000 abitanti e Umberto Foglietta che nel 1575 ne calcola 90.000.
Risulta in ogni caso particolarmente interessante il rapporto del podestà Fatinanti del 1395 che, a fini esattoriali, riporta dati numerici relativi anche alla popolazione greca, con 2.142 capifamiglia greci e circa 400 di origine occidentale, per un totale approssimativo rispettivamente di 10.000 e 2.000 persone. Alla fine del XIV secolo i Latini corrispondevano quindi a un quinto della popolazione greca locale, a metà XV risulterebbero circa 4.000 su 50-60.000 abitanti mentre nel 1566 da rilevamenti turchi i non-greci dell’isola sarebbero stati 500.
Questo tipo di calcoli inoltre deve tener conto che i documenti studiati sono solo una parte di quelli originariamente redatti dai notai latini, la cui clientela era costituita principalmente da Occidentali.
I vincoli a proposito della residenza nell’isola rendevano Greci ed Ebrei poco propensi a considerare le proprietà immobiliari come investimenti commerciali e ciò spiega il loro minor coinvolgimento nelle negoziazioni di immobili, ma la ragione principale della carenza di atti che li riguardano è un’altra. Benché essi ricorressero talvolta a notai latini ( anche quando le parti in causa appartenevano entrambe alla medesima comunità), è probabile che ciò avvenisse principalmente quando era coinvolta una corte di giustizia genovese. Se sono noti vari nomi di notai greci, diversa è la situazione per la comunità giudaica: si pensa che anche loro avessero notai propri che gestivano le questioni riguardanti solo ebrei, ma al momento non risultano esserci documenti che lo possano provare.

Il ricorso da parte dei greci al notariato latino, la diffusione del plurilinguismo e dell’interculturalismo, la partecipazione dei nativi alla vita economica e amministrativa dell’isola, i matrimoni misti e la convivenza dal punto di vista religioso e urbanistico rappresentano gli elementi più evidenti della commistione tra le principali etnie chiote.

Aspetti giuridici
La legislazione genovese, a cui si aggiungevano in circostanze particolari gli editti promulgati dai podestà, era estesa anche agli stranieri di origine latina, ai Greci e agli Ebrei; il ricorso a notai genovesi implicava anche l’accettazione di usi e norme occidentali. Abbiamo ad esempio l’istituzione di dote ed antefatto (controdote) anche in matrimoni tra e con ebrei e greci: Lazarino Nicolao de Rapallo interpretante, Nicolaus Francus, quondam Georgii Carvegni Franchi, habitator Syi riconosce di aver ricevuto da Christoforo de Costa, burgensi Syi, 250 iperperi di Chio, come dote di Mariete filie quondam Iohanis de Costa, […] et fecit dictus Nicolaus antefactum sive donacionem propter nupcias dicte Mariete secundum morem et formam capitulorum civitatis Ianue.
La legislazione genovese si applicava alla concessione della maggiore età a 18 anni, e non a 25 (come da tradizione imperiale greca), e all’emancipazione dei minori sia occidentali, come Raffael de Podio quondam Guliermi, etatis veniam consequtus e Iacobus Torsellus filius emancipatus, sia greci: Theodorum Tetragoniti, filium quondam Georgii Agelastri, petentem et requirentem sibi etatis veniam dari […] testificatis fuerunt dictum Theodorum complevisse dictam etatem annorurn decemocto et esse sapientem, instruosum et discretum ac sagace ad ornnia et singula sua gerenda, tractanda et administranda negotia in iudicio et extra, absque aminiculo curatoris et cuiusvis alterius aministratoris, et viso et cognito ex aspectu prefacti Theodori quod ipse dictam complevit etatem, ac viso capitulo posito sub rubrica "De venia etatis minoribus concedenda", et volens unicuique de sui iusticia providere causa plene cognita, dedit, tribuit et concesit predicto Theodoro, presenti, petenti et volenti, etatis veniam. […] non obstante quod dictus Theodorus sit minor annis vigintiquinque[…]
Al contrario di quanto avveniva a Genova non si riscontra quasi per nulla la partecipazione femminile al mondo degli affari, principalmente per la scarsa presenza sull’isola dell’elemento muliebre occidentale e non per particolari restrizioni dei diritti delle donne, che potevano anche avere la cittadinanza.
Troviamo però donne greche ed ebree che, alla pari di quelle occidentali, erano tutrici dei propri figli, esecutrici testamentarie delle volontà dei mariti, destinatarie di eredità, legati e doni e che a loro volta lasciavano testamento. Domina Petra filia quondam Petri Justiniani et uxor domini Pantaleonis Argenti quondam Johannis per dei gratiam sana mente et intellectu volens testari per presens nuncupativum testamentum quod sine scriptis dicitur de se et de bonis suis disposuit et ordinavit ut infra.
