VILLA GIUSTINIANI A ROMA

VILLA GIUSTINIANI A ROMA
ED IL “COLOSSO” IMPERATORE GIUSTINIANO


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Sul canto dello stradone di s. Giò Laterano, che conduce a S. Maria Maggiore, a mano destra è posta questa Villa, che ha un portone di magnifica architettura di Carlo Lambardi. Il casino è architettata del Borromino, e dentro ad esso, e per la villa sono sparsi molti marmi antichi tanto di statue, e busti, quanto di bassirilievi, tra i quali uno era il più bello, e il più conservato, che ci sia rimasto dall'antichità, è un bassorilievo scolpito intorno ad un gran vaso, collocato in cima ad un viale, e che si trova intagliato nel libro de' bassirilievi antichi, che si vende nella Calcografia Camerale a Monte Citorio (F. Titi, Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture esposte in Roma)

Così come le vicine Villa Altieri e Villa Astalli (su viale Manzoni), questa villa seicentesca comprendeva una vasta area a giardini ed una costruzione di limitate dimensioni, sopravvissuta alla edificazione intensiva della fine dell'800.
Villa Giustiniani al Laterano, oggi ridotta ai minimi termini tra Via Tasso, Via Berni e Via Matteo Boiardo (dov’è l’accesso attuale al n. 16), ma che in origine si estendeva dall’attuale Via Manzoni – chè è un tratto dell’antica Via Labicana – alla Piazza di San Giovanni in laterano e da Via Merulana – quella moderna, tardocinquecentesca, dove sorgeva l’ingresso monumentale – fino a Villa Astalli, il cui casino sorge ancora all’angolo delle Vie Emanuele Filiberto e San Quintino.
La grande villa voluta da Vincenzo Giustiniani in zona Laterano, immersa in un contesto dal carattere agricolo, e concepita come luogo di riposo, di incontro e, soprattutto come sede dove esporre parte della sua immensa collezione d'arte, fu edificata nel 1605. E scomparsa quasi del tutto alla fine dell'ottocento a seguito della lottizzazione dei terreni della villa. I Giustiniani non sono più da tempo i proprietari del Casino Nobile e del parco. Hanno venduto a seguito di avversità economiche alla famiglia Massimo che decidere di edificare la propria villa tra Via Merulana, via Manzoni e via Emanuele Filiberto, una zona che nel tempo ha acquistato un grande valore. Dell'antica villa rimane giusto un frammento: il Casino Nobile ed una particella infinitesimale del giardino che però non avranno vita facile.

