ROCCAPASSA
Villa dell'Amatrice
a cura di Enrico Giustiniani


Rocca Passa è una frazione del comune di Amatrice in provincia di Rieti Roccapassa Roccapassa

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Amatrice e le sue frazioni, sono poste al centro di una verde conca, posta al confine tra Lazio e Abruzzo. Il suo territorio si articola in un altopiano centrale, tra i 900 e i 1000 metri, ospitante il lago Scandarello e circondato da rilievi che sul lato orientale superano i 2400 metri, in corrispondenza della dorsale principale dei Monti della Laga. Oltre al delizioso Lago, nelle conche e sui pendii trovano sede numerosi centri abitati facilmente raggiungibili attraverso le comode strade che, hanno nella Via Salaria la loro spina dorsale. A questo proposito va osservato che la Consolare, soprattutto nella recente variante che l'ha trasformata in una superstrada veloce, oltre ad isolare ulteriormente i nuclei abitati, rischia di far dimenticare le altre vie di comunicazione. Occorre invece tenere presente che esiste una fitta rete di comode strade nazionali e provinciali che consentono agevoli collegamenti con Foligno, Terni, L'Aquila. D' altra parte, che le comunicazioni non siano mai state per queste terre un motivo di vera emarginazione è confermato dalla storia del loro popolamento che si perde nella notte dei tempi.
Amatrice è edificata sullo sperone roccioso che sovrasta la confluenza tra il fiume Tronto ed il Castellano. Attorno ad essa sono distribuite in gran numero le “Ville”, o frazioni, attualmente 69, che in origine dovevano essere più di 90 tra cui quella di Roccapassa. Interessante è la sua posizione posta sulla SS 260 Picente al confine tra Lazio e Abruzzo (e per XIII secoli limite di confine tra diversi stati da ultimi Pontificio e Regno delle Due Sicilie). Si hanno le prime notizie di Roccapassa nel VI secolo circa, durante la presenza Longobarda nell'Amatriciano, quando viene citata in uno dei dieci Gastaldati della "Longobarrdia minor" al confine nord del Ducato di Spoleto e il Ducato di Rieti.
le cosiddette «ville», insediamenti definibili tra lo sparso e l' accentrato, che si ritrovano anche in alcuni territori umbri, marchigiani e abruzzesi. L' originaria tipologia edilizia è quella del pianterreno (destinato al magazzino, alla stalla, ecc.) e di un primo piano (per la cucina e il letto) uniti da una scala spesso esterna. Attualmente la destinazione d'uso delle «ville» si è modificata e numerose case, abitate solo a periodi, si sono trasformate in graziose villette; altre, del tutto abbandonate, sono state abbattute. Negli archivi storici si trova traccia di questi particolari insediamenti già nel primo Medioevo, probabilmente sorti intorno ad un convento benedettino. L'ordine monastico infatti, come altrove, oltre a garantire un minimo di sicurezza contro le scorrerie dei banditi, impostando la sua attività sulla nota regola dell'«ora et labora», organizzava il lavoro dei campi e si applicava a molti altri mestieri, diventando un punto di riferimento e di richiamo per le popolazioni vicine e lontane. Con il passar del tempo, le ragioni per conservare l'insediamento accentrato si sono consolidate: nelle esigenze di sicurezza; nell'esercizio della pastorizia; nel grande frazionamento della terra agricola in piccolissime proprietà, che rendeva inopportuna la costruzione di case coloniche isolate; nel bisogno di far fronte comune alle avversità naturali dell'ambiente montano. I fattori di ordine naturale che possono aver determinato la scelta del sito, per un così gran numero di centri (in un documento cartografico del 1694 se ne contano 56), sono vari. Ad esempio, la discreta umidità dei terreni, dovuta alle diffuse ramificazioni dei pur modesti corsi d'acqua della Conca di Amatrice, e la natura del suolo. Più determinante può essere stata la morfologia dei suoli, spesso distesi su dolci pendici. Ed ancora, un'esposizione soleggiata (sud, sud-est, sud-ovest), favorevole sia alle abitazioni sia alle coltivazioni.
L'elemento che ancora oggi può attestare l'importanza che questi abitati hanno avuto nel passato è costituito essenzialmente dai luoghi di culto. Mancano invece, nella maggior parte dei casi, resti significativi di quegli edifici pubblici e privati che testimoniano una vita associativa e un ruolo politico, così come non c'è traccia dimura e fortificazioni. Eppure - lo sappiamo dai documenti - molte «ville» che oggi ci appaiono dei villaggi senza storia sono state centri di potere politico e religioso.
Nel libro “Itália meridionale: v. Abruzzo, Molise e Púglia” di Luigi Vittorio Bertarelli edito per il Touring Club Italiano, 1926, viene descritta in questo modo: “…dopo una via tortuosa si apre sulle scarse case di Roccapassa in primo piano e i Sibillini che si alzano dietro contrafforti trasversali. Al di là di Roccapassa la strada continua lungo il torrente che ha preso il nome di Rio di Scandarella…”. Rio Scandarella o Candarello che poco sotto Poggio Vitellino si unisce al fiume Tronto.
 
Roccapassa - inquadramento geografico

Roccapassa è immersa nel parco Parco nazionale dei monti della Laga e del Gran Sasso. A nord-est scorre il Rio Scandarello che alimenta il Lago omonimo. La zona è ricca d’acqua: nella valle sgorgano numerose sorgenti e scorrono numerosi torrenti, quali il Mozzano, il Mondragone, il Rio Piano, uno dei quali, verosimilmente il Fosso Selva delle Conche è ritenuto la vera sorgente del fiume Aterno che passa all'Aquila, poi, nei pressi di Popoli, preso il nome di Pescara sfocia nell’Adriatico appunto presso quel capoluogo il Tronto. Sempre vicino ad Aringo, il Tronto, che sul versante opposto, volge verso Amatrice e poi passato Ascoli Piceno, sfocia sempre nell’Adriatico, nei pressi di S. Benedetto del Tronto.
In questo tratto dello spartiacque tirreno-adriatico - che sulla Salaria è segnato dal passo di Torrita (1017 metri) - l'Appennino si apre in un vasto altopiano di 900-1000 metri di quota, a cavallo appunto dei bacini del Velino e del Tronto e compreso tra le catene dei Sibillini a settentrione e dei Reatini col Terminillo a sud. Lo scenario è magnifico ed è tanto più imprevedibile per chi venendo da Rieti ha attraversato, dopo Posta, la boscosa e spopolata Valle della Meta. La vista spazia sulle belle montagne dalle cime arrotondate e sui piccoli nuclei abitati che punteggiano i clivi e le valli. A destra si staglia imponente il massiccio dei Monti della Laga la cui cima più alta, il Monte Gorzano, rappresenta con i suoi 2458 metri la maggiore elevazione del Lazio. Ma la peculiarità più interessante di questa catena sta nella sua «diversità» rispetto alla maggior parte dei gruppi montuosi dell'Appennino centrale. Mentre questi infatti sono prevalentemente calcarei, i Monti della Laga sono costituiti da arenane e marne. Di qui la particolare morfologia dei lineamenti addolciti, la ricchezza delle acque, la varietà del manto vegetale (querce, faggi, abeti, castagni) che fino al 1800 doveva essere ancora splendido e di cui restano lembi consistenti soprattutto sul versante abruzzese e sulle pendici interne. Non a caso questo gruppo montuoso è stato riconosciuto Parco Nazionale ed è indicato dalle guide come meta ideale per turisti ed escursionisti. Se verso Est e Nord-Est la Laga delimita ad emiciclo la bella Conca di Amatrice, altri gruppi meno elevati ma non per questo meno interessanti movimentano l'altopiano ad occidente. Sono individuabili, in successione da Nord a Sud, il Monte Utero (1807 metri) che scende in ripidi valloni verso Accumoli, il Monte Pozzoni (1904 metri) che domina Cittareale e le sorgenti del Velino, ed infine il Monte Boragine (1829 metri) che chiude la Valle Falacrina.
La natura arenacea dei terreni permette lo sviluppo rigoglioso di specie silicicole. In gruppi sporadici sono presenti i pioppi, maggiociondoli, aceri, tassi e frassini. Alle quote più elevate, oltre al pino nero riunito in formazione di origine artificiale, è presente il faggio governato a ceduo. Oltre le faggete iniziano le formazioni erbacee punteggiate dalle fioriture delle sassifraghe, viole, genziane e orchidee. Il cerro (Quercus cerris) è poi particolarmente esteso fino a oltre 1.000 metri per poi essere sostituito dai faggi. Ben presenti e particolarmente visibili per contrasto di colore durante il periodo invernale, sono le estese pinete di Pino Nero frutto dell'aiuto dell'uomo alla natura. Le faggete si spingono fino ai 1.800 metri di altezza cedendo poi alle praterie molto estese e appariscenti che rivestono le zone cacuminali. Su questi pascoli ricchi di specie erbacee è ospitata ancora un’attività pastorale che costituisce talora l’unica attività antropica a quelle altezze. La vegetazione è verde per la maggior parte dell'anno e dai circa 850 metri s.l.m, in su, presenta numerosi boschi di castagno. La presenza del castagno (Castanea sativa) nel territorio del Parco risale a circa cinquemila anni fa, come documentato dai pollini rinvenuti nell’antica torbiera di Campotosto. Questa specie è stata diffusa dall’uomo in maniera sistematica nel periodo romano e in quello medievale: i castagneti furono impiantati su terreni acidi, nella fascia altitudinale compresa tra 700 e 1100 metri, a discapito della primitiva copertura forestale, quasi sempre costituita da cerrete. Per motivi legati alla natura dei suoli, i boschi di castagno si localizzano essenzialmente sui Monti della Laga, in particolare nei territori di Arquata del Tronto, Acquasanta Terme e Valle Castellana, ove tuttora si registra una notevole produzione di castagne. Nel corso dei secoli sono state selezionate anche diverse varietà locali, come il “marrone della Laga”, la “nzita” e il “pallante”, sicuramente le più diffuse.
I castagneti, per secoli, hanno rappresentato la risorsa principale per molte comunità della Laga. I frutti costituivano la base dell’alimentazione: venivano raccolti e conservati per l’inverno dentro i ricci in buche scavate nel terreno, oppure essiccati su appositi graticci di canne appesi ai soffitti delle abitazioni. Ogni famiglia possedeva la “pila”, un caratteristico mortaio ricavato da un grosso masso dove le castagne secche venivano pestate per essere sbucciate e ridotte in farina. Anche il legno di questa specie, non a torto definita “l’albero del pane”, era tenuto in grande considerazione dalle popolazioni locali, sia per realizzare le travi degli edifici che i caratteristici balconi lignei, oppure per la paleria da utilizzare in agricoltura; infatti, l’alto contenuto in tannino del legno di castagno ne fa uno dei più resistenti ai parassiti e al tempo. Sui Monti della Laga si possono ancora ammirare castagneti da frutto secolari, caratterizzati dalla presenza di alberi vetusti, contorti e cariati, spesso dalle dimensioni colossali, come il “Castagno di Morrice”, un vero e proprio gigante con i suoi quattordici metri di circonferenza del tronco.
Si tratta di boschi molto belli e suggestivi, resi misteriosi dalla presenza de “lu mazzemarelle”, il dispettoso e leggendario folletto dei boschi, e popolati da diverse specie di animali, tra cui alcuni uccelli legati alla foresta matura come la balia dal collare, il pigliamosche (Muscicapa striata) o la rarissima colombella (Columba oenas). Purtroppo i castagneti, negli ultimi decenni, sono stati attaccati da parassiti particolarmente virulenti tra cui due funghi che producono “il mal dell’inchiostro” e il “cancro corticale”. Sembra, però, che la fase più grave di queste patologie vegetali sia stata superata, mentre è subentrato un nuovo pericolo per queste formazioni forestali impiantate dall’uomo: quello dell’abbandono. Infatti, a seguito dei rapidi cambiamenti avvenuti nell’economia, molti castagneti da frutto sono stati abbandonati e non più soggetti alle necessarie cure colturali. L’Ente Parco, attraverso alcuni interventi mirati e finalizzati al recupero diretto dei castagneti e alla promozione delle varietà locali di castagne e dei prodotti di trasformazione, sta tentando di recuperare questo notevole patrimonio naturalistico e culturale della montagna.

lu mazzemarèlle simboleggia la vita, l'azione, la vittoria sulla morte ingiusta. Il ritorno misterioso tra i viventi è la riaffermazione di un diritto negato, l'equilibrio ristabilito nella vicenda esistenziale: è un atto di giustizia. Il bambino morto senza battesimo ritorna a vivere, ma trasformato in "mazzemarèlle", un essere quasi imprendibile con forme non ben definite. I suoi poteri sono vanificati, se perde il cappuccio che gli ricopre il capo. Conosce i luoghi dove sono nascosti i tesori, agisce nelle ore notturne in modo imprevedibile, è ilare e dispettoso. La sua presenza è causa di incubo, di fastidio, di paure per i viventi. E questi, per una strana legge del contrappasso non possono essere felici sulla terra: devono pagare il loro tributo di dolore alla dolorosa esistenza del folletto.

Nella Villa di Roccapassa (proprio prima di entrare in paese dalla Picente) è presente una fonte di acqua idrosolforosa saturata di iodio e di ferro, sgorganti da intricati meandri naturali riconducibile a quelle più note della Valle del Velino e del comprensorio di Acquasanta (Ascoli Pieno). Già Gli antichi romani utilizzavano l’acqua solfurea delle terme che sgorgava dalle pendici di Monte Cotischio (attuale Monte Giano).
Il Rio Scandarello (lungo circa 17 Km.), che scorre vicino il vecchio mulino di Roccapassa, nasce dal Colle Paro (m 1127) col nome di Fosse delle Cese, poi Fosso di Basciano, a quota 1.105 (coordinate 33TUH561 130 I.G.M. tavoletta 1:25.000) è sbarrato a 868 metri in località La Conca e forma il lago di Scandarello lungo 3500 m, largo 700. E' un affluente di sinistra del fiume Tronto al Ponte Scandarello ed è in parte costeggiato dalla strada Configno-Aringo. 
Il lago di Scandarello è un bacino idroelettrico realizzato negli anni Trenta. La diga è percorribile a piedi. Il lago di Scandarello è il terzo lago artificiale del Reatino. Lo si trova a valle della via Salaria presso Amatrice, all'estremo nord della Provincia di Rieti.
Queste sono le misure del lago: Perimetro max: 10 Km circa. Profondità max: 41 metri circa. Altitudine: 872 s.l.m. Capacità max: Mc 12 milioni circa. L’altezza della diga sulle fondazioni è nel punto massimo di 55,5 metri, il coronamento 200 metri.
Il lago è popolato da: Carpe, tinche, coregoni, persici, lucci e arborelle ed è circondato da: roverelle, cerri, ontani e salici. Il fondo geologico è costituito da rocce arenarie. Come arrivare al lago: Costa ovest: dalla Salaria prendere il bivio per Amatrice, dopo circa 500 metri voltare a desta per l'abitato di La Conca, sulla riva del lago. Costa est: uscire da Amatrice sulla strada che conduce a Montereale. Dopo circa 4 Km si prende, sulla destra, la strada che porta a Colli, oppure dopo circa 6 Km quella che conduce a San Benedetto; da entrambi i paesi il lago è raggiungibile con circa 20 minuti di cammino. 
Oltre alla frazione di Roccapassa e la sua Chiesa, facilmente raggiungibili a piedi: carrarecce, piste forestali, mulattiere e sentieri forma un reticolo fitto utilizzabile per escursioni e trekking. 