Se il marito voleva vendere una parte dei beni della coppia, la donna doveva dare l’autorizzazione e rinunciare ai propri diritti a favore del coniuge e in caso di assenza prolungata dello sposo, occasione frequente in una società mercantile come quella chiota, egli poteva autorizzare la moglie a intraprendere azioni legali, le quali però dovevano sempre essere approvate da due parenti o vicini: […] faciens in presentia hec omnia et singula et cum consensu et consilio Michali Carvogni Scrigni et dicti Vataci de Folia, suorum vicinorum, proximiorum et viri sui, ut dixit , loco propinquorum, quos ad presens non valet habere, iurantium ad Sancta Dei Evangelia, corporaliter tactis Scripturis, se credere hec omnia fore ad utilitatem et commodum dicte Marie et non ad ipsius damnum nec lesionem, necnon de adventu viri sui infra menses sex non speratur.
I diritti femminili erano così limitati dalla necessità del consenso del marito o di parenti maschi o di vicini, anche se si trattava di disporre di beni personali; le donne dovevano farsi quindi rappresentare da procuratori, membri della famiglia o uomini di fiducia: Mariola filia quondam Aloscij Pisis et uxor Anthonj de Meteleno speciarij non valens in judicio accedere quia mulier omni modo jure via et forma quo ut melius potuit et potest fecit et constituit ac loco sui posuit et ponit suum certum nuntium et procuratorem filipum de Meteleno filium dicti Antoni et generum ipsius Mariole absentem tamquam presentem.
Il 18 giugno 1453 Marola, presunta vedova di Micali Apacsi, in presentia Luce de Luco, Teodori Dromaeati et Leonini Terandafilo Greci, vicinorum dicte Marole, loco propinquorum, nominò suo procuratore l’occidentale Angelo di Langasco con la condizione che si dictus Micali Apacsi, vir suu , viveret, presens in instrumentum procure locum non habeat, sed sit cassum, nullum et irritum tanquam factum non fuisset; si vero mortuus erit, locum habeat presens instrumentum.
Il 17 giugno 1394 il medico ebreo Eliseo Calaihi compare in un atto di vendita come “procurator et procuratorio nomine Meliche, filie quondam Ellie Salomonis iudei, et uxoris quondam magistri Ismail iudei” e qualche mese prima risulta: Magister Elixeus Calaihi, iudeus, phisicus, actor et actorio nomine Meliche, filie quondam Elie Salomonis iudei et uxoris quondam magistri Ismaili iudeo, tutricis testamentarie et tutorio nomine Godidie, fillii et heredis in solidum dicti quondam magistri Ismail […]Et de aprhensione hereditatis dicti quondam magistri Ismail, aprehense per dictam Melicham tutricem, nomine dicti Godidie, filii sui minoris […] Le stesse formule le troviamo riguardanti donne occidentali: […] actorio nomine domine Branchaleone, matris, tutricis et curatricis filiorum suorum et filiorum et heredum quondam domini Nicolai Iustiniani […] nella procura che alcuni Maonesi rilasciarono nel  per trattare con il comune di Genova il rinnovo della convenzione: […] procurator domine Theodorulle, uxoris condam domini Hieronimi Paterii, tutricis et pro tempore curatricis filiorum et heredum dicti condam domini Hieronimi.
Data la maggior mortalità maschile e la legislazione riguardante le vedove, non è raro trovare donne che avevano contratto seconde nozze, come Thedora, filia quondam Georgii Foliarani, uxor quondam Francisci Celesie, et nunc uxor Dominici de Calizano, burgensis Syi; Giamidena, prima uxore condam magistri Solomie Salonichey et ultimate uxore condam Gigel de El; Mareta filia q. Guillelmi Domice olim uxor Marcii balador de moia et nunc uxor Nicolai de Recho e Antonucia quondam Antonii Catalani burgensis Chii et olim uxor Michelini de Landriano et nunc uxor Baptiste de Marcha de Ancona speciarii in Chio. Eccezionalmente alcune addirittura arrivarono al terzo matrimonio, come Ginevra , figlia di Domenico Bexegninus, vedova di Giacomo Romano e poi di Michele de Insula di Savona, sposata poi con Giacomo Vinacia di Albenga.