La villa risale ai primi del Seicento, quando fu costruita su un terreno, coltivato a vigna, acquistato nel 1605 dal marchese Vincenzo Giustiniani, tuttora incerto l'architetto della palazzina, anche se taluni ritengono debba trattarsi di Carlo Lambardi per quel che riguarda il portale, oggi trasferito a villa Celimontana, e in Borromini per il casino. Mecenate e collezionista di opere d'arte, il marchese allestì una collezione di circa 1000 pezzi, considerata una delle più prestigiose dell'epoca. L’edificio d’inizio Seicento era caratterizzato da una notevole sobrietà: alla facciata, appena animata dall’aggetto della parte centrale, faceva riscontro sul lato opposto una semplicissima e nitida loggia a tre archi. Il marchese Vincenzo realizzò nel primo quarto del seicento la Villa al Laterano: il suo nome, nell’anno giubilare 1625, figura ancora sul portale d’ingresso su Via Merulana che dal 1931 è l’accesso da Piazza della Navicella a villa Celimontana.
Dall'inventario testamentario del Marchese Vincenzo, redatto nel 1638, si evince che a quella data l’allestimento della villa era ancora in uno stato embrionale: sebbene vi fosse documentato già un certo numero di sculture, infatti, il casino è definito ‘non fornito’, mentre dell’intera proprietà risulta sistemata solo la parte prospiciente la loggia. Si trattava di un piccolo giardino segreto racchiuso da muri sui quali si aprivano otto nicchie di peperino all’interno delle quali erano collocate delle statue (“…Giardino ò vigna vecchia posta a S. Giovanni Laterano incontro al Palazzo e la guglia che sta sulla piazza con alcuni cipressi, et altri arbori, alcuni de’ quali sono da frutto, con una torre vecchia, et un casino nobile non fornito et un giardinetto secreto e casetta per il vignaiolo con alcune fontane nelle nicchie del muro verso ponente”. Verso la piazza era invece “una fila di casette e hosteria”). Alcuni dei confini erano costituiti da semplici ‘fratte’.. Altre sculture erano disposte lungo il viale d’accesso – un Apollo e una Venere moderni- e nelle nicchie del portico; “la sala da basso” del casino ospitava alcuni rilievi antichi mentre nell’adiacente “sala grande” era l’unico dipinto presente nell’edificio, “un quadro sopraporto della città di Genova in tela alto palmi 8 e largo 18 incirca”. 
Villa Giustiniani sia nell'edificio che nei giardini era adorna di statue moderne e antiche secondo il gusto antiquario dell'epoca. Il casino, con facciata equilibrata e partita in due piani, è decorata da fregi marmorei e profili di imperatori e da inserti di bassorilievi antichi. il secondo marchese Giustiniani, il Principe Andrea Giustiniani, volle impreziosire le linee architettoniche del Casino della villa con alcuni pezzi della famosa collezione, impiegandoli sulle facciate dell'edificio.
L’attenzione riservata dal marchese nei confronti della villa trova puntuale riscontro nel suo testamento, nel quale egli sottolinea “il miglioramento fatto al giardino nostro di S. Giovanni Laterano con averci fatto condurre con spesa non ordinaria le otto once di Acqua Felice benignamente concessami dalla Santa memoria di Papa Innocenzo X da Porta Maggiore sino al Giardino : e di più, le fontane e i muri fatti”. Negli stessi anni Andrea aveva provveduto a far trasferire nella villa una parte dei quadri della collezione di famiglia, come è testimoniato da un inventario fatto stilare dallo stesso marchese nel 1662.
Vi risultano, infatti, ben settantun dipinti tra paesaggi, vedute, nature morte, ritratti e scene di genere, tutti temi particolarmente appropriati per una residenza suburbana. Sul finire degli anni Sessanta la villa aveva ormai raggiunto il suo assetto monumentale, come risulta dalla pianta di Roma realizzata dal Falda nel 1676. Nella pianta è perfettamente visibile la fontana realizzata da Andrea dopo la concessione dell’Acqua Felice. Concepita come elemento qualificante nell’organizzazione del giardino, era costituita da un fondale scenografico –una sottile quinta in muratura aperta da arcate- dinnanzi al quale era collocata la vasca. Questa costruzione, che sembra riecheggiare le mostre d’acqua realizzate tra la fine del Cinquecento e l’inizio del secolo successivo, non appare troppo dissimile da quella presente in villa Conti, indicata nella pianta del Falda come giardino dell’Orsini. Questo assetto resterà immutato negli anni successivi, come risulta dalle immagini della villa contenute nel Cabreo Giustiniani del 1687 (In quell’anno Caterina Gonzaga, vedova del principe Carlo Benedetto Giustiniani, aveva commissionato a Giovan Battista Cingolani un cabreo che documentasse l’intero patrimonio immobiliare di famiglia. La proprietà lateranense risultava dotata di “terreno per uso di ortaglia, giardinetto de’fiori, Vigna, Palazzino per uso di sua Eccellenza, case per uso del giardiniere, dell’ortolano e del vignarolo”, nonché di cinque fontane e due torri antiche. I disegni allegati alla descrizione mostrano perfettamente il casino, il giardino segreto cinto da mura e la fontana-mostra dinnanzi alla quale è un viale di cipressi intersecato nel mezzo da un secondo viale coperto a berceau. Ben altra importanza risulta avere nella testimonianza offerta dal cabreo, la villa fuori porta del Popolo, nella quale compaiono peschiere, un’uccelliera e una complessa partitura a parterre.
La palazzina era costituita da due piani, con una loggia al pianterreno, murata agli inizi del XIX secolo, ed una galleria al primo piano, chiusa per motivi di stabilità all'epoca degli interventi di Andrea Giustiniani sulle facciate. Il lato ovest della palazzina, quella che si affaccia su via Boiardo (nella foto in alto sotto il titolo), presenta, al centro della facciata, sopra il portale, il fronte di un sarcofago del III secolo d.C. raffigurante il mito di Achille e Sciro; le quattro finestre laterali presentano due medaglioni incorniciati da corone, quelle interne, e due bassorilievi raffiguranti il mito di Fedra e quello delle Muse, quelle esterne. Quattro fronti di sarcofagi, intervallati dalla colomba dei Pamphilj, stemma araldico della moglie Maria Pamphilj, formano invece la cornice marcapiano, al centro della quale è situato un balcone sorretto da un'aquila, stemma araldico dei Giustiniani.