Parco Nazionale dei Monti della Laga
Istituito nel 1991 (Legge n. 394/91), ha una superficie di Ha 206925. Il parco è stato istituito per la conservazione di specie animali e vegetali, di associazioni vegetali o forestali, di singolarità geologiche, di formazioni paleontologiche, di comunità biologiche, di biotipi, di valori scenici e panoramici, di processi naturali, di equilibri idraulici e idrogeologici e di equilibri ecologici. Il vastissimo parco occupa terreni appartenenti in varia misura alle Regioni Lazio, Marche ed Abruzzo. In tutta l'area, mancandovi od essendovi presenti in minima misura tutte le cosiddette opere di valorizzazione ambientale ovvero di selvaggio sfruttamento turistico, l'ambiente è rimasto nella sua quasi totalità ben conservato. Vi sono zone che non vedono la presenza umana da tempo immemorabile, cosa che ha permesso lo svilupparsi di una rigogliosa vegetazione e la vita di una fauna di primario valore. La zona compresa nel Reatino, nei dintorni di Roccapassa, è aspra e prevalentemente montuosa tra cui spicca il Gorzano (m. 2458), costituita essenzialmente da rocce arenarie ascrivibili al Pliocene. Le arenarie sono costituite da minuscoli granelli di sabbia depositati e cementati attraverso il tempo. Tali rocce di origine sedimentaria si presentano in strati di spessore variabile, anche di diversi metri. La parte Reatina e Teramana del parco è particolarmente ricca di acque che formano numerose cascate. Numerosi i bacini lacustri. Tra quelli artificiali, risalenti agli anni 30 citeremo il bacino dello Scandarello (Prov. Di Rieti) e il vastissimo lago di Campotosto situato a quota 1313 mt. Frequenti e di altissimo valore naturalistico-ambientale sono alcuni laghetti naturali come il lago Secco (quota 1548) e il lago della Selva (quota 1496) situati nel versante reatino del Pizzo di Sevo.
La Flora è costituita da piccoli campi e agli ampi pascoli si alternano vastissime aree boscate in preponderanza costituite da cerro.
Gli ambienti poco frequentati dall'uomo hanno permesso la conservazione e la vita di una fauna ancora oggi particolarmente ricca. Non è raro l'avvistamento del lupo, solitario predatore di queste montagne. Ma sono frequenti altri predatori quali volpi, fame, donnole, martore, puzzole. Particolarmente numerosi sono i cinghiali, le lepri e i tassi. Nei torrenti dalle acque limpide è stata segnalata anche la lontra. La fauna arboricola comprende ghiri, scoiattoli, moscardini e arvicole. Varia è la presenza di rapaci. Fra quelli notturni si segnala il gufo, l'allocco, il barbagianni, la civetta. Fra i diurni l'astore e la poiana, anche l'aquila è stata più volte avvistata. Fra gli altri uccelli si ricorda la coturnice, il cuculo, il picchio.
Fra gli ofidi particolarmente importante è la vipera dell'Orsini, la meno pericolosa per l'uomo. E' un rettile di lunghezza compresa fra i 40 e i 50 cm. la cui diffusione è limitata a poche zone dell'Italia centrale.
Gli itinerari turistici sono previsti prendendo come punto di riferimento la via Salaria. Ci sono, tuttavia, altre possibilità di accesso che offrono percorsi di grande interesse naturalistico. Strumenti essenziali sono: la Carta turistica della Provincia di Rieti; la Carta del Parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga (reperibile presso l'Ente Parco, via Roio 10-12, 67100 L'Aquila, tel. 0862/701903), oppure quella realizzata dal CAI (presso le edicole) ; le piante dei singoli centri.
Importanti riferimenti sono le Pro-loco, ma spesso, per le visite alle chiese e ai santuari, è necessario rivolgersi ai Parroci, ai Comuni e alle associazioni ambientaliste. Ecco alcuni indirizzi utili:
- Azienda di Promozione turistica della Provincia di Rieti, via Cinzia 87, 02100 Rieti; tel. 0746/201146; Ufficio informazioni, tel. 0746/203220
- Pro-loco di Amatrice, Corso Umberto 1, 98; tel. 0746/826344
- Comune di Amatrice, Corso Umberto I; tel. 0746/826392
- Comune di Accumoli, tel. 0746/80932
- Comune di Cittareale, tel. 0746/94032
- Pro-loco di Cittareale, piazza S. Maria,
- Comune di Borbona, tel. 0746/940037


Roccapassa - villa dell'Amatrice - inquadramento storico

Posta a ridosso della via Salaria e in una zona ricca d’acqua, Roccapassa era senz’altro un punto di frequente transito. (da qui il probabile nome di Rocca “Passa” nel senso di limite di confine, anche se qualcuno lo fa derivare da “Pazza”, da un vicino manicomio, come riportato da “Il registro delle chiese della Diocesi di Rieti del 1398 nelle "Memorie" del vescovo Saverio Marini, 1779-1813” – Hospitale San Claudii de Roccha Dodi Pazzi o Pazi, dove afferma ”era verso la Villa di Roccapassa ma non vi resta memoria alcuna”).
La zona, all’epoca, essendo montana e relativamente impervia era spesso luogo di rifugio di esuli o ricercati politici a vario titolo. La posizione permetteva abbastanza facilmente di trovarsi rapidamente o nello Stato Pontificio o nel Regno delle Due Sicilie. Questo "frontiera" fu la più duratura d'Europa per ben XIII secoli. La sua storia infatti nasce nel VI secolo quando i Longobardi del Ducato di Benevento occuparono la parte meridionale del Ducato Bizantino di Roma (l'attuale provincia di Frosinone). Qualche secolo dopo, la stessa parte diventò "terra di Lavoro" l'interno dei confini del Regno delle Due Sicilie. La divisione durò fino al 1861. Alle pendici dei monti Gemelli corre la storica strada "mare monti" (ovvero la Piceno Aprutina SS81) tra Ascoli Piceno e Civitella Tronto, dove esistevano (a "Villa Passo") le strutture doganali tra lo Sato Pontificio ed il Regno delle Due Sicilie.
La Convenzione doganale del 12 luglio 1819 tra il sovrano delle Due Sicilie e il pontefice romano stabiliva che solo le dogane ivi descritte fossero abilitate allo sfogo dei transiti che dallo Stato pontificio fossero diretti al Regno delle Due Sicilie e viceversa. Quella posta sul confine settentrionale andava lungo la dorsale da Rieti a Cittaducale (“Civita ducale”) con la precisazione, all’art. 2, che “quante volte fosse riconosciuto conveniente per vantaggio e facilitazione del commercio, saranno conferite anche ad altre Dogane le facoltà simili a quelle sopraccennate" .
Nelle zone appenniniche erano frequenti le dispute di confine e la soluzione delle controversie era tanto più urgente quanto più si avvicinava il momento dell’attivazione del nuovo catasto nei territori pontifici “nel quale giacciono in conseguenza tante lacune, quante sono le porzioni di territorio incerto riguardo alla sua pertinenza sovrana”. La precisa definizione dei confini, condicio sine qua non per l’attuazione di un simile provvedimento, era comunque pressante anche per porre termine ai disordini che scoppiavano di continuo tra le popolazioni limitrofe. La Segreteria di Stato aveva a lungo insistito presso la rappresentanza diplomatica napoletana a Roma sull’opportunità di por fine all’incertezza in merito, trovandosi sempre di fronte al trinceramento della legazione borbonica dietro il pretesto della mancanza di istruzioni precise da parte del governo centrale.
Il 26 settembre 1840 ( Convenzione sui confini) tra Papa Gregorio XVI e Ferdinando II Borbone, venne stipulato un trattato definitivo tra lo Stato Pontificio e il Regno delle due Sicilie per stabilire l’esatto confine tra i due regni collocando 686 “termini di confine” numerati progressivamente dal mar Tirreno al mar Adriatico (la numerazione effettiva va da 1 a 649 perché alcuni termini hanno lo stesso numero seguito da una lettera alfabetica maiuscola). Il termine n°1 fu posto alla foce del fiume Canneto tra Fondi e Terracina, il n° 649 al ponte di barche di Porto d’Ascoli, presso la foce del fiume Tronto. Sotto ad ognuna di essa venivano messe delle cassette di legno contenenti medaglioni in ghisa che ricordavano il trattato, oggi introvabile e raramente visibile anche nei musei. I Cippi non venivano posizionati ad una distanza regolare l’uno dall’altro ma seguendo una logica a secondo la conformazione del terreno; nella fattispecie, nei luoghi dove il confine seguiva il corso di un fiume o di una valle ne venivano posizionate poche, mentre, dove il confine seguiva una linea irregolare, poste una vicino l’altro. I Termini venivano ricavati da grosse rocce presenti lungo la linea di confine o da cave di pietra (plinti di pietra pesanti circa 550 Kg, alti circa un metro e mezzo), grazie al lavoro di scalpellini, e poi trasportati a spalla da numerosi uomini sul luogo di apposizione. Il suo sviluppo totale in linea d’aria era pari a 186 miglia napoletane, pari a circa 300 chilometri, ma sul terreno ne sviluppava circa il triplo. I cippi vennero collocati tra il 1846 e il 1847 e furono posti in modo che la data di apposizione con le Chiavi di San Pietro guardassero in direzione del territorio dello Stato Pontificio mentre il numero progressivo con il Giglio in direzione del territorio del Regno Borbonico. La linea scolpita sulla testa del termine indicava la direzione del confine e quindi la posizione del termine precedente e di quello successivo.  (Ad limina Petri, passeggiate sull’antico confine tra Stato pontificio e Regno di Napoli). 
La demarcazione dei confini in maniera precisa fu necessaria dalla fine del settecento quando diversi abitanti nelle terre di confine si erano trasferiti in blocco nello Stato Pontificio con greggi ed armenti. Terra un tempo di misteri e di contrabbandi, di transiti legali e più spesso illegali, di dogane e posti militari di controllo. La frontiera del “Regno” si snodava per ben 29 posti di confine custoditi da 116 addetti, con 3 tenenti d’ordinanza al Passo di Civitella e a Martinsicuro, 6 sottotenenti, 12 brigadieri, 84 doganieri preposti e 11 militari. Una forza notevole per poco più di 50 km di un tracciato di boschi e coltivi dove è appagante scoprire, anche a piedi, vette innevate e vasti panorami, la linea del mare all’orizzonte che si avvicina sempre più ampia man mano che si scende, la delicatezza delle orchidee di montagna, le vigne, i colori della rosa canina e i profumi della ginestra, dei tartufi e dei funghi porcini. La Convenzione doganale del 12 luglio 1819 tra il sovrano delle Due Sicilie e il pontefice romano stabiliva che solo le dogane ivi descritte fossero abilitate allo sfogo dei transiti che dallo Stato pontificio fossero diretti al Regno delle Due Sicilie e viceversa. Con l’unificazione d’Italia la maggior parte dei Cippi furono rimossi dal loro posto originario alla ricerca dei medaglioni ivi sotterrati, poi alcuni furono rotolati lungo i pendii, altri distrutti, altri asportati e portati davanti alle chiese, piazze, cimiteri di paesi limitrofi al confine, case private e fortunatamente alcuni lasciati nei luoghi originari.
Nel nostro territorio, salendo da Pescia verso la zona del Vettore, in Valdrocca si incontra il Cippo n° 565, spezzato. Sul Monte Cimamonte il Cippo n° 566, a terra. Sul Monte Morena il Cippo n° 568A, a terra. Sull’anticima sud di Monte Utero il Cippo n° 571, a terra. A nord di Monte Utero, sulla massima depressione della cresta boscosa, il Cippo n° 573, a terra. Sulla cresta boscosa a nord del Monte dei Signori, il Cippo n° 574, a terra. Sul Monte dei Signori il Cippo n° 575, ora a terra, e il n° 577, ancora eretto. Sul crinale a nord dei Pantani di Accumoli il Cippo n° 579, eretto. Scendendo poi verso Capodacqua s’incontrano il Cippo n° 582, sul Colle dell’Orzatore e il Cippo n° 587, nei pressi del Laghetto della Costa Cavallo. A fondovalle, nei pressi del Casale Piciacchia, il Cippo n° 591. Sulla sella sud della Macera della Morte il Cippo n° 592.
Il Cippo più vicino a Roccapassa è quello dei dei Pantani di Accumoli all'attuale confine di tre Regioni (Lazio, Marche e Umbria). Questo territorio dopo l’invasione dei Longobardi (575 d.C.) ha fatto parte del Ducato di Spoleto e successivamente dei territori di Capodacqua, Arquata e Amatrice. Con il passare degli anni, furono numerose le successioni territoriali, così verso la metà del 1200 Accumoli lo donò al Regno di Napoli , questo per evitare il colpo di mano della Chiesa e rimase a quest’ultimo fino all’Unità d’Italia.

Oggi Roccapassa è una frazione ("Villa") del comune di Amatrice in provincia di Rieti Roccapassa si trova nel tratto della via Picente (S.S. 260) che separa le due regioni Lazio e Abruzzo.  Fino al 1927 il comune di Amatrice apparteneva alla regione Abruzzo sotto la provincia dell'Aquila. La sua posizione tramite la SP Rieti 19 (Salaria - Scai - Verrico) di circa 5 km collega la Via Salaria e la Via Picente.
La strada statale Picente che congiunge L'Aquila con Ascoli Piceno, ha una storia antica essendo stata per secoli l'arteria di riferimento dell'Alto Aterno e la principale alternativa alla Via Cecilia (l'attuale strada statale 80 del Gran Sasso d'Italia) per collegare la valle dell'Aterno e dunque della città di Amiternum, con la Via Salaria o con il mare Adriatico, tramite il passo di Montereale, aggirando a nord i massicci del Gran Sasso d'Italia e dei Monti della Laga.
Tutte le strade all’epoca erano soltanto cavalcabili, tanto risulta da comunicazioni che il comune di Amatrice faceva alla Sottoprefettura di Cittaducale appena dopo l’unità d’Italia. Per una viabilità carrabile occorre attendere la seconda metà dell’ottocento. Amatrice, non essendo più una città di confine (Stato della chiesa e Regno Borbonico) con il nuovo assetto politico, il Regno d’Italia, fu traversata dalla nuova strada.
I collegamenti, verso la Salaria per Roma, dovettero transitare per tanti anni tramite la Romanella (che la collega dal Lago di Campotosto), soltanto dopo i grandi lavori dell’edificazione della diga sullo Scandarello, si ebbe un collegamento diretto con la Salaria da ponte Scandarello a Casale Nibbi.
Nel secondo dopoguerra la statale Picente è stata oggetto di un lungo e complesso progetto d'ammodernamento in variante alla tratta originaria, noto con il nome di “Superstrada L'Aquila-Amatrice”. Solamente negli anni Novanta, tuttavia, è stato realizzato il primo lotto di collegamento tra la località Cermone e Pizzoli, mentre nel 2005 è stato completato il tratto fino a Barete, successivamente prolungato fino a San Pelino di Cagnano Amiterno. Tra il 2018 e il 2019 sono stati avviati i cantieri del terzo e del quarto lotto della superstrada, da San Pelino fino al passo di Montereale ad oltre mille metri d'altitudine tra le frazioni di Aringo, Roccapassa e Santa Lucia. che secondo alcune fonti, segnerebbe il confine tra l'Appennino abruzzese e l'Appennino umbro-marchigiano; altre fonti ritengono che tale confine sia localizzato più a nord, in corrispondenza del passo della Torrita.
La strada da Roccapassa prosegue poi verso Cornelle, Configno e Collemagrone fino alla ripida salita che porta alla città di Amatrice da dove si dirama la ex SS 577 del Lago di Campotosto. La strada prosegue con il nome di Corso Umberto I nel centro storico della città per poi ridiscendere verso il lago di Scandarello dove, in località Filetto, si trovava il vecchio punto di innesto tra la Picente e la Salaria; in seguito alla costruzione della variante a scorrimento veloce della Salaria (completato negli anni Settanta) il percorso della Picente è stato prolungato per ricomprendere anche il tratto, precedentemente parte integrante della Salaria, tra Filetto e il nuovo svincolo di Amatrice in località Santa Giusta.

Il nome di Roccapassa compare per la prima volta durante il periodo Longobardo (568-774) quando insieme ad altre frazione dell’Amatrice fece parte del Ducato di Spoleto (“comitato di Rieti”), le sue vicende successive sono poi strettamente legate a quelle della città di Amatrice di cui segue un breve profilo storico. (a questo link le antiche ville di Amatrice  tratto dai catasti onciari del 1755 presso l'Archivio di Stato dell'Aquila). Attualmente la casa più vecchia risale a circa il 1720, ma la maggior parte anche a seguito di violenti terremoti (1632, 1639, 1703, 1730 e fine ottocento) furono costruite tra il 1891 ed il 1920. E’ sede dell’unica Chiesa parrocchiale S. Maria della Presentazione. La popolazione del 1855 era di 141 abitanti, nel 1951 ne contava 106. L'ultimo censimento riporta 22 residenti (per 10 famiglie, su 100 edifici censiti), nella stagione estiva gli abitanti salgono a circa 300.
Nel territorio di Roccapassa si scorge ancora qualche resto dell’antico Convento e della chiesa di San Paolo che nel 1568, il lunedì dopo Pasqua, furono abbandonati dai frati Francescani osservanti, detti Chiarini o Clarini o Zoccolanti (Archivio della Società romana di storia patria, Volume 111, riferimento Di Flavio "Antichi Ospizi e ospedali in Accumoli, Amatrice, Grisciano e Rocca Passa" in "Abruzzo Oggi" n. 27 del 1983 pagg.27-31). La Chiesa di San Paolo faceva parte della Diocesi dei Regni della Provincia umbra di San Francesco, cosiddetta poiché raggruppava territori che facevano politicamente parte del Regno di Napoli, contemplava in terra abruzzese anche Roccapassa. Curioso che nel testamento del Marchese Vincenzo Giustiniani di Roma c’è anche un piccolo lascito ai “Padri Zoccolanti”.

Nel Borgo di Roccapassa, in posizione dominante, vi è la Chiesa di  di S. Maria della Presentazione o della "Beata Vergine della Presentazione" (nel testo "Nota de' luoghi pii laicali, e misti della Provincia di Aquila i quali fatti dopo la riforma dell'anno corrente 1788 e ricompresa come Cappella della "Congregazione del Santissimo Sagramento" di Roccapassa", una delle sette Congregazioni caritatevoli raggruppate nella "Congregazione di carità di Amatrice") della diocesi di Rieti appartenente (dal 1986) alla parrocchia di Parrocchia di San Sebastiano della frazione di Scai . La festa patronale si tiene l'ultima domenica di agosto. Fino al 1927, quando Amatrice era in provincia dell’Aquila, apparteneva alla diocesi di Montereale. Dalle origini incerte, il nucleo centrale lo si fa risalire a circa il 1520. 
La facciata della Chiesa è stata rifatta nel 1946 dall’architetto G. Giovannoni (in “Catalogo generale dei disegni di architettura: 1890-1947” di Giorgio Simoncini, Centro di studi per la storia dell'architettura (Italy), Gangemi editore, 2002, pag. 44 anche il disegno. Nella raccolta “Raccolta degli atti stampati per ordine della Camera legislatura 15: Dal n. 249 al 255” (Edizione 249, Camera dei deputati, Tip. della Camera dei deputati, 1886) la Chiesetta viene appellata come “Presentazione di Maria”. Un restauro molto invasivo fu fatto anche negli anni ottanta a cui si fa risalire il basamento esterno ed il nuovo pavimento all'interno che purtroppo a coperto il vecchio.
Nel “Bollettino ufficiale del Ministero di Grazia, Giustizia e dei Culti, Volume 19, Stamperia Reale 1899” vi è la nomina di un sacerdote nella “parrocchia”: Alessandro Laurenzi, che fa presupporre quindi un servizio religioso effettivo almeno fino al XIX secolo.


