VILLA GIUSTINIANI A ROMA
ED IL “COLOSSO” IMPERATORE GIUSTINIANO


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Così come le vicine Villa Altieri e Villa Astalli (su viale Manzoni), questa villa seicentesca comprendeva una vasta area a giardini ed una costruzione di limitate dimensioni, sopravvissuta alla edificazione intensiva della fine dell'800.
Villa Giustiniani al Laterano, oggi ridotta ai minimi termini tra Via Tasso, Via Berni e Via Matteo Boiardo (dov’è l’accesso attuale al n. 16), ma che in origine si estendeva dall’attuale Via Manzoni – chè è un tratto dell’antica Via Labicana – alla Piazza di San Giovanni in laterano e da Via Merulana – quella moderna, tardocinquecentesca, dove sorgeva l’ingresso monumentale – fino a Villa Astalli, il cui casino sorge ancora all’angolo delle Vie Emanuele Filiberto e San Quintino.

Il Marchese Vincenzo Giustiniani realizzò nel primo quarto del seicento la Villa al Laterano: il suo nome, on l’anno giubilare 1625, figura ancora sul portale d’ingresso su Via Merulana che dal 1931 è l’accesso da Piazza della Navicella a villa Celimontana.
Villa Giustiniani sia nell'edificio che nei giardini era adorna di statue moderne e antiche secondo il gusto antiquario dell'epoca. Il casino, con facciata equilibrata e partita in due piani, è decorata da fregi mar morei e profili di imperatori e da inserti di bassorilievi antichi.
Nel medioevo e nel rinascimento, ma anche in seguito fu consuetudine delle famiglie patrizie, specie se di recente fortuna, accreditare le proprie origini con genealogie che partendo dall’assonanza dei nomi finivano per agganciarsi a personaggi illustri della storia antica. Pretesa generalmente arbitraria e ancor più per i Giustiniani di Roma. Che per rendere visibile tale ascendenza, tra le sculture antiche della collezione fu scelto un colossale torso acefalo di marmo greco che nel 1638 su commissione del Principe Andrea Giustiniani, Arcangelo Gonnelli, uno scultore della cerchia dell’Algardi specialista in restauri secondo il gusto del tempo, integrò abbondantemente (per la testa si rifece ad un ritratto giovanile di Marco Aurelio) trasformandolo nel personaggio eponimo, raffigurato nel fiore dell’età.
L’opera di circa 4 metri ebbe diverse collocazioni fino a quella finale nella villa del laterano. Alla nuova sistemazione provvide come ci informa l’epigrafe latina oggi murata sul lato meridionale del casino a sinistra dall’ingresso di Via Boiardo, nel 1742 Giovan Battista Giustiniani. Fu posto su un alto piedistallo al centro dell’esedra in muratura che delimitava il giardino segreto di fronte al casino nobile.
L’opera è documentata ancora in loco dal Winckelmann nella sua “Storia dell’Arte” nel 1881. Il Collari lo menziona privo di testa nel 1934 e qualche anno più tardi secondo il Battaglia nel 1940 era ridotto in pezzi.
Nel 1803 la villa fu acquistata dai Massimo che la impreziosì da affreschi nelle tre sale interne al piano terra. A questo ciclo di affreschi lavorarono pittori della cosiddetta scuola dei Nazareni: Peter Cornelius, Joseph Anton Koch, Johann Friedrich Overbeck ed altri che oggi costituiscono la principale attrattiva del complesso.
Questi pittori di origine germanica e trapiantati a Roma, s'impegnarono a restituire alla equilibrata arte neoclassica una tensione spirituale, volta a recuperare l'arte italiana del quattrocento; con gli affreschi di Villa Giustiniani i Nazareni acquistarono una immensa fama anche tra i neoclassici più convinti, come Canova e Thorvaldsen. Per vedere le scene tratte da Dante, Ariosto e Tasso, e che impegnarono il gruppo per più di 10 anni, si formavano lunghe file di ammiratori entusiasti; le fluenti chiome, i lunghi mantelli e le loro regole monastiche diventarono nell'immaginario popolare le fattezze di santi (di qui per l'appunto il nome di "Nazareni").

Nel 1848 la proprietà passò ai principi Lancellotti che nell’ultimo ventennio dell’ottocento con l’urbanizzazione dell’esquilino ne permisero la lottizzazione. Sull’area sorsero dei grandi complessi religiosi come la Chiesa ed il Convento di Sant’Antonio da Padova ed il Collegio Santa Maria e tre isolati di intensivi: due su piazza San Giovanni e uno, lunghissimo, tra Via Tasso e Via Emanuele Filiberto.

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Il portale della Villa fu demolito nel 1885 e donato alla città di Roma dalla famiglia Lancellotti. Restaurato fu posto nel 1931 all'ingresso del parco di Villa Lazzaroni a Roma nell'ingresso in Piazza della Navicella.
Il “Colosso” Giustiniano è stato recentemente recuperato dalla Sopraintendenza archeologica di Roma nel 2001 che ne ha anche portato alla luce le parti classiche (il torso, parte del braccio destro e coscia sinistra) da quelle seicentesche. Sono risultate mancanti le mani, la coscia destra e parti minori del corpo e del panneggio.
Le successive modificazioni della metà del novecento hanno sconsigliato la sua ricollocazione nell’originaria esedra. Questa infatti è stata ricollocata nella nuova esedra che raccolda le due ali porticate costruite nel secondo dopoguerra all’uso dei padri francescani della Delegazione di Terra Santa proprietari del complesso dal 1947. Il 5 giugno 2003 il risorto “colosso” è stato presentato al pubblico.
E’ ne frattempo in corso un progetto di riqualificazione di tutti i marmi antichi presenti nella villa scampati alla dispersione della collezione Giustiniani: una trentina di medaglioni ritratto, fronti di sarcofaghi, busti.

Un sito sulla Villa Giustiniani

Così descrive la Villa Giustiniani Filippo Titi su : “Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture esposte in Roma” (stampato da Marco Pagliarini in Roma nel MDCCLXIII)
Sul canto dello stradone di s. Giò Laterano, che conduce a S. Maria Maggiore, a mano destra è posta questa Villa, che ha un portone di magnifica architettura di Carlo Lombardo. Il casino è architettata del Borromino, e dentro ad esso, e per la villa sono sparsi molti marmi antichi tanto di statue, e busti, quanto di bassirilievi, tra i quali uno ro il più bello, e il più conservato, che ci sia rimasto dall' antichità, è un bassorilievo scolpito intorno ad un gran vaso, collocato in cima ad un viale, e che si trova intagliato nel libro de' bassirilievi antichi, che si vende nella Calcografia Camerale a Monte Citorio.



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