Il Casino si presenta all'esterno secondo la sistemazione di Andrea Giustiniani Branca realizzata in occasione del suo matrimonio con Maria, la nipote diretta di Innocenzo X Pamphilj. Le facciate sono impreziosite da lastre di sarcofago risalenti al II secolo dopo Cristo, secondo una moda iniziata con Villa Medici e portata al massimo della sua espressione da Scipione Borghese nelle sue residenze. Ma anche da pastiche realizzati sempre utilizzando parti di lastre di sarcofago e busti di imperatori di officine romane. Le opere provengono tutte dalla collezione d'arte dello zio Benedetto Giustiniani, amalgamate in una narrazione unica grazie ad elementi architettonici creati appositamente: le cornici in gesso, i medaglioni ritratto, l'aquila araldica dei Giustiniani insieme con la colomba dei Pamphilj e le decorazioni del cornicione. Il tutto predisposto ad ingentilire un edificio elegante ed essenziale nelle forme ancora rinascimentali e a cantare le lodi di una famiglia che voleva le sue origini dall'imperatore Giustiniano.
Nel medioevo e nel rinascimento, ma anche in seguito fu consuetudine delle famiglie patrizie, specie se di recente fortuna, accreditare le proprie origini con genealogie che partendo dall’assonanza dei nomi finivano per agganciarsi a personaggi illustri della storia antica. Pretesa generalmente arbitraria e ancor più per i Giustiniani di Roma. Che per rendere visibile tale ascendenza, tra le sculture antiche della collezione fu scelto un colossale torso acefalo di marmo greco che nel 1638 su commissione del Principe Andrea Giustiniani, Arcangelo Gonnelli, uno scultore della cerchia dell’Algardi specialista in restauri secondo il gusto del tempo, integrò abbondantemente (per la testa si rifece ad un ritratto giovanile di Marco Aurelio) trasformandolo nel personaggio eponimo, raffigurato nel fiore dell’età .
L’opera di circa 4 metri ebbe diverse collocazioni fino a quella finale nella villa del Laterano. Alla nuova sistemazione provvide come ci informa l’epigrafe latina oggi murata sul lato meridionale del casino a sinistra dall’ingresso di Via Boiardo, nel 1742 Giovan Battista Giustiniani. Fu posto su un alto piedistallo al centro dell’esedra in muratura che delimitava il giardino segreto di fronte al casino nobile.
L’opera è documentata ancora in loco dal Winckelmann nella sua “Storia dell’Arte” nel 1881. Il Collari lo menziona privo di testa nel 1934 e qualche anno più tardi secondo il Battaglia nel 1940 era ridotto in pezzi.
Nel 1803 la villa fu acquistata da Carlo Massimo che la impreziosì da affreschi nelle tre sale interne al piano terra. A questo ciclo di affreschi lavorarono pittori della cosiddetta scuola dei Nazareni: Peter Cornelius, Joseph Anton Koch, Johann Friedrich Overbeck ed altri che oggi costituiscono la principale attrattiva del complesso.
A partire dall’inizio del Settecento la famiglia assiste ad un progressivo peggioramento delle proprie condizioni finanziarie, cui si accompagnerà il tentativo di mantenere inalterato il tenore di vita attraverso un’opera costante di razionalizzazione del patrimonio. E’ esattamente in questo contesto che si inscrivono le trasformazioni della villa nei primi decenni del secolo. Alcune lettere scritte da Monsignor Andrea Giustiniani al fratello, il principe Vincenzo, documentano in modo eloquente le scelte di quegli anni: nel 1711 sarebbe stata venduta la villa che la famiglia possedeva a Monte Mario, il cui ricavato venne investito in ‘luoghi di monte’, mentre in vista di una cessione in affitto della villa del Popolo si provvide a un progressivo trasferimento delle sculture nella residenza esquilina (Lettera del 19 maggio 1711: “Ho un infinito gusto della vendita della vigna di Monte Mario e mi pare siasi fatto un buon negotio mentre à causa della salita era per noi un grande incomodo, e poi sarà comodo (…) far tutta una cosa à S. Giovanni e portarci le statue come abbiamo tante volte detto…”. Lettera del 23 maggio 1711: “(…) e però ho gusto di monte Mario e fate buona spesa à ingrandir S. Giovanni. E poi vorrei aver l’occhio al Popolo et intanto se vi pare vorrei cominciare à portar via qualche cosa di piccolo che si possa con il carretto o altro…”. Negli anni successivi una serie di documenti di pagamento) testimoniano il trasporto di quadri e sculture da una villa all’altra. Nel 1716 il carrettiere Francesco Silvianelli viene pagato “per viaggi n. 17 di statue e vasi dal Popolo alla Villa di S. Giovanni”, nonché “per aver pigliato li quadri alla stanza attaccata al museo e caricati sopra del carretto di casa in due facchini e portati à S. Giovanni in 2 viaggi”. I pagamenti si susseguono sino al 1718.). Questo ‘trasloco’ poteva dirsi concluso nel 1742, quando si trasferì anche la colossale statua di Giustiniano, come riferisce l’iscrizione murata su uno dei fianchi del casino (“IMP. FLAV. IUSTINIANI SIMULACRUM / VIAE FLAMINIAE SUBURBANIS IN AEDIBUS / AB ANDREA IUSTINIANI BASSANI / PRINCIPE RESTITUTUM AD HORTOS LATERANENSES EXINDE TRANSVECTU. / IOANNES BAP. IUSTINIANI HOC GENTILIS / SUI ET ROMANAE MAIESTATIS MONUMENTUM / EREXIT STATUITQUE / A.D. MDCCXLII”). La scelta di privilegiare la villa di San Giovanni rispetto alla più antica e ‘strutturata’ proprietà fuori Porta del Popolo può certamente essere letta quale testimonianza dell’accresciuto prestigio del rione Monti. Negli anni successivi al trasferimento delle statue si intrapresero dei lavori di ampliamento e riassetto dei giardini, certamente determinati, almeno in parte, dalla necessità di offrire nuova e adeguata sistemazione al ricco apparato scultoreo che aveva raggiunto la villa.
La pianta del Nolli del 1748 documenta in modo esemplare il nuovo assetto della proprietà: alle spalle del casino nobile, dal lato prospiciente la loggia, è ancora visibile l’antico ‘giardinetto segreto’; verso nord, l’area che ancora alla fine del Seicento risultava incolta appare ora organizzata in un insieme di regolari parterre mentre, sul lato opposto, fortemente ridimensionata risulta l’importanza del fondale prospettico seicentesco e la piccola fontana circolare è ora sostituita da una semplice vasca ovale. Confrontando la pianta del Nolli con i rilievi del Catasto Urbano emerge con chiarezza che una nuova, importante campagna di lavori interessò la villa nel secondo Settecento, a riprova dell’interesse manifestato dalla famiglia e dall’allora principe Benedetto per questa proprietà. Di questi interventi resta traccia documentaria in una lettera patente e in un memoriale della Presidenza delle Strade datati 1780. Nel febbraio di quell’anno infatti il capomastro Paolo Geminelli richiese licenza, per conto del principe Benedetto Giustiniani, per procedere al restauro di una porzione del muro di cinta affacciato su piazza San Giovanni, per la realizzazione di un nuovo portone d’ingresso sulla piazza e per l’edificazione di un piccolo edificio in prossimità del nuovo cancello. Si tratta certamente del caffeaus della villa, espressamente menzionato nel testamento del principe del 1793 e censito dal catasto urbano come “casa di delizie con corte”.
Più o meno negli stessi anni, come già osservato, si procedette ad un totale riassetto dei giardini. L’intervento più rilevante riguarda l’area alle spalle del casino, un tempo occupata dal giardino segreto: al centro di un’area vagamente rettangolare conclusa da un’esedra appena accennata, viene realizzata una fontana circolare dalla quale si dipartono vialetti radiali. Questo disegno trova una significativa assonanza in una delle tavole del trattato di Dezailler D’Argenville, La théorique et la pratique du jardinage, uno dei testi presenti nella biblioteca personale del principe Benedetto.
Le trasformazioni settecentesche della villa, benché condizionate da una scarsa disponibilità di mezzi finanziari, assumono particolare rilievo in considerazione della personalità e della storia personale del principe. Nato nel 1734 dal matrimonio tra Girolamo Vincenzo e Anna Maria Ruspoli, nel 1757 divenne erede universale del fedecommesso e sposò, lo stesso anno, l’inglese Cecilia Mahony, figlia del conte James Joseph Mahony e di Lady Anne Clifford. La nobildonna, arcade con il nome di Rosinda Dircesia, dovette esercitare un ruolo non secondario nella vita artistica romana; soprattutto, sollecitò le frequentazioni internazionali del marito nel contesto della Roma cosmopolita del secondo Settecento. Il carattere ‘aggiornato’ della cultura del principe trova un preciso riscontro nella sua biblioteca personale. Accanto ai consueti classici latini e greci compaiono infatti le Opere dell’Algarotti, il Contratto Sociale di Rousseau edito ad Amsterdam nel 1762, le opere di Montesquieu e di Voltaire. Vi sono poi la Storia Naturale di Buffon, i quattro tomi del Dictionnaire philosophique de la Religion, e numerosi resoconti di viaggio, a cominciare dal Voyage au tour du Monde di Auson, edito a Parigi nel 1764. La rassegna dei volumi contenuti nella biblioteca rivela interessanti presenze anche in relazione al tema della Natura, dei giardini e della cura della campagna. Oltre al citato La théorie et la pratique du Jardinage, infatti, vi compare l’edizione del 1775 de La maison rustique, ou Economie génerale de la campagne, un testo largamente diffuso e concernente l’efficace gestione del territorio agricolo. Un interesse che trova riscontro nella Descrizione di Roma e dell’Agro Romano dell’Eschinardi, nonché nelle opere del Pascoli, tra gli intellettuali più impegnati nel corso del secolo nella promozione di un più razionale governo del territorio, a cominciare dall’agricoltura. Da ultimo, non può non destare interesse la presenza, in un quadro sorprendentemente povero di opere letterarie inglesi, del Paradiso perduto di Milton, che un’ampia letteratura ha riconosciuto come uno dei testi che maggiormente hanno favorito l’affermazione di un nuovo sentimento della natura.
In questo contesto appare particolarmente significativa la scelta ‘conservatrice’ del principe Benedetto. Nonostante la consorte anglosassone e il carattere aggiornato della propria cultura, infatti, Benedetto opterà per una sistemazione più in linea con la tradizione romana.

