LORENZO GIUSTINIANI - GEOGRAFO

Erudito (Napoli 1761- ivi 1824 0 1825), bibliotecario. Scrisse un dizionario biografico degli Scrittori legali del Regno di Napoli, e un Dizionario geografico dello stesso Regno, raccogliendone inoltre le "prammatiche" in 15 volumi.

GIUSTINIANI, Lorenzo - Nacque a Napoli nel giugno 1761, da Michelangelo e da Girolama Martini. Il padre, architetto rinomato, aveva tra l'altro costruito - su disegno di L. Vanvitelli - il convento dei missionari di S. Vincenzo de' Paoli e curato la sistemazione della casa e chiesa dei padri missionari ai Vergini, mentre il fratello Luigi si era costituito una rinomata collezione di dipinti. Dopo i primi studi il G. approfondì varie discipline con insegnanti privati: V. Lupoli, poi vescovo di Cerreto (che nel 1773 aveva aperto a Napoli un'accademia di giurisprudenza), C. Firmiani, C. Moretti e A. Golino. Ancora adolescente, attratto dalla carriera delle armi, volle entrare nel R. Collegio militare, seguendovi i corsi quasi fino a completamento; alla vigilia della licenza però, forse per i timori della madre, si ritirò passando a studi legali. Dopo avere approfondito le conoscenze sui classici della giurisprudenza e conseguita la laurea, il G. esercitò con successo l'avvocatura trattando alcune cause di grido nella R. Camera di S. Chiara, ma poi abbandonò anche questa carriera, disgustato "delle maniere viziose di patrocinare" (Morelli, p. 56). Restando nel campo giuridico si dedicò alla pubblicazione della sua prima opera, le Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli (I-III, Napoli 1787-88, con dedica al marchese S. Patrizi, caporuota del R. Consiglio), nella quale oltre alle biografie inserì anche un'utile bibliografia di testi giuridici classificati per materia.
Tale lavoro, pur non essendo il primo del genere, è tuttavia molto interessante perché tratta non solo dei giureconsulti illustri ma di tutti quelli che avevano pubblicato, e si basa non solo sui repertori e sulla letteratura specialistica, ma su ricerche d'archivio e su informazioni di prima mano, come il G. precisò il 22 marzo 1787 scrivendo al Tiraboschi, cui inviò l'opera in omaggio (Modena, Bibl. Estense, Carteggio Tiraboschi, ms. L.8.25, 1). Oggi risulta pregevole il ricco e preciso apparato di note e di fonti, nonché l'uso dell'ordine alfabetico e la chiarezza della prefazione.
Probabilmente la dedica del libro al Patrizi facilitò il parere favorevole della R. Camera di S. Chiara (3 marzo 1790) alla richiesta del G. di un impiego nei tribunali regi, ma non risulta che se ne valesse. Stava già lavorando ad altre due opere: la Biblioteca storica e topografica del Regno di Napoli (ibid. 1793; nuova edizione accresciuta, ibid. 1822), vasta rassegna delle pubblicazioni su storia e topografia del reame, e il Saggio storico-critico sulla tipografia del Regno di Napoli (ibid. 1793; 2ª ed., ibid. 1817), che pubblicò in fretta per timore di essere preceduto da altri, dando così inizio a un rapporto rancoroso col mondo letterario della città, che condizionò la sua vita.
I lavori editi nel 1793 furono propedeutici alla sua opera più innovativa e impegnata, il Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli (I-X, Napoli 1797-1816).
Pare che il G. cominciasse a lavorarvi sin dal 1779, svolgendo minuziose ricerche in biblioteche e archivi, e specialmente in quelli della Zecca, della Regia Camera e dei Reali Stati allodiali. Nel 1794, disponendo già di abbondante materiale, diffuse il programma dell'opera (reiterato nel 1795), ottenendo un regio dispaccio ai vescovi del Regno affinché gli fornissero informazioni e dati relativi alle loro diocesi. Sorse però una grave querelle con don F. Sacco, professore di storia e geografia nel reale convitto del Salvatore, che stava a sua volta per pubblicare un Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli (apparso a Napoli in 4 volumi nel 1795-96), di qualità e impegno molto inferiori, che il Sacco pensò di proteggere richiedendo per primo un privilegio regio decennale. Il G., informato, ricorse al tribunale della Sommaria, ottenendo che i due lavori fossero sottoposti al giudizio di due docenti dell'Università, che si espressero in suo favore. Volle però andare oltre, pubblicando in forma di lettera a M. Arditi (in Giorn. letterario di Napoli, 1796, t. 58, pp. 75 s.) un articolo polemico verso i letterati napoletani e "tutti quanti imprendono a scrivere di ciò che meno intendono", confermando la fama di uomo difficile e aumentando il numero dei suoi nemici. I primi tre volumi del Dizionario (su città, terre, villaggi) apparvero nel 1797, ma i grandi avvenimenti politici degli anni successivi interruppero la stampa, allontanando l'attenzione dei sottoscrittori.