Aspetti linguistici
La stipulazione di contratti tra soggetti di etnie e idiomi differenti rendeva talvolta necessario il ricorso all’interprete. Erano in genere di origine occidentale e spesso genovese, ma potevano anche essere greci, come Leon Vastarchi, scriba di Chio, greco al servizio dei Maonesi. La lingua ufficiale nella pubblica amministrazione era il latino, nei rapporti ufficiali e nei bandi pubblici veniva spesso usato l’italiano-genovese, ma nell’isola la maggior parte della popolazione parlava greco. Per questo tra gli stipendiati della Maona vi erano interpreti ufficiali della curia e banditori in lingua greca. Costa Campanari placerius curie Syi retulit se hodie de mandato dicti domini potestatis publice et alta voce proclamasse et exposuisse per Bazale Syi et alia loca consueta in lingua greca in omnibus et per omnia prout superius continetur.
Da una delibera del 23 luglio 1417 a proposito dell’amministrazione dell’isola e in particolare sul numero e lo stipendio dei dipendenti: […] Item deliberaverunt quod interpretes, placerii, substaliarius, tubatores et sonatores elligantur et ponantur more solito et ad stipendia et salaria solita. […] L’interprete ufficiale interveniva anche in atti tra privati, come Nicholao Moschambario, interpretante Teofilatto di Cipro, che recedeva da un acquisto immobiliare e cedeva i propri diritti al socio ligure, o Anthonio de Turri, interpetre curie Syi per Georgius Cosonergi, grecus de Syi.
In genere l’incarico dell’ interpres era quello di traduttore, si suppone non solo dalla lingua dei contraenti al latino per trasporre la loro testimonianza, ma anche l’inverso, per garantire la comprensione vicendevole e l’esattezza del contenuto555. Ciò accadeva quando i soggetti erano di etnie diverse tra loro, ma anche tra membri della stessa comunità, ad esempio greca, che ricorrevano a notai latini. Benché non siano noti documenti in doppia copia bilingue, sappiamo che talvolta veniva richiesta la redazione ‘more ianuensi, in lingua latina et in greca’ e abbiamo atti con parti in greco, a volte semplici sottoscrizioni, a volte testimonianze.
Da un atto del 18 novembre 1450: […] Qui quidem Johannes [Paterius] ipsum Matheum [Chalori] convocari fecit coram dicto domino vicario pro ratione et actione ipsius Johannis et ipsum Matheum interrogari fecit singulatim de partitis predictis et tam de forma securitatis predicte quam non potuti illo pretio et sub illa forma reperiri quam pro se assicurari faciat more nostro januensi quam in lingua latina et in greca pro cautela et interpretante Angelo de Rimini sponte confessus est […] Anche gli ebrei ricorrevano a notai occidentali e ugualmente necessitavano a volte dell’aiuto di un’interprete, anche se non è specificato se questo traducesse dall’ebraico o se i contraenti giudei parlassero greco.
La professoressa Balletto definisce Simone Perello di Voltri “interprete di ebraico” ma nei documenti in cui sono coinvolti ebrei compare solo Simon Perellus de Vulturo interpetre in predictis o interpretante in predictis, mentre altrove viene indicato come Simone Perello de Vulturo, notario, presente interpretrante de greco in latinum. Similmente Pistarino, riportando della presenza di Lazzarino di Rapallo come interprete in un contratto tra ebrei, afferma “Lazzarino conosce quindi l'ebraico” benché nell’atto egli venga menzionato, tra i testimoni, solo come Lazarino de Rappalo interpretre. Elemento a favore di questa ipotesi potrebbe però essere la presenza di una casa in contracta Iudayce, cui coheret […]ab oriente domus dicte Nachama et in parte domus heredis condam Lazarini de Rapalo. Se Lazzarino abitava nella Giudecca, è possibile, ma non certo, che egli sapesse l’ebraico.
La presenza di interpreti che conoscevano il greco anche in atti riguardanti giudei, senza però alcun indizio che possa far pensare ad una conoscenza dell’ebraico, potrebbe significare che questi giudei parlassero greco.
Bartolomeo di Pontremoli, interprete ufficiale della curia, e il notaio Antonio de Florio, entrambi intepretanti in atti riguardanti ebrei, come anche Dominicus Gardinuus interpres curie spectati domini potestatis predicta interpretans costituiscono altri esempi. Anche a Chio, come nel resto del mondo genovese, vi erano i dragomanni (o turchimanni), interpreti tra Europei e popoli mediorientali, che secondo Buongiorno erano “l'unico pubblico ufficiale in Oriente (ma ciò doveva valere anche per resto del mondo allora noto) per lo più privo di cittadinanza genovese”.