Nella chiesa è presente, seppur non in buonissime condizioni, il quadro della “Presentazione di Maria al Tempio”, da cui il nome della chiesa. É una composizione orizzontale, manierista, del sottobosco dell’arte del Seicento, o del primo Settecento, attualmente bisognoso di ripulitura e restauro. Da una prima superficiale analisi lo si potrebbe attribuirebbe alla scuola di Pietro Novelli detto il Monrealese, molto attivo nella zona in quel periodo o Giovan Battista Crespi detto il Cerano o anche alla bottega o ai seguaci di Giulio Cesare Bedeschini (Piacenza 1582? - L’Aquila intorno al 1640), capostipite di una famiglia di artisti che operò per tutto il Seicento soprattutto all’Aquila e nel suo territorio. Un’altra ipotesi di attribuzione, se spostiamo la datazione del dipinto verso la seconda metà del XVII secolo, potrebbe essere quella di Cesare Fantitto, che stando alle fonti sarebbe stato collaboratore e amico di Francesco Bedeschini, incisore che a partire dagli anni Ottanta del Seicento, che tradusse in stampa molte delle invenzioni del maestro aquilano e fu impiegato in qualità di pittore nella commissione dei ritratti degli Uomini Illustri del 1688. . Di questo incarico all’Aquila rimane l'opera firmata «Caes. Fant. Aquil. f.», ossia uno dei due ritratti di pontefici che dovettero trovar posto nell’appartamento della magistratura, il papa Paolo IV Carafa. Il ritratto di quest’ultimo è l’unica testimonianza pittorica nota dalla quale provare ad interpretare lo stile di Fantetti. Si tratta, tuttavia, anche in questo caso di un compito molto difficile perché nella sua attività incisoria l’artista lavora esclusivamente in qualità di traduttore, non potendo così dimostrare i propri orientamenti figurativi, se non attraverso una blanda vena classicista di fondo. La ricerca di naturalismo che lo contraddistingue è evidente, comunque, anche nel dipinto (a dire il vero non eccezionale) del Museo Nazionale d’Abruzzo, permeato da una luce avvolgente, che caratterizza i particolari fisionomici del pontefice. Dai tratti del pontefice qualche similitudine con i tratti del quadro di Roccapassa.
Al centro dell'Altare un bel Cristo ligneo processionale e un reliquario di pregevole fattura.
La Chiesa di Roccapassa è tra gli edifici di culto che fornisce una specie di filo conduttore a chi voglia conoscere la Conca amatriciana e i suoi abitanti. Paradossalmente, le stesse difficoltà che si incontrano per visitare questi edifici possono far scoprire che intorno ad essi esiste, da parte della gente del luogo, una attenzione sempre più consapevole, informata e intraprendente. Per esempio, cercare le opere di Dionisio Cappelli, comprese quelle a lui solo attribuite, può essere una chiave per inoltrarsi in una realtà molto ricca e ricostruire un'epoca attraverso le manifestazioni artistiche. In effetti, nel periodo che va dall'ultimo decennio del '400 al primo '500 vengono realizzate in Amatrice e nel suo distretto opere pittoriche su cui si è appuntata l'attenzione dei critici. Si tratta di pitture murali e di tele che testimoniano un'epoca di fervore religioso ma anche di benessere economico, visto che privati e ordini religiosi potevano permettersi di attribuire committenze ad artisti sia locali che provenienti da regioni vicine. Talvolta in chiese settecentesche troviamo dipinti del '400 e del '500, perché gli edifici sono stati sottoposti più volte ad interventi di ristrutturazione e di restauro. In alcuni casi, il piacere della scoperta è attenuato dalle notizie di furti, anche recenti, di spostamenti arbitrari di opere, e dal dubbio che alcune iniziative sia pure lodevoli possano pregiudicare futuri recuperi e restauri secondo un corretto criterio di conservazione.


Da sinistra “la Presentazione di Maria al tempio” sull'altare maggiore nella Chiesa S. Maria della Presentazione a Roccapassa, Al centro la“Circoncisione” (1613) di Giulio Cesare Bedeschini (Santuario della Madonna di Loreto, Spoleto), a destra un’opera di autore ignoto nella Chiesa di San Marco (L’Aquila) un’opera che presenta il tema iconografico dello Sposalizio della Vergine, nella tela al centro è il sacerdote, in basso la Vergine, con la sua veste modellata in pieghe marmoree e S. Giuseppe, col suo ramo fiorito nell’atto di porgere l’anello alla sua sposa

La conca di Amatrice è stata frequentata sin dall'età della pietra da genti italiche provenienti probabilmente dal versante adriatico. Ciò è testimoniato da ritrovamenti di oggetti litici, come punte di frecce, raschiatoi e bulini in selce. Il fatto di trovarsi lungo il tracciato della via Salaria, antichissima e importante arteria di comunicazione tra le sponde del Tirreno e quelle dell'Adriatico, insieme alla favorevole morfologia dell'area, spiega come la conca fosse abitata continuativamente dall'epoca preromana. All'epoca romana risalgono resti di edifici, tombe, ville (come gli scavi di Torrita), oltre ad alcuni tratti della vecchia via Salaria che testimoniano l'esistenza di un fitto tessuto urbano costituito da agglomerati rurali, mantenutosi in gran parte anche dopo il passaggio dall'età antica al Medio Evo. In effetti l'antica “Summata”, (cosi chiamata in quanto rappresentava nell'ambito degli abitanti della conca la “Summa Villarum”), trasmise il proprio nome, nell'epoca di mezzo, a tutta l'area, che fu conosciuta per parecchi secoli come territorio “summatino”.
Cesare De Bernardinis nel suo libro «Ma-Tru» (Amatrice, 1932): «Matru i più rozzi e i più lontani la chiamano ancor oggi Matruce, poi Matrice, in latino Matrix, l'alveo da cui discende la razza, fu il nome di una regione d'Italia, anzi della primissima Italia, quindi, nel corso dei secoli, rimase ad indicare una città di questa terra, e si ingentilì in Amatrice, Amatrix, in ricordo della regina Amata, moglie di Latino, re degli Aborigini, che la fondò. Gli abitanti della Matrice son detti Matriciani ed Aborigines non è che la traduzione, in latino, di tal nome». Il mistero delle origini ha tenuto viva la fantasia popolare, che ha prodotto molte leggende. Come quella legata al Santo Giogo, in dialetto «Santu Jacu», un giogo sistemato tra il monte Gorzano e i monti di Campotosto, a 1400 metri di altezza, dove sono stati ritrovati resti di una costruzione rettangolare e di altre intorno ad essa a pianta circolare. Il luogo, secondo la leggenda, sarebbe stato abitato dai «Vecchi della Montagna», grandi sapienti sempre disposti ad accogliere i pastori per elargire loro consigli ed oracoli.
Le prime notizie storiche su Roccapassa, secondo lo storico Andrea Massimi nella sua pubblicazione “Amatrice e le sue ville”, risalgono al 568 d.C. quando in seguito all'invasione longobarda (568-570), il territorio di Amatrice fu annesso al Ducato di Spoleto suddiviso in Comitato e Gastaldati. In particolare quella orientale, corrispondente al territorio “summatino” vero e proprio, fu inclusa nella contea (e diocesi) del “comitato di Ascoli” all'interno della Marca di Fermo; quella occidentale corrispondente alla valle superiore del Velino, compresi i territori di Scai, Torrita, Alegia, Casali, Forcelle, Bagnolo, Pasciano, S.Giorgio, Configno, Comelle e Roccapassa, fu inclusa nella contea (e diocesi) del “comitato di Rieti”. In quest’ultimo “comitato” possedeva molti beni il Monastero di Farfa, Badia Imperiale, il cui dominio territoriale che si estendeva dalla Sabina agli Abruzzi e alle Marche, le date il carattere di un vero e proprio stato feudale.
Nel 756 Astolfo, re dei Longobardi, concesse a Fulcualdo abate del Monastero di Farfa, i monti Alegia e di Torrita e nel 772 il Duca di Spoleto Teodicio donò pure alla Badia di Farfa il bosco di Alegia. Altre donazioni furono fatte dal 961 al 1118 da privati facoltosi delle “terre Summatine” a favore della Badia stessa.
Con la dominazione Franca nel 774, il “Comitato di Ascoli” fu confermato nel Ducato di Spoleto, mentre Carlo Magno, donò al Vescovo di Ascoli sia le “Terre Summatine” che il “Comitato di Rieti” compresa la “villa” di Roccapassa e tutte le altre del contado. Donazione confermata poi dall’Imperatore Corrado II nel 1037, dal Papa Leone IX nel 1052, dagli imperatori Enrico III nel 1056 e Lotario I nel 1137.
Fu intorno al 990-996 che il Vescovo di Ascoli fondò l’importante Monastero di S. Benedetto nei pressi di Villa S. Benedetto del Comune di Amatrice, ceduto nel 1080 all’Abbazia di Farfa. Altre Abbazie e Conventi, sorsero nella valle del Tronto presso Castel Trione, Amatrice, Scai, Roccapassa, S.Lorenzo a Flaviano.
Nel Registro di Farfa sono ricordati, per il periodo che va dalla metà del VIII secolo agli inizi del XII, i nomi di molte località e villaggi dell'attuale comune e, tra essi, nel 1012, anche quello di "Matrice", ricordato ancora nel 1037 nel diploma con cui l'imperatore Corrado II conferma al vescovo di Ascoli i suoi possedimenti. Queste notizie risultano interessanti perché riportano in modo particolareggiato i nomi delle «ville», molte delle quali appartennero all' Abbazia di Farfa, il cui dominio aveva una notevole estensione tra la Sabina, gli Abruzzi e le Marche. Si scopre così che il nome di Matrice prende il posto di quello di Summata nella descrizione delle vicende storiche, dalle quali emerge l'immagine di una città molto combattiva e fedele alle scelte politiche. Caratteristiche che le procurarono un' accanita e a volte spietata avversione da parte di Amatrice. La Croce che figura nello stemma di Amatrice sembra anche accreditare la partecipazione alle Crociate. Da questo momento in poi Roccapassa come le altre “ville” seguono le sorti della città di Amatrice.
Con la conquista normanna dell'Italia meridionale, avvenuta tra il 1150 e il 1154, le terre “summatine” e quella parte dell'attuale comune di Amatrice, ricadente nella contea reatina, furono annesse al Regno di Sicilia e divise tra i vari baroni.
Verso gli inizi del XIII secolo, il Ducato di Spoleto passò sotto il controllo della chiesa ascolana e, indirettamente, dello stato pontificio. Cessione confermata e ratificata da Alessandro IV l’8 settembre 1256. Con il tempo il nome “Summata” scompare sostituito da quello di “Matrice”. Nel 1252 Amatrice e Castel Trione si assicurarono la protezione di Ascoli da cui ricevettero la cittadinanza. Che dovette durare presumibilmente fino al 1265, quando viene conquistata dal re Manfredi di Svevia.
Conquistato il Regno di Sicilia da Carlo I d’Angiò, nel 1269 costituì la “Montanea Aprutii” sottoposte ad un capitano, comprendente le terre montuose al di là dell’Aquila che oltre Amatrice comprendeva Accumuli, Montereale e Leonessa. Tenacemente avversa agli Angioni, Amatrice fu espugnata nel 1271 dal Vescovo di Cosenza, Bartolomeo Pignatelli per ordine di Carlo d'Angiò. Fortificatasi nuovamente non accettò le condizioni di pace ed il 15 settembre 1274, Amatrice fu espugnata di nuovo da Riccardo Belvedere.
Contemporaneamente si assiste alla scomparsa dei baroni e alla formazione, con a capo Amatrice, della “Universitas”, cioè del comune in territorio liberamente organizzato, relativamente autonomo dal potere centrale, che si governa tramite un parlamento.
Questi atti di ribellione, più che “rustici rebelles” come li definiva il Re nelle sue ordinanze, si possono definire come i moti precursori dei Vespri Siciliani iniziati a Palermo il 31 marzo 1282.
Quando Pietro III re di Aragona marito di costanza figlia di Re Manfredi di Svevia, mosse guerra a Carlo D’Angiò, Amatrice restò fedele ai D’Angiò. Questo le permise di aumentare di prestigio tanto che il diploma reale del 15 febbraio 1384 determinò che i castelli e i casali accomunati all’Amatrice erano precisamente quelli di: Roccatagliata, Villavaccara, Li Morelli, Cesacastina, Cervaro, Piano di Roseto, Nereto, Roseto e Padula. In questo periodo l'influenza della città si estende su un territorio molto più vasto dell'attuale: le appartengono infatti non solo il territorio di Campotosto e quello sino al confine di Cittareale, ma anche molti castelli e villaggi sul versante Teramano. Acquistata forza ed autonomia Amatrice, nei secoli XIV e XV Amatrice è in continua lotta con le città e i castelli circostanti, per questioni di confine e di prestigio. Sono rimasti famosi i conflitti con Norcia, Arquata, Cittareale e soprattutto con L'Aquila, per la conquista dei territori prossimi a Cittareale. Tradizionale alleata di Amatrice fu la città di Ascoli, mentre L'Aquila venne sostenuta da molti paesi dell'Abruzzo.
Gli Amatriciani presero parte, a fianco delle milizie comandate da Braccio Fortebraccio da Mentone, al lungo assedio dell'Aquila e alla battaglia finale del giugno 1424, che segnò la sconfitta di Braccio morto sul campo.
Nel 1466 Arquata e Norcia combatterono contro Amatrice e Accumoli. Queste nel 1467, insieme ad Ascoli, espugnarono la rocca di Arquata. In riconoscimento dell'aiuto fornito, il senato ascolano si rese garante verso i confederati della taglia loro imposta dal re di Napoli, a seguito della distruzione della rocca di Cittareale, durante le lunghe guerre di confine combattute.
Dopo la morte di Giovanna II, il Regno di Napoli fu rivoluzionato dalla guerra di successione durata dal 1435 al 1443. L’Abruzzo fu uno dei centri più importanti delle sanguinose lotte tra Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona. Mentre l’Aquila si schierò con gli Angioini, Amatrice difese la causa Aragonese, anche durante la guerra scoppiata in seguito alla congiura dei baroni del 1485 volta contro Ferdinando I d'Aragona.
Il sovrano Aragonese, sedata la rivolta, ricompensò Amatrice, concedendole il privilegio di battere moneta (i cosi detti “cavalli” di rame) con il motto “Fidelis Amatrix”, oltre la terra di Cittareale contesa da tempo tra l’Aquila e Amatrice.
Nelle lotte per il possesso dell'Italia meridionale tra Francesco I di Francia e Carlo V di Spagna, Amatrice parteggiò per il primo e nel 1528 si sollevò scacciando gli occupanti spagnoli. Tuttavia nel febbraio 1529, dopo un'eroica resistenza, ed il tradimento della armate al servizio degli Orsini, venne riconquistata e messa a ferro e a fuoco da Filiberto di Chalon, principe d’Orange e generale di Carlo V. In seguito la città fu ricostruita secondo una nuova pianta attribuita tradizionalmente a Cola Filotesio, artista ed architetto originario di questa terra.
Fino a questo momento la zona amatriciana non era mai stata sottoposta ad alcun feudatario. Per punire la sua ribellione, Carlo V diede lo Stato di Amatrice in feudo ad un suo capitano Alessandro Vitelli di Città di Castello. Dal 1538 al 1692 il possesso dell’Amatrice e del suo contado passò da Alessandro (morto a Citerna Perugina nel 1556) al figlio il Cardinale Vitellozzo Vitelli che lo cedette poi al fratello Giacomo (trucidato da Alfonso Piccolomini il 7 maggio 1582). Alla morte di Giacomo Vitelli, passò alla sua primogenita Beatrice (morta il 12 novembre 1605) che sposando Virginio Orsini, famiglia amica dei Giustiniani, portò in dote il feudo.
Dal 1582 al 1689 il feudo dell'Amatrice fu tenuto dagli Orsini, poi passò ai Medici fino al 1759, per poi tornare al Regno delle due Sicilie fino all'Unità d'Italia.
Virginio fu uomo d’armi e di rara cultura che accoppiò alla nobiltà di nascita gli studi di matematica, ma purtroppo amava vivere in pomposa grandezza tanto da tentare senza realizzare la vendita per 120.000 scudi del feudo dell’Amatrice a Margherita d’Austria duchessa di Parma. Generale della cavalleria straniera in Francia, fu spinto dal Re Enrico IV contro il Papa Clemente VII che lo scomunicò e lo sconfisse nel 1596, dove rimase ucciso durante il combattimento delle Grotte nella Marca d’Ancona e della sua testa ne fu fatto pubblico spettacolo a Roma. (vedi anche Gli Orsini di Mentana ad Amatrice 1648 di Aldo De Mei).
Il feudo dell’Amatrice passò al figlio di Virginio e Beatrice, Latino Orsini, quarto signore dell’Amatrice morto nel 1624, ed infine ad Alessandro Maria Orsini suo figlio che gli successe a soli tredici anni, ultimo Principe dell’Amatrice che si spense a 82 anni nel 1692.
Alessandro Orsini sposò a 25 anni la romana Anna Maria Caffarelli. Ebbero un figlio Francesco Felice che morì quattro anni prima del padre.
E' proprio in questo periodo che ai banchieri Genovesi tra cui i Giustiniani, furono affidate le vendite di terre e villaggi Castigliani e i relativi titoli nobiliari Spagnoli che la monarchia effettuò massicciamente tra gli anni venti e trenta del XVII secolo (“Ayudas de costa” ) , molto attivi anche in questa zona.
Anche Alessandro Orsini è devoto alla casa di Spagna, mentre la moglie legata con vincoli di parentela a molte famiglie Romane è più favorevole alla politica del Papa e della Francia che mirava alla conquista del Regno di Napoli.
Il 17 ottobre 1639 sette anni dopo (nel 1632) un sisma di notevole intensità, un terremoto distrusse quasi completamente Amatrice (Il seicento amatriciano documenti inediti sul terremoto del 1639 di Gianluigi Simone (Fidelis Amatrix Gennaio/Febbraio 2008) e alcune sue ville tra cui Roccapassa  (villa citata anche in “Nuova e vera relatione del terribile e spaventoso terremoto successo nella città di Matrice e nel suo stato con patimento di Accumulo e luoghi vicini il 7 ottobre 1639” - Mappa dei Terrremoti vicino la frazione di Roccapassa dal 217 a.C. al 2002 dal 2002 ad oggi). al disastro seguì poi un’epidemia di pestilenza che ne decimò la popolazione. Quell'epidemia fu chiamata “Calamitas Calamitatum”, che decimò non solo in Abruzzo, ma buona parte dell'Europa. Seconda in ordine di importanza alla "Peste Nera" che negli anni compresi tra il 1347 e il 1351, spazzò in Europa interi villaggi ridimensionando la popolazione da circa 90 a 60 milioni di abitanti. Alla peste nera seguirono altre infezioni, tali da provocare per oltre tre secoli, una situazione di peste a livello endemico. A questo terribile terremoti ne seguirono degli altri altrettanti disastrosi nel 1672, nel 1703 (considerato violentissimo e devastante. Il 14 gennaio alle 2 di notte una prima terrificante scossa tra il IX e X grado della scala Mercalli e il 2 febbraio tra le 12,00 e le 17,00 un’altra serie di potenti scosse provocarono vittime e ingenti danni in tutta la zona compresa tra il reatino e l’aquilano (Borgovelino, Posta, Borbona, Montereale e Amatrice). Si parlò di più di 220 morti solo a Montereale) e nel 1730 (con epicentro presso Norcia): il 12 maggio con intensità del IX grado della scala Mercalli), che insieme a numerose vittime, procurarono gravi danni sia alla città che alle frazioni, molte delle quali vennero distrutte e non più ricostruite.
Nel luglio del 1647 scoppiata la rivolta di Masaniello a Napoli, anche Amatrice e le sue ville si sollevarono il 16 agosto 1647 contro gli Spagnoli e contro lo stesso Orsini che segretamente li appoggiava, ma visto il protrarsi della rivolta fu costretto poi a soffocarla con la forza.
Alessandro Orsini fu protagonista di un fatto di cronaca che fece molto scalpore a quei tempi. La notte del 15 marzo 1648 la Principessa Anna Maria Caffarelli Orsini fu barbaramente assassinata nel suo palazzo di Amatrice, il delitto fu nascosto per qualche giorno, ne fu accusato ed arrestato il marito che fu arrestato l’8 aprile mentre si recava a Roma dal Cardinale Albornoz ambasciatore del Re Filippo di Spagna.
In un primo momento Alessandro Orsini, da tempo amante della Contessa Mantovana Giulia Gorni Arrivabene dove vi soggiornava per parecchi mesi essendo anche la madre Maria Gonzaga, moglie del duca di Mantova, si accusò come mandante del delitto, ritrattando poi, confermando le accuse di tradimento contro la Principessa, la quale avrebbe cospirato contro la Spagna.
Mentre a Roma la vicenda era vivamente seguita dall’opinione pubblica per l’importanza delle due famiglie coinvolte, ben quattro Papi tra il 1648 ed il 1671 (Innocenzo X, Alessandro VII, Clemente IX e Clemente X), cercarono di evitare lo scandalo del processo, mentre lo stesso Principe aveva già scontato 24 anni di carcere anche molto duro in attesa di giudizio! Intorno al 1671 a 67 anni, il Principe Alessandro sposò in carcere Anna Elisabetta Grifaldi una popolana di tredici anni, nonostante l’opposizione del suo unico figlio avuto da Anna Maria Caffarelli, Francesco Felice Orsini.
Finalmente nel 1676 il Cardinale Camerlengo Altieri, ritenuto il giudizio di sua competenza condannò con sentenza del 27 ottobre 1677 il Principe a sette anni ulteriori di carcere. Dopo quindi ventinove anni di carcere di cui 24 preventivi, il Principe Alessandro tornò all’Amatrice verso la fine del 1683 a settantadue anni, ritrovando un feudo disgregato e mal amministrato da rissosi vassalli, infatti molte “ville”, avevano chiesto di vivere separate dall’Università dell’Amatrice con la facoltà di nominarsi in proprio i loro amministratori e governarsi a loro beneplacito. Nel 1683 un terzo delle “ville” si era separato dall’Amatrice, ventuno gli rimasero fedeli (tra cui Roccapassa, probabilmente già ritornata dopo il 1641 nell’orbita dell’Università).
Alessandro Orsini muore il 23 gennaio 1692 a 81 anni, essendogli premorto nel 1689 il suo unico figlio Francesco Felice marchese di Pernè si estinse il ramo e il feudo di Amatrice passò ai Medici di Firenze, tramite la Granduchessa Vittoria di Toscana, che oltre ad essere lontana parente dei Vitelli e degli Orsini, vantava dei crediti sullo stesso. Il comune dell’Amatrice rimase ai Medici dal 1693 al 1759 (In una pianta del feudo mediceo dell’Amatrice tratta da una raccolta del 1694 conservata nella Camera della Sommaria furono ben delimitati i confini dell’Amatrice, nella cui pianta apparivano le sue “ville” tra cui Roccapassa).
Nel 1759 il feudo di Amatrice entrò a far parte dei domini personali del re di Napoli. Nello stesso anno, divenuto Re di Spagna Don Carlos di Borbone col nome di Carlo III, sale al regno di Napoli il terzogenito Fedinando IV. Lo stesso per fronteggiare l’invasione Francese forme delle truppe locali volontarie, le così dette “masse”, che nel 1798, al comando del generale Salomone, ricacciarono le truppe francesi che tentarono di penetrare nel Regno di Napoli dal lato di Accumuli e Leonessa, ma nulla poi poterono con la caduta di Cittaducale e dell’Aquila. L’Amatrice entrò a far parte della “Repubblica Napolitana” con decreto del 9 febbraio 1799. Ma pochi mesi dopo, nel giugno dello stesso anno l’Amatrice ritornò sotto il controllo di Ferdinando IV di Napoli.
Con la Rivoluzione Francese, il territorio dell'Amatrice passa sotto il Regno di Giacchino Murat, nominato nel 1808 re di Napoli da Napoleone, dopo che il trono sottratto ai Borboni si era reso vacante per la nomina di Giuseppe Bonaparte a re di Spagna. A Napoli il nuovo re, ormai noto come "Gioacchino Napoleone", fu ben accolto dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria, ma venne invece detestato dal clero. Una sua disposizione successiva del 3 giugno 1810, stabiliva che senza riportarsi al passato e senza tener conto delle precedenti convenzioni o transazioni tutte indistintamente le “ville” dell’Amatrice dovevano costituire un corpo unico con la città sotto la denominazione di Comune dell’Amatrice costituito da un Sindaco e da una rappresentanza decurionale. Da un punto di vista amministrativo nel Regno delle Due Sicilie, la villa di Roccapassa faceva del "mandamento" (circondario) dell'Amatrice parte della distretto di Cittaducale subordinato alla provincia di Abruzzo Ulteriore Secondo. 
Sul finire di questo secolo e per quasi tutto il successivo fino all’Unità d’Italia, sia durante i Regni di Giuseppe Bonaparte e Giacchino Murat, sia con la restaurazione del Congresso di Vienna del 1815, quando l’Amatrice e le sue “ville” tornano ai Borboni, il territorio amatriciano, con l’asperità del suo territorio, fu interessato dal fenomeno del “brigantaggio”, a sfondo politico sociale. Genti e personaggi di queste vicende sono ancora presenti nei ricordi popolari.
Nella suddivisione amministrativa Borbonica il territorio dell'Amatrice era inserito nell'Abruzzo Ulteriore poi suddiviso in Ulteriore II o Secondo Abruzzo Ultra di cui il territorio Amatriciano e Abruzzo Ulteriore I. Al livello immediatamente successivo alla provincia c'erano i distretti che, a loro volta, erano suddivisi in circondari (quello dell'Aquila istituito nel 1806 comprendeva anche Amatrice). I circondari erano costituiti dai comuni, l'unità di base della struttura politico-amministrativa dello Stato moderno, ai quali potevano far capo le ville come quella dell'Amatice.
Negli ultimi decenni che precedettero l'unità d'Italia, molti amatriciani presero parte attiva ai vari moti rivoluzionari (1814, 1820-21, 1831, 1848-49, 1860); tra tutti spicca la figura dell'insigne patriota Pier Silvestro Leopardi.
Nel 1860 con la conquista Garibaldina "dei mille" e l'invasione dei Piemontesi in Abruzzo vengono cacciati i Borboni dal mezzogiorno, con il plebiscito del 21 ottobre 1860, il Regno delle due Sicilie entrava a far parte del Regno d'Italia proclamato il 17 marzo 1861.
Con l'unità, Amatrice fu inserita nell'Abruzzo Aquilano e solo nel 1927, con la creazione della provincia di Rieti, la città entrò a far parte della Regione Lazio di cui fa parte attualmente.
Per terminare una piccola curiosità (vedi anche in fondo a questo link). Un episodio alquanto "strano" accadde il 18 aprile 1988, la salma del Santo Celestino V fu trafugata dalla Basilica di Collemaggio, all'Aquila, e poi ritrovata due giorni dopo,in un loculo del cimitero di Roccapassa, balzando alla cronaca su tutti i quotidiani nazionali.