Tuttavia il G., nella residenza di S. Antoniello alla Vicaria, sembra averli attraversati senza alcuna partecipazione, continuando le sue ricerche, restando estraneo a ciò che lo circondava, lamentando che "si disturbassero la sua pace e il suo decoro", e dicendosi soddisfatto che della sua condotta "il Re fosse informato fino a Palermo". In quel periodo pubblicò alcune cose minori: le biografie di N. Capasso, S. Capece, C. Franchi, G. Martorelli, A.S. Mazzocchi, G. Seripando e D. Diodati nei volumi I e IV della raccolta Elogi di uomini illustri del Regno con ritratti, stampata a Napoli tra 1797 e 1798 da N. Gervasi (la collaborazione, interrotta "per altrui invidia", passò poi ad altri); Lettera di Lorenzo Giustiniani al chiar. sig. L. Targioni intorno alla vita e alle opere di Giambattista Manso (in Giorn. letterario di Napoli, 1796, t. 60, pp. 3-35); Breve contezza delle Accademie istituite nel Regno di Napoli (Napoli 1801). Dal 1802 al 1816 il G. pubblicò, col sostegno finanziario dei fratelli Marotta, i residui volumi del Dizionario (su fiumi, laghi, fonti, golfi, monti, promontori, vulcani, boschi), malgrado un'ulteriore interruzione dovuta all'"universale sconvolgimento militare" iniziato nel febbraio 1806. Per compensare i mancati guadagni di fonte letteraria, il G. aveva cercato un impiego a lui confacente; il 3 maggio 1802 ottenne dalla giunta della Biblioteca Borbonica l'incarico di curare il settore storico e bibliografico; il 31 genn. 1804, all'apertura della biblioteca al pubblico, divenne vice-bibliotecario, e il 7 nov. 1805 terzo bibliotecario. Alla vigilia dell'occupazione francese preparò il trasporto dei codici più importanti, che la regina Maria Carolina portò con sé in Sicilia. Sebbene il 13 febbr. 1806 la reggenza lo confermasse nella carica, per i suoi trascorsi politici già il giorno successivo Giuseppe Bonaparte lo retrocedeva, con stipendio dimezzato, a semplice aiutante di G. Andrés, prefetto della biblioteca. Il G. affermò di aver accettato la nuova situazione perché le autorità borboniche gli avevano raccomandato, partendo, di presidiare l'istituzione. Prima che nel 1815 la Restaurazione gli restituisse la carica e gli emolumenti, venne pubblicando vari lavori eruditi: una monumentale (quanto inservibile, essendo ormai in vigore il codice napoleonico) Nuova collezione delle prammatiche del Regno di Napoli (in 15 volumi, dei quali 14 apparsi a Napoli tra 1803 e 1805, e il XV nel 1808); una Memoria sullo scovrimento di un antico sepolcreto greco-romano (ibid. 1812; 2ª ed., ibid. 1814-15); Tre rarissimi opuscoli di Simone Porzio, di Girolamo Borgia e di Marcantonio delli Falconi scritti in occasione della celebre eruzione avvenuta in Pozzuoli nell'anno 1538, colle memorie istoriche dei suddetti autori (ibid. 1817); le Memorie storico-critiche della R. Biblioteca Borbonica (ibid. 1818, prive della parte terza, che doveva contenere le descrizioni dei codici più rari e pregiati); l'Illustrazione del codice Perettino esistente nella R. Biblioteca Borbonica… (ibid. 1821); infine (con F. De Licteriis) una Guida per lo R. Museo Borbonico, apparsa anche in inglese come A guide… through the Royal Borbonic Museum (ibid. 1822). Il G. lasciò diversi inediti: Erudite esercitazioni di giurisprudenza patria intorno alle persone; Illustrazione di una moneta coniata sotto Federico II esistente nel R. Museo Borbonico; Illustrazione di un manoscritto membranaceo della R. Biblioteca Borbonica di Napoli che contiene