Oltre all’ interprete comunis, dipendente della curia genovese di Chio, e a coloro che svolgevano in proprio l’attività, vi erano interpreti occasionali, come Vassalo de Sigestro, interpetrante de greca lingua in latina per Ihera Michelina che era comito galee Maone Syi. Anche questi potevano essere di origine sia greca sia latina: troviamo Vatacio quondam Georgii de Folia, interpretante de latina in greca locucione e Sidero Criti Scharamanga , greco, locucionis latine gnaro, interpetrante de greca in latina locutione e Antonio Martello e Giovanni di Rodi, interpreti de lingua morescha in latina et converso fra un turco ed alcuni mori dei Tripoli di Barberia.
A volte gli interpreti, soprattutto se interpres curie Chii, appaiono tra i testimoni senza alcun esplicito riferimento alla loro funzione, come la dicitura ‘interpretante’, e quando i contraenti sono tutti latini, come nel rogito a cui assistette l’interprete ufficiale della curia Raffaele de Assereto, pare incontrovertibile che questi fossero semplici testimoni.
Balard sembra ritenere che a volte la funzione di interprete possa essere implicita, come a proposito del notaio greco Giovanni Coressi , spesso usato come testimone dai suoi colleghi genovesi, “senza dubbio per l’assistenza linguistica che rendeva ai suoi compatrioti”. Bisogna però considerare che egli è presente non solo in atti nei quali sono coinvolti greci, come Micali Neamoni, ma anche in transazioni commerciali tra occidentali: Petrus Gallus, burgensis Chii, vendidit, cessit et tradidit Gabrieli Castagner de Maiorica, presenti et ementi, quemdam sclavum de proienie Burgarorum,[…] Testes Iohannes Coressius notarius et Iohannes Tondus censsarius.
Differente la situazione riguardante Lazarinus Nicolao de Rapalo (o Lazarinus Nicolaus de Rapallo), che abbiamo visto fungere da interprete e notaio, ma che molto più spesso figura come testimone.
Balletto, considerate anche le date topiche della maggior parte degli atti nei quali compare, ipotizza che Lazzarino (o Lazzaro) di Nicola di Rapallo ricoprisse qualche carica nella curia podestarile. Si potrebbe quindi prendere in considerazione l’eventualità che pubblici dipendenti, di provata fede e già presenti sul posto, venissero utilizzati come testimoni. È interessante notare infine la possibilità che vi fosse una sorta di tradizione familiare, in quanto in documenti del 1394 sono presenti come testimoni Nicolao de Rapallo, interpetre, cive Syi, et Lazarino de Rapallo , quest’ultimo essendo Lazarinus de Rapallo, filius Nicolai. Esistono anche numerosi atti, stipulati tra membri di comunità diverse, senza la presenza di interpreti, perché i contraenti conoscevano il latino, come Costa Gordatus, campanarius, grecus, habitator insule Syi, latine locucionis gnarus.
Il ricorso agli interpreti sembra poi diminuire nel corso del tempo, nonostante l’ufficio dell’interprete della curia continuasse ad esistere, ed è plausibile che il fatto sia da attribuire alla diffusione di una sorta di lingua franca e del bilinguismo.
Nel 1544 il viaggiatore francese Pierre Balon aveva notato infatti come, accanto al greco, gli abitanti di Chio parlassero “un italien corrumpu, comme est le genovois”. La lunga coabitazione ed i contatti quotidiani fra le varie componenti etniche portarono inoltre all’inserimento di nuovi termini nei rispettivi dialetti. Negli atti dei notai ritroviamo parole dal mondo arabo (ad esempio calafactus, per qualificare gli artigiani che catramavano le navi), turco (turcheschum, per indicare una barca di 15 banchi usata dai Turchi), tartaro, armeno e naturalmente greco: […] Chilisima τῆς paradaghmas habet […] […] Chisilima τοῦ Maurogordato habet in Lemene unum modium. […] […] domu diruta, sita in burgo Chii, in contracta de Egrerno, cui eonfinis est ab una parte domus Costa tou papa Nicola […].
Verosimilmente l’influenza nella lingua parlata dagli Occidentali fu ancora maggiore. Allo stesso modo i Greci di Chio adottarono elementi del vocabolario genovese come di quello armeno o tartaro; ancora oggi nella parlata neogreca di Chio sono riscontrabili numerosi ligurismi, conseguenza del radicamento del genovese a livello popolare e della diffusione del bilinguismo in epoca ‘latina’.

Aspetti economici e politici
La convivenza tra Occidentali ed Orientali si estendeva anche in campo economico e, in misura minore, in quello amministrativo. Oltre ad essere ufficiali di provvisione e scribi presso la curia, i Greci potevano far parte di alcune commissioni insieme ai Latini già dal 1346, quando una commissione mista si occupò di stabilire il prezzo delle 200 abitazioni all’interno del castrum che i Greci dovettero consegnare ai conquistatori.