Carlo Massimi acquista dai Giustiniani anche parte della collezione d'arte pertinente alla villa. Il nobile apporta una modifica all'edificio per adeguarlo alla moda dell'epoca, oltre che ad esigenze pratiche. Un portico del pianterreno viene chiuso e si creano tre sale che danno direttamente sul giardino. Egli chiama a dipingerle un gruppo di artisti particolari, quasi degli asceti. Sono viennesi, vivono in comunità, portano i capelli lunghi, sono molto magri. E proprio per questo loro aspetto esteriore vengono chiamati i "Nazareni". Nel pieno dello spirito romantico si ispirano all'arte italiana del '300 - '400, senza ignorare la scuola di Michelangelo e di Raffaello. Occhieggeranno anche a un grandissimo artista romano più grande di loro solo qualche anno che proprio non può essere ignorato: Bartolomeo Pinelli. Non si sa bene come Carlo Massimo venga in contatto con loro. Chissà, forse per il clima internazionale che si respira a Roma. O i buoni consigi di Thordvalsen, il grande scultore danese neoclassico, a cui i Nazareni piacciono molto. O forse c'è stato di mezzo il Canova. O semplicemente il fatto che il principe ha visto la sala che i Nazareni hanno affrescato a Palazzo Zuccari. Comunque sia affida loro il lavoro dove si alterneranno più artisti per motivi diversi. Il soggetto degli affreschi realizzati dai Nazareni è diverso per ciascun ambiente, ma sempre nell'ambito del revival medievale e del poema cavalleresco che il Romanticismo sta rivalutando. Una sala sarà dedicata alla Divina Commedia di Dante, una all'Orlando Furioso di Ariosto e l'ultima alla Gerusalemme Liberata di Tasso. Al pian terreno ci sono anche altre stanze, attualmente non visitabili. Una interamente decorata secondo lo stile pompeiano. La dedicata alla Divina Commedia colpisce per l'estrema precisione dei dettagli, tanto che si possono leggere i singoli versi delle cantiche che hanno ispirato le diverse scene. Vi lavorano due artisti: Philip Viet, che confrontandosi con l'arte italiana umbra del Quattrocento, in particolare al Perugino, dipinge la volta della sala ispirandosi alle cantiche del Paradiso. E Joseph Anton Koch, che sulle pareti dipinge episodi tratti dall'Inferno e dal Purgatorio con una partecipazione totale e totalizzante. Immergersi nella sua pittura, circondati dalle masse dei tanti personaggi ritratti, si comprende quanto Koch avesse amato il poema di Dante. D'altra parte le cronache riportano che ne sapesse a memoria interi canti. La sua partecipazione assoluta al poema è talmente evidente da far percepire ancora di più la distanza dalla volta della sala, dipinta non solo con colori più freddi, ma anche in una maniera più didascalica dal suo collega Viet. La seconda sala dedicata all'Ariosto è dipinta da un unico artista, caso unico per il Casino Nobile di Villa Giustiniani Massimo. Si tratta di Julius Schnorr von Carolsfeld, che affronta il tema assegnatogli dopo un lungo studio nel corso del quale aveva realizzato numerosi di bozzetti e cartoni preparatori. Anche qui è possibile leggere, tra le masse di colore che definiscono le singole scene, gli episodi salienti dell'Orlando Furioso. Tra i temi del poema di Ariosto, vengono illustrati i due principali momenti encomiastici in cui a Bradamante e Ruggiero viene predetto non solo che si sposeranno ma anche che daranno origine alla più grande e splendente dinastia mai apparsa sulla Terra: i d'Este. Di seguito, si possono ammirare la battaglia tra i Cristiani e i Saraceni, i sei a Lipadusa, la presa di Biserta e l'assedio di Parigi. Con chiari riferimenti all'Incendio di Borgo di Raffaello e ad alcuni personaggi della Cappella Sistina di Michelangelo. La "lettura" per immagini del grande poema cavalleresco prosegue con la pazzia di Orlando dopo la scoperta dell'amore di Angelica e Medoro, il ritrovamento del suo senno da parte di Astolfo e infine Carlo Magno che sancisce l'amore tra Bradimante e Ruggiero. Si prosegue con la Gerusalemme Liberata di Tasso, il più tormentato dei tre geni poetici che ispirano le sale. L'artista che mette mano agli affreschi è Friederick Overbeck, protestante convertitosi ( al cattolicesimo?) proprio grazie alla sua amicizia con Philip Veit. Costui si misura con un tema particolarmente vicino alla sua esperienza esistenziale. Sul soffitto della sala troneggia proprio la Gerusalemme Liberata. Questi pittori di origine germanica e trapiantati a Roma, s'impegnarono a restituire alla equilibrata arte neoclassica una tensione spirituale, volta a recuperare l'arte italiana del quattrocento; con gli affreschi di Villa Giustiniani i Nazareni acquistarono una immensa fama anche tra i neoclassici più convinti, come Canova e Thorvaldsen. Overbeck traferisce sulle pareti l'intero poema e le vicende legate al destino di una Gerusalemme prima occupata dagli Infedeli e poi, finalmente, liberata. Dove, a far da cornice, si consumano le sofferenze d'amore di Tancredi e Clorinda, Armida e Rinaldo, Olindo e Sofronia. Dove, alla fine, il monito è che la salvezza viene solo dalla fede in Cristo.  Per vedere le scene tratte da Dante, Ariosto e Tasso, e che impegnarono il gruppo per più di 10 anni, si formavano lunghe file di ammiratori entusiasti; le fluenti chiome, i lunghi mantelli e le loro regole monastiche diventarono nell'immaginario popolare le fattezze di santi (di qui per l'appunto il nome di "Nazareni").
Nel corso dei lavori accade che Carlo Massimo il committente, muore e Friederick Overbeck sente venir meno quella sintonia tra opera, esecutore e committente che lo aveva sostenuto fino a lì. Abbandona la decorazione della sala, ma prima introduce in una delle scene essenziali il ritratto del committente, di se stesso e di Torquato Tasso, i tre uomini senza i quali tutto quello non sarebbe stato possibile. Se ne andrà ad Assisi a dipingere la facciata della Porziuncola nella Basilica di Santa Maria degli Angeli. Sarà Joseph von Fuhrich a dipingere le scene minori e la scena finale dove includerà anche i ritratti dei nuovi proprietari della villa (chi sono?) mentre assistono alla vittoria di Goffredo di Buglione e al suo rendere grazie a Dio.
Nel 1848 la villa passò ai Lancellotti, che nel 1871, in seguito al progetto di lottizzazione dell'Esquilino, vendettero il vasto parco come area edificabile: mentre così il parco iniziò a scomparire sotto l'espansione della città, nel 1885 il monumentale portale del muro di cinta della villa venne ceduto allo Stato. Esso venne riposizionato nel 1931 come ingresso alla Villa Celimontana al Celio, dove tuttora si può ammirare.
Il terreno posto ad angolo tra via Merulana e via Labicana fu acquistato dai Frati Minori, sfrattati dalla Torre di Paolo III sul Campidoglio per la costruzione del monumento a Vittorio Emanuele II, e qui costruirono la nuova sede dell'Ordine, con il collegio e la chiesa di S.Antonio. Quando l'8 settembre del 1943 arrivano a Roma i Tedeschi, il frammento sopravvissuto verrà occupato ed il bellissimo Casino Nobile utilizzato come mensa degli ufficiali che fanno il loro sporco lavoro di aguzzini a torturatori nelle vicine carceri di Via Tasso. L'occupazione finirà quando finirà quella dell'intera città: il 4 giugno del 1944. L'ultimo erede Filippo Massimo deciderà di vendere ciò che resta ai Frati Minori Delegati alla Custodia della Terra Santa che la deterranno in maniera stabile dal 1948. I Frati Minori costruiranno nel 1951 solo un edificio che andrà a fare funzione di portico intorno al giardino, mentre il Casino Nobile verrà mantenuto inalterato così com'era pervenuto alla fine del 1800 e prima dell'occupazione nazista. Il nuovo fabbricato, costituito da due bassi ali laterali poggianti su un porticato a colonne e congiunte sul fondo da un edificio semicircolare, che in pratica circondò i tre lati del giardino trasformandolo in una sorta di chiostro. Al centro vi è posta una fontana rustica contornata da qualche capitello, altari funerari, frammenti scultorei antichi, miseri avanzi della ricca raccolta della famiglia Giustiniani, nonché una copia della statua originale raffigurante l'Imperatore Giustiniano. La statua andata distrutta durante l'ultima guerra e che qui venne trasportata nel 1742, come ricorda l'iscrizione murata sul fianco dell'edificio.
 