epigrammi sulle tanto decantate acque minerali di Pozzuoli, Baja, Tripergola, e di Agnano, con le versioni in ritmo italiano ed un trattato De regimine sanitatis; copiose aggiunte al Dizionario; Collezione delle ordinanze di polizia del Regno. Vacante dal dicembre 1822 la cattedra di diplomatica dell'Università di Napoli per la morte dell'archeologo A.A. Pelliccia, il preposto della Pubblica Istruzione F. Colangelo perorò vivamente presso il ministro degli Interni la candidatura del G. (lettera del 28 ag. 1824, in Barone, p. 9), chiedendo che gli fosse assegnata senza concorso in grazia delle pubblicazioni; così, con decreto del 6 ott. 1824, il G. fu nominato professore di "arte critica diplomatica" nell'Università. Tuttavia ricoprì tale carica per un tempo brevissimo, perché venne a morte in Napoli tra il dicembre 1824 e i primi giorni del gennaio 1825 (le fonti sono vaghe e discordi; la cattedra fu dichiarata vacante il 15 genn. 1825, come risulta dal Giornale delle Due Sicilie, 17 marzo 1825, p. 256).
Nessuna tra le accademie locali lo aveva accolto, e alla morte non ebbe alcun necrologio. Pochi furono risparmiati dai suoi attacchi e dalla sua suscettibilità: arrivò a chiedere l'intervento del direttore generale di polizia per le critiche garbatissime mosse a un suo lavoro da F.M. Avellino, nella Lettera indiritta al sig. don Francesco Giampietri (31 pp., s.n.t., ma composta nel periodo della Restaurazione, prima della Rivoluzione del 1820). Furono oggetto della sua aggressività specialmente M. Arditi, A.A. Pelliccia, V. Galdi, G.B. Tafuri e l'abate L. Galanti. Nella sostanza, tuttavia, l'opera del G. era senz'altro di notevole interesse, per l'erudizione sempre rigorosa e la rimarchevole conoscenza delle fonti, malgrado uno stile trascurato e sciatto e sebbene non ci si possa aspettare da lui, che non era uno storico, più di dati corretti e informazioni dotte. Anche dopo la sua morte le tensioni con l'intellettualità napoletana ebbero un seguito: per problemi sorti tra la vedova del G. e C. Del Maino, collaboratore e finanziatore di una ristampa del Saggio sulla tipografia, l'edizione non fu completata.
Fonti e Bibl.: Nuovo Giornale enciclopedico, Vicenza, apr. 1788, p. 45; Effemeridi enciclopediche di Napoli, giugno 1794, pp. 35-41, e dicembre 1794, pp. 71-78; Giornale letterario di Napoli, 15 genn. 1795, pp. 58-65; 15 febbr. 1795, pp. 96-103; 1° ott. 1796, pp. 75 s.; Biblioteca italiana, III (1816), pp. 12-22; Giornale enciclopedico di Napoli, I, 1816, pp. 107-123; Almanacco della Real Casa e Corte, [Napoli] 1822, p. 57; 1823, p. 66; 1824, p. 65; 1825, p. 66. J.H. Stepf, Galerie aller iuridischen Autoren…, Leipzig 1820-25, I, pp. 197, 322-331; II, pp. 228, 407-409; G. Orloff, Mémoires historiques, politiques et littéraires sur le Royaume de Naples, V, Paris 1821, p. 84; N. Morelli, Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, XIII, Napoli 1828, pp. n.n. [ma 53-60], con ritratto; C. Minieri Riccio, Memorie storiche degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Napoli 1844, pp. 156 ss.; N. Barone, Breve memoria intorno ai professori di diplomatica e paleografia nell'Università degli Studi e nel Grande Archivio di Napoli, Valle di Pompei 1888, p. 9; M. Fava - G. Bresciano, La stampa a Napoli nel XV secolo, I, Lipsia 1911, pp. XXIV ss.; B. Croce, Storia della storiografia italiana del secolo XIX, Bari 1921, I, p. 47; N. Cortese, Eruditi e bibliografi napoletani del Settecento, III, L. G., in Napoli