Tra il 1797 e il 1816 l’avvocato napoletano Lorenzo Giustiniani pubblica in 13 volumi il “Dizionario storico ragionato del Regno di Napoli”.Si tratta di un repertorio degli insediamenti (volumi I-X) e degli elementi naturali («fiumi, laghi, fonti, golfi, monti, promontorj, vulcani, e boschi», precisa l’autore a pagina 1 del tomo XI, volumi XI-XIII) del Mezzogiorno continentale, riportati in ordine alfabetico. Di seguito riportiamo le pagine relative ad Amatrice , vengono riportate anche alcune “ville”, ma non quella Roccapassa.

Lo storico Nicola Lupacchiotti dell’Amatrice, nelle aggiunte alla vita di Camillo Orsini di Giuseppe Orologi stampate a Bracciano nel 1669, descrive l’Amatrice e il suo stato. Tra le maggiori ville del contato segnala Scai con la Chiesa e il Monastero delle Benedettini di Santa Caterina e la Chiesa di S. Paolo dei Conventuali di Roccapassa con annesso piccolo ospedale dedicato a S.Claudio (sulla presenza dei Frati Francescani nel territorio di Roccapassa, segnalo l'interessante lavoro di Paola Cerella, sulle Fabbriche francescane nelle Provincie di Campobasso, Chieti ed Isernia , dove si nomina anche la Custodia Regni della Provincia umbra di San Francesco, cosiddetta poiché raggruppava territori che facevano politicamente parte del Regno di Napoli, contemplava in terra abruzzese gli insediamenti di Amatrice, Accumoli, Cittareale, Leonessa, Posta, Borbona, Scai e Roccapassa).
Affinché il Convento non fosse lasciato ancora in completo abbandono il Consiglio dell’Università dell’Amatrice, nella pubblica adunanza del 12 settembre 1568, decise di concedere la cura ed il governo del Convento di S. Paolo, con tutte le sue rendite, ai frati del Monastero di S. Francesco di Amatrice che il 6 ottobre dello stesso anno, dopo aver redatto l’inventario degli immobili, mobili e suppellettili, ne presero regolare possesso.

Alcune note sull'ordine religioso dei Chiarini o Clareni
Ordine religioso dei Chiarini o Clareni, derivato dalla regola francescana, fu fondato dai seguaci del beato Angelo Clareno ed appartenuti ai cosiddetti frati spirituali, uno dei due ordini nei quali si scisse quello francescano all'indomani della morte del suo fondatore. I Clareni praticavano la stretta osservanza del voto di povertà, secondo una rigida interpretazione della Regola non bollata redatta da San Francesco ed approvata oralmente da Innocenzo III (« Voglio che siate tenuti ad obbedire solamente a me ed a Fra Liberato, come a me stesso; a lui concedo che possa ricevere tutti coloro che volessero abbracciare la penitenza e la vita che avete promessa, sforzandovi di osservare la vostra Regola e, se è possibile, anche il testamento del B. Francesco ».)
La loro pratica religiosa era caratterizzata da un severo ascetismo e da una vita eremitica e mendicante, condotta in piccole comunità isolate, raccolte in diversi piccoli conventi detti romitori, sparsi soprattutto sull'Appennino Umbro-marchigiano. Erano sostanzialmente degli eremiti (Furono detti anche "Poveri Eremiti"),vivevano del proprio lavoro in conventini (di proprietà altri) di tre o quattro individui (tra essi vi erano pochi sacerdoti) secondo i dettami della Regola e del Testamento di S. Francesco. Sopravvissero esclusivamente grazie alla elemosine e alla protezione delle vicine popolazioni ai quali erano legati spesso da legami di devozione. Papa Celestino V concesse loro l'autorizzazione alla interpretazione in senso radicale della originale regola francescana e nel 1290 si recarono in Asia Minore come missionari ma negli anni successivi furono vittime dei processi di repressione condotti dalla Chiesa nei confronti del cosiddetto movimento dei fraticelli e molti di loro dovettero riparare in Grecia per sfuggire alla Inquisizione.

  

Fino al 1475 erano Penitenti di vita comunitaria di obbedienza vescovile (con regola del Terz'Ordine di S. Francesco). Solo in seguito sono passati con un proprio vicario sotto l'obbedienza del ministro generale dei frati minori ed hanno quindi adottato la regola di S. Francesco. Nel 1570 i frati superstiti dell'ordine furono costretti a confluire nell'Ordine dei Minori Osservanti e ad abbandonare i loro romitori, divenuti ormai troppo insicuri anche a causa dei fenomeni di brigantaggio, violenza, saccheggio e ruberia che nel cinquecento presero a sconvolgere i territori della marca pontificia. Nei catasti del 1749, del 1755 e in uno di data anteriore conservati nell’Archivio di Stato dell’Aquila, sono notati molti beni di proprietà della Chiesa di S. Maria e della Confraternita del SS. Sacramento. Il Convento di S.Paolo di Amatrice è citato per la prima volta nella Meritis piae vitae rilasciata il 4 luglio 1447 dal Papa Niccolò V (1447-1455) è il primo di un’ampia serie di documenti apostolici, esplicitamente destinati ai presbyteris et laicis pauperibuseremitis della Societas di fr. Angelo Clareno, che ci consente di comprendere appieno il tenore del privilegio Decet Sanctam (1391) e di recuperare parte del contenuto di un’imprecisata lettera apostolica di Eugenio IV (1431-1447) ad oggi non più disponibile. Il documento è infatti la risposta di papa Parentucelli ad una richiesta di conferma delle concessioni rilasciate ai Poveri eremiti dai suoi predecessori Bonifacio IX ed Eugenio IV, che per la prima volta in un documento emanato dalla cancelleria pontificia, compaiono con quel titolo ufficiale, che riscopre e riabilita la figura di Angelo Clareno per lo meno a partire dagli anni ‘30 del XV secolo. Latore della petizione è un certo fr. Giovanni da Amandola, un povero eremita che il documento qualifica con il semplice titolo di ‘curatore’ [curatoris vestri]. Questi non esercitava alcun primato giuridico sui propri confratelli, tuttavia doveva essere un autorevole rappresentante inviato a nome e per conto delle fraternità diocesane, presenti nelle circoscrizioni ecclesiastiche di Fermo, Foligno, Camerino, Spoleto, Narni, Amelia, Ascoli, L’Aquila e Rieti. La necessità di ricevere da parte del neo eletto Pontefice l’ennesima conferma di particolari privilegi, acquisiti da oltre mezzo secolo con precedenti lettere apostoliche[ac omnia et singula in eis contentapro eorum subsistentia firmiori], è determinata dal fatto che la condizione giuridica dei religiosi della Societas era pur sempre inconsueta per via della decretale Sancta Romana(1317). I Poveri eremiti a quella data erano infatti l’unica congregazione maschile presente in Italia in grado di esibire un documento apostolico che li autorizzava, in quanto Penitenti di vita comunitaria, a comportarsi alla stregua dei religiosi professi di un Ordine mendicante; le restanti fraternità maschili, inquadrate con la Regola del Terz’ordine, avevano ragione d’esistere solo grazie ad un provvedimento in deroga alla Sancta Romana (1317), rilasciato a voce da Eugenio IV, durante un’udienza concessa a s. Giovanni da Capestrano il 15 dicembre 1436. Al terzo punto del documento figura un elenco di quattordici conventini, ubicati tra la Marca d’Ancona e la Valle Spoletana, alcuni dei quali costruiti ex novo, […] ex piis christi fidelium leemosynis, altri invece erano stati ampliati o più semplicemente adattati alle esigenze dei religiosi per condurvi vita eremitica. Il documento in esame si conclude con una breve dichiarazione di Niccolò V (1447-1455) con la quale afferma di accogliere le richieste enunciate nella parte espositiva dal curatore dei Poveri eremiti fr. Giovanni de Amandula, confermando tutte le precedenti concessioni rilasciate da Bonifacio IX (1389-1404) e da Eugenio IV (1431-1447), nonché estendendo i suddetti privilegi alla neonata fraternità insediatasi nel convento di s. Paolo di Amatrice, che il documento colloca erroneamente anziché in diocesi di Ascoli in quella di Rieti, ed a tutte le case che in futuro verranno canonicamente acquisite dai religiosi della Societas di Angelo Clareno (NICOLAUS V, Meritis piae vitae (1447), in BF, n.s., I, n. 1823, pp. 901-902) – tratto da “L'Eremo di S. Maria di Capodarco alla Foresta: La presenza dei frati della "Societas" di Angelo Clareno nella documentazione Apostolica del XIV e del XV secolo” di Arnaldo Sancricca.