 
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IL PORTALE "GIUSTINIANI" ED IL "COLOSSO GIUSTINIANO"
Il portale di Villa Giustiniani-Massimi fu demolito nel 1885 e donato alla città di Roma dalla famiglia Lancellotti, ultima proprietaria. Restaurato fu posto nel 1931 all'ingresso del parco di Villa Lazzaroni a Roma nell'ingresso in Piazza della Navicella.
La copia del “Colosso” Giustiniano è stato recentemente recuperato dalla Sopraintendenza archeologica di Roma nel 2001 che ne ha anche portato alla luce le parti classiche (il torso, parte del braccio destro e coscia sinistra) da quelle seicentesche. Sono risultate mancanti le mani, la coscia destra e parti minori del corpo e del panneggio.
Le successive modificazioni della metà del novecento hanno sconsigliato la sua ricollocazione nell’originaria esedra. Questa infatti è stata ricollocata nella nuova esedra che raccolda le due ali porticate costruite nel secondo dopoguerra all’uso dei padri francescani della Delegazione di Terra Santa proprietari del complesso dal 1947. Il 5 giugno 2003 il risorto “colosso” è stato presentato al pubblico. Attualmente è in corso un progetto di riqualificazione di tutti i marmi antichi presenti nella villa scampati alla dispersione della collezione Giustiniani: una trentina di medaglioni ritratto, fronti di sarcofaghi, busti.