Una commissione, formata da due genovesi e da due Chioti, giudicava i ricorsi contro le decisioni del Podestà se i richiedenti non erano di Chio598; un’altra, composta da due Maonesi, un borghese e un arconte greco, si occupava dell’edilizia. Abbiamo notizia di greci tra i membri dell’Officium Maris negli anni 1526-1527, e come ufficiali dell’akrostikon.
Anche se alcuni notabili chioti partecipavano alle attività commerciali a fianco dei Genovesi , come Leonida Argenti nel commercio del mastice e Antonio Argenti in società con Niccolò di Olliverio e Giacomo Coronato, la maggior parte degli uomini d’affari greci, come molti banchieri, appartenevano ad altri ambienti, meno elevati.
Anche membri di altre comunità orientali, come gli Ebrei, collaboravano con i Latini: il rabbino Elias investì nel grande commercio fornendo 300 ducati ad una societas di 8.800 ducati formata da mercanti genovesi; mastro Eliseo, un altro ebreo, partecipò con alcuni occidentali all’assicurazione della cocha di Bernabò Dentuto; il suo correligionario Natam s’impegnò a trasportare 200 barili di grano per conto dell’ Officium provisionis de Chio. Alcuni atti testimoniano anche di rapporti economici con i musulmani: Cagi Mostaffa turchus de Bursia rilasciava una quietanza liberatoria al già nominato Elie sacerdote iudeo, il quale riconosceva di dovere al turco 13 casse di mastice e nel 1414 Domenico Giustiniani commerciava con Sapihi Bayazit quondam Jhacsi, Turchus de Cazali isich obasi.
In particolare l’atto di Giovanni Balbi è interessante per la varietà etnica dei testimoni , incluso un interprete de linqua turcha in latina: Presentibus testibus, Galvaro de Levento, Bartholomeo de Portufino notario, Lanfranco Paterio, Micalli Verioti de Foliis veteribus Grecho, Bayrambey Turcho de Smirris quondam Ezedim, Elies Turcho de Smirris quondam Tagdira et Cristoforo Picenino interpetre civem Chii lingue turche ex parto interpretante ad instanciam dicti Sapihi Bayazit de linqua turcha in latina […]
Alcuni Chioti si associavano ai Latini nell’effettuare assicurazioni o investimenti commerciali, nel noleggio e nella proprietà di imbarcazioni, ma queste compagnie miste operavano solo con navi di piccole o medie dimensioni.
Tenendo conto che nella documentazione presa in esame compare di preferenza l’elemento latino perché quello greco si serviva di propri notai, le professioni artigianali e le attività bottegaie sembrerebbero per la maggior parte in mano a occidentali, ma vi erano sicuramente anche maestranze locali: Greci speziali, bazarioti, sarti, magistri axie, macellai, fabbri.
Talvolta i maestri di una stessa arte per aiutarsi vicendevolmente si univano in una sorta di associazione, che poteva comprendere etnie diverse, come nel caso dei falegnami Paolo di Rapallo del fu Giovanni e Filippo di Prato del fu Battista, abitanti a Chio, che fornirono aiuti pecuniari al falegname Manoli di Costantinopoli; di un fabbro latino in società con uno greco, e di un altro, originario di Costantinopoli, che divenne debitore di due colleghi latini che vivevano a Chio.

Aspetti religiosi
La volontà di favorire le attività economiche, soprattutto mercantili, comportò la concessione di privilegi anche a non-genovesi, permettendo la nascita di un ceto dirigente multietnico che prosperava e si rafforzava grazie ad alleanze di tipo economico e a matrimoni misti tra appartenenti a differenti gruppi etnici, ma in genere del medesimo ceto sociale ed economico. Le unioni latino-orientali erano molto frequenti nella cerchia dei Maonesi: Perpetua, figlia di Francesco Giustiniani olim de Campis, sposò Iane Demerode de Pera e Nicola Pallavicino si unì a Mariola, figlia di Iane Catracari Petrocochino e di Calicardina filia Georgii Catacato.
Giovanni Giustiniani olim de Furneto lasciò vedova la greca Angelina, figlia di maestro Siderus, e la loro figlia Genevra nel 1408 si dichiarava vedova di Giovanni, figlio di Georgios de Lo Gramatichi, abitante di Andros.
Nel 1450 Benedetta, figlia di Cristoforo Giustiniani de Garibaldo sposò Lazzaro Argenti del fu Stefano; nel 1472 Pantaleo Argenti del fu Giovanni ereditò tutti i beni della moglie Pietra, figlia del fu Pietro Giustiniani, e Johanne Argenti era cognato di due Giustiniani. Si trattava di scelte politiche ed economiche: tali unioni creavano connessioni tra l’élite della società genovese e la nobiltà di Chio, contribuivano a soffocare l’eventuale ostilità degli arconti greci, associandoli con legami di parentela alla fortuna dei nuovi padroni, e permettevano alle famiglie latine di acquisire possessi fondiari.