Quadro urbanistico catastale attuale e particolareggiato di Roccapassa dal Piano regolatore del Comune di Amatrice del 2019

Roccapassa e i Giustiniani di Genova

la mia fotoUn intreccio di interessi tra Francia, Spagna e Stato Pontificio si è consumato nei secoli in questi luoghi. Lo stesso intreccio che ha anche caratterizzato lo storia di Genova e dei Giustiniani in quel periodo.
La famiglia genovese dei Giustiniani non è legata ad una stirpe, nasce come “nome” di una società per azioni il 14 novembre 1362 dall’unione di dodici famiglie per l’amministrazione dell’isola di Chios nel mare Egeo per conto della Repubblica di Genova. Tale dominio fu esercitato collegialmente fino al 1566, anno della definiva conquista ottomana. Seppur apparentemente curioso, una di queste famiglie ha avuto una feconda discendenza nella “villa” di Roccapassa.
Il cognome Giustiniani non è presente nell'Appennino centrale prima del XVII secolo, dove compare per la prima volta in alcuni documenti catastali, ed è concentrato nella zona dell’Amatriciano in tre sue “ville”: Roccapassa, Scai e Cornelle.
La presenza dei Giustiniani di Genova nell'Amatriciano è stata scoperta dalle ricerche di Raffaele Sassone Corsi genealogista napoletano nel 1939, su committenza di Roberto Giustiniani (originario di Roccapassa), a cui fu riconosciuto dalla Consulta Araldica il titolo di "patrizio genovese", che fu l'ultimo della famiglia ad essere tumulato nella cappella Giustiniani nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva. I documenti della sua ricerca sono presenti presso l’Archivio Storico di Napoli:“Busta Giustiniani n. 02 – Fondo Sassone Corsi, Raffaele , 1785 - 1951 - pezzi 8”.
Carlo Giustiniani (ramo “Longhi”), nato a Genova il 7 marzo 1695, bisnipote del Doge Luca Giustiniani di Genova, figlio di Luca Cosmo e Livia Balbi, muore a Roccapassa il 1 maggio 1766 e vi è sepolto nella Chiesa di Santa Maria della Presentazione con la dicitura
"D. CAROLUS LUCAE COSMO FILIUS EX JUSTINIANEA JANUENSI FAMILIA OBIIT KAL.MAI MDCCLXVI ANNO AETATIS SUA LXXI M. I D. XXIV D. ANGELO ANTONIUS REV D. JOANNES BAPTISTA HUIUS PARAECIAE RECTOR FILII EIUS P.P. Da ROSA ALFIERI XUSOR Di CAROLI OBIIT XXIX AP. A.D. MDCCLXIV"  lapide sormontata dallo stemma di famiglia “castello a tre torri con al capo l'aquila imperiale con le ali spiegate”. Carlo Giustiniani fu iscritto all’albo d’oro della nobiltà Genovese il 12 marzo 1706.

la mia fotoPurtroppo la lapide non è ad oggi visibile in quanto la pavimentazione originale della Chiesa negli anni ottanta è stata coperta da un nuovo pavimento. Il ramo "Giustiniani Longo" è tra i più importanti della famiglia Giustiniani: oltre Giovanni difensore di Costantinopoli, ricordiamo due Dogi (entrambi diretti ascendenti del ramo di Roccapassa): Alessandro (nel biennio 1611-1613) e Luca (nel 1644).
Non conoscono le ragioni che indussero Carlo Giustiniani, terzogenito di Luca Cosmo e di Livia Balbi, “a cambiare cielo". Sia stato per ragioni di salute, di amore o di convenienza finanziaria, o per tutte queste ragioni, ciascuna per la sua parte o prese insieme, è molto probabile. Carlo fu battezzato a Genova nella Parrocchia di Santa Maria di Castello 17 mesi dopo la sua nascita, perché in pericolo di morte (e, come tanti altri casi uguali, visse lungamente) cercò di consolidare il suo organismo nelle aure sane e frizzanti dell’Appennino centrale. D’altro canto interessi lo chiamavano verso il mezzogiorno. Carlo Giustiniani, quale erede di Luca Cosmo, si trovò a rivendicare alcune rendite annuali su i fiscali delle Università di Amalfi, S. Giorgio e S. Severino della Provincia del Principato di Citra. E’ notorio come nasceva la ragione di tali eredità: o i comuni, stretti dal bisogno, chiedevano somme ai privati e, fino all’estinzione del debito, delegavano il pagamento degli interessi annuali alcune partite fiscali dipendenti dai provvedimenti comunali; o lo Stato imponeva tali deleghe su detti proventi, - quando non li vendeva addirittura , - per interessi di somme ad esso prestate; e poiché, come per l’attuale debito pubblico e prestiti municipali, una volta accesi tali debiti, dallo Stato o dai comuni difficilmente si estinguevano, gli eredi dei creditori dovevano dimostrare, con mezzi legali, il diritto all’esenzione dei fiscali, cioè dovevano ottenere l’intestazione di essi a loro favore. Così dovette fare Carlo Giustiniani, il quale ottenne il decreto della Regia Camera della Sommaria in data 20 ottobre 1742 che ordinava che i suddetti fiscali venissero a lui intestati in base al Decreto di preambolo della Curia di Genova, che lo dichiarava figlio ed eredi di Luca Cosmo, riconosciuto e confermato da Decreto della Corte della Vicaria di Napoli in data 25 settembre 1742.
A conferma della discendenza genovese della famiglia un vecchio documento datato 1899 che conferisce ai Giustiniani di Roccapassa la Gran Croce di Giustizia dell'Ordine di San Giovanni d'Acri e San Tommaso, di origine Bizantina Frigia Amoriense, quali discendenti dei Giustiniani di Genova e dinasti di Chios. Il documento è supportato dal ben noto stemma dei Giustiniani di Genova con la concessione del capo d'Amorio, come riportato qui a sinistra.

lapide  lapide  lapide
Dichiarazione della Curia Vescovile di Rieti e del Parroco di Roccapassa del luglio 1940 sull'esistenza di una Lapide Sepolcrale nella Chiesa di Santa Maria della Presentazione, sulla tomba di Carlo Giustiniani e Rosina Alfieri "D. CAROLUS LUCAE COSMO FILIUS EX JUSTINIANEA JANUENSI FAMILIA OBIIT KAL.MAI MDCCLXVI ANNO AETATIS SUA LXXI M. I D. XXIV D. ANGELO ANTONIUS REV D. JOANNES BAPTISTA HUIUS PARAECIAE RECTOR FILII EIUS P.P. Da ROSA ALFIERI XUSOR Di CAROLI OBIIT XXIX AP. A.D. MDCCLXIV"- Archivio Sassone Corsi Raffaele – Busta 02/Giustiniani Archivio Storico di Napoli

Da una più attenta ricerca presso l’Archivio di Stato dell’Aquila (di cui Amatrice faceva parte della provincia fino al 1923) condotta nel fondo "catasti", e precisamente nei volumi relativi all'Università di Amatrice e delle sue Ville, sono emersi documenti riguardanti i Giustiniani. Nei catasti onciari, volume catastale n°138/230, (compilato nell’anno 1749 e completato fino al dicembre 1762), tra le varie ditte (persone cui sono intestati i beni) appartenenti a Villa Cornelle sono presenti i nomi di Biaggio Giustiniani (cc. 223r - 224r), di anni 65 inabile con i figli Bernardino, il figlio di lui Giovanni, Domenico Antonio, Andrea e Don Marco. Michele Giustiniani (cc. 228r - 229r) di anni 28 bracciante con i figli Bartolomeo e Barbara e don Marco Giustiniani (cc. 232r - 233r) figlio del suindicato BiagGio.Nello stesso volume, sec. XVIII, tra i possessori di beni di Roccapassa è presente il nome di Carlo Iustiniani (cc. 257r - 259r) di anni 61 (al 1749 quindi nato nel 1688) bracciante, con la moglie Rosa di anni 56, con i figli Angelo (bracciante) di anni 25, Giovanni (chierico) di anni 19 e Caterina di anni 28; possessore di beni per un totale di oncie 65,9 tra i maggiori possidenti della Villa.
Tra i possessori di beni a Roccapassa sono citati nel 1755 (o 1756): Andrea de Francesco, Antonio di Gianfrancesco, Bernardino di Francesco, Bernardino di Francesco da Fano, Bernardino di Giansante, Biase di Lorenzo, Candeloro di Sabatino, Carlo Iustiniani, Domenico Giovannini, Feliciangelo d’Antonio, Giampaolo Dragone, Giampietro di Giampietro, Luca Dragone, Marco Nobile, Natalizio di Pietro e Paolo D’Antonio. Sempre nel volume dei catasti onciari 138/230 sono registrati per Roccapassa un elenco di possessori di beni. Tali possessori rappresentano la totalità dei cittadini registrati nella Villa della Roccapassa e dei loro relativi famigliari. Nello schema i soggetti, le once di beni posseduti (immobili, beni mobili, censi e animali al netto dei pesi), la qualifica riportata in catasto, l’età (presumibilmente al 17+1) e famigliari a carico. Il totale degli abitanti possessori e dei loro famigliari è di 20+84 per 104 persone.

possessori di beni a Roccapassa  cittadini Roccapassa
I possessori di beni a Roccapassa nel 1761

Un'ulteriore ricerca storica è possibile attraverso la documentazione parrocchiale (che hanno inizio al 1730 per i battezzati e per i defunti, e al 1813 per i matrimoni) della Chiesa di Santa Maria della Presentazione presente nell'Archivio della Curia Vescovile di Rieti. La ricerca nell’Archivio Storico Diocesano è gratuita e aperta a studiosi qualificati che abbiano interesse a compiere indagini di carattere scientifico e che siano in possesso delle competenze necessarie alle ricerche archivistiche. La documentazione conservata nell’Archivio Storico Diocesano è tutta consultabile, con l’eccezione di quella relativa agli ultimi 70 anni. Accesso alla sala studio Per accedere alla sala studio è necessario presentare domanda alla direzione dell’Archivio Storico Diocesano negli orari di apertura al pubblico: dal 15 settembre al 15 giugno, nei seguenti giorni e secondo i seguenti orari: lunedì ore 16-19 martedì ore 9.30-12.30; 16-19.

fotoPresso l’Archivio di Stato di Napoli  è consultabile il fondo Sassoni Corsi (In “Complessi documentari -Anagrafe degli archivi – Fondo Sassone Corsi, Raffaele , 1785 - 1951 - pezzi 8 – collocazione stanza 167).  Nella "Busta 02" riguardante i Giustiniani è presente una quantità considerevole di documentazione prodotta e ricevuta per l'elaborazione di ricerche e di studi su commissione. L'archivio nel suo insieme è custodito in otto buste, delle quali le prime tre contengono genealogie, appunti tratti da fonti archivistiche e bibliografiche, memorie, stemmi, documenti in copia e in originale (estratti di nascita, matrimonio e morte, processi di nobiltà, atti notarili), relativi a diverse famiglie i cui membri richiesero le competenze del barone Sassone Corsi per potere ottenere il riconoscimento dei titoli nobiliari, o essere iscritte negli elenchi ufficiali della nobiltà italiana o ancora per essere ammesse al Sacro Militare Sovrano Ordine di Malta. La documentazione relativa alle diverse famiglie è riunita in fascicoli nominativi in ordine alfabetico, riportiamo di seguito l’inventario della “Busta Giustiniani”:
- 2/19.I.1 - Memorie. Memoria relativa alla famiglia Giustiniani, ramo di Genova. (due copie dattiloscritte) ff. 1-11s.d.
- 2/19.I.2 - Memorie. Memoria Relativa alla famiglia Giustiniani con riferimento a documenti. (copia dattiloscritta) ff. 1-19s.d.
- 2/19.I.3 - Memorie. Memoria relativa alla famiglia Giustiniani Longhi, presentata da Roberto Giustiniani per la sua ammissione al Sovrano Militare Ordine di Malta. ff. 1-22s.d.
- 2/19.I.4 - Memorie. Memoria, incompleta, sulla famiglia Giustiniani. ff. 1-431948
- 2/19.II.1 - Genealogie. Alberi genealogici della famiglia Giustiniani. ff. 1-19s.d.
- 2/19.III.1 - Documenti. "Indice illustrativo dei documenti" presentati al S. M. O. di Malta da Roberto Giustiniani. ff. 1-7 Allegate copie informi dei documenti citati nell'elenco: (I-XXV)s.d.
- 2/19.III.I - Documenti. Albero genealogico del ramo dei Giustiniani Longo, tratto da "Chroniques Gréce-Romanes" di C. Hopf. f. 11940 ago. 23
- 2/19.III.II - Manca.
- 2/19.III.III - Documenti. Copia di certificato, rilasciato dall'Archivio di Stato di Genova, relativa ai seguenti atti: ff. 1-4 a) battesimo di Luca Giustiniani, di Alessandro e Paola Spinola (8 agosto 1661) b) iscrizione di Luca Giustiniani nel "Libro Nobilitatis" (1701) c) matrimonio di Alessandro Giustiniani e Paola Spinola (9 dicembre 1683).1940 giu. 06
- 2/19.III.IV - Documenti. Copia di certificato rilasciato dall'Archivio di Stato di Genova relativo ai seguenti atti tratti dalla serie "Nobilitatis": ff. 1-7 a) battesimo di Carlo Giustiniano, di Luca e Livia Balbi (7 marzo 1695) b) battesimo di Alessandro Giustiniano, di Luca e Livia Balbi (12 dicembre 1687) c) battesimo di Francesco Maria Giustiniano, di Luca e Livia Balbi (febbraio 1690) d) matrimonio di Luca Giustiniano con Livia Balbi (del 12 settembre 1683) e) iscrizione dei fratelli Alessandro, Francesco Maria e Carlo Giustiniano al "Libro Nobilitatis" (del 12 marzo 1706).1940 giu. 06
- 2/19.III.V - Documenti. Copia di certificato, rilasciato dall'A. S. di Napoli, relativo al riconoscimento di Luca, quale erede di Carlo Giustiniani. ff. 1-41940 giu. 14
- 2/19.III.VI - Documenti. Copia della dichiarazione, rilasciata dal Parroco di S. Maria della Presentazione in Roccapassa, in cui attesta l'inesistenza di Libri di battesimo anteriori all'anno 1730.s.d.
- 2/19.III.VII - Documenti. Copia della dichiarazione rilasciata dalla Curia vescovile di Rieti in merito alla dispersione dell'archivio del vicariato. f. 11940 apr. 19
- 2/19.III.VIII - Documenti. Battesimo di Gio. Battista Giustiniani, di Carlo e Rosina Alfieri (22 marzo 1730). f. 11940 lug. 22
- 2/19.III.IX - Documenti. Atto di morte di Rosa Alfieri, moglie di Carlo Giustiniani (29 aprile 1766). f. 11940 lug. 22
- 2/19.III.X - Documenti. Atto di morte di Carlo Giustiniani (1 maggio 1766). f. 1s.d.
- 2/19.III.XI - Documenti. Certificato rilasciato dal parroco di S. Maria della Presentazione in Roccapassa di Amatrice relativo ad una lapide sepolcrale esistente in detta chiesa. ff. 1-21940 lug. 25
- 2/19.III.XII - Documenti. Certificato della Curia di Rieti relativo all'impegno preso nel 1746 da Biagio Giustiniani ed altri, di riedificare la chiesa di S. Pietro. ff. 1-21940 lug. 12
- 2/19.III.XIII - Documenti. Certificato di battesimo di Domenico Giustiniani, di Angelo Antonio e Loreta Dragoni (26 novembre 1754).1940
- 2/19.III.XIV - Documenti. Certificato di battesimo di Angelo Antonio Giustiniani, di Domenico e Agata Tozzi (7 luglio 1777).1940
- 2/19.III.XV - Documenti. Certificato di matrimonio di Angelo Antonio Giustiniani e Rosa De Paolis (2 giugno 1808). f. 11940 lug. 25
- 2/19.III.XVI - Documenti. Copia di certificato di morte di Angeloantonio Giustiniani (24 maggio 1846). f. 11940 lug. 25
- 2/19.III.XVII - Documenti. Copia di certificato di battesimo di Bernardino Giustiniani, di Angelantonio e Rosa de Paolis (3 aprile 1823). f. 11940 lug. 25
- 2/19.III.XVIII - Documenti. Copia di certificato di matrimonio di Bernardino Giustiniani e Maria Lucangeli (9 giugno 1861). f. 11940 ago. 02
- 2/19.III.XXI - Documenti. Copia tratta da "Il Diritto Ecclesiastico italiano" anno 1920, relativa a Serafino Giustiniani. ff. 1-2s.d.
- 2/19.III.XIX - Documenti. Copia di certificato di morte di Bernardino Giustiniani (12 dicembre 1870). f. 11941 gen. 15
- 2/19.III.XX - Documenti. Copia di certificato di battesimo di Serafino Giustiniani, di Bernardino e Maria Lucangeli (12 giugno 1862). f. 11940 ago. 02
- 2/19.III.XXI - Documenti. Copia tratta da "Il Diritto Ecclesiastico italiano" anno 1920, relativa a Serafino Giustiniani. ff. 1-2s.d.
- 2/19.III.XXII - Documenti. Copia di certificato di morte di Serafino Giustiniani (24 aprile 1929). f. 11940 lug. 18
- 2/19.III.XXIII - Documenti. Copia di certificato di matrimonio di Serafino Giustiniani e Tullia Ricca (12 novembre 1899). ff. 1-21940 lug. 29
- 2/19.V.2 - Varie. Stemma della famiglia Giustiniani. ff. 1-2s.d.
- 2/19.VI.1 - Corrispondenza. Lettere di Giuseppe Peruzio indirizzate al Sassone Corsi in merito alla ricerca sulla famiglia Giustiniani. ff. 1-131938 - 1939
- 2/19.VI.2 - Corrispondenza. Lettere di Roberto Giustiniani indirizzate al Sassone Corsi in merito a ricerche sulla famiglia. ff. 1-1141939 - 1952 ; s. d.
- 2/19.VI.3 - Corrispondenza. Minute di lettere di Raffaele Sassone Corsi relative a ricerche sulla famiglia Giustiniani. ff. 115-1171939
- 2/19.VI.5 - Corrispondenza. Lettera dello Studio Araldico D'Oria indirizzata a Roberto Giustiniani. f. 1191947


E' importante ricordare che due Giustiniani di Roccapassa pagarono con la vita l’occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale. Antonio, perì alle Fosse Ardeatine Secello 136 e Attilio a Roccapassa, freddato dai tedeschi mentre lavora in un campo, durante un rastrellamento poco dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.

Della curiosa vicenda dei Giustiniani di Roccapassa anche un articolo di Andrea Liparoto de "Il Messaggero" di Roma del 10 febbraio 2005
I Giustiniani a Roccapassa: dogi, vescovi, scrittori e martiri


copertina libro giustiniani roccapassa lapide roberto Giustiniani

 


I GIUSTINIANI, UNA NOBILE FAMIGLIA GENOVESE NELL'AMATRICIANO, DA PIAZZA LONGA A ROCCAPASSA
(Phasar edizioni Firenze) di Enrico Giustiniani

(il testo è acquistabile direttamente dal sito della casa editrice Phasar al prezzo di € 12,00)

La storia dei Giustiniani di Roccapassa è ora anche in un testo edito nel gennaio 2022 dalla Phasar Edizioni. Dopo un primo capitolo in cui viene tracciata la storia dei Giustiniani di Genova, nei successivi vengono narrate le vicende del ramo Longo di questa famiglia, una delle "dodici" che costituirono la "Maona Giustiniani" che esercitò dal 1347 l’amministrazione dell’isola di Chios nel mare Egeo per conto della Repubblica di Genova fino al 1566, anno della definiva conquista ottomana.
Carlo Giustiniani olim Longo nato a Genova il 7 marzo 1697, terzogenito di Luca doge di Genova e Livia Balbi, si trasferisce a Roccapassa dove vi muore il 1 maggio 1766. Tumulato nella locale Chiesa di Santa Maria della Presentazione, il suo sepolcro è ornato dallo stemma di famiglia e dalla scritta: «D. CAROLUS LUCAE COSMO FILIUS EX JUSTINIANEA JANUENSI FAMILIA». Uno degli ultimi discendenti di questo ramo Roberto Giustiniani, fu poi sepolto nel 1967 nella cappella gentilizia nella chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva insieme ai “grandi” della famiglia del ramo Negro-Banca (lapide qui a sinistra).
Un capitolo è dedicato alle vicende giudiziarie del pio legato di Vincenzo Giustiniani marchese di Bassano istituito nel 1631 che ha interessato, nel corso di oltre tre secoli, tutti i discendenti delle dodici famiglie Giustiniani, fino alla definitiva liquidazione avvenuta nel 1958.
Oltre alle osservazioni di carattere prettamente storico e documentale riguardanti la storia dei Giustiniani, l'autore aggiunge delle annotazioni intimistiche, e per alcuni versi romantiche, sulla “villa” di Roccapassa.