Cultura Il Casino Giustiniani Massimo, luce su uno «scrigno» nascosto

Fuori dai grandi circuiti turistici della Capitale, la villa seicentesca sorge dietro la cattedrale di San Giovanni in Laterano. Nel libro di Monica Minati la storia di 250 anni di bellezza
Sorge dietro all’imponente cattedrale di San Giovanni in Laterano, lontano dai grandi circuiti turistici della Capitale. Ma ora un libro intende riportare alla luce la storia e il ricco patrimonio storico-artistico del Casino Giustiniani Massimo al Laterano, villa seicentesca il cui parco si estendeva tra le attuali via Merulana, via Tasso, viale Manzoni e piazza San Giovanni in Laterano. Il volume, edito dalle Edizioni Terra Santa e frutto del lungo e accurato lavoro della ricercatrice Monica Minati, è intitolato appunto «Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano» ed è stato presentato giovedì 8 maggio in uno degli splendidi saloni neoclassici della villa, dal 1948 sede della Delegazione di Terra Santa in Italia. «Fra i compiti della Custodia di Terra Santa c’è anche la salvaguardia e la valorizzazione di questo patrimonio importante per la cultura di Roma», ha esordito fra Giuseppe Ferrari, delegato per l’Italia della Custodia, augurandosi che il Casino Giustiniani Massimo diventi «un luogo di visita alternativa rispetto a tanti altri rinomati luoghi della Capitale». La storia della villa è legata a due marchesi: Vincenzo Giustiniani, che la fece erigere tra il 1605 e il 1618, e Carlo Massimo, che la acquistò nel 1803. A spiegarlo è stato Enzo Borsellino, dell’Università degli Studi Roma Tre, sottolineando il passaggio «da una nobile famiglia di origine genovese trapiantata a Roma a un’altra importante famiglia che prese la proprietà del Casino agli inizi dell’Ottocento». E definendo i due marchesi come dei veri e propri «mecenati che hanno dedicato la loro vita alla realizzazione dello scrigno che ci ospita». Verso la fine del XIX secolo la villa subì degli imponenti interventi urbanistici e il suo portale fu demolito. Ma per fortuna alcuni resti si salvarono e «i frammenti più importanti - ha raccontato Borsellino - furono utilizzati per ornare il ricco portale di Villa Celimontana», dove ancora oggi si possono ammirare. La guida è impreziosita da un consistente apparato di immagini realizzate dal fotografo Roberto Sigismondi, ha sottolineato quindi Stefano Petrocchi, della Soprintendenza speciale per il patrimonio storico, artistico ed antropologico e per il polo museale della città di Roma. Il quale si è soffermato sul periodo ottocentesco, quando il marchese Carlo Massimo divenne proprietario della villa. «Qui si apre il momento più noto e riconosciuto del Casino: la splendida decorazione pittorica dei Nazareni (un gruppo di pittori romantici tedeschi attivi a Roma all’inizio del XIX secolo, ndr) nelle sale del piano terreno. Dal 1817 al 1829 venne realizzato uno dei capolavori della pittura romantica con la partecipazione dei suoi massimi esponenti, da Overbeck a Veit, da Kock a Schnorr», scrive Petrocchi nella prefazione del volume. In questi lavori artistici si potevano leggere chiaramente le citazioni al grande Rinascimento italiano e, in particolare, i continui rimandi a Raffaello. Lo testimoniano le tre stanze affrescate con temi letterari legati alla Divina Commedia di Dante, all’Orlando furioso di Ludovico Ariosto e alla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Che, conclude Petrocchi, costituiscono «l’eccezionale e unica sintesi dell’intera civiltà letteraria italiana», veri e propri punti di riferimento per la società romantica. A intervenire per ultima è stata l’autrice Monica Minati, collaboratrice con la Soprintendenza speciale per il patrimonio storico-artistico ed etnoantropologico per il polo museale della città di Roma, illustrando in modo chiaro e dettagliato le principali caratteristiche di una villa che, attraverso questo volume, potrà finalmente trasmettere a tutti la sua storia plurisecolare di bellezza. (di Antonella Pilia 9 maggio 2014).
Un sito sulla Villa Giustiniani
 