nobilissima, n.s., marzo-aprile 1921, pp. 39-45; Id., Eruditi e giornali letterari nella Napoli del Settecento, Napoli 1922, pp. 36-59; F. Patetta, Corso di storia del diritto italiano, I, Torino 1924, Introduzione, p. 126; C. Frati, Diz. bio-bibliografico dei bibliotecari e bibliofili…, Firenze 1934, ad vocem; G. Natali, Il Settecento, Milano 1950, pp. 406, 473; M. Parenti, Aggiunte al Diz. bio-bibliografico… di C. Frati, II, Firenze 1959, p. 135; Illuministi italiani, I, Opere di Pietro Giannone, a cura di S. Bertelli - G. Ricuperati, Milano 1960, pp. 19 n., 45 n., 49 n., 64 n., 76 n., 93 n., 350, 583; F. Nicolini, Saggio di un repertorio bibliografico di scrittori nati o vissuti nell'antico Regno di Napoli, Napoli 1966, ad indicem; Diz. biogr. universale, II, Firenze 1842, p. 1124; Nouvelle biographie générale, Paris 1857, XX, p. 772; Enc. Italiana, XVII, p. 385; Enc. biogr. e bibliogr. "Italiana", E. Codignola, Pedagogisti ed educatori, Milano 1939, p. 246; Catalogo dei libri italiani dell'Ottocento, Autori, III, pp. 2210 s.

Verso la fine del 1700,nel meridione andavano in giro scrittori-geografi, per descrivere le nostre terre. Un po’ erano al servizio dei re di Napoli, un po’ scrivevano per consacrare la loro fama ai posteri, un po’ il viaggio lo facevano attorno alla loro camera. Molto spesso le descrizioni le ricavavano da fidati corrispondenti. Certo è che dobbiamo a questi accorti narratori se possiamo conoscere com’erano nel passato tanti nostri luoghi. Uno di questi viaggiatori-geografi è Lorenzo Giustiniani, autore di un "Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli". Il ponderoso lavoro fu dedicato a Sua Maestà Ferdinando IV, re delle Due Sicilie, e nella dedica il Giustiniani invoca, dal monarca, la sua alta protezione…onde riuscir possa la mia opra fruttuosa a’ sudditi non meno che a li stranieri. Chiesta la protezione del re, e magari anche il suo concreto contributo in danaro per scrivere e andare in giro e ricevere le corrispondenze.
Il testo è ancora reperibile in copia anastatica presso l’editrice Forni.
Nel web è possibile scaricare una copia del: Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli presso la Biblioteca Napoletana Digitale (secc. XVII-XVIII)

la mia fotodi seguito alcuni brani dell’opera:

A Nardò, Foggia e Chieuti
Le donne di Nardò fanno le coperte Abbondanza di bambagia, dunque, e regine ne sono le neretine le quali secondo il Giustiniani, …lavorano assai bene le coltri di bambagia e ne fanno capi che procurano molti guadagni. Le medesime si vendono a Napoletani, Romani, Genovesi, Livornesi ed anche agli Inglesi. Io ne ho veduto alcune lavorate con molto gusto, ed eseguito il lavoro con somma diligenza ed accortezza.

Foggia, terra di grano, formaggio e lana ma… senz’acqua
Giustiniani volle poi visitare - ma ci andò proprio?- il capoluogo della Capitanata e così descrisse - o vide? - la nostra bella Foggia, adagiata sul Tavoliere: …vi si ammirano ottimi edifici tanto sacri che particolari. Scarseggia però di acqua e il caldo nell’estate reca molto incomodo a li abitanti ed è pernicioso a’ forestieri. I cittadini sono industriosi, e vi sono delle famiglie di molta distinzione sia per la loro antichità sia perché provvedute di beni di fortuna. Vi esercitano tutte le arti le quali avrebbero soltanto ad avere un certo raffinamento e perfezione…Foggia può chiamarsi il più ricco granaio della Puglia, il più esteso magazzino de’ formaggi e delle lane ch’escono dal Regno.