 



fontanile Rocca Passa Valle del Picente veduta da  Rocca Passa Valle del Picente veduta da  Rocca Passa
Foto e descrizione di Pietro Pittalis:
A destra e al centro il "fontanile" dove un tempo venivano a lavare il bucato tutte le donne di Roccapassa, quando con con un canovaccio formavano una corona per mettere sulla loro testa loro conche di rame piene 'acqua o i loro cesti pieni di bucato da lavare od appena lavato. Venivano durante tutto il giorno a prendere acqua e/o lavare e camminavano, con la schiena dritta ed il collo immobile, con le braccia allargate per meglio mantenere in equilibrio del, peso sulla testa, a volte sembrava volessero prendere il volo, sulla strada sconnessa, muovendo con grazia i loro larghi fianchi materni, facevano ondeggiare le ampie gonne spesso a piegoni. Così, alla stessa Fonte, ho osservato anche tutti gli animali quali buoi cavalli, muli e somari, che venivano ad abbeverarsi accompagnati dai vari proprietari in ritorno dal lavoro nei campi. Alcuni con in groppa una soma di carico e chi invece con in sella il proprietario. Il Fontanile, meglio detto dai Roccani "La Fonte" è sempre stato ed ha rappresentato il centro di Roccapassa era ed è ancora oggi il crocivia per chi sale o scende dalla via del Fiume o anche per chi dovendo continuare a salire per andare su in cima alla chiesa del paese o per la Via che porta ancora oggi a Scai.Allo stesso crocevia della Fonte dovevano passare anche tutti coloro chi si recavano in direzione opposta, per i così detti Guajeri, ovvero verso la fonte Solfurea.
A sinistra la magnifica Vallata della Via Picente, ovvero la provinciale che dal paese di Aringo, frazione di Montereale, porta ad Amatrice, questa valle si estende lungo il percorso del fiumiciattolo che attraversando Roccapassa arriva al vecchio Molino per proseguire poi fino alla foce situata nel paese di San Benedetto, frazione di Amatrice, e quindi al Lago Scandarello

CURIOSITA': Anche un Papa è passato per Roccapassa ....

Un episodio alquanto "strano" accadde il 18 aprile 1988, la salma del Santo Celestino V fu trafugata dalla Basilica di Collemaggio, all'Aquila, e poi ritrovata due giorni dopo,in un loculo del cimitero di Rocca Passa, balzando alla cronaca su tutti i quotidiani nazionali.

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La vicenda si intreccia sulla rivalutazione storica di Celestino V, sia per il mistero che circonda il suo paese d'origine (Isernia?) sia per un misterioso episodio che è stato rivelato alla stampa da Padre Quirino Salomone.
Il fatto risale al 1988 quando a L’Aquila fu trafugato il corpo di Papa Celestino V, quello della Perdonanza e del “gran rifiuto” descritto da Dante Alighieri nella Divina Commedia. La notizia finì sui notiziari di tutto il mondo. La città rimase con il fiato sospeso per quattro, lunghi giorni. Chi cercava le spoglie all'Aquila, chi le cercava lontano dalla città.
Furono trovate il 21 aprile dell’88 dalla polizia all' interno di una cassa di legno-compensato in un loculo del cimitero di Rocca Passa, una frazione di Amatrice, quindi a una sessantina di chilometri dall' Aquila Come ci erano arrivate? Chi ha indirizzato gli inquirenti fino là?
I resti del santo erano stati trovati in perfetta conservazione, coperti con i paramenti bianchi dei Papi. A una prima ricognizione effettuata dal vicario generale dell' Aquila, monsignor Giuseppe Molinari, le ossa e il volto, modellato con cera sul cranio di san Pietro Celestino (a somiglianza però del cardinale Confalonieri, che volle il mausoleo nella basilica dell' Aquila), non avevano subìto danni. All' interno della cassa c' era anzi della naftalina, proprio per meglio conservare le spoglie. E’ rimasta sempre una divergenza tra la storia ufficiale, raccontata dalla polizia alla stampa, e alcune obiezioni alle quali nessuno ha saputo né voluto rispondere. Di sicuro i ‘rapitori’ avevano avuto il tempo di compiere più di un sopralluogo nella basilica. Le misure della cassa di compensato, forse costruita da un artigiano della zona, erano precise al millimetro rispetto alla salma del santo. In quelle ore di ‘rapimento’ spiegava il questore avevano ricevuto telefonate anonime, mitomani che si spacciavano per appartenenti alle Brigate rosse, alla ' ndrangheta, alla mafia, chiedendo fortissimi riscatti.
Invece secondo la versione passata alla storia, pedinati e seguiti i colpevoli fino a Rocca Passa, le spoglie erano state ritrovate ma i responsabili erano sfuggiti alla cattura, come spiegò ai cronisti il questore dell’epoca. Ma già secondo i resoconti giornalistici del tempo la versione ufficiale non convinceva: possibile, in effetti, che gli scooter potessero sfuggire a un inseguimento delle “pantere” della Volante? Ecco il diffondersi della tesi complottista, di un “patto” con uno dei ladri, in nome dell’interesse superiore del ritrovamento della reliquia, in cambio della sua impunità. Una tesi che mai nessuno ha voluto confermare. Possiamo aggiungere al mistero che potrebbe essere non causale il ritrovamento a Roccapassa dove era presente il convento di S.Paolo dei clareni e Pietro da Morrone (Celestino V) aveva avuto sicuri contatti con Angelo Clareno.
 
Dopo il ritrovamento della salma fu eseguita una TAC sotto l'autorizzazione di Città del Vaticano, e il portavoce della Santa Sede non lo aveva mai reso pubblico. La Tac eseguita sul cranio del Santo, rivela un foro perfettamente circolare provocato quasi sicuramente da un chiodo conficcato in testa da misteriosi sicari. Tutto ciò accaduto mentre l'Eremita da Morrone si trovava al Castello di Fumone, lì rinchiuso da Bonifacio VIII.
Il punto di vista della Chiesa, fanno trapelare alla Congregazione per le Casue dei santi in Vaticano, è che ciò non fa cambiare assolutamente nulla: Celestino V fu canonizzato il 5 maggio 1313, quindi da ben 685 anni è venerato per la sua santità in tutta la Chiesa.
Gli atti ufficiali dell'epoca però registrano che il 19 maggio 1926, fu trovato morto nel Castello di Fumone, deceduto per cause naturali, ma della notizia del foro nel cranio, che quindi tanto originale non è, se ne parla già dal '500, come riporta anche l'Abate Giuseppe Celidonio nel suo volume dal titolo "San PIetro del Morrone - Celestino V" ristampato nel 1954.

centro studi e ricerche Celestino V

lapide commemmorativa lapide commemmorativa
La lapide commemorativa posta sul cimitero di Roccapassa (sulla Via Picena direzione Montereale) del passaggio di Celestino V.
A destra il pontefice ritratto da Giulio Cesere Bedeschini e conservato nel Museo nazionale di Abruzzo all'Aquila

ALTRE CURIOSITA' ....

Quante leggende sono fiorite intorno ai piccoli brandelli di notizie storiche verificabili e documentate! È il caso, ad esempio, del ritrovamento all'inizio del 1800, di alcuni grandi denti all'interno di una gola del Pizzo di Sevo, subito attribuiti agli elefanti di Annibale, morti nel corso della mitica traversata della Penisola. Risulta difficile pensare a motivi plausibili per la scelta di un itinerario, da parte di Annibale, ad oltre duemila metri di quota, rispetto a percorsi molto più comodi, quali la via Salaria ed il corso stesso del fiume Tronto. È certo, tuttavia, che in Campo Carano, presso Cornillo Nuovo o S. Lorenzo a Flaviano e un po' dappertutto nel comune di Amatrice, sono stati trovati segni della presenza dell'uomo preistorico, risalenti anche ai primi tempi dell'età della pietra. Un'altra leggenda, questa volta fiorita in una delle «ville», riguarda il passaggio nella zona degli apostoli Pietro e Paolo, impegnati nell'opera di propagazione della fede. Essi, giunti a Voceto, furono ospitati dalla famiglia Casareale, una delle poche rimaste nel villaggio quasi spopolato a causa di una invasione di vipere. I due santi, dopo aver operato il miracolo di allontanare le vipere, quale ricompensa per la loro ospitalità diedero ai membri della famiglia Casareale il potere, tramandato poi di padre in figlio, di immunizzare dal veleno quei paesani che, senza consultare prima un medico, si fossero rivolti a loro. Né i transiti illustri finiscono qui. Si racconta che nel 1300 abbia sostato in Amatrice Dante Alighieri, diretto a Roma per l'Anno Santo. Il Sommo Poeta, le cui terzine avevano ormai oltrepassato i confini della Toscana, trovò nella cittadina degna ospitalità, avendo modo tra l'altro di conoscere i bucatini all'amatriciana nella versione più autentica e gustosa. Pare che Dante ne rimase entusiasta e si impegnò a propagandare la ricetta tra 43i suoi conoscenti. Alla storia, che ci presenta quanto meno una immagine inconsueta del Poeta, qualcuno ha dato anche un seguito: avendo il Poeta mantenuto la promessa, gli Amatriciani vollero premiarlo assegnandogli un posto tra i personaggi affrescati nell'«Albero di Jesse» che possiamo ammirare nella Chiesa di S. Francesco. Viene naturale, a proposito di questo aneddoto, ricordare che la poesia, in queste contrade, è stata da sempre una compagna per i pastori i quali, non solo conoscevano a memoria la «Divina Commedia» ed altri poemi celebri, ma hanno elaborato essi stessi, nel tempo, uno straordinario talento di creare versi. In versi famiglie e gruppi sociali tramandavano le loro storie e celebravano i momenti significativi della vita; in versi si svolgeva il «canto a braccio» che vede ancora oggi, nelle feste popolari, impegnati degli autentici virtuosi dell'improvvisazione.



Il Messaggero del 10.2.2005 di Andrea Liparoto


NEI DINTORNI DI ROCCAPASSA SULLE TRACCE DI VESPASIANO

In età romana il territorio conosciuto come Sabina, del quale l'Alto Reatino è il cuore, era compreso, come dice Livio, tra il Lazio, il Piceno e l'Umbria, e limitato su due lati dall'Appennino. Queste terre in prevalenza montuose e collinari ospitavano popolazioni autonomamente strutturate e consapevoli della propria identità già prima che Roma cominciasse la sua ascesa. I Sabini infatti appartenevano a quelle genti italiche che, emerse dall'unità culturale che aveva caratterizzato l'Italia peninsulare dal 1550 al 900 a.C. circa (media età del Bronzo-Bronzo finale), formarono nella prima età del Ferro uno straordinario mosaico di popoli e di culture. Roma tra l' VIII e il I secolo a.C. unificò queste genti senza, per fortuna, cancellarne le specificità, tanto vero che dopo la caduta dell'Impero ripresero forza e oggi possiamo riconoscerle nelle varietà regionali del nostro Paese. Pare ormai certo che dalla loro sede originaria individuata in Testruna presso Amiternum (in provincia de L'Aquila), i Sabini avevano intrapreso in più direzioni una lenta e sistematica espansione e attraverso le tipiche migrazioni che prendono il nome di ver sacrum avevano occupato un territorio molto più esteso di quello testimoniato in età romana. Infatti tra la fine del VII e la prima metà del V secolo a.C. nelle Marche, in Abruzzo e nella Sabina è archeo-logicamente documentata una cultura unitaria espressa da genti che parlavano la stessa lingua e si chiamavano Sabini. Una conferma, insomma, di quanto sostengono le fonti letterarie antiche. Nelle aree appenniniche il popolamento era articolato per ambiti territoriali (pagi) in cui i piccoli agglomerati e le case sparse trovavano un luogo di aggregazione nei santuari minori collocati presso le acque sorgenti e lungo i percorsi naturali. I pagi, poi, facevano capo a gruppi tribali che avevano un punto di incontro religioso e politico nei santuari maggiori; questi, isolati nella campagna, costituivano anche il sito ideale per le fiere e i mercati. La pasto-rizia transumante era la principale risorsa economica di queste popolazioni, al cui interno grazie alla ricchezza rappresentata dalla quantità di bestiame posseduto emergevano gruppi aristocratici.
Mentre le genti dell'entroterra appenninico (benché il loro isolamento fosse relativo in quanto erano toccate dalle correnti di traffico che l'attraversavano in lungo e in largo) conservarono a lungo questa struttura socio-economica legata alle condizioni ambientali, quelle che si stanziarono in terre confinanti con aree culturali evolute subirono una lenta ma sostanziale trasformazione. È il caso di quei Sabini che nella loro espansione verso Ovest colonizzarono prima la Conca reatina, da dove secondo alcune fonti avrebbero scacciato i precedenti abitanti (gli Aborigeni); e in seguito, oltrepassati i Monti Sabini, giunsero al Tevere stabilendosi in quella che viene definita la Sabina Tiberina. Qui vennero a contatto con gli Etruschi e i Falisci-Capenati, e tramite le valli dei fiumi Nera, Velino e Tronto si aprirono ai traffici e agli scambi culturali con gli Umbri e le popolazione medio-adriatiche. Essi tra l' VIII e il VII secolo raggiunsero, come testimoniano gli scavi più recenti, un livello complesso di organizzazione socio-economica del territorio.
È con questi Sabini che fin dall'età regia Roma dovette fare i conti. I rapporti con la Sabina interna, invece, cominciarono solo nel III secolo a.C. allorché la Repubblica romana intraprese l'occupazione dei punti chiave della catena appenninica per impedire il coalizzarsi ai suoi danni delle genti italiche, come era già accaduto nello scontro con i Sanniti. L'essere entrati nell'orbita romana in età arcaica, quando cioè la diffusione della scrittura era ancora scarsa, ha reso e rende molto difficile la definizione di un profilo storico culturale complessivo della civiltà dei Sabini da parte degli studiosi moderni. Essi devono orientarsi tra una messe copiosa di notizie ricavate dalle fonti letterarie classiche, interessate allo studio dei Sabini soprattutto in funzione di una ricostruzione e glorificazione della storia di Roma, e la modesta quantità dei dati materiali raccolti finora. Tale discorso poi vale in modo particolare per la Sabina interna.
Al di là, comunque, dell'attendibilità delle fonti antiche, alcune delle quali identificano come sabini ben tre re (Tito Tazio, Numa Pompilio, Anco Marcio), e attribuiscono una origine sabina ad importanti famiglie (la Claudia, la Valeria, la Cornelia e la Flavia), pare probabile che gruppi sabini immigrati in città nel corso dell'VIII secolo a.C. si siano inseriti nella vita economica, politica e religiosa di Roma raggiungendo posizioni di prestigio. In ogni caso, nella prima fase della sua espansione Roma si scontrò più volte con i Sabini del Tevere, finché nel 449 a.C. dopo un conflitto decisivo li sottomise e assimilò definitivamente. Ma, come si è detto, solo un secolo e mezzo dopo, nel 290 a.C., Manlio Curio Dentato portò a compimento la conquista della regione con l'invasione e la devastazione della Sabina interna. Una parte delle terre confiscate ai vecchi proprietari fu assegnato in lotti di sette iugeri ai cittadini romani; gli abitanti ottennero in un primo tempo la cittadinanza senza diritto di voto e nel 241 a.C. quella integrale.
Per un migliore sfruttamento del territorio furono intraprese bonifiche, costruite strade e creati alcuni centri urbani sia pure di dimensioni modeste; ma fu soprattutto a partire dal II secolo a.C. che si affermarono le villae rusticae, fattorie che disseminate nella regione specializzarono la loro produzione finalizzandola alle esigenze di consumo delle città e di Roma in particolare. La mancanza di resti monumentali di rilievo (terme, anfiteatri, templi) ci conferma che furono le ville e non i centri urbani la presenza più significativa e incisiva nella Sabina, e in quella interna in particolare. Accanto alle ville, e soprattutto lungo la Salaria, sono stati ritrovati avanzi di numerosi monumenti sepolcrali (tombe grandiose, mausolei ecc.) che testimoniano la ricchezza dei proprietari. Questa posizione subalterna si perpetuò in età imperiale, né l'aver dato i natali a celebri scrittori come l'erudito Varrone, proprietario di una tenuta nel Reatino, o agli imperatori Vespasiano e Tito originari della valle Falacrina cambiò il destino di questa regione che nel III secolo, con la diffusione del grande latifondo improduttivo e la conseguente scomparsa di gran parte della fattorie, visse una grave e generale crisi. Per quanto riguarda i secoli successivi è una vera impresa districarsi tra gli eventi riguardanti la storia della Sabina in genere e dell'Alto Reatino in particolare per farne un chiaro ed esauriente quadro complessivo. Si può tentare qui di delineare una breve sintesi degli avvenimenti significativi e richiamare l'attenzione su alcuni problemi di fondo, soprattutto in funzione di una migliore comprensione della storia locale cui necessariamente si farà cenno a proposito dei singoli centri e relativi comprensori. Ad esempio, si può dire sin d'ora che, oltre alla posizione geografica, la vicinanza a Roma e il forte spirito di autonomia delle genti sabine hanno, nel bene e nel male, giocato un ruolo determinante nelle scelte, nelle attività, negli atteggiamenti delle popolazioni.
La perdita quasi generale di fonti relative ai secoli IV e V non impedisce di ricavare notizie sulle distruzioni e sulle violenze causate nella regione dai Goti e contemporaneamente sulla precoce penetrazione del Cristianesimo, testimoniata da sepolture, cimiteri, culti di martiri, a cui seguì alla fine del V secolo una vera e propria organizzazione ecclesiastica fondata sui Vescovadi. Questi, insieme ai monasteri, costituirono un riferimento importante per le popolazioni locali nel momento in cui la struttura amministrativa imperiale di Roma si disfaceva e nuove genti si insediavano nella Penisola.