I Latini si ellenizzarono e i Greci vennero talvolta insigniti della cittadinanza genovese o addirittura accolti negli alberghi, come i Coressi nei Calvi, gli Argenti nei Gentile, i Paterio di Chio nei Grimaldi, i Casanova di Chio nei Sauli. Gli esempi in nostro possesso si riferiscono per la maggior parte al ceto medio-alto, ma è probabile che unioni miste si verificassero a tutti i livelli sociali, con una prevalenza di legami tra donne greche e uomini latini.
Le donne occidentali, già non molto numerose, pare fossero più propense a contrarre matrimoni con compatrioti, ma la popolazione maschile latina, a cui si aggiungevano gli immigrati, che arrivavano in genere scapoli, era molto maggiore e ricercava le proprie mogli nella media borghesia chiota.
Nel 1381 Angelus de Siena lasciò vedova Calogrea Evedochia, figlia di un papas; Niccolò de Passano sposò nel 1404 Therana Gomarina; Paolo Dante era sposato a Vedochia maistra, figlia di un notaio greco a Focea e nel 1466 Giovanni de Moncelis divenne il marito di una donna greca di Volissos.
Le unioni tra Latini e donne orientali contribuivano in maniera minore al processo di assimilazione a causa del ‘potere’ paterno che faceva sì che i bambini fossero naturalmente portati ad adottare i costumi e i modi di vita occidentali. Vi erano, anche se forse più rari, matrimoni tra ebrei e latini: Isolta del fu Antonio de Bozolo nel 1436 risulta essere vedova di Melchione Josep, senza dubbio ebreo. Una delle loro figlie, Diamante, sposò Anfreono Cattaneo del fu Lodisio, cittadino genovese, e un'altra un ligure. La presenza di 7 famiglie di stirpe genovese tra le 37 che componevano l’aristocrazia isolana dopo il 1566 è indice di un’integrazione riuscita, che proseguì con matrimoni misti tra Chioti e Genovesi anche dopo la fine del dominio dei Giustiniani.
Le unioni miste non determinavano necessariamente la conversione di uno dei due coniugi. Se Michele Arglero lasciò il culto ortodosso per quello cattolico della moglie, in alcune chiese a doppia navata, probabilmente costruite da famiglie nobili nelle quali erano avvenuti matrimoni misti, praticavano sia gli Ortodossi sia i Cattolici Romani. La convivenza non era naturalmente esente da difficoltà, molte proprio in ambito religioso.
La religione fu uno degli strumenti utilizzati da Genova e dalla Maona per cercare di assimilare e stabilizzare il territorio conquistato, ad esempio insediando ordini monastici occidentali in sedi dalle quali erano stati espulsi monaci orientali.
Le maggiori chiese, monasteri e conventi erano in mano agli ordini dei frati minori, di San Francesco, San Domenico e San Agostino, e accanto al vescovo ortodosso l’isola aveva un vescovo latino.
Dopo la caduta di Costantinopoli, nonostante la chiesa greca di Chio avesse prestato atto di obbedienza a papa Nicolò V, le chiese romane e quelle ortodosse continuarono a rimanere separate. Le prime, rappresentanti il ‘partito’ dei vincitori, erano prevalenti nei centri urbani, mentre gli ‘sconfitti’, soprattutto nelle campagne, restarono legati alla propria fede. Benché i Greci fossero riluttanti a pagare le decime che contribuivano al mantenimento della curia latina, i contrasti tra ortodossi e cattolici non riguardavano tanto la popolazione quanto i due cleri, con il coinvolgimento del governo dell’isola.
Fonte di dissidi erano i beni ecclesiastici ortodossi, per esempio quelli confiscati dalla Maona di cui la Chiesa latina reclamava il possesso. Il monastero di San Giorgio de Sycosii o Sichesy, fu causa di tensione tra clero greco e latino, quando nel 1460 venne decretata l’espulsione del papas greco Cachanato e di Calogero Lambino e riconosciuta ad alcuni membri di famiglie genovesi la facoltà di nominare il gamonum et rectorem. Nel 1509 fu trasferito d’autorità dal clero ortodosso al clero romano, insieme ai ricchi proventi, il monastero di Nea Moni (Νέα Μονή), il principale centro religioso di Chio per secoli e uno dei più importanti monumenti bizantini in Grecia.