A Chieuti c’erano già gli albanesi
Lorenzo Giustiniani scrisse - e viaggiò- per grandi città e piccoli centri ; e se ne andò anche a Chieuti che così ebbe a descrivere: …ella è situata tra Santagata e Serracapriola, in una pianura che gode dell’Adriatico, e la veduta di altri paesi, e di un’aria perfettissima. E’ cinta di mura e tiene. Superbo quel “ tiene”: significa che la fortificazione era ben salda, forte e resistente? Ai posteri, l’ardua sentenza. Ma vediamo intanto che ci dice Giustiniani : Non riconosce altra antichità che quella degli albanesi. In questa terra vi è l’osservanza di due riti, uno greco l’altro latino sebbene pochissimi sono oggi quelli che serbano il primo. Il territorio di Chieuti è molto esteso e ferace nel dare tutte quelle produzioni necessarie al vivere dell’ uomo. Tiene molte sorgive di acque per cui può dirsi uno dei migliori luoghi di quella regione. Evvi però una parte del suo territorio che niente produce perché secchissimo. I chieutesi sono industriosi, hanno commercio con altre popolazioni ed esercitano l’agricoltura con qualche profitto. Non vi manca la caccia di lepri, volpi e quella di altre sorte di uccelli, secondo le proprie stagioni.Dovevano essere tempi felici quelli, per i cacciatori. La protezione degli animali non faceva parte della morale del tempo. O sì?

Il torrone gustoso e delicato di Conversano, la famose badesse di san Benedetto e i tarli negli archivi
Lorenzo Giustiniani andò anche in quel di Conversano e, udite, udite, quel che sul finir del 1700 ebbe ad annotare: …ella è situata in luogo eminente e vi si gode un’aria sana. Il suo territorio è atto ad ogni sorta di produzione. Vi si coltiva la bambagia. L’olio e il vino sono buonissimi e così anche le mandorle ed ogni altra sorta di frutti.Gli abitanti di Conversano ascendono ad un numero di 7500...ogni settimana si fa un mercato e tre fiere all’anno. Vi si manipola un torrone così gustoso e delicato che io l’anteporrei a quello di Benevento. Capite, dunque? Il torrone conversanese era superiore a quello, ancora oggi famoso, di Benevento. Ma ecco spuntare le famose badesse mitrate, avevano cioè la stessa autorità vescovile. Dice il nostro autore: …vi è il monastiro di san Benedetto di molta antica fondazione, e molto ne parlano i nostri storici, la cui Abbadessa esercita la giurisdizione quasi vescovile sul clero della terra di Castellana. Alcuni han creduto essere una mostruosità il fare esercitare da una donna la giurisdizione sopra i preti di quella terra. Ma questo ministero delle donne è antico nella chiesa cattolica…e siffatte donne venivano chiamate Ministre, ed erano per lo più vedove, giusto lo stesso scriver di san Paolo.Molti litigi si sono sostenuti del detto monistero per la terra di Castellana, e per la giurisdizione che vi esercita tuttavia la sua badessa… Nel detto monistero evvi un archivio, in cui si conservano carte del X secolo, le quali potrebbero somministrare molti lumi per la storia di quegli oscurissimi tempi; ma questi, al par di tante altre diverranno piuttosto patrimonio di tarli che mezzi onde illuminarci della nostra storia. Ohibò, ohibò: per il Giustiniani gli archivi servivano solo ai tarli.