Il Casino Il trionfo del Romanticismo al Casino Giustiniani Massimo


La grande villa voluta da Vincenzo Giustiniani in zona Laterano, immersa in un contesto dal carattere agricolo, concepita come luogo di riposo, di incontro e, soprattutto, come sede dove esporre parte della sua immensa collezione d’arte, nata nel 1605 è scomparsa quasi del tutto alla fine dell’ottocento. I Giustiniani non sono più da tempo i proprietari del Casino Nobile e del parco. Hanno venduto, a seguito di avversità economiche, alla famiglia Massimo che decide di lottizzare i terreni della villa tra Via Merulana, via Manzoni e via Emanuele Filiberto, ormai edificabili in una zona che nel tempo ha acquistato un grande valore.
Dell’antica villa, oggi, rimane giusto un frammento: il Casino Nobile ed una particella infinitesimale del giardino, che farò da scena ad eventi drammatici della storia recente. Quando l’8 settembre del 1943 arrivano a Roma i Tedeschi, il frammento sopravvissuto verrà occupato ed il bellissimo Casino Nobile utilizzato come mensa degli ufficiali che fanno il loro sporco lavoro di aguzzini a torturatori nelle vicine carceri di Via Tasso. L’occupazione finirà quando finirà quella dell’intera città: il 4 giugno del 1944. L’ultimo erede Filippo Massimo deciderà di vendere ciò che resta ai Frati Minori Delegati alla Custodia della Terra Santa che la deterranno in maniera stabile dal 1948.
I Frati Minori costruiranno solo un edificio che andrà a fare funzione di portico intorno al giardino, mentre il Casino Nobile sarà mantenuto inalterato così com’era pervenuto alla fine del 1800 e prima dell’occupazione nazista.
Il Casino si presenta all’esterno secondo la sistemazione di Andrea Giustiniani Branca realizzata in occasione del suo matrimonio con Maria, la nipote diretta di Innocenzo X Pamphilj. Le facciate sono impreziosite da lastre di sarcofago risalenti al II secolo dopo Cristo, secondo una moda iniziata con Villa Medici e portata al massimo della sua espressione da Scipione Borghese nel Casino Nobile di Villa Borghese. Andrea Giustiniani fa collocare sulla facciata del Casino Nobile anche pastiche ottenuti unendo parti di lastre di sarcofagi di diversa origine e busti d’imperatori provenienti da officine romane. Le opere provengono tutte dalla collezione d’arte dello zio Benedetto Giustiniani, amalgamate in una narrazione unica grazie ad elementi architettonici creati appositamente: le cornici in gesso, i medaglioni ritratto, l’aquila araldica dei Giustiniani insieme con la colomba dei Pamphilj e le decorazioni del cornicione. Il tutto predisposto a ingentilire un edificio elegante ed essenziale nelle forme ancora rinascimentali e a cantare le lodi di una famiglia che voleva le sue origini dall’imperatore Giustiniano.
I Giustiniano però nel 1802 sono costretti a vendere a Carlo Massimo il quale acquista anche parte della collezione d’arte pertinente alla villa. Il nobile apporta una modifica all’edificio per adeguarlo alla moda dell’epoca, oltre che ad esigenze pratiche. Un portico del pianterreno viene chiuso e in questa maniera si vengono a creare tre sale che danno direttamente sul giardino. Egli chiama a dipingerle un gruppo di artisti particolari, quasi degli asceti. Sono viennesi, vivono in comunità, portano i capelli lunghi, sono molto magri. E proprio per questo loro aspetto esteriore vengono chiamati i “Nazareni”. Nel pieno dello spirito romantico si ispirano all’arte italiana del ‘300 – ‘400, senza ignorare la scuola di Michelangelo e di Raffaello. Occhieggeranno anche a un grandissimo artista romano più grande di loro solo di qualche anno che proprio non può essere ignorato: Bartolomeo Pinelli.
Non si sa bene come Carlo Massimo sia venuto in contatto con i Nazareni e come abbia deciso di affidare loro la decorazione dei tre saloni più importanti del palazzetto. Forse a causa clima internazionale che si respira a Roma, o grazie ai buoni consigli di Thordvalsen, il grande scultore danese neoclassico, a cui i Nazareni piacciono molto. O forse c’è stato di mezzo il Canova. O semplicemente il fatto che il principe ha visto la sala che i Nazareni hanno affrescato a Palazzo Zuccari. Comunque sia, affida loro il lavoro e loro si alterneranno alla realizzazione degli affreschi su di un arco di tempo piuttosto lungo.


a sinistra: la Stanza di Dante stupisce per la veridicità con cui i Nazareni rappresentarono soprattutto l’Inferno. Qui ben si riconoscono i due protagonisti, Dante e Virgilio a cavallo di Gerione, proprio accanto al terribile Minosse, insieme ad alcuni dei più celebri dannati, come il Conte Ugolino mentre morde l’arcivescovo Ruggieri.
al centro: Nella Stanza di Ariosto, su ogni parete sono sapientemente presentati tutti i cavalieri e i paladini cristiani in lotta contro i musulmani. Particolarmente suggestivo nel poema e quindi anche in pittura, è quando Orlando osserva l’amata Angelica mentre si scambia tenere effusioni con il rivale Medoro. E’ questo il momento più drammatico del poema, quando cioè proprio per l’atroce dolore, Orlando accecato d’ira, perderà completamente il senno.
a destra: Nella Stanza di Tasso, il tema appare più romantico: protagoniste degli affreschi sono infatti le celebri coppie di innamorati e la storia più avvincente, ma dal tragico epilogo, di Tancredi e Clorinda. Due innamorati che sono però nemici: finiranno per scontrarsi in battaglia e Clorinda verrà colpita a morte per mano dello stesso Tancredi.