Il clima si fece più teso negli ultimi anni della dominazione genovese a causa dell’opera di alcuni esponenti di rilievo del clero cattolico. Negli anni 1558-1562 l’inquisitore Antonio Giustiniani guidò la ricerca di eretici e, considerando tali anche i musulmani, propose di sottoporli al tribunale dell’Inquisizione, causando forti tensioni con il sultanato turco.
Il vescovo Timoteo Giustiniani, che cercò di estendere la propria giurisdizione anche sul clero greco e nel 1564 fece pubblicare nell'isola i decreti del Concilio di Trento, fu protagonista di un conflitto giurisdizionale con il Podestà Vincenzo Giustiniani che era ancora in corso quando i Turchi conquistarono Chio.
In generale per quanto riguarda la popolazione si può però parlare di tolleranza religiosa, che insieme ai matrimoni misti e alla convivenza quotidiana, anche sotto l’aspetto urbanistico, crearono le condizioni per una concreta assimilazione. Se inizialmente vi era una separazione più marcata tra genovesi e non (centro e periferia), col tempo le distinzioni divennero di carattere socio-economico.
I greci continuarono a vivere a fianco degli Occidentali, in case e botteghe confinanti, nel castrum e soprattutto fuori dalle mura, dove la commistione etnica era maggiore, ad esempio nei quartieri di Vlataria, Parrichia e Neocorio.
In contrata Neocorio ad esempio a metà del XV secolo il fabbro Giovanni di Molassana vendette una casa a Sargi Gordati e il tintore Ambrogio di Milano comprò da Antonio de Bozolo un’abitazione cui coheret antea via publica retro Jane Angelus ab uno latere Comenena uxor quondam Cupohari et ab alio latere Georgius Tritachi.
Nel 1381 Tomena quondam Marchi Pilosi, vedova di Cristoforo Trotti di Alessandria vendette ad Antonio Menini di Rapallo una casa posita in civitate Syi, prope contratam Mastici, cui coherent a duabus partibus via, ab uno latere domus Coste Rodei, retro domus domini Anthonii de Rocha.
Nel 1394 papa Nicola Triandafilo de Crionia possedeva una casa in contrada Sant’Antonio, la cui proprietà confinava con quella di due occidentali: […] positam in castro Syi, in contracta sancti Antonii, cui toti coheret antea via publica, retro in parte quedam domus sancti Antonii et in parte allia domus Bartholomei de Loxis de Finario et ab a11io latere domus Georgii de Sadra,[…].
La vedova di Giovanni di Luna viveva accanto a Goardatus Tisplasmisas nella strada principale della cittadella, il carrubeus rectus, e possedeva nel bazar una bottega vicina a una posseduta dalla famiglia Argenti (apotheca Argenti Livii). Nel 1450 Paolo Campi Giustiniani quondam domini Baptiste vendette apothece quam ipse Paulus habet pro indiviso cum Enrico et Edoardo Justinianis fratribus filiis et heredibus quondam domini Francisci cui coheret ab uno latere Costa Caranoni quondam Chrotochi et ab alio latere megazenus Ducha Petrocochino […]
Nel 1452 il negozio di Georgius Coressi in contrada S. Georgii si trovava accanto a quello di Paolo Giustiniani de Furneto e nel 1461 la vedova di Iohannes Ducas Petrocochini possedeva una casa dentro le mura.
Ugualmente troviamo: Tommaso Spinola, que domus est Cimito Iudei, sita prope muro Chii, in extremitate Iudaiche , l’ebrea Jhera Michelina che nel 1381 condivideva con Giorgio Virmilia, ‘borghese’ di Chio, una casa nella contratta di Giovanni Giustiniani de Campis, all’interno della cittadella, e Enrico Giustiniani e Giacomo di Passano che abitavano in due case nella Giudaica.


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NUCLEI FAMIGLIARI DA GENOVA A CHIO NEL QUATTROCENTO
Il questo link uno studio di Laura Balletto su come i Giustiniani seppero interessare allo sviluppo dei commerci di Chios anche i nativi isolani, che si sentirono così gradualmente, per così dire, genovesizzati, anche attraverso vincoli familiari. Oltre a tutto ciò, l’isola di Chios divenne ben presto meta d’un notevole afflusso immigratorio, che vide arrivare in loco non solo gente proveniente da Genova e dalla Liguria, ma altresì da altre regioni italiane ed anche extra italiane. Ed uno degli elementi che caratterizzò questa immigrazione - e che storicamente appare fra i più importanti ed interessanti - è rappresentato dall’afflusso nell’isola di Chio di più membri di un medesimo gruppo familiare, i quali talvolta, dopo un certo tempo, rientrarono in patria e talvolta, invece, restarono colà vita natural durante, vi defunsero e vi vennero sepolti. Gli esempi che, circa questo fenomeno, si possono trarre dalla lettura di anche soltanto una parte dei numerosissimi atti notarili pervenutici, redatti da notai genovesi e/o liguri nell’isola di Chios nel Quattrocento, sono molti e si riferiscono ai più diversi livelli della scala sociale.