Al passo di Torrita, nel punto più alto della Salaria (1.010 mt .l.m), che costituisce lo spartiacque fra la valle del Tronto sul versante adriatico e quella del Velino sul versante tirrenico, durante delle campagne di scavo curate dalla Soprintendenza Archeologica del Lazio iniziate già dagli anni cinquanta, a seguito di alcuni ritrovamenti casuali, sono stati portati alla luce importanti resti archeologici di epoca romana  che accrediterebbero la già diffusa tesi in base alla quale il “Vicus Phalacrinae” (detto Falacrine), luogo di nascita e di soggiorni estivi dell'imperatore Vespasiano, coinciderebbe con il sito archeologico di Torrita.
Più recentemente è stato invece proposto che nel sito si dovesse riconoscere i resti di una villa rustica. Indubbiamente inaccettabile la prima congettura, molto più credibile la seconda, anche se non possono essere scartate ipotesi legate alla possibile presenza di una mansio o di una statio, punto di sosta del cursus publicus, considerato che il complesso che è situato a 1018 m slm, proprio nel punto di valico tra le valli del Velino e del Tronto.
Lo scavo fu poi ripreso da parte di Maria Santangelo nel 1971 e nel 1975 essendo minacciato da una variante della via Salaria allora in progettazione. A questa studiosa si deve il più importante rendiconto dello scavo stesso, pubblicato sui Fasti del 1975-1976 con la presentazione della pianta del complesso che fornisce poi il punto di partenza per tutti gli studi successivi nonostante sia senza orientamento e sia priva di una scala metrica.
Torrita è una delle arterie di comunicazione più antiche, nata ancor prima della nascita di Roma come itinerario del sale che dai monti della Sabina andava verso la valle del Tevere fino all’isola Tiberina per proseguire lungo la riva destra del fiume fino alle saline della foce, sistemata successivamente dai romani come grande via di comunicazione tra Roma l’entroterra appenninico e il versante adriatico. La via arrivò da prima fino a Rieti, poi, dopo la sottomissione romana dell’intera Sabina, nel III° sec. a.C., fu condotta per le valli del Velino e del Tronto fino all’Adriatico dove aveva termine a Castrum Truentinum, l’odierno Porto D’Ascoli.
Esistono in realtà numerose contrastanti teorie circa l’origine, i luoghi di nascita e di soggiorno della Gens Flavia che interessano la regione ed in modo particolare la frazione di Torrita: la “tradizione amatriciana” situa Falacrine nella zona di Torrita, dove, secondo la legenda, esisteva una grande città da cui avrebbe preso nome la valle sottostante. La posizione strategica a controllo del valico sulla via Salaria e a confine con il territorio dei Piceni rappresenterebbero secondo alcuni studiosi una testimonianza precisa e definitiva su Phalacrinae-Torrita. L’umanista reatino Mariano Vittori (1518-1572), confermando la tradizione falacrinese per cui Falacrine sarebbe la terra natale di Vespasiano, precisava che quest’ultima sarebbe coincisa con S. Silvestro di Cittareale. Secondo la voce locale (amatriciana) la Gens Flavia sarebbe invece originaria di San Lorenzo a Flaviano, frazione a pochi chilometri da Amatrice. I resti di interessanti costruzioni romane affiorarono effettivamente, sullo spartiacque della Meta, accanto alla nuova via Salaria, e precisamente in località denominata “Le Pantane”.
Nel complesso, indagato solo parzialmente, sono stati trovati: un peristilio, che conserva parte dello stilobate e le basi di quattro colonne tuscaniche, e vari ambienti tra i quali è possibile identificare un impianto termale: il portico colonnato, di metri 28,60 per 26,20, venuto alla luce presenta infatti delle “suspensurae” vale a dire delle piccole colonnine in mattoni che avrebbero permesso il passaggio di aria calda sotto la pavimentazione.
Lungo il lato nord-orientale si trovano sette ambienti che appartenevano al complesso termale. I muri del primo ambiente sono in opera incerta, reticolata e vittata. Fra il primo ambiente ed il successivo si trovava un praefurnium. Nel secondo ambiente, pavimentato con bipedali, sono state ritrovate tracce di suspensurae, mentre le pareti sono parte in reticolato, parte in opera vittata. Il terzo ambiente è molto simile al secondo, dal quale lo separa un muro divisorio con una serie di praefurnia. Gli altri ambienti presentano grosso modo caratteristiche molto simili. La varietà delle tecniche edilizie adottate attesta chiaramente la lunga vita del complesso termale ed i continui restauri ai quali fu sottoposto. In linea generale la datazione di queste fasi può essere con buona approssimazione compresa tra la metà del I secolo a.C. ed il III-IV secolo d.C. Sarebbe, peraltro, molto interessante riprendere le indagini archeologiche in modo più scientifico, attraverso uno scavo stratigrafico, per comprendere con miglior chiarezza le funzioni e l'arco cronologico di vita di questo complesso particolarmente importante per delineare i tempi, i modi e le forme della romanizzazione delle alte valli del Velino e del Tronto.
Nella villa sono stati rinvenuti molti pezzi di vetro (lacrimatoi, balsamari, vetrate per finestre), nonché fibule, piccole asce, monete, basamenti di colonne, capitelli e numerosi reperti che segnalano la presenza di un artigiano metallurgico (stampi di terracotta, scalpelli, pinzette, compassi, e molti altri attrezzi ed oggetti realizzati).
Venne ritrovato inoltre uno splendido busto, alto circa 60 cm di chiara iconografia repubblicana (probabilmente Cesare), rinvenuto nel ’74 ed ora custodito nei locali della Soprintendenza Archeologica del Lazio.
Ancora negli anni Settanta i lavori di scavo portarono alla luce una statua di marmo di circa 90 cm di altezza raffigurante una figura femminile nuda, trafugata la notte della scoperta stessa dai locali della scuola elementare di Torrita dov’era stata provvisoriamente sistemata.
A circa 500 metri dall’attuale area di scavo, al 141° Km della via Salaria, era stata precedentemente rinvenuta una lapide funeraria con epigrafe latina dedicata al Quattorviro e Pretore Caius Securius Vestigator; l’iscrizione, collocata inizialmente in un’abitazione di Torrita disabitata e parzialmente crollata e successivamente all’ingresso della sede comunale di Amatrice, si trova attualmente nel Museo Civico “Nicola Filotesio”.
Nel 1986 tutti i reperti recuperati vennero depositati a Roma, in Via Pompeo Magno, per volere della Soprintendenza Archeologica per il Lazio.
Nel complesso scoperto a Torrita si distinguono, in base alle tecniche costruttive, varie fasi di rifacimento e restauro in un arco cronologico che va dal primo sec. a. C. al III – IV sec. d. C..
Un Convegno indetto ad Amatrice nell’estate dell’84 cercò di chiarire la dibattuta questione della funzione di tale complesso; in tale occasione venne formulata una duplice ipotesi che impegnò i partecipanti: villa imperiale o centro abitato.
Se la ricchezza delle decorazioni e la qualità dei materiali indicherebbe che non si tratta di una villa rustica bensì di un edificio fastoso, ad esempio una grande villa residenziale con annesso un posto di guardia per il cambio dei cavalli, numerose ipotesi sono state avanzate circa l’esatta natura del complesso: le più recenti lo identificano con una stazione di posta o una statio, punto di sosta del cursus publicus, considerando che il complesso si trova a 1018 m s.l.m. nel punto di valico tra le valli del Velino e del Tronto. La Santangelo che curò lo scavo nella campagna degli anni 70, interpretava il Peristilio come il foro di un Vicus, che identificava con il vicus Phalacrinae.
Purtroppo, a causa dell’incuria e della mancanza di interesse da parte delle autorità, la zona del monumento è stata ripetutamente saccheggiata nel corso degli ultimi cinquanta anni ed i lavori di scavo e di esplorazione non sono più ripresi.
In luogo molto vicino a questo ritrovamento, a circa 1 km in linea aerea, denominato monte Tito (in dialetto chiamato Monticillu) nei pressi della frazioni di Casali della Meta, furono rinvenuti altri reperti archeologici, travertini e altri materiali risalenti alla stessa epoca romana ma purtroppo, anche in questo caso, l’incuria ed il disinteresse non hanno portato a significativi avanzamenti nelle ricerche

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
- Buonocore, M. 1988, La via Salaria nel tratto Collicelle-Torrita: nuove acquisizioni epigrafiche., in Miscellanea greca e romana, Roma, tav. II.
- Camerieri, P./ Tripaldi, L. 2009, La viabilità., in Falacrinae: Le origini di Vespasiano., Roma, fig. 4 p. 42..
- Santangelo, M. 1982, Falacrinae, Torrita di Amatrice (Sabina, Rieti)., in Fasti Archaeologici: annual bulletin of classical archaeology, p. 804.

Comunità Montana del Velino


ROCCAPASSA SULLA VIA DEI BRIGANTI

In questi territori il fenomeno del brigantaggio è sempre stato diffuso. Fin dal XVII secolo la zona era il confine tra lo Stato Pontificio ed il Regno delle Due Sicilie e come ogni territorio di confine piuttosto impervio, non erano frequenti le scorrerie dei briganti.
Nel corso del 1600 nella vasta zona compresa tra Borgovelino, Borbona, Posta e Cagnano Amiterno, agiva il famoso brigante Giulio Pezzola del Borghetto. La leggenda vuole che costui abbia comandato una numerosa banda di briganti, composta in gran parte da parenti e amici, che operava tra il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa, depredando i ricchi e consegnando gli altri banditi (concorrenti) alle autorità, in modo da accaparrarsi la protezione dei sovrani e conquistarsi l’esclusiva della zona.
Giulio Pezzola, prima capo masnada e poi acerrimo sostenitore del governo spagnolo nelle frazioni di guerra contro il duca di Guisa, dopo essere stato il favorito ed il confidente di Filippo IV di Spagna, caduto in disgrazia della reggenza e rinchiuso in Castelnuovo di Napoli, concepì nella sua tarda età di settantacinque anni il disegno di tornare in mezzo ai banditi: e fra le ombre della notte, con una fune volle disperatamente provarsi a fuggire dalla fortezza in cui era stato rinchiuso ma rottasi la fune, cadde e morì. Fu seppellito nelle arene del ponte della Maddalena. Correva il giorno 17 luglio dell’anno 1673.
Dopo oltre 300 anni dalla sua morte la leggenda del brigante Giulio Pezzola è ancora viva nel paese che l’ha visto nascere, Borgo Velino (sulla Salaria poco prima di arrivare ad Antrodoco), nelle sue innumerevoli diverse versioni. Ogni anziano del paese ha una sua storia. Glie l’ha raccontata il padre ed al padre il nonno e così via. Solo che i padri ed i nonni ed i bisnonni, anziché mettersi d’accordo, ci hanno messo, di proprio, quasi tutto, all’infuori di quel palazzo che è in piazza, che ha una sala con uno splendido camino e che tutti indicano, e certamente fu reggia, in pace, di Giacomo Pezzola.
Nei momenti duri, quando c’era da menar le mani e sparare dall’alto contro chi stava avventurandosi su per le montagne per vederci chiaro in certi traffici e certe ruberie, a Borgo Velino sono concordi che il Pezzola ed i suoi fidi si rifugiassero nel "Casino dei Blasetti". La torretta, ormai irrimediabilmente e goffamente mozzata, lo splendido soffitto a cassettoni, irragionevolmente demolito, certe feritoie agli angoli del quadrato edificio bianco, che dalla collinetta su cui è situato domina la vallata "Santa" sottostante, offrono appigli di certezza ad una convinzione popolare semplicemente campata in aria. La torretta e le feritoie sono in effetti piccionaie! Ed il soffitto, né molto antico, né guerriero era residuo del fasto borghese di un proprietario terriero, che alternava soggiorni in città a soggiorni campagnoli.
Anche la leggenda della tomba nel Convento Francescano è una finzione… Un vigoroso calcio alla storia ed alla realtà, pura fantasia popolare, concorde nel seppellire il bandito in tale Convento, abbandonato da oltre un secolo e sempre in restauro. Non molto lontano dal Casino dei Blasetti, il Convento ospita al suo interno una lapide, troppo piccola per essere una tomba, che però ricorda un cospicuo lascito ai frati francescani, amici del Pezzola, da parte della vedova, affinché questi dicessero messe in suffragio di suo marito.
Su tale lapide si parla di diversi scudi d’oro; tanto è bastato per alimentare le fantasie popolari e dei ragazzi, sempre pronti ad organizzare spedizioni alla ricerca di un tesoro nascosto, sempre avendo come punto di riferimento la vecchia osteria del Sor Antonio, ora distrutta a causa della costruzione di un sottopasso e che era posta lungo una vecchia mulattiera a Valle Onica.
Il Pezzola era si un brigante, ma era anche una persona di origini umili e come tale non si azzardava mai a compiere dei sinistri contro la povera gente. Le tante leggende infatti sono tutte concordi nell’affermare che il brigante Pezzola nelle sue scorrerie da un confine all’altro e cioè fra Stato Pontificio e Regno di Napoli, si era specializzato in assalti e rapine di frontiera a viandanti, diligenze, carovane e soprattutto nel rapinare monsignori, mercanti e ricconi. Mai belle dame e povera gente. Pezzola era il difensore dei frati e dei deboli! In breve però, divenne ricco e potente, così, per forza di cose, anche lui passò dall’altra parte, tant’è che il Re di Napoli, "Franceschiello" per alcuni, per altri, Ferdinando IV, un Borbone insomma, lo fece suo colonnello. Per secoli infatti il potere borbonico si resse sui briganti; la nomina di Capitano infatti non fu un regalo, e non fu neanche un semplice riconoscimento per i tanti servigi prestati e per i danni arrecati alla Chiesa, fu soprattutto un gesto che schierò il Pezzola definitivamente contro lo Stato Pontificio. Egli prese molto sul serio i suoi galloni, si inorgoglì e divenne intrattabile. Le sue gesta andarono via via perdendo il lievito di protesta sociale, di rivolta proletaria e contadina per trasformarsi in repressioni, soprusi e tirannia.
Era un bell’uomo, aveva un grosso debole per le belle donne, dalle quali era richiamato per quell’alone di eroismo e di mistero che lo circondava e per la sua contadinesca, sfacciata ma efficace e fascinosa galanteria.
Fu ucciso a tradimento, ancora giovane, a causa proprio dio una donna. Uno zingaro di passaggio lo accoltellò alla schiena sulla piazza di Borgo Velino, davanti la sua abitazione e nel bel mezzo di una festa popolare perché aveva insidiato la sua giovane sposa.
Tutta la vita odiò Papi, Cardinali e preti, il loro potere, le loro ricchezze. Venerò al contrario e come abbiamo già detto i frati, e rispettò, a suo modo Dio e i Santi. Fu una sorta di anticlericale cristiano; di laicista cattolico "ante litteram" e come tutti i briganti figlio di povera gente e a servizio della stessa. L’aiutò in tutti i modi, ne vendicò le offese ricevute; Sparì con loro ogni sorta di ricchezza, di bottino, e con loro, specie se in compagnia di belle ragazze festeggiò ogni ritorno dopo le vittoriose e ladresche imprese.
Nella leggenda, anzi nelle tante leggende, del Pezzola si ribadisce sempre il suo odio verso i ricchi ed i potenti; è a ben guardare la costante di fondo di tutte le leggende ma anche di tutti i briganti: Frà Diavolo, Passatore, Mammone, Parafante, Taccone, Musolino ecc. dei briganti del Sud e di quelli del nord. Vendicatori dei soprusi dei potenti, contro i quali la povertà, la miseria e l’ignoranza hanno sempre ritenuto ben più validi e sicuri, piuttosto che una buona legge, d’altro canto improbabile per quell’epoca, il castigo e la vendetta consumati sotto i propri occhi, li sulla porta di casa. Giustizia spicciola, in cui si ha fiducia ed è vicina, mentre le leggi ed i tribunali sono lontani ed incerti.
Fra Diavolo ed il Pezzola, a Borgo Velino e nella vallata erano la stessa persona, come anche, forse,… Michele Pezza, Pezzola,… chissà un diminutivo. Del resto se la leggenda è la storia di ciò che si vorrebbe sia stato, anche Frà Diavolo, brigante di Borgo Velino, in barba alle date ed ai documenti, ci può stare.