Il soggetto degli affreschi realizzati dai Nazareni è diverso per ciascun ambiente, ma sempre nell’ambito del revival medievale e del poema cavalleresco che il Romanticismo sta portando con se.
Una sala sarà dedicata alla Divina Commedia di Dante, una all’Orlando Furioso di Ariosto e l’ultima alla Gerusalemme Liberata di Tasso. Al pian terreno ci sono anche altre stanze, attualmente non visitabili. Una interamente decorata secondo lo stile pompeiano. La sala dedicata alla Divina Commedia colpisce per l’estrema precisione dei dettagli, tanto che si possono leggere i singoli versi delle cantiche che hanno ispirato le diverse scene. Vi lavorano due artisti: Philip Viet, che confrontandosi con l’arte italiana umbra del Quattrocento, in particolare al Perugino, dipinge la volta della sala ispirandosi alle cantiche del Paradiso.
E Joseph Anton Koch, che sulle pareti dipinge episodi tratti dall’Inferno e dal Purgatorio con una partecipazione totale e totalizzante. Immergersi nella sua pittura, circondati dalle masse dei tanti personaggi ritratti, fa capire quanto Koch avesse amato il poema di Dante. D’altra parte le cronache riportano che ne sapesse a memoria interi canti. La sua partecipazione assoluta al poema è talmente evidente da far percepire ancora di più la distanza dalla volta della sala, dipinta non solo con colori più freddi, ma anche in una maniera più didascalica dal suo collega Viet.
La seconda sala dedicata all’Ariosto è dipinta da un unico artista, caso unico per il Casino Nobile di Villa Giustiniani Massimo. Si tratta di Julius Schnorr von Carolsfeld, che affronta il tema assegnatogli dopo un lungo studio nel corso del quale aveva realizzato numerosi di bozzetti e cartoni preparatori. Anche qui è possibile leggere, tra le masse di colore che definiscono le singole scene, gli episodi salienti dell’Orlando Furioso. Tra i temi del poema di Ariosto, vengono illustrati i due principali momenti encomiastici in cui a Bradamante e Ruggiero viene predetto non solo che si sposeranno ma anche che daranno origine alla più grande e splendente dinastia mai apparsa sulla Terra: i d’Este. Di seguito, si possono ammirare la battaglia tra i Cristiani e i Saraceni, i sei a Lipadusa, la presa di Biserta e l’assedio di Parigi. Con chiari riferimenti all’Incendio di Borgo di Raffaello e ad alcuni personaggi della Cappella Sistina di Michelangelo. La “lettura” per immagini del grande poema cavalleresco prosegue con la pazzia di Orlando dopo la scoperta dell’amore di Angelica e Medoro, il ritrovamento del suo senno da parte di Astolfo e infine Carlo Magno che sancisce l’amore tra Bradimante e Ruggiero.
Si prosegue con la Gerusalemme Liberata di Tasso, il più tormentato dei tre geni poetici che ispirano le sale. L’artista che mette mano agli affreschi è Friederick Overbeck, convertitosi al cattolicesimo proprio grazie alla sua amicizia con Philip Veit, si misura con la rappresentazione del poema filtrandola attraverso la sua personale esperienza esistenziale di conversione.
Sul soffitto della sala troneggia proprio la Gerusalemme Liberata. Overbeck traferisce sulle pareti l’intero poema e le vicende legate al destino di una Gerusalemme prima occupata dagli Infedeli e poi, finalmente, liberata. Dove, a far da cornice, si consumano le sofferenze d’amore di Tancredi e Clorinda, Armida e Rinaldo, Olindo e Sofronia. Dove, alla fine, il monito è che la salvezza viene solo dalla fede in Cristo.
Nel corso dei lavori accade che Carlo Massimo il committente, muore. E Friederick Overbeck sente venir meno quella sintonia tra opera, esecutore e committente che lo aveva sostenuto fino a lì. Abbandona la decorazione della sala, ma prima introduce in una delle scene essenziali il ritratto del committente, di se stesso e di Torquato Tasso, i tre uomini senza i quali tutto quello non sarebbe stato possibile. Se ne andrà ad Assisi a dipingere la facciata della Porziuncola nella Basilica di Santa Maria degli Angeli.
Sarà Joseph von Fuhrich a dipingere le scene minori e la scena finale dove includerà anche i ritratti dei nuovi proprietari della villa, Massimiliano Massimo con sua moglie Cristina di Sassonia, i loro due figli Barbara e Vittorio, e Giuseppina Massimo Giustiniani mentre assistono alla vittoria di Goffredo di Buglione e al suo rendere grazie a Dio.

 

la mia foto

 
Rosone antico di Villa Giustiniani (Roma) incisione di Carlos Antonini (Manuale di Vari Ornameti ) 1781-1790

Dopo la scoperta delle città di Pompei e di Ercolanoum e degli scavi Romani nel diciottesimo secolo, Ci furono due pubblicazioni di Carlos Antonini. La prima pubblicata nel 1781-1790 composte da 100 incisioni di rosoni e rosette intagliate che hanno decorato i soffitti interni di molti monumenti antichi e palazzi storici con molte incisioni eccezionali di antichi vasi romani. La seconda serie, anche pubblicata sotto il nome di Manuale di Vari Ornamenti (sottotitolo: Componentia la Serie De'Vasi Antichi) presumibilmente pubblicata in una data successiva..



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