GLI ORIZZONTI APERTI. PROFILI DEL MERCANTE MEDIEVALE , a cura di G. Airaldi, Torino 1997 © degli autori e dell'editore. (Indice. - Gabriella Airaldi, Introduzione. Per la storia dell’idea di Europa: economia di mercato e capitalismo. - Jacques Le Goff, Nel Medioevo: tempo della Chiesa e tempo del mercante. - Roberto S. Lopez, Le influenze orientali e il risveglio economico dell’Occidente. - Eliyahu Ashtor, Gli ebrei nel commercio mediterraneo nell’alto medioevo (secc. X-XI). - Abraham L. Udovitch, Banchieri senza banche: commercio, attività bancarie e società nel mondo islamico del Medioevo. - Nicolas Oikonomides, L’uomo d’affari. - Armando Sapori, La cultura del mercante medievale italiano. - David Abulafia, Gli italiani fuori d’Italia. - Gabriella Airaldi, Modelli coloniali e modelli culturali dal Mediterraneo all’Atlantico. - Jacques Heers, Il ruolo dei capitali internazionali nei viaggi di scoperta nei secoli XV e XVI. - Gabriella Airaldi, L’eco della scoperta dell’America: uomini d’affari italiani, qualità e rapidità dell’informazione)
“L’OCHIO DRITO DE LA CITÀ NOSTRA DE ZENOA” IL PROBLEMA DELLA DIFESA DI CHIO NEGLI ULTIMI ANNI DEL DOMINIO GENOVESE. di Enrico Basso tratto da: Associazione di studi storici militari
LE MONETE A CHIOS AL TEMPO DEI GIUSTINIANI
Si ringrazia in particolar modo il Prof. Andreas Mazarakis per il suo contributo alla stesura di questo paragrafo
MONNAIS INEDITES DE CHIO di P. Lambros, Parigi 1877 (testo in francese)
LEVANTINE HERITAGEE diversi contributi in inglese sulla storia delle famiglie levantine
I GENOVESI A CHIO (1346-1566). LA FORMAZIONE DI UNA SOCIETÀ PLURALE di Chiara Ravera.
NOTIZIE ARALDICHE E VICISSITUDINI STORICHE DELLE FAMIGLIE DI ORIGINE GENOVESE A CHIOS DOPO IL 1566
I GENOVESI D'OLTREMARE I PRIMI COLONI MODERNI STORIA DELLA CITTA’ DI GENOVA DALLE SUE ORIGINI ALLA FINE DELLA REPUBBLICA MARINARA
LINEE GUIDA DELLA STORIA GENOVESE 1339-1528
Presso la Libreria Bozzi di Genova si può trovare un ricco assortimento di testi sulla storia della Città e Ligure
LA BATTAGLIA DI LEPANTO 7 OTTOBRE 1571 (Pietro Giustiniani, Veneziano, Ammiraglio della flotta dei Cavalieri di Malta e Gran Priore dell’Ordine).
STORIA DI GENOVA, DEL REGNO DI SPAGNA IN ITALIA DAL 1600 AL 1750
MEMORIE DI GENOVA (1624 - 1647) di Agostino Schiaffino a cura e con introduzione di Carlo Cabella in Prima edizione nei "Quaderni di Storia e Letteratura": Settembre 1996. Opera completa.
IL REGNO VENEZIANO DI MOREA E L’ULTIMA GUERRA CRISTIANA CONTRO I TURCHI A SCIO DEL 1695
PIRATI E PIRATERIA NEL MEDITERRANEO MEDIEVALE: IL CASO DI GIULIANO GATTILUSIO di Enrico Basso. Stampa in Praktika Synedriou “Oi Gatelouzoi tìs Lesbou”, 9-11 septembríou 1994, Mytilini, a cura di A. Mazarakis, Atene 1996 (“Mesaionikà Tetradia”, 1), pp. 343-371 © dell’autore - Distribuito in formato digitale da “Reti Medievali”
HISTORE DE LA RÉPUBLIQUE DE GÊNES di Émile Vincens, un testo in francese del 1843, scaricabile gratuitamente su internet
CASTIGATISSIMI ANNALI DELLA REPUBBLICA DI GENOVA di Agostino Giustiniani, versione integrale del libro


Molto documentazione su questo periodo storico su:

Associazione Culturale Bisanzio    Reti Mediovali                                          



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Veduta di Chios - Cristoforo Buondelmonti, Liber insularum archipelagi XV secolo