Nel periodo post unificazione dell'Italia, su vasta parte del territorio centro-meridionale, si diffuse il fenomeno del brigantaggio. Vediamo di individuare le motivazioni sociali, sanitarie e politiche che costituirono la base di un fenomeno ancora oggi non definitivamente chiarito.
Il regno delle due Sicilie non si era contraddistinto per la liberalità e la floridezza economica, ma certamente aveva instaurato un regime fiscale mite e tollerante, misurato sulla capacità contributiva dell'economia agricola locale.
Anche nello Stato Pontificio esistevano degli equilibri che avevano evitato fino a quel momento il degenerare della situazione sociale.
Con l'annessione al regno d'Italia, si procedette a tutta una riorganizzazione del territorio, sia dal punto di vista del potere amministrativo, sia di quello giudiziario. Il nuovo governo, convinto di essere depositario dei principi di liberalità e di giustizia, in ciò sostenuto da tutta una storiografia ottocentesca, nel procedere a queste ristrutturazioni, perpetrò notevoli abusi e vessazioni in nome della campagna di liberazione del centro-sud dall'oscurantismo borbonico e pontificio.
Al fenomeno del brigantaggio, dal punto di vista documentale e, per utilizzare un termine oggi abusato, mediatico, è sempre stato riservato un trattamento di basso profilo, evitando quindi di sviscerarne le cause di base e sottraendo gli allora governanti da responsabilità che, a distanza di 130/140 anni, l'analisi dei documenti attesta in modo abbastanza evidente.
In realtà i nuovi poteri, nel tentativo di ridefinire il possesso del demanio comunale e le necessarie “quotizzazioni” che ne scaturivano, entrarono in rotta di collisione con i ricchi possidenti che controllavano grandi estensioni di territorio, riconoscendo ai comuni risibili compensi. Tutto ciò portò a tensioni, contrasti, prepotenze ed usurpazioni che, in particolare nell'agro reatino, si sommarono ad una situazione ambientale quanto meno poco salubre, tanto che la malaria sterminava ogni anno centinaia di contadini e braccianti, costituendo un male endemico delle campagne sabine dell'ottocento. Tale situazione complessiva determinò un continuo movimento migratorio tra la montagna e la pianura, con diffusione quindi, come risvolto positivo, di varie pratiche agrarie e l'incrocio culturale tra varie popolazioni. Ma il problema della malaria, lungi dall'essere quanto meno evitato, assunse dimensioni molto significative soprattutto dopo l'unificazione, con l'inizio del massiccio disboscamento delle aree collinari e montane. Si soffrivano poi ancora gli esiti di alcune calamità registrate nel periodo preunitario, come l'epidemia di colera del 1837, che, debellata con sommo sforzo in molti anni, aveva determinato l'istituzione di un cordone sanitario lungo il confine tra Stato pontificio e regno di Napoli, per impedire l'ingresso nello Stato di braccianti affamati provenienti dall'Abruzzo e dal distretto di Cittaducale. Naturalmente questo comportò un squilibrio sociale con numerose persone bloccate nei movimenti migratori.  
A partire dall'unità i fenomeni migratori lungo il confine comunque si accentuarono notevolmente, dimostrando la grave congiuntura pre e post unitaria. Il brigantaggio va quindi letto come un indicatore dello stato di enorme disagio in cui si dibatteva l'Italia centrale postunitaria, con il ceto contadino costretto dall'indigenza ad intraprendere azioni di lotta. Durante le azioni che portarono poi all'unità, si registrarono delle fratture tra i contadini ed il ceto medio, questo ultimo favorevole al processo di unificazione. In realtà moti di resistenza al processo di unificazione si erano registrati sia nello Stato pontificio che nel regno di Napoli, con il coinvolgimento del ceto rurale tutto. L'esercito sabaudo era impreparato ad affrontare una situazione instabile e inattesa, dovendo misurarsi con una forte resistenza popolare e mettendo in atto delle violente repressioni. In questa fase si registrarono delle controffensive contro i Sabaudi: la prima, guidata da Klitsche de la Grange , contava su circa 2.000 militari di linea più un migliaio di braccianti armati alla meglio; riuscì a sfondare le linee garibaldine riprendendo Avezzano il 19 ottobre 1860; la seconda, composta da soldati papalini, svizzeri e zuavi, affiancata dalla solita massa male armata dei braccianti, era condotta dal colonnello borbonico Francesco Saverio Luverà e nel 1861 riconquistò Tagliacozzo. Ma questa seconda armata si disperse subito dopo l'eccidio di Scurcola Marsicana perpetrato dai piemontesi. In questo contesto risultava chiaro come il movimento dei braccianti poteva mostrare una valenza “insurrezionale” fintanto che esisteva la possibilità di un fallimento dell'unificazione italiana. Quando in rapida successione caddero nelle mani dei sabaudi la piazzaforte di Gaeta (rifugio del re borbonico), le cittadelle di Messina e Civitella del Tronto, la possibilità di un fallimento dell'unificazione parve scomparire, per cui tutti gli oppositori furono costretti a ripiegare, fuggendo e cercando riparo alla macchia. E così continuarono, per quanto loro possibile, a combattere, ma furono definitivamente etichettati come briganti, lasciando difficoltà insormontabili per distinguere le azioni insurrezionali da quelle brigantesche vere e proprie.
Le bande più importanti che operarono sul territorio furono: Banda di Pizzoli; Banda di Cagnano Amiterno; Banda di Borgo Velino; Banda di Laculo e Canetra guidata da Lorenzo Pandolci e Pietro Agelini; Banda di Antrodoco guidata da Domenico Natalucci, Pasquale Di Silvestro, Bernardo Di Biaggio, Angelo Di Biaggio, Giovanni Cenfi, Giuseppe Gregari, Carmine Bianchini, Giovanni Grassi e Giovanni De Angelis; Banda di Borbona; Banda di Vallemare e le Bande del Cicolano-Tornimparte-Lucoli

Nei territori di Accumoli e Amtrice i giornali locali riportano:
AMATRICE, Giornale del Governo di Abruzzo Ulteriore Secondo, Anno 1860: "Il contadino, poi brigante alla macchia Sabatino Ciaralli, venne condannato in contumacia perché accusato dalla Gran Corte Criminale di “Discorsi e fatti pubblici tendenti a spargere il malcontento contro il Governo, avvenuti a Villa Prata, Circondario di Amatrice il 29 ottobre 1860” . Nicola Leopardi, sindaco di Amatrice e capitano della Guardia Nazionale, si distinse, invece, per operosità e coraggio nel perseguire il brigantaggio in ogni occasione (rapporto del comando delle truppe al confine pontificio). I militi Germano Mari, Domenico Rubei ed Emidio Santarelli, furono anche essi elogiati per il coraggio dimostrato durante il brigantaggio. In particolare il luogotenente Rubei, il giorno 8 luglio 1861, alla testa di un drappello, sostenne un violento scontro a fuoco con una banda brigantesca, appoggiando le operazioni militari della truppa piemontese. Vennero infine proposti per la menzione onorevole , le guardie nazionali: Leopardi, Mari e Rubei, mentre al coraggioso milite Emidio Santarelli, fu assegnato dalla commissione provinciale un premio pecuniario."

ACCUMOLI, Giornale del Governo di Abruzzo Ulteriore Secondo, Anno 1860: "Il reazionario Raffaele Marini (sarto), simpatizzante dei Borboni, venne arrestato dalla Guardia Nazionale di Accumoli nell'agosto del 1860, con l'accusa di: Discorsi tendenti ad eccitare la ribellione contro il legittimo Governo”. I sacerdoti don Pietro Casini, parroco di Poggio Casoli, don Sante De Santis, parroco di Collespada, don Marcello Cervelli, parroco di Roccasalli, furono arrestati dalla Guardia Nazionale di Accumoli con l'accusa di: Fatti e discorsi tendenti ad eccitare la popolazione contro l'attuale Governo e contro i cittadini che lo sostengono, nonché voci allarmanti contro lo stesso governo, avvenuto nel comune di Accumoli nell'ottobre del 1860” . Luigi Organtini (proprietario di Accumoli), fu arrestato come reazionario contrario all'unificazione ed accusato di: “Attentato per cambiare l'attuale Governo ed eccitare la guerra civile tra i cittadini e sparlare della forma di Governo. Ingiurie gravi in persona di Pubblica Sicurezza, il 23 Febbraio 1861” . Vincenzo Valentini, contadino di Accumoli, Emidio Valeri, garzone di Collemoresco, Evangelista Spalla e Berardino Perilli, contadini di Collemoresco, Pasquale Angeletti, contadino di Patarico, Camillo Rendina e Filippo Micozzi, contadini di Grisciano, furono arrestati dai soldati piemontesi e della Guardia Nazionale con l'accusa di: “Corrispondenza con bande armate. Discorsi pubblici per eccitare lo sprezzo e il malcontento per il re Vittorio Emanuele e le istituzioni costituzionali, misfatto commesso in Collemoreso nei mesi di Luglio ed Agosto 1861” . Ancora, il benestante filo-borbonico Luigi Organtini di Accumoli, la sera dell'8 gennaio 1862 sobillò la popolazione ad assalire la caserma della Guardia Nazionale. Dopo la sommossa, che causò diversi feriti tra i contadini ed i soldati, il benestante venne arrestato con l'accusa di: “Discorso pubblico di natura da eccitare lo sprezzo ed il malcontento contro la Sacra Persona del Re e le istituzioni costituzionali. Resistenza con violenza e vie di fatto contro la Forza Pubblica. Minaccia e ferita contro un Ufficiale dell'Ordine Pubblico, incaricato nell'esercizio delle sue funzioni, commesso in Accumoli l'8 gennaio 1862” .


TRADIZIONI, FOLKLORE, CUCINA E ATTIVITA' ECONOMICHE

La persistenza di alcune forme culturali arcaiche, che sinteticamente potremmo definire «tradizioni locali», ha, nel caso di Amatrice, una spiegazione particolare. Infatti, a tenere vive le tradizioni non sono stati i gruppi sociali permanentemente residenti, che hanno seguito la trasformazione dell'economia agricolo-pastorale, ma piuttosto le comunità di Amatriciani che si sono ricostituite in città (in particolare a Roma) e che hanno sentito il bisogno di ricomporre una identità culturale di riconoscimento e di differenziazione nell'arcipelago urbano. È, quindi, forse la nostalgia che ha permesso di conservare vecchie canzoni popolari e perfino l'uso di strumenti, che è ancora possibile ascoltare nelle sere d'estate, quando gli «emigranti» fanno ritorno alle loro case. Lo strumento più tipico è la «zampogna», che in queste zone ha caratteristiche diverse da quelle della Ciociaria o del Molise, in quanto costituita da due «calamelli», con effetto polifonico, significativamente denominati «maschio» e «femmina»: per questo motivo prende il nome di ciaramella. L'area di diffusione delle ciaramelle ha gli stessi limiti che sono definiti dall'orografia del territorio, in cui le montagne sembrano circoscrivere un ambito compatto e raccolto: condizione geografica che ha favorito lo sviluppo di una cultura locale, poco permeabile agli influssi esterni. L'uso più tradizionale e frequente delle ciaramelle era legato alle feste di nozze, con la sonata per la sposa; quando le ciaramelle invitano a lanciarsi nel frenetico ballo della saltarella, sono accompagnate dall'organetto e dal tamburello.
La sonata per la sposa rispetta rigorosamente tre fasi: la prima, detta «piagnereccia», sottolinea il momento in cui la sposa abbandona con tristezza la casa paterna; la seconda, «camminareccia», accompagna il corteo nuziale fino alla chiesa; la terza è la «crellareccia», eseguita alla fine della funzione religiosa e serve per introdurre una saltarella nella cerimonia. Il periodo di maggiore vivacità nelle feste popolari è stato quello legato alle dominazioni spagnola e borbonica, durante le quali specialmente le feste reli-giose permettevano di dare spazio alla fantasia; oltre all'invenzione di musiche e canti erano messe in gioco tutte le qualità artigianali nella lavorazione del legno (statue e macchine da festa, altari), nella decorazione dei tessuti, ecc.. Lentamente, con il mutare dei modelli di vita associativa, si erano andate perdendo le occasioni (il Natale, S. Antonio Abate, la Candelora, il Carnevale, la Pasqua ecc.) per dare vita a rituali che erano l'esaltazione del cibo, dell'acqua, del fuoco e che ispiravano la vena poetica dei popolani, che si impegnavano in «competizioni» improvvisate, in dialetto e in lingua. Quello delle «competizioni poetiche a braccio» era un genere che spesso assumeva notevole dignità, pur nell'imitazione di modelli illustri, come il Tasso e l'Ariosto. I soggetti erano quelli della vita, dei suoi personaggi, dell'amore, della bellezza delle montagne, intrecciati in ritmi narrativi che ricordavano quelli dei cantastorie e dei giullari.
Spesso la vena poetica era riservata ad esaltare le rivalità esistenti tra le diverse «ville», in tono scherzoso ma a volte anche pungente; tanto che le fantasiose definizioni appiccicate agli «avversari» potevano diventare veri e propri «blasoni». Vincenzo Di Flavio riporta, per esempio, una strofetta che descrive i vari «villaroli» alla festa di S. Antonio di Cornillo Nuovo: «Sant'Antonio de Cornigliu, balleno bene li Pretarigli, / canteno meglio li Cornillari / magnacicuta li Capricchiari». È evidente che lo spopolamento dei piccoli centri e l'azzeramento delle distanze ha annullato le differenze e le distinzioni, smorzando anche gli orgogli campanilistici che animavano i confronti. Tuttavia, nell' ambito di una ripresa del gusto per le tradizioni, si assiste oggi al recupero di cerimonie e feste, perfino nelle forme più tipiche. Una sfera sociale che ha assunto particolare rilievo, anche molto al di là dei confini regionali, è quella della gastronomia. Oltre ad essere buongustai gli Amatriciani e gli abitanti della Conca sono bravi cuochi, che si fanno apprezzare nei ristoranti delle grandi città italiane. La preferenza va ad ingredienti semplici e genuini come salumi, formaggi, carni locali, funghi e ortaggi. Sono famosi gli «spaghetti all'amatriciana» (o «matriciana»), rigorosamente preparati con guanciale di maiale, olio d'oliva, pomodoro, formaggio pecorino. Una ricetta semplice e molto gustosa che sembra si sia arricchita del pomodoro alla fine del '700, quando nel Regno di Napoli si affermò l'uso di questo straordinario ortaggio. La versione «in bianco» della matriciana è detta «gricia».
La maggior parte dei nuclei si trova tra i 700 e i 1100 metri (con Amatrice a 950 metri); caratteristica che ne definisce ancor più l'economia di tipo agri-colo-pastorale e silvo-pastorale. La posizione intermedia, infatti, da una parte consente la vicinanza ai terrazzamenti coltivabili per soddisfare le esigenze alimentarie dall'altra favorisce l'accesso ai più alti pascoli di montagna. Sulla base dei documenti si può dire, però, che solo dal secolo scorso ha acquistato maggiore peso l'agricoltura che, oltre alla coltivazione del frumento, del granturco e della patata, ha sviluppato anche i vigneti e gli alberi da frutta, come peschi, peri, meli. La pastorizia, che nel passato era l'attività di gran lunga prevalente, con l'alternarsi dei periodi stanziali e di transumanza verso la Campagna Romana o addirittura verso il Tavoliere delle Puglie, è oggi limitata allo sfruttamento del latte per la produzione del formaggio. Il pensiero non può non riandare al grande significato storico che hanno avuto i percorsi della transumanza, che lentamente hanno tracciato sul territorio le linee di una rete di comunicazione, che ha favorito la diffusione e lo scambio di cultura, di pensiero, di tecnologia. Oggi certamente la transumanza non può più avere queste valenze e non si può chiedere ai giovani l'esercizio di un mestiere duro, solitario, che non ha il supporto di un' adeguata organizzazione industriale. Di qui l'esodo verso la città e la perdita di concorrenza sul mercato della produzione e della lavorazione della lana, che una volta costituiva nella zona un' attività molto fiorente ed apprezzata. Lo spopolamento ha avuto i suoi riflessi negativi anche sull'attività boschiva e sulla lavorazione del legno, in cui gli Amatriciani avevano raggiunto un notevole livello artigianale. Altra fonte di produzione era fornita dalla terra stessa, per la sua ricchezza di argilla; anche l'industria del mattone è però scomparsa, lasciando nel paesaggio le sagome di ciminiere non più utilizzate. L'arte del ferro battuto, invece, ha visto una certa rinascita, ravvivando una tradizione di cui sono testimonianza i bei lavori che è possibile ammirare percorrendo le stradine di Amatrice e di alcune «ville». Attualmente l'occupazione è concentrata nel terziario, anche grazie alla vicinanza di Rieti e de L'Aquila. Questo tuttavia non esclude un mercato ancora vivace per i prodotti alimentari locali di tipo tradizionale, come gli insaccati e i prodotti caseari, o di quelli più «moderni», come i prodotti del settore agro-biologico, dal miele alle marmellate, al farro ecc.. Tutto questo contribuisce, insieme alle bellezze naturali, ad arricchire l'offerta turistica, come testimoniano l'apertura di centri turistici e i maneggi. Durante l'estate nella zona si triplicano le presenze e fioriscono le iniziative di turismo escursionistico, trekking, mostre d'artigianato e manifestazioni che valorizzano la cultura e le tradizioni locali.
Sentieri CAI zona dell'Amatrice
Itinerari ed escursioni CAI zona dell'Amatrice

Roccapassa non ha strutture ricettive, se volete passare un bel week-end in zona vi consigliamo:
Le Verande sull'Aterno (Aringo)
Agriturismo Il Narciso (Scai)
Agriturismo La Grotta (Scai)
Villa San Sebastiano (ospitalità religiosa - Scai)
Monastero Suore Benedettine Santa Caterina (ospitalità religiosa - Scai)
B & B LDL (Le Cornelle)

Roccapassa non ha strutture per la ristorazione (anche se nella zona ce ne sono ovviamente numerose) la più vicina è sulla strada che collega Roccapassa a Scai:
da Annarella Via Roccapassa 124 Frazione Scai, tel. 0746/818033

Testi dove approfondire:
La Storia di Amatrice. Dalla preistoria ai giorni nostri di E. Moriconi
Amatrice e le sue Ville di A. Massimi
Amatrice dolce e amara terra miadi E. Moriconi
Bibliografia sui monti della Laga (storia ed itinerari) e Amatrice
Amatrice. Viaggio amaro nella memoria tra dolori ricordi e speranza un articolo di Agostino Bagnato
Terminus: Lungo l'antico confine tra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie di M. Scataglini


LINK

La storia dei Giustiniani di Genova da Genova a Roma, la collezione dei grandi mecenati, la vicenda giudiziaria dell’eredità del Marchese Vincenzo I Giustiniani.
Il sito ufficiale del Comune di Amatrice
Il sito ufficiale del Parco Nazionale d'Abruzzo e dei monti della Laga
Sezione CAI di Amatrice
www.Amatriciana.org
Aringo di Montereale
Il sito ufficiale della provincia di Rieti sul Parco dei Monti della Laga


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Web page della Famiglia Giustiniani di Genova

Per contattarmi indirizzo e-mail: enrico@giustiniani.info

E' bello segnalare che l'Associazione "Nuova Maona Giustiniani" ha donato un caravan per la prima emergenza post-terremoto del 2016 ad una famiglia di Roccapassa, di seguito l'articolo:
Visita ai Giustiniani di Roccapassa ed Amatrice 27 novembre 2016