Su Massalubrense
MASSALUBRENSE città Regia, e vescovile suffraganea di Sorrento. Ella è tra i gradi 40 40 di latitudine e 32 di longitudine. Da Napoli dista miglia 24 in circa per mare, ed altri dicono 30 per terra. Questa città nella provincia in oggi Terra di Lavoro denominata dagli scrittori Massa di Sorrento, ne’ vecchi tempi fu detta Oppidum Minervium, per un tempio dedicato a Minerva, e qualche volta Promontorium Minervae. I naviganti passando per colà faceano delle offerte per essere già in salvo della loro navigazione; quindi Stazio Papinio. Prima salutavit Capreas, et margino dextro Spargit Tyrrhenae Maretica vina Minervae. Di questo tempio anche addì nostri vedesene qualche vestigio. Strabone avvisa che quel monte, ov’era edificato il tempio di Minerva veniva chiamato Praenussum, cioè un monte innanzi all’Isola di Capri. Io non saprei quando si fosse chiamata Massa Lubrense. Il Pontano descrivendo la guerra di Ferrante I d’Aragona con Giovanni Angioino nel 1459 dice: Vicani Massensesque ad Joannem defecere. Presso Giulio Cesare Capaccio si leggono questi versi: Maiores Massam dixerunt nomine, namque Affluit omnigena commoditate solum Cunctorum hic etiam collecta est massa bonorum, Ut merito hoc Massae nomen habere putes. L’aggiunto di Lubrense senza niun dubbio l’ebbe ad avere dal tempio di sopra rammentato. E’ facile credere, che Massa fosse stata dapprima una villa, o casale di Sorrento, non altro indicando la stesa sua denominazione di Massa, o Masa, che pur trovasi, e Massum, e Massada. Nel 1150 fu distrutta, e riedificata in altro luogo; essendosi poi ribellata da Ferdinando del 1465 la del tutto demolire e citasi un istromento del Caracciolo del 1470, dal quale appare, che il Re incumbenzò il Dottor Ranieri d’Apuzzo affinché avesse distaccato il tenimento di Massa da quello di Sorrento, e dato in feudo al Consigliere Giovanni Sancez. Nel dì 13 giugno del 1558 fu saccheggiata da’ Turchi approdandovi 120 galee comandate da Piolì Bassà, e ne portò prigionieri 1493 cittadini. Questo avvenimento memorando per Massa diede occasione di edificarvi delle spesse torri per sua difesa; quindi il P. Costanzo Pulcarelli. Massica turrrita Pallas defenditur ora Et sua de summo fulmina collo, jacit. Anticamente aveva anche un bel porto, che rimase distrutto a cagione delle sue frequenti sciagure e veggonse fin oggi i suoi vestigi. La città di Massa è una penisola circondata dal mare Tirreno, attaccando solo da levante con Sorrento. L’aria che vi si respira è perfettissima, e dappertutto godesi amenità. Il territorio è fertile in vino, ed olio, le quali produzioni vi riescono di una qualità veramente eccellente. Vi si veggono molti vestigj di anticaglie, e che attestano essere stato soggiorno di delizie, e di divertimento di ragguardevoli e ricchi personaggi. Pollione vi fece una superba villa sopra la marina di Polo, di cui Stazio. Vi sono eccellenti pascoli, e per conseguenza i formaggi vi riescono di buon sapore, qualora non sono alterati dalla malizia dell’uomo. Il suo vescovado è antico, ma è scarso di rendite. Tutta la diocesi comprende X parrocchie, avendo ciascuna sotto di se gli abitanti di diversi casali. La maggiore, o sia quella della Cattedrale tiene i casali: Campo, Serignano, Quarazzano, o Corazzano, Morta, Rorella, o Arolella, Villazzano, Santamaria, ed Annunziata. Quella di Santandrea tiene i casali: Marciano, ed Ospedale. La terza di Santacroce, Termini e Casa. La quarta del SS. Salvatore il solo di Sverano (sic). La quinta è detta del SS. Salvatore di Schiazzano. La sesta di Sanpietro comprende i casali di Monticchio, Metrano, Titigliano e Turri. La settima sotto il titolo di Sanvito Martire tiene il casale di Acquara. L’ottava detta di Sanpaolo ha il casale di Pastena. La nona sotto il titolo di Santamaria delle Grazie, ha i casali di Santagata, e di Pedara. La decima finalmente intitolata di Santommaso Apostolo comprende i casali di Torca, Nuvola, e Monticello. La città co’ suoi casali comprendono una popolazione di circa 2700 individui. La tassa del 1532 fu di fuochi 575, del 1545 di 578, del 1561 di 344, del 1595 di 605, del 1648 dello stesso numero, e del 1669 di 554. Il Re Alfonso nel 1458 ne fece duca Gabriele Coriale, il quale essendo morto indi a poco tempo, gli succedè il fratello, che pure morì senza maschi. Nel 1471 il Re Ferdinando la concedè poi al consigliere Sancez come fu detto sopra, e nel 1521 nel dì 19 settembre l’imperatore Carlo V la vendè per ducati 15000 a Giovanni Carafa conte di Policastro. Vi nacque dunque il Pulcarelli, che fu un gran